Venti regole per scrivere romanzi polizieschi

Il romanzo poliziesco è un gioco intellettuale; anzi uno sport addirittura. Per scrivere romanzi del genere ci sono leggi molto precise: non scritte, forse, ma non per questo meno rigorose, e ogni scrittore poliziesco, rispettabile e che si rispetti, le deve seguire.

Nel 1928, lo scrittore e critico d’arte statunitense S.S. Van Dine (pseudonimo di Willard Huntington Wright), “papà” del detective Philo Vance, pubblicò su The American Magazine un articolo destinato ad entrare nella storia della letteratura poliziesca: Twenty Rules For Writing Detective Stories, una sorta di galateo del perfetto scrittore di gialli in venti semplici – e quasi tutte sacrosante! – regole (in rosso troverete le mie annotazioni):

  • Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.

    • è la regola fondamentale, da cui discendono (quasi) tutte le altre. Il lettore deve avere a disposizione tutti gli elementi per risolvere autonomamente il mistero. Un romanzo giallo costituisce sempre, in ultima analisi, una sfida a ricomporre un puzzle: un giallista degno di questo nome dovrà fornire al lettore un’invitante scatola completa di tutte – ma proprio tutte! – le tessere. Certo a volte sembra di diventare pazzi… “Si mettono insieme i pezzi”  considera Hercule Poirot in Corpi al sole “d’ogni forma e colore… ma tutt’a un tratto salta fuori un pezzo che dovrebbe adattarsi a una pelle d’orso, e invece si adatta alla coda di un micio”
  • Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.

  • Non ci dev’essere una storia d’amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all’altare.

    • doveva pensarla così anche Agatha Christie: “Personalmente il lato sentimentale nei romanzi polizieschi mi aveva sempre annoiato molto”, leggiamo infatti nella sua autobiografia. “L’amore era meglio lasciarlo alle storie romantiche. Mi sembrava assurdo contaminare con elementi sentimentali un processo che, secondo me, doveva essere rigorosamente scientifico. Ma la moda del tempo mi consigliava altrimenti: cercai quindi di fare del mio meglio con John e Mary  (protagonisti del suo primo romanzo: Poirot a Styles Court, n.d.R.)”. Ma se le storie d’amore troppo interessanti fossero state davvero bandite dalla sua produzione non sarebbero venuti al mondo capolavori come Assassinio sul Nilo, Il ritratto di Elsa Greer, Nella mia fine è il mio principio…
  • Né l’investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è un buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
    • e perché mai? Posto che il deus-ex-machina dev’essere uno e uno soltanto (si veda la regola numero 9) e non deve – per nessuna ragione – tradire la fiducia del lettore, per quale motivo un eventuale poliziotto ufficiale coinvolto nell’indagine non potrebbe risultare colpevole?
  • Il colpevole dev’essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l’oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.

  • In un romanzo poliziesco ci dev’essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorio non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.

  • Ci dev’essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell’assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev’essere remunerato!

  • Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto ab initio.

  • Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo “deduttore”, un solo deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l’interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c’è più di un poliziotto, il lettore non sa più con chi sta gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.

  • Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.

  • I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.

    • sic!
  • Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l’indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.

  • Società segrete, associazioni a delinquere et similia non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una “chance”: ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.

  • I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz’altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d’avventura.

  • La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall’inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che – inutile dirlo – capita spesso al lettore ricco d’istruzione.

    • un romanzo giallo è – dovrebbe essere – l’equivalente letterario del gioco delle tre carte: mano allenata contro un occhio – in genere – non altrettanto svelto (e “costituzionalmente disattento”, per usare la felice espressione di Leonardo Sciascia). Un buon giallista rimescola le carte con le maniche rimboccate all’altezza dei gomiti! Niente assi nella manica, insomma: l’abilità del giocoliere consiste proprio nel mostrare allo spettatore che la donna di picche, in fin dei conti, stava là dove si pensava fosse nascosto il fante di cuori.
  • Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di “atmosfera”: tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l’azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dare verosimiglianza alla narrazione.

    • “… una certa parsimonia nell’enunciazione mi sembra una caratteristica indispensabile, in un romanzo poliziesco”, scrive Agatha Christie nella sua autobiografia, “Il lettore non ha nessuna voglia di sentire le stesse cose rimasticate due o tre volte … Certo, in seguito si potranno operare dei tagli, ma farlo è spiacevole e rischia d rovinare il flusso della narrazione. Perché non approfittare della nostra naturale pigrizia per limitare le parole a quelle strettamente necessarie?”
  • Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.

  • Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.

  • I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.

  • Ed ecco infine, per concludere degnamente questo “credo”, una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:

    • scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
    • il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induca a tradirsi;
    • impronte digitali falsificate;
    • alibi creato grazie a un fantoccio;
    • cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
    • il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
    • siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
    • delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
    • associazioni di parole che rivelano la colpa;
    • alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra. 
S.S. Van Dine: “Twenty Rules for Writing Detective Stories”, The American Magazine (1928)
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2 pensieri riguardo “Venti regole per scrivere romanzi polizieschi”

  1. Le care vecchie regole di Van Dine (regole che neanche lui seguiva in alcuni casi… soprattutto la 1, la 4, la 16 e la 19).
    Mi permetto di rispondere ad un tuo dubbio sulla regola 4: era stata aggiunta perché agli inizi del Novecento si era sviluppata una forte produzione dei gialli, molti dei quali inserivano come colpevoli i detective o i servitori (e da questo deriva la regola 11).
    Ora questa tendenza è praticamente scomparsa… e in Agatha Christie (la cito perché ho visto che la conosci a fondo) la ritrovi solamente in “Hercule Poirot’s Christmas”, a mio avviso uno dei più fiacchi (e, fra l’altro, che necessita anche di un approccio visivo impossibile da realizzare in un libro), in “The Mouse Trap” (capolavoro), nella quarta fatica della raccolta “The labours of Hercules” (bellina, ma nulla di che) e, parzialmente, in “Curtain: Poirot’s Last Case” (opera troppo complessa per parlarne qua in due righe).

    Comunque complimenti, seguirò con piacere questo blog e, se non disturbo, ogni tanto mi farò vivo!

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