A Styles Court

“Tanto vale che cominci”, scrive Agatha Christie nell’introduzione alla sua splendida autobiografia; “e anche se dubito di riuscire a osservare la continuità cronologica, proverò almeno a cominciare dall’inizio“.

Ci proviamo anche noi, a cominciare dall’inizio. E un blog che si occupa di narrativa gialla non può che dedicare il primo pensiero a LEI, la Regina del Crimine, e al suo romanzo d’esordio, Poirot a Styles Court (titolo originale: The Mysterious Affair at Styles, 1920).

Tra me e Madge  (la sorella maggiore, n.d.R.) – racconta la Christie – sorse una discussione che avrebbe dato i suoi frutti in futuro. Lo spunto partì da un romanzo poliziesco che avevamo letto entrambe, mi sembra … che si trattasse del  Mistero della camera gialla, una novità di un autore ancora sconosciuto, Gaston Le Roux  (Gaston Leroux, autore del celeberrimo Il fantasma dell’opera, n.d.R.), in cui il ruolo dell’investigatore era affidato a un giovane giornalista di bell’aspetto, Rouletabille. … Madge e io ne parlammo a lungo, scambiandoci le nostre opinioni, concordi nel ritenerlo uno dei capolavori del genere. Ci consideravamo a buon diritto delle esperte. Madge mi aveva iniziato, bambina, al grande Sherlock Holmes e io mi ero buttata a capofitto lungo la via indicatami … In preda all’esaltazione, dissi a Madge che anch’io avrei voluto cimentarmi in un romanzo poliziesco…

-Be’, scommetto che non ci riuscirai- disse Madge.

La cosa rimase lì, senza che i termini della scommessa venissero stabiliti con precisione. Ma in quel momento presi la decisione di scrivere un racconto poliziesco. Non mi misi subito all’opera, ma il seme era stato gettato. L’idea si era depositata nel fondo della testa, là dove gli intrecci dei miei libri trovano una loro collocazione ben prima che io pensi a scriverli. Sapevo che un giorno avrei scritto un romanzo poliziesco.

Detto, fatto. Cominciai a riflettere sul tipo di storia che potevo scrivere. Scelsi una morte per avvelenamento, abbastanza naturale visto che ero circondata da veleni. All’inizio non ero molto convinta, ma poi l’idea mi piacque e allora mi ci fissai. A quell’epoca mi sentivo molto legata alla tradizione holmesiana e la figura dell’investigatore mi sembrava fondamentale. Non dovevo rifare un altro Sherlock, però, bisognava che mi inventassi un personaggio originale, al quale anch’io avrei fornito una specie di spalla. … E perché non un investigatore belga? … Un omino preciso, con la mania dell’ordine, della simmetria, e una netta propensione per le forme quadrate piuttosto che per quelle tonde. E poi molto intelligente, con il cervello pieno di piccole cellule di materia grigia… ah, che bella frase, non dovevo dimenticarmela. Bisognava anche che avesse un nome importante, un nome che non sarebbe sfigurato nella famiglia Holmes.

Viene così alla luce Hercule Poirot, il piccolo detective belga dai mustacchi impomatati che sarà protagonista di ben trentotto romanzi e decine di racconti. Eccone la prima descrizione:

“… era un ometto straordinario. Non arrivava al metro e sessantacinque ma aveva un portamento molto fiero. Aveva la testa a forma d’uovo, e la teneva sempre inclinata di lato. I baffetti erano rigidi e militareschi. La sua accuratezza nel vestire era quasi incredibile. Credo che un granello di polvere gli avrebbe dato più fastidio di una ferita d’arma da fuoco. Eppure quell’eccentrico elegantone di piccola taglia che, mi dispiacque notare, adesso zoppicava, era stato a suo tempo uno dei più famosi funzionari della polizia belga. Come investigatore, il suo fiuto era stato straordinario, e aveva all’attivo numerosi successi, essendo riuscito a risolvere i casi più complicati.”

(Poirot e il mistero di Styles Court, Compagnia del Giallo – Gruppo Newton, 1993)

Nella sua prima avventura, Poirot e il fido Capitano Hastings sono alle prese con l’assassinio di Emily Inglethorp, ricca proprietaria terriera sposata a un tenebroso cacciatore di dote.

Ero eccitata e compiaciuta dalla mia nuova fatica, ma anche molto stanca e spesso irritata. In seguito avrei imparato che è una condizione consueta per uno scrittore. … Feci poi ribattere il manoscritto e infine, vinto ogni indugio, lo spedii a un editore, Hodder e Stoughton, che lo rifiutò seccamente. Non rimasi sorpresa, non avevo sperato nel successo.

Quale successo abbia avuto Agatha Christie come scrittrice di gialli è cosa nota e arcinota.

La sua prima opera non è forse un capolavoro – i dieci piccoli indiani Roger Ackroyd, tanto per intenderci, sono ancora lontani.

Essa risulta, tuttavia, assai godibile, e a tratti estremamente ingegnosa. Basti pensare che, nel 1931, il vero assassino di una prostituta tentò di sfuggire alla giustizia emulando le gesta dell’assassino di Lady Inglethorp!

Questo fu l’inizio della mia lunga carriera –  leggiamo ancora in An Autobiography – che, allora, non avrei mai sospettato tale. Infatti, … consideravo il libro come un esperimento unico e isolato. Ero stata sfidata a scrivere un romanzo poliziesco ed ero riuscita a farlo … Per me la faccenda era finita lì.

Fu la prospettiva di dover vendere Ashfield, l’adorata casa di famiglia, a reindirizzarla sulla strada della scrittura. Di Poirot a Styles Court erano state vendute poco più di 2.000 copie e alla Christie era entrata in tasca, citiamo testualmente, la miserabile somma di venticinque sterline, proveniente non dai diritti d’autore, ma dall’acquisto inaspettato dei diritti di pubblicazione a puntate da parte del Weekly Times.

Ebbene, mormorò a se stessa, tentar non nuoce. E la soluzione si presentò un bel giorno in una sala da tè…

… ma questa è un’altra storia.
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