Fare romanzi: una lectio magistralis

Torino, 13 maggio 2011.

Ho l’onore di assistere a una straordinaria lectio magistralis del Professor Umberto Eco al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Tema: Fare romanzi: libertà e costrizione dello scrittore. 

Svolgimento… beh, da par suo.

SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI(SUD FOTO SERGIO SIANO)

Raramente ho provato un’emozione così forte al cospetto di uno scrittore, e spiegarne il motivo non è cosa semplice. Certo il carisma dello scrittore in questione gioca un ruolo importante: in Umberto Eco si coniugano felicemente lo scalpitare di un’intelligenza poderosa e un elegante, irriverente senso dell’umorismo… 

Ma vi è di più, ne sono ben consapevole.

Eco è l’autore di due romanzi, Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault, che ho amato – e amo ancora – visceralmente. Trovarmi faccia a faccia (decima fila conquistata con unghie, denti e una buona dose di fortuna) con il creatore di Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk, di Casaubon, Diotallevi… dell’adorato Jacopo Belbo!, ascoltare dalla sua voce la genesi di quelle storie e di quei personaggi mi catapulta, letteralmente, in un’altra dimensione.

Il preambolo, a onor del vero, è sconvolgente:

Uno degli aforismi del grande Stanisław Jerzy Lec – esordisce il Maestro – è: “Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo” … e non aspettatevi … che io vi parli troppo del Nome della Rosa, perché io odio questo libro e spero che anche voi lo odiate. Di romanzi ne ho scritti sei e gli ultimi cinque sono naturalmente migliori, ma per la legge di Gresham quello che rimane più famoso è sempre il primo…

Ne parla quasi con tenerezza, tuttavia, raccontando dei mesi trascorsi a disegnare piantine dell’abbazia in cui si sarebbe svolta la vicenda, di come abbia costruito i dialoghi fra i monaci in modo che si esaurissero realisticamente in un dato tragitto dell’abbazia…

Misure, calcoli, infinito amore.

I miei romanzi sono nati tutti da un’idea seminale, racconta il Professore a una platea singolarmente disciplinata, che era poco più di un’immagine: un monaco avvelenato mentre legge un libro in una biblioteca, un ragazzo che suona la tromba a un funerale di partigiani… Basta che tu scelga un personaggio, o una situazione, e lo metti lì… dopodiché puoi sederti in poltrona a limarti le unghie: il personaggio va avanti per conto suo.

Finché lo sventurato autore non si ritrova ingabbiato in costrizioni che egli stesso ha dato per presupposte: … mi piaceva che i personaggi avessero vissuto gli eventi del 1968. Ma siccome poi Jacopo Belbo scrive i suoi files sul computer, e i primi personal computer entrano in commercio nel 1982-’83, io dovevo far passare del tempo dal ’68 all’83… e non sapevo cosa far succedere (rispolvererà poi, come forse ricorderete, alcune interessanti esperienze sudamericane).

Pendolo-di-Foucault

La letteratura, a ben vedere, si basa sempre sulle costrizioni: pensate all’inflessibile costruzione dei canti di Dante, pensate alla rima, al metro… ma è lo stesso anche in pittura se si sceglie olio o tempera. Il resto è lavoro ai fianchi, artigianato di genio, disciplina.

Vi sono momenti, poi, in cui l’improvvisazione guadagna spazio e si può godere appieno delle gioie della creazione. E’ il caso della scena del cimitero, una delle più suggestive del Pendolo di Foucault e l’unica scritta a computer: muovevo le mani sulla tastiera come al pianoforte, confessa con un sorriso. E’ stata come una jam session.

Ripenso così all’appagamento e allo sconcerto che ho provato leggendola, questa scena (leggendo l’intero romanzo, a voler essere sinceri). Un libro “bello e necessario”, come ha osservato Severino Cesari sul Manifesto, “perché intelligentissimo, scintillante d’arguzia, e inoltre perché eruditissimo, e perché svolge un’importantissima tesi ideologica: nientemeno contrastare la Teoria del Complotto che da tempo immemorabile ci spinge a cercare un Segreto sotto il velo del mondo… Come poche volte succede, si chiude il libro con la sensazione di aver compiuto una esperienza necessaria”.

E’ così che mi sento, quest’oggi. Parte di un’esperienza necessaria e – direbbe forse il Maestro – “onanisticamente deliziosa”.

Poco importa che una mano destra fasciata impedisca il sacro rituale degli autografi. E’ un dolore piccolo, senza traccia.

Nell’estasi pura di un amore infinito.

Annunci

Anything to declare?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...