Tanto gentile e tanto onesta pare?

Madamina – si potrebbe intonare, mozartianamente – il catalogo è questo:

  • Anne Tyler: The Taming of the Shrew
  • Jeanette Winterson: The Winter’s Tale
  • Margaret Atwood: The Tempest
  • Howard Jacobson: The Merchant of Venice
  • Jo Nesbø: Macbeth

La Hogarth Press, impresa editoriale del gruppo Penguin Random House, ha affidato a una compagine di noti scrittori il compito di rivisitare con l’armamentario stilistico del romanzo moderno alcune fra le opere più celebri di William Shakespeare. Non me ne vogliano gli altri romanzieri prescelti ma la notizia nella notizia, per gli appassionati di crime fiction, è che Jo Nesbø, sovrano indiscusso della narrativa poliziesca scandinava, si appresta a rielaborare – leggasi: riscrivere – in chiave crime noir la tragedia più breve e più sanguinaria del Bardo di Stratford-upon-Avon.

Senza voler entrare nel merito di un’operazione dai contorni ancora sfumati (i romanzi saranno pubblicati a partire dal 2016, in concomitanza con il 400° anniversario della morte di Shakespeare) e destinata, stando a quanto si è potuto apprendere, ad arricchirsi di nuovi titoli e nuovi autori, è lecito domandarsi se sia proprio necessario offrire ai lettori una nuova versione di capolavori senza tempo che meglio scritti – e più crime!, nel caso di Macbeth – non si potrebbe; se un’opera perfetta, divenuta a pieno titolo un classico della letteratura mondiale, abbia bisogno di sciacquarsi i panni tra i fiordi nesbiani per conservare o addirittura ritrovare una qualche forma di appeal commerciale.

La questione, a ben vedere, è più complessa e attiene al rapporto fra l’inglese di Shakespeare, sublime e ispirato fin che si vuole ma inaccessibile ai più, e l’inglese moderno; la domanda che dovremmo porci è dunque se, e in quale misura, sia opportuno tradurre i testi classici nella lingua corrente in modo da renderli comprensibili, e di conseguenza maggiormente appetibili, per il lettore contemporaneo. Quesito tutt’altro che peregrino che finisce per chiamare in causa, con ogni evidenza, anche la letteratura di casa nostra.

Nel giugno dello scorso anno Aldo Busi ha vinto la XXXII edizione del Premio letterario Giovanni Boccaccio con la sua elegante, pirotecnica riscrittura del Decamerone. Classico fra i classici che tuttavia, sottolinea il noto scrittore e traduttore in un’intervista a firma di Luigi Irdi recentemente pubblicata nell’inserto di Repubblica “Il Venerdì”, “era un libro morto (…). Si studiava un po’ al liceo e amen. Ora non lo è più.”. Sulla questione che ci impegna l’autore del Especialista de Barcelona ha in effetti le idee chiarissime: tradurre i classici della letteratura non solo è giusto ma perfino “inevitabile”; quanto al capolavoro di Boccaccio, la nuova versione si è resa addirittura “indispensabile” in considerazione del fatto che “l’italiano del Trecento è una lingua totalmente straniera.”.

Ma non è necessario risalire così indietro nel tempo per constatare lo scollamento tra l’italiano che fu e l’italiano corrente: “Se uno prende delle pagine delle Sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi, scritto negli anni Trenta, non si capisce un tubo”, rimarca Busi; “vanno tradotte” o corrono il rischio di diventare, analogamente alle novelle boccaccesche, un testo per filologi più che per lettori. “Quando uno leggeva il Decameron in originale rideva”, fa notare Busi con la consueta schiettezza “Se lei oggi legge il testo di Boccaccio nemmeno vagamente le si increspano le labbra.”.

c281c62096361a717d5c94d164ca431a6155b3efAllo stesso modo, i contemporanei di Dante Alighieri possedevano gli strumenti linguistici per orientarsi nelle trame di un bellissimo testo, la Divina Commedia, oggi vagamente intelligibile solo grazie all’ausilio di numerose note a piè di pagina (“che sono delle gran rotture di palle”, Busi dixit trovandomi completamente d’accordo) e alla straordinaria opera di divulgazione di Roberto Benigni (e non è forse, anche il suo, un lavoro di traduzione, per giunta assai libera quando non arbitraria?). E’ curioso e paradossale che i lettori stranieri possano usufruire di pregevoli e perfettamente comprensibili traduzioni delle tre cantiche dantesche e che proprio in Italia queste siano divenute un testo oscuro e soporifero da “portare alla Maturità” e dimenticare in fretta.

Il dogma (non solo italiano) della intangibilità dei classici discende da una molteplicità di ragioni – non ultima la tendenza a considerare il sapere e la lettura come una sorta di perversione per pochi appassionati – ma soprattutto dalla natura fondamentalmente conservatrice della nostra lingua: una caratteristica che ha sempre portato a sottovalutare le differenze tra italiano antico e italiano moderno. Se è vero, del resto, che l’italiano ha subito mutamenti assai meno profondi rispetto alle altre lingue romanze sotto il profilo della fonologia e della morfologia, è altrettanto vero che esso si è evoluto in maniera considerevole sul piano dell’assetto sintattico; tale cambiamento, tuttavia, è stato classificato per lo più come un fatto di stile e non di lingua: non siamo forse in grado, osservava e tuttora osserva una parte consistente della critica letteraria, di leggere i testi di Dante, o Petrarca, o Boccaccio con un apparato di annotazioni relativamente modesto?

Sorvolando sul fatto che un’opera letteraria dovrebbe poter essere letta e goduta fino in fondo senza dover ricorrere all’ingombrante, e sovente inefficace, stampella delle note a piè di pagina (esiste ancora una differenza, voglio sperare, fra la lettura e lo studio matto e disperatissimo di un testo), già in un saggio pubblicato nel 1970 il critico letterario e filologo Gianfranco Contini cercò di dimostrare che le cose non stanno propriamente così – che non siamo, cioè, in grado di leggere e comprendere fino in fondo i testi dei padri della nostra lingua – attraverso il celeberrimo sonetto dantesco Tanto gentile e tanto onesta pare (Vita nuova, cap. 26, parr. 5-7). Contini fece osservare che, sin dal primo verso,

Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia, quand’ella altrui saluta, / ch’ogne lingua deven, tremando, muta, / e li occhi no l’ardiscon di guardare.

veniamo alle prese con termini che hanno un significato diverso da quello che viene loro attribuito nell’italiano moderno (“gentile” e “onesta”, nel sistema di valori della civiltà cortese, stanno per “nobile” e “piena di decoro”; “pare” non significa “sembra” bensì “si manifesta nella sua evidenza”, e così via).

Kessler_Twins_1966Siamo cambiati, insomma. Si tratta di solo stabilire se i classici debbano coprirsi di un ulteriore strato di polvere o provare a cambiare con noi. Occorre domandarsi, in altre parole, se i capolavori della letteratura “debbano essere considerati dei codici miniati per pochi, da conservare nelle biblioteche dei conventi, o possano tornare nelle mani di un popolo che parla una data lingua”. Quanto al rischio di “tradire” lo spirito originario dell’opera, Busi sottolinea come sia tutto un problema “di equilibri e misura. … Ciò che perdi qui, lo recuperi là, l’arrivo di nuove parole si inserisce con armonia. Nel mio Decameron ci sono parole come hinterland, dadaumpa, il ritornellino delle gemelle Kessler. Alla fine ridi e chi vince è Boccaccio”.

E’ Dante. E’ Shakespeare.

I cui testi originali – parrà un’ovvietà, ma è bene puntualizzarlo – non saranno mai sostituiti dalle traduzioni di Busi, di Nesbø o di chicchessia.

Staranno sempre lì, a disposizione di tutti. Con il loro corredo di glosse, commenti e rielaborazioni più o meno riuscite a ricordarci che tutto cambia e che la letteratura ha il compito, perfino il dovere, di adeguarsi. “Se tra mille anni non ci saranno più i pesci”, chiosa mirabilmente e assai giustamente Aldo Busi, “bisognerà pur raccontare la parabola della moltiplicazione dei pani e delle pillole, che so.”.

E’ il relativismo delle cose umane, bellezza.

Simona Tassara

(articolo originariamente pubblicato sul blog della Rivista Fralerighe)

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