L’assassinio di Roger Ackroyd

Editore nuovo, vita nuova.

Nel 1926 Agatha Christie comincia a scrivere per William Collins: non si lasceranno più. Il primo frutto di questo sodalizio è un romanzo che farà la storia della letteratura poliziesca: L’assassinio di Roger Ackroyd (The Murder of Roger Ackroyd, 1926), pubblicato in Italia anche con il titolo Dalle nove alle dieci.

Roger Ackroyd  ha vagato un bel po’ nella mia testa prima che riuscissi a elaborare tutti i particolari”, rivela la Christie nella sua autobiografia; il risultato di tante riflessioni è un’autentica pietra miliare del genere, un giallo da capogiro.

La vicenda si svolge a King’s Abbot, paesino sperduto in una contea dell’Inghilterra nord-occidentale in cui l’unico diversivo alla monotonia è il pettegolezzo. Quando la lama di un pugnale tunisino manda all’altro mondo Roger Ackroyd – il signorotto locale, “la vita e l’anima di King’s Abbot” – il misterioso affittuario del Villino dei Larici – un parrucchiere in pensione, si vocifera – prende in mano la situazione.

Nessuno sa chi sia – annota spiritosamente il dottor James Sheppard, narratore della storia – Stavolta l’ufficio informazioni ha fatto fiasco. Evidentemente il vicino deve pur comprare il latte, la verdura, la carne, proprio come tutti gli altri mortali, ma nessuno dei fornitori sembra sia riuscito a ottenere una qualche informazione attendibile. Pare che il suo nome sia Poirot, e che si occupi della coltivazione delle zucche.

Roger AckroydVeramente il sonno di King’s Abbot è profondo, osserva Leonardo Sciascia nella sua splendida introduzione all’edizione italiana, se nemmeno il dottor Sheppard, che è il più sveglio di tutti, sa nulla di Hercule Poirot. (…) Poirot noi invece lo conosciamo benissimo: e appena, al terzo capitolo, il dottor Sheppard con noncuranza ne fa il nome, sappiamo che alla fine del week-end quel piccolo uomo … ci consegnerà, come una macchina elettronica che abbia assimilato dei dati per noi invisibili o illeggibili, la (strabiliante, n.d.R.) soluzione del mistero, l’identità del colpevole.

La caratterizzazione più riuscita è sicuramente quella di Caroline Sheppard, sorella del dottore e “gazzettino” ufficiale di King’s Abbot.

Forse, scrive la Christie nella sua autobiografia, il personaggio di Miss Marple è un’emanazione della figura della sorella del dottor Sheppard … che tanto mi ero divertita a tratteggiare: una zitella inacidita, piena di curiosità, a cui non sfugge niente, una specie di servizio investigativo domestico. (…)

Anche se non lo sapevo, in quel momento a St. Mary Mead stava nascendo Miss Marple, e con lei, Miss Hartnell, Miss Wetherby e il colonnello e la signora Bantry. Erano già tutti lì, appena sotto il livello della coscienza, pronti a prendere vita.

ON STAGE

Quando il romanzo viene adattato per il palcoscenico (L’assassinio di Roger Ackroyd  è la prima opera di Agatha Christie ad essere rappresentata in teatro) il personaggio di Caroline, con grande rammarico dell’autrice, scompare.

Lo studio di Ackroyd (Prince of Wales Theatre, 1928)

Al dottore venne affibbiata un’altra sorella, molto più giovane, che doveva permettere a Poirot di esprimere il suo lato romantico, racconta Dame Agatha nella sua autobiografia.

Allora ignoravo il carico di sofferenza che un adattamento teatrale comporta per il povero autore letterario.

La gestazione di Alibi – questo il titolo della commedia – comincia del resto nel peggiore dei modi…

Sheppard e Poirot (Charles Laughton) scoprono il cadavere.

Mi scontrai subito con la sua (dello sceneggiatore Michael Morton, n.d.R.) proposta di ringiovanire Poirot di una ventina d’anni, di cambiargli il nome in Beau Poirot e di circondarlo di uno stuolo di estatiche fanciulle. Alla fine, con l’appoggio di Gerard Du Maurier, il regista, arrivammo al compromesso di eliminare Caroline.

La prima dello spettacolo aggiungerà poi un ulteriore carico di sofferenza:

Il testo vuole che il maggiordomo e il dottore bussino alla porta chiusa di uno studio, racconta la Christie, e che poi, non riuscendo ad aprirla, si riducano, con allarme crescente, a forzarla. La sera della prima, la porta dello studio non aspettò di essere forzata ma si aprì educatamente prima ancora che qualcuno l’avesse toccata con un dito, mostrando a tutti il cadavere che si preparava ad assumere la sua posizione definitiva. Da quel momento in poi, le porta chiuse a chiave, le luci che non svaniscono proprio nel momento in cui dovrebbero e le luci che non si accendono quando la scena lo richiederebbe mi rendono nervosa. Questi sono i veri tormenti del teatro.

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