Il codice da Vinci

Alcuni di voi storceranno il naso, lo so.

Il romanzo che sto per presentare ha sollevato un bel polverone, qualche tempo fa… polemiche accese (e in larga parte pretestuose) che hanno alimentato in molti il convincimento che l’opera in questione – bestseller internazionale che non ha mai avuto la pretesa di definirsi un saggio storico *** – sia in qualche misura una “truffa”, un tentativo malriuscito di vendere al grande pubblico un certo numero di tesi anti-cattoliche. Accantoniamo per un momento le diatribe storico-teologiche, tuttavia, e sforziamoci di vedere Il codice da Vinci (The Da Vinci Code, 2003) per quello che è: un thriller coi controfiocchi.

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Parigi, Museo del Louvre.

Nella Grande Galerie, il vecchio curatore Jacques Saunière, ferito a morte, stacca un prezioso Caravaggio dalla parete e piomba a terra sotto il peso del dipinto. Come previsto, l’allarme entra in funzione e le pesanti grate della sala bloccano il passo al suo assalitore. Nei pochi istanti di vita che gli sono concessi, Saunière si libera dei vestiti, si sdraia sulla schiena al centro del corridoio e divarica gambe e braccia “come un uomo legato a cavalli invisibili per essere squartato”: è la posizione dell’uomo vitruviano, il celeberrimo disegno di Leonardo da VinciAllo stremo delle forze, Saunière intinge quindi un dito nel proprio sangue e si disegna una stella a cinque punte intorno all’ombelico. 

La scena che si presenterà davanti agli occhi dei primi assalitori sarà dunque agghiacciante, e si riempirà ancor più di mistero quando, individuato nel pugno del cadavere un particolare tipo di pennarello che consente di tracciare dei segni visibili soltanto ai raggi ultravioletti, l’illuminazione a luce nera svelerà, a rossi caratteri luminescenti, l’ultimo messaggio del curatore.

E’ l’inizio di un’avventura incredibile alla ricerca del tesoro più desiderato e maledetto di tutti i tempi: il Santo Graal.

*

Per chi non avesse ancora letto il romanzo (fatelo, s.v.p., non ve ne pentirete!), ecco una breve carrellata pittorica che potrebbe tornare utile:

Una curiosità: Leonardo da Vinci dipinse due diverse versioni della Vergine delle Rocce: ve le propongo entrambe… e vi consiglio di aguzzare la vista perché in determinati casi anche una piccola differenza può, letteralmente, “fare la differenza”!

La versione conservata al Museo del Louvre di Parigi.
La versione conservata alla National Gallery di Londra.

Ed ecco un’interessante testimonianza di Matteo Bandello su come Leonardo lavorasse alla sua celeberrima “Ultima Cena”:

« Soleva […] andar la mattina a buon’ora a montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l’imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro dì che non v’avrebbe messa mano e tuttavia dimorava talora una o due ore del giorno e solamente contemplava, considerava ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava. L’ho anco veduto secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava, partirsi da mezzo giorno, quando il sole è in lione, da Corte vecchia ove quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Grazie ed asceso sul ponte pigliar il pennello ed una o due pennellate dar ad una di quelle figure, e di solito partirsi e andar altrove. »

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Cenacolo. Tempera grassa su intonaco (460x880cm). Refettorio di Santa Maria delle Grazie, Milano.

Se desiderate approfondire le tematiche del romanzo vi suggerisco di dare un’occhiata al “saggio della discordia” (i tre autori hanno citato in giudizio Dan Brown per plagio, perdendo la causa): Il santo Graal – titolo originale: The Holy Blood and the Holy Grail – di Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln (Mondadori, 1982). Le questioni affrontate sono indubbiamente affascinanti e le conclusioni… a dir poco stupefacenti!

Avverto che si tratta di una pubblicazione estremamente controversa; cito, per tutti, il commento di Umberto Eco, che descrive il saggio in parola come uno sfacciato modello di “fantastoria” (La bustina di Minerva).

*** L’edizione inglese del romanzo contiene la seguente premessa:

The Priory of Sion  — a European secret society founded in 1099 — is a real organization. In 1975, Paris’s Bibliothèque Nationale discovered parchments known as Les Dossiers Secrets, identifying numerous members of the Priory of Sion, including Sir Isaac Newton, Botticelli, Victor Hugo, and Leonardo da Vinci. The Vatican prelature known as Opus Dei is a deeply devout Catholic group that has been the topic of recent controversy due to reports of brain-washing, coercion, and a practice known as “corporal mortification.” Opus Dei has just completed construction of a $47 million National Headquarters at 243 Lexington Avenue in New York City. All descriptions of artwork, architecture, documents, and secret rituals in this novel are accurate.

La premessa è riportata anche nella primissima edizione italiana, a pagina 9. 
Le edizioni successive si aprono invece con la consueta dicitura “Questo romanzo è un’opera di fantasia… eccetera eccetera”, e la pagina 9 è completamente BIANCA. 

Un nuovo mistero per Robert Langdon?

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