Un requiem per il romanzo giallo

Trama originale:

Promisi sulla mia coscienza di trovare l’assassino, solo per non essere costretto a vedere ancora il dolore di quei genitori…

… e ora devo mantenere la mia promessa.

Il freddo e infallibile investigatore, il commissario Matthäi, è vincolato all’impegno preso e obbligato a risolvere il caso di una bambina di sette anni brutalizzata e uccisa in un bosco. Ma La promessa, “antiromanzo giallo”, liquida con un massimo di crudeltà e finezza il genere poliziesco colpendolo proprio alla radice, cioè nella sua favolosa e assoluta consequenzialità. Gli elementi del genere ci sono tutti: i colleghi, ottusi o altezzosi, che si rifiutano di prestare fede alle sorprendenti intuizioni del commissario; un delitto raccapricciante con drammatici precedenti; un presunto colpevole; e la sorpresa finale, con lo scioglimento del mistero e la rivelazione dell’autentico assassino. Tutto viene però parodisticamente distorto e deformato nella celebrazione funebre del personaggio del detective e del racconto giallo tradizionali. Dürrenmatt sostituisce alla morale pratica di ogni poliziotto (il delitto non paga) una morale metafisica in cui regna l’assurdo: il razionale non prevale affatto sul caos, o almeno non fatalmente, e chi fa affidamento sulla razionalità finisce per esserne la prima incompresa vittima.

*

La dichiarazione di intenti è contenuta nel sottotitolo e si dispiega con rara franchezza nelle primissime pagine di questo romanzo che non esito a definire eccezionale. Tempo sciupato occuparsi di letteratura poliziesca, sentenzia il dottor H. costeggiando il freddo e scostante Lago di Walen: “Non mi riferisco solo alla circostanza che tutti i vostri criminali trovano la punizione che si meritano. Perché questa bella favola è senza dubbio moralmente necessaria. Appartiene alle menzogne ormai consacrate, come pure il pio detto che il delitto non paga – mentre basta semplicemente considerare la società umana per capire dove stia la verità a questo proposito…” ; da quando i politici deludono in misura tanto grave, d’altro canto, “la gente spera che almeno la polizia sappia mettere ordine nel mondo, benché io non possa immaginare nessuna speranza più pidocchiosa di questa”. Quel che è davvero irritante, nel romanzo che ha l’ardire di denominarsi poliziesco, è l’intreccio: in esso “l’inganno diventa troppo grosso e spudorato” poiché, in nome del tributo pagato alla logica, “tutto accade come in una partita a scacchi, qui il delinquente, là la vittima, qui il complice, e laggiù il profittatore; basta che il detective conosca le regole e giochi la partita, ed ecco acciuffato il criminale, aiutata la vittoria della giustizia”. Il caso, che così spesso sposta l’ago della bilancia nella vita reale, non ha alcuna parte nella struttura del romanzo giallo, “e se qualcosa ha l’aspetto del caso, ecco che subito dopo diventa destino e concatenazione”.

La critica mossa da Friedrich Dürrenmatt alla detective fiction tradizionale corre dunque, essenzialmente, su un doppio binario: da un lato egli rimprovera al genere letterario in questione di gettare la verità in pasto alle regole drammatiche dimenticando, o fingendo di dimenticare, l’importanza dell’imponderabile (“voi scrittori” fa dire al dottor H. a pagina 17 del romanzo, “non cercate di penetrare in una realtà che torna ogni volta a sfuggirci di mano, ma costruite un universo da dominare”: un universo retto da rigorose leggi causali che può essere perfetto – e perfino possibile – ma che costituisce sempre, in ultima analisi, una menzogna); dall’altro lato Dürrenmatt assesta un colpo durissimo (vien quasi da dire mortale) al mito del detective onnisciente e infallibile à la Sherlock Holmes: il commissario Matthäi, criminalista di gran classe che conosce e applica alla perfezione le regole del “gioco” investigativo, mancherà di un soffio, per la più sciatta e miserevole delle fatalità, la risoluzione del caso e pagherà con la perdita della ragione il venir meno alla parola data. Una sorpresa finale così ridicola e banale che, avverte con una punta di amarezza il dottor H., non si potrebbe adoperarla in nessun film o romanzo appena decente. Una sorpresa crudele, che rende tardivamente e inutilmente giustizia al genio di Matthäi mettendone in luce, al contempo, l’intrinseca e dolorosa assurdità. A nulla gli è valso, infatti, intuire quel che gli altri non avevano intuito, sfondare muri di ipotesi e supposizioni, spingersi “in prossimità delle leggi che regolano il ritmo del mondo”: nel migliore dei casi egli verrà ricordato come un talento prodigioso inciampato, senza averne colpa, “in qualcosa di idiota”.

A meno che la colpa non consista proprio nel rifiutare la nostra dose quotidiana di naufragio nell’assurdo confidando che la realtà possa tornare come torna un conto… nell’ostinato pretendere che la ragione rischiari le cose del mondo più dello stretto necessario.

Capolavoro assoluto da (ri)leggere il più presto possibile.

Simona Tassara

(recensione originariamente pubblicata sul blog della Rivista letteraria Fralerighe)

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