Dalla Svezia con amore

La vita, l’arte e l’impegno di Stieg Larsson

… all’ora di pranzo il caporedattore Morander spirò. Era stato tutta la mattina chiuso nella sua gabbia di vetro mentre Erika insieme al segretario di redazione Peter Fredriksson aveva un incontro con la redazione sportiva per conoscere i collaboratori (…). Quando fecero ritorno al bancone videro Håkan Morander alzarsi dalla scrivania e avvicinarsi alla porta. Aveva un’espressione stupita. Poi si piegò bruscamente in avanti afferrando lo schienale di una sedia per qualche secondo prima di cadere sul pavimento. Era morto prima ancora che l’ambulanza avesse fatto in tempo ad arrivare.

Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta (Marsilio Editori)

Il 9 novembre del 2004, all’età di soli cinquant’anni, Karl Stig-Erland (Stieg) Larsson – cofondatore della rivista trimestrale Expo e autore di un poderoso trittico di romanzi del quale non avrebbe conosciuto le planetarie fortune – venne stroncato da un infarto sotto lo sguardo attonito dei colleghi giornalisti. L’ascensore dell’edificio di Stoccolma dove aveva sede Expo era guasto, quel giorno, e Larsson decise di percorrere a piedi i sette piani di scale che lo separavano dalla redazione; il superlavoro, lo stress, le troppe sigarette e i troppi caffè fecero il resto. Nel manoscritto che aveva consegnato una manciata di settimane prima alla casa editrice Norstedts – manoscritto che sarà pubblicato nel 2007 e che costituirà il terzo capitolo della cosiddetta trilogia Millennium – lo sfortunato giornalista svedese aveva descritto e commentato la morte improvvisa di un suo personaggio (il caporedattore del quotidiano conservatore Smp) senza immaginare che un destino beffardo aveva in serbo per lui la medesima sorte.

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“Che la gente muoia sul posto di lavoro è insolito, anzi raro” leggiamo alla pagina 256 del profetico tomo. “Si dovrebbe avere la cortesia di mettersi in disparte, per morire. Di andare in pensione o in malattia e un bel giorno diventare oggetto di conversazione in mensa. A proposito, hai sentito che il buon vecchio Karllson è morto venerdì scorso? Sì, il cuore. Il sindacato manderà dei fiori per i funerali. Morire sul posto di lavoro e sotto gli occhi dei collaboratori era diverso.”.

Diverso, sì, sfacciatamente brutale.

Eppure assai poco sorprendente ove si consideri la serie infinita di richiami e compenetrazioni tra la biografia di Stieg Larsson e le vicende narrate nei suoi romanzi.

Nel toccante memoriale Stieg e io – La storia d’amore da cui è nata la Millennium Trilogy (Marsilio Editori, 2012) l’architetto Eva Gabrielsson, compagna dello scrittore per oltre trent’anni, racconta con dovizia di particolari la genesi della saga larssoniana e il singolare, continuo intrecciarsi della finzione letteraria con le vicende personali dell’autore.

Stieg ha scritto duemila pagine in due anni quasi senza annotazioni, senza ricerche … , senza indagini. Com’è possibile?La spiegazione è semplice: i nostri trentadue anni fianco a fianco sono stati la sua banca dati. Millennium è il frutto dell’esperienza di Stieg ma anche della mia, delle nostre battaglie, dei nostri impegni, dei nostri viaggi, delle nostre passioni, delle nostre paure. E’ il puzzle delle nostre vite.”. 

Il confine tra fantasia e realtà finisce insomma col perdersi, con l’annacquarsi. La trilogia raccoglie gli umori, le consuetudini, i luoghi di incontro della coppia e li sublima in un meccanismo narrativo accattivante e di rara verosimiglianza: il Café Anna a Kungsholmen dove il giornalista Mikael Blomkvist rilegge la motivazione della sentenza che lo condanna per diffamazione, ad esempio, era il ritrovo abituale di Stieg ed Eva al termine delle rispettive giornate lavorative. Per quanto concerne i personaggi della saga, spesso si tratta di persone realmente esistite cui Larsson intendeva in qualche modo rendere omaggio: attribuire a una sua creatura “il nome di una persona in carne e ossa, o il suo lavoro, o la sua personalità, per Stieg era una dimostrazione di affetto o di ammirazione“. Nel tratteggiare l’enigmatico personaggio di Anita Vanger – fondamentale nel maestoso impianto di Uomini che odiano le donne, il primo capitolo della trilogia – Larsson si è largamente ispirato a Britt, la sorella di Eva Gabrielsson; il medico che riceve Lisbeth Salander al pronto soccorso dell’ospedale Sahlgrenska a Göteborg (La regina dei castelli di carta), è un caro amico dello scrittore sin dagli anni Settanta… e gli esempi potrebbero moltiplicarsi: non vi è pagina, in Millennium, che non rifletta uno scampolo di vita vissuta.

Eva Gabrielsson

Allo stesso modo in cui le vicende private di Stieg ed Eva sono divenute parte integrante dell’opera larssoniana, il clamoroso successo della trilogia – decine di milioni di copie vendute, riconoscimenti internazionali, serie televisive e la definitiva consacrazione agli altari hollywoodiani – ha finito con l’avere pesanti e inattese ripercussioni sul mondo reale.

Stieg ed Eva hanno vissuto insieme per più di trent’anni ma non si sono mai sposati per evitare che Larsson, sotto minaccia di morte a causa del suo impegno contro l’estremismo di destra, fosse facilmente rintracciabile. “Era molto più prudente che Stieg fosse registrato in tutti i documenti ufficiali come celibe” racconta Eva nel suo memoriale. “Trovare il suo indirizzo era relativamente facile, ma poi, visto che sulla porta o sulle bollette c’era solo il mio cognome, localizzarlo diventava piuttosto difficile“.

La mancata ufficializzazione del loro legame ha privato Eva di ogni diritto sull’eredità letteraria del compagno; la legge svedese non riconosce infatti alcun tipo di tutela ai conviventi more uxorioEva racconta come il padre e il fratello di Larsson (gli unici eredi legittimi dello scrittore), che nel corso degli anni si erano limitati a intrattenere con la coppia rapporti assai freddi e sporadici, abbiano preteso di gestire in maniera esclusiva la proprietà intellettuale di Larsson, come se si trattasse di un terreno di famiglia. Una presa di posizione che, a parere della Gabrielsson, riecheggia proprio i temi che l’opera larssoniana si propone di denunciare: l’ingiustizia, l’avidità, la discriminazione nei confronti delle donne; “(m)i sono sorpresa anch’io” ha dichiarato in una recente intervista “nell’accorgermi che raccontare la nostra storia è stato come scrivere il seguito di Millennium, anche se tra i personaggi mancano Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander“.

La posta in gioco, come si comprende, è altissima: la trilogia ha conosciuto un immediato e strepitoso successo pressoché in ogni angolo del pianeta, fruttando agli eredi dello scrittore una rendita multimilionaria.

Le ragioni del boom sono molteplici e vanno al di là della – indubbia – qualità letteraria della saga. Una prima spiegazione, se vogliamo azzardare un ragionamento di tipo socio-culturale, potrebbe risiedere nel fatto che, attraverso la trilogia Millennium, Larsson assesta un colpo durissimo alle nostre coscienze e al quadro idilliaco di una Scandinavia progressista ed egualitaria in materia di diritti umani e civili. La denuncia sociale, ben inteso, è la molla propulsiva di molti altri autori scandinavi; Larsson, tuttavia, si spinge oltre e decostruisce, arriva perfino a demolire quello che potremmo definire il “mito della Scandinavia felix” – sentimento assai radicato nel nostro immaginario. Ecco dunque la soddisfazione, il gusto di poter dire: non siete poi così perfetti, lo vedete che il male si annida proprio dovunque, sotto il sole, anche nel profondo Nord?

E’ una chiave di lettura possibile. Del resto l’opera di Larsson si caratterizza anche per la drammatica autenticità e attualità di ciò che racconta. L’affresco larssoniano trasuda verità in ogni pagina. Eva Gabrielsson chiarisce che “tutti gli atti di violenza descritti si ispirano a fatti di cronaca nera riportati nei rapporti di polizia.“. Stieg “si serviva di ogni piccolo dettaglio e aveva una memoria da elefante, visto che archiviava tutto nella sua testa e nel computer. Senza le lotte e l’impegno di Stieg, Millennium non sarebbe mai esistito: lui ne era il cuore, il cervello, i muscoli.“. Egli ha riversato se stesso nella sua breve (ma poderosa) avventura letteraria: gli ideali di una vita, l’etica giornalistica, i frutti delle sue inchieste. La trilogia, considerata in quest’ottica, è un lascito spirituale che domanda a gran voce di non passare sotto silenzio.

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La verità che emerge con più forza dall’opera larssoniana concerne il ruolo delle donne all’interno della società che si definisce “moderna”.

Femminista appassionato, Larsson si preoccupa innanzitutto di denunciare l’oppressione patriarcale che si consuma ogni giorno nel silenzio dei media e di esaltare i personaggi femminili che infrangono lo stereotipo del sesso debole. All’origine del femminismo di Larsson vi è un episodio drammatico di cui lo scrittore è stato testimone durante l’adolescenza (ed ecco ancora la vita che si mescola all’arte… !): lo stupro di una ragazzina da parte di un gruppo di coetanei, in un campeggio; il senso di colpa per non essere intervenuto lo perseguiterà per tutta la vita e determinerà il suo atteggiamento futuro nei confronti delle donne. Lisbeth Salander, la straordinaria hacker-guerriera protagonista della saga, è figlia di questa sensibilità. E sebbene Larsson abbia molte caratteristiche in comune con il personaggio di Mikael Blomkvist (giornalista investigativo indipendente e coraggioso), a detta di Eva è Lisbeth ad assomigliargli di più e a veicolare più chiaramente le sue convinzioni. “Millennium è un campionario di tutte le forme di violenza e discriminazione subite dalle donne“, leggiamo nel memoriale, ed è anche – forse soprattutto – in virtù di questa sua “ragione sociale” che la saga esercita su di noi un fascino così prepotente: perché la nostra è davvero una società in cui gli uomini odiano le donne.

Un’altra ragione per cui sentiamo Larsson più vicino e più “nostro” di qualunque altro scrittore della sua generazione e delle sue latitudini ha molto a che vedere con il lato romantico che si nasconde in ciascuno di noi.

La saga Millennium, pubblicata interamente postuma, trasuda incompiutezza e ha tutto il sapore di un testamento. Quando ci apprestiamo a leggerla siamo preparati alla rinuncia, alla frustrazione dei nostri desideri più profondi; sappiamo già che le sorti di Lisbeth Salander – forse il personaggio “crime” più riuscito dell’ultimo decennio – sono finite nel limbo della letteratura poliziesca. Se consideriamo poi che l’autore aveva pianificato una serie di ben dieci romanzi, lo smarrimento è totale. Il che, se da un lato conferisce all’opera larssoniana parte del suo fascino maledetto di capolavoro incompiuto, dall’altro finisce per alimentare la speranza che la storia, nonostante tutto, continui.

Nel suo memoriale Eva Gabrielsson sgancia la bomba e annuncia il ritrovamento di un quarto volume della saga: si tratterebbe (tutti i condizionali sono d’obbligo) di una bozza di circa duecento pagine che Larsson avrebbe fatto in tempo a scrivere prima di morire e che sarebbe custodita in un personal computer di proprietà della rivista Expo; il file conterrebbe, oltre agli appunti per il nuovo romanzo (incentrato sul personaggio di Lisbeth Salander e intitolato “La vendetta divina”), i nominativi di fonti giornalistiche che devono essere protette ad ogni costo. Duecento pagine che, schermaglie legali permettendo (la disputa fra la Gabrielsson e gli eredi legittimi dello scrittore verte principalmente sulla questione della proprietà intellettuale e si preannuncia di difficile soluzione), potrebbero consentire a colei che prima, più e meglio di chiunque altro ha conosciuto il microcosmo di Millennium di aggiungere un tassello al mosaico.

Ogni ammiratore di Stieg Larsson (e io, lo si è forse capito?, sono fra questi) farebbe carte false per mettere le mani su quel manoscritto. Ma proviamo a riflettere per un momento sulla portata e sulle conseguenze di un’operazione editoriale siffatta: siamo sicuri che l’arbitrio sia preferibile alla perfetta, poetica incompiutezza del tris di romanzi in esame (incompiutezza che rimarrebbe tale anche qualora venissero razionalizzati e pubblicati tutti gli appunti lasciati dall’autore)? “Stieg si sarebbe aspettato che difendessi tutto questo” ha dichiarato Eva Gabrielsson in una recente intervista a Marie Claire “invece di lasciarlo in mano ai ghost writers e agli sceneggiatori assoldati dalla sua famiglia per continuare a sfruttare il filone con tutti i mezzi. Credo che i lettori non meritino addirittura l’affronto di qualcuno che continua a scrivere per conto di Stieg, nemmeno se fossi io“.

Consoliamoci piuttosto con una sana rilettura di ciò che Stieg Larsson è stato in grado di completare. Tornare sui propri passi e rivivere intatte le emozioni della prima volta è il privilegio più squisito che la parola scritta conceda ai lettori.

Simona Tassara

(articolo originariamente pubblicato dalla rivista letteraria Fralerighe)

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