Sottomissione, di Michel Houellebecq

È la sottomissione. L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta.

Parigi, 7 gennaio 2015: un attentato terroristico in seguito rivendicato dal braccio yemenita di Al-Qāʿida insanguina la sede del periodico satirico “Charlie Hebdo” durante la riunione settimanale di redazione, provocando la morte di dodici persone (fra le quali il direttore Stéphane Charbonnier e i noti vignettisti Cabu, Tignous, Philippe Honoré e Georges Wolinski) e il ferimento di altre undici. In quello stesso giorno vede la luce in Francia il nuovo, attesissimo romanzo di Michel Houellebecq, già protagonista – coincidenza nella coincidenza che dimostra una volta di più, se mai ve ne fosse bisogno, che la realtà supera sempre, e di gran lunga, la fantasia – del n. 1177 del controverso “journal irrésponsable” uscito in edicola poche ore prima della strage.

“Le predizioni del mago Houellebecq”, recita la vignetta in copertina. “Nel 2015 perdo i denti … nel 2022 faccio il Ramadan!”
“Le predizioni del mago Houellebecq”, recita la vignetta in copertina. “Nel 2015 perdo i denti … nel 2022 faccio il Ramadan!”

Aspramente criticato e tacciato di islamofobia prima ancora di venire al mondo (ha giocato un ruolo cruciale, in questo, la personalità a dir poco ingombrante dell’autore, provocatore nato finito sotto processo nel 2002 per aver definito l’Islam “la più stupida delle religioni”, “pericolosa fin dalla sua apparizione”), il lavoro in commento colpisce anzitutto per l’assoluta mancanza di passaggi o riferimenti anche solo vagamente ostili alla cultura islamica: quest’ultima, che pure è intrigante ed efficacissima cornice nonché filo conduttore del romanzo (assistiamo, per il tramite di François, alle magnifiche sorti della Fratellanza musulmana, alla sua inarrestabile quanto pacifica ascesi alle vette del potere), non ne costituisce affatto l’argomento centrale. Potente e direi perfino coraggiosa narrazione distopica che può senz’altro annoverarsi tra le migliori opere di fantapolica mai scritte, “Sottomissione” racconta, a ben guardare, tutt’altro.

Racconta, in primo luogo, una perdita di senso. Individuale e collettiva, pubblica e privata: il tramonto di un’epoca e di un’intera civiltà, lo sgretolarsi dei cosiddetti “valori” della società moderna.

Racconta il limbo della decadenza: dell’Europa individualista che ha compiuto il suo suicidio morale e spirituale e che balla, ormai da lungo tempo, sulle proprie macerie; del nichilista François, professore universitario che si rende conto di aver raggiunto i picchi amorosi e intellettuali della sua vita (segnatamente, la redazione di una tesi di dottorato su Joris Karl Huysmans e la pubblicazione del suo unico libro) e di non aver mai avuto alcun tipo di vocazione per l’insegnamento: “Qualche lezione privata in cui mi ero impegnato con la speranza di migliorare il mio tenore di vita” ammette François in un passaggio chiave del romanzo “Mi aveva convinto quasi subito di come la trasmissione del sapere fosse nella maggior parte dei casi impossibile”.

Racconta, con la sobrietà e l’eleganza di stile che caratterizzano l’opera dell’autore più controverso di Francia, il rituale salvifico della conversione, il “sì” del vecchio continente, e di François, a un nuovo e non necessariamente infausto ordine delle cose, all’opportunità “di una seconda vita”. Un approdo dolce e a suo modo naturale, l’unico possibile. A voler scomodare la più celebre delle distopie verrebbe da dire che François e l’Europa tutta, alla fine dei conti, scelgono di colmare il vuoto esistenziale e culturale che li annichilisce e di amare, perché no?, il Grande Fratello.

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Se dovessi definire il romanzo in questione con una sola parola direi che si tratta di un romanzo, oltreché bellissimo, necessario: un alleato prezioso per provare a comprendere le contraddizioni del nostro tempo e il male di vivere che alberga in ciascuno di noi. Un inno al politicamente scorretto che pone una gran quantità di domande senza confezionare risposte pronte per l’uso: il che costituisce già di per sé un motivo più che valido per consigliarne – vivamente – la lettura.

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