Scrivo perché

è sempre meglio che scaricare casse al mercato centrale.
Scrivo perché non so fare altro.
Scrivo perché dopo posso dedicare i libri ai miei nipoti.
Scrivo perché così mi ricordo di tutte le persone che ho amato.
Scrivo perché mi piace raccontarmi storie.
Scrivo perché mi piace raccontare storie.
Scrivo perché alla fine posso prendermi la mia birra.
Scrivo per restituire qualcosa di tutto quello che ho letto.

Andrea Camilleri, Come la penso. Alcune cose che ho dentro la testa (2013)

Tanti auguri, Maestro!

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Come scacciare il ricordo

che si annida nei miei occhi?

ha scritto Keats. Ma è poi giusto liberarsene? Nel ripercorrere con la memoria il viaggio che è stato la nostra vita, abbiamo il diritto di ignorare i ricordi che non ci piacciono, o questa non è, piuttosto, una forma di vigliaccheria?

E tuttavia io penso che sia sufficiente dar loro una breve occhiata.

“Sì, è accaduto” basterà riconoscere. “Ma ora è finito. E’ un filo nel tessuto della mia esistenza che non posso rifiutare, ma è inutile soffermarvisi”.

Agatha Christie: An Autobiography (1977)

Quante cose da ricordare:

il tappeto di fiori che ho calpestato per arrivare al tempio di Yezidis a Sheikh Adi… la bellezza delle grandi moschee di Isfahan, la città magica… il rosso tramonto a Nimrud… lo Stretto dei Dardanelli, come mi appare nel silenzio della sera, dopo che sono scesa dal treno… gli alberi della New Forest, in autunno… i bagni nel mare di Torquay con Rosalind… Mathew che partecipa alle gare di Eton e Harrow… Max che torna dalla guerra e mangia aringhe con me. Tante cose… alcune sciocche, altre buffe, altre bellissime. Due grandi ambizioni soddisfatte: cenare con la regina d’Inghilterra (come si sarebbe inorgoglita Nursie. “Gatto, gattino dove sei stato?”); e l’inorgoglito possesso di una Morris dal muso sporgente… una macchina tutta mia! L’esperienza più toccante: il canarino Goldie che vola giù dal bastone della tenda dopo un giorno di disperato dolore.

Un bimbo dice: “Grazie, mio Dio, per la mia buona cena”,
Cosa posso dire io a settantacinque anni? “Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho avuto”.

Agatha Christie, La mia vita (1977)

Viaggiare è il mio peccato (una trilogia esotica)

“Vuoi andare da sola in Medio Oriente? E’ un mondo che non conosci affatto.”

“Oh, andrà tutto bene. A volte è necessario fare qualcosa da soli, no?” Era la prima volta che mi capitava e, per la verità, non ne avevo nemmeno tanta voglia, ma mi ero imposta: “Ora o mai più. Devi deciderti. Se non approfitti di quest’occasione per acquistare un po’ d’autonomia e sviluppare il tuo spirito d’iniziativa, finirai per adagiarti in un ritmo sonnolento e senza sorprese”.

Fu così che cinque giorni più tardi partivo per Bagdad.

(…) Avevo compiuto il giro del mondo con Archie, ero stata alle Canarie con Carlo e Rosalind ed ora stavo andandomene per conto mio. Dovevo scoprire che persona ero e se davvero avrei finito per dipendere dagli altri come temevo. Potevo abbandonarmi al gusto di esplorare luoghi nuovi… tutti quelli che volevo. Potevo cambiare idea da un momento all’altro, come avevo fatto quando avevo preferito Bagdad alle Indie Occidentali. Dovevo tener conto solo di me stessa e non sapevo se mi sarebbe piaciuto. Finora mi ero comportata esattamente come i cani, che escono solo se qualcuno li porta fuori. Forse era destino che restassi così, ma io mi auguravo il contrario.

Agatha Christie, La mia vita (Mondadori, 1978)

Non era destino, evidentemente.

La Regina del Giallo fu una viaggiatrice appassionata, curiosa, amante dell’avventura: lo testimoniano la sua divertente autobiografia, il bellissimo resoconto di viaggi “Come, Tell Me How You Live” (tradotto in Italia con il titolo Viaggiare è il mio peccato), pubblicato nel 1946, e, da ultimo, Il giro del mondo. Album di lettere e fotografie (titolo originale: “The Grand Tour. Letters and Photographs from the British Empire Expedition”), straordinaria raccolta di parole e immagini dai luoghi più suggestivi dell’Impero Britannico che, come annota giustamente Mathew Prichard, adorato nipote di Dame Agatha e curatore del volume, “offre uno spaccato della vita degli anni Venti che desta nostalgia e curiosità”. E lo testimonia, con altrettanta forza, la sua sconfinata produzione letteraria: la Christie ambientò infatti numerosi romanzi in “terra straniera” – L’uomo vestito di marrone (1924) attinge a piene mani dall’esperienza narrata in Grand Tour, ma già in Aiuto, Poirot!, dell’anno precedente, l’autrice aveva spedito il detective belga e il fedele Hastings in un “posticino tranquillo ma elegante, tra Boulogne e Calais”, in Francia… e che dire della strabiliante indagine a bordo dell’Orient Express? – e incastonò alcune fra le sue trame più memorabili nei luoghi più suggestivi del pianeta. L’esempio più fulgido è costituito dalla cosiddetta “trilogia esotica”: tre formidabili gialli in salsa mediorientale che hanno fatto la storia della letteratura poliziesca…

Non c’è più scampo

Isolati in una località sperduta della Mesopotamia alcuni archeologi, uomini e donne, stanno lavorando per riportare alla luce le rovine di un’antica città. 
Sulla piccola comunità di europei (una compagnia in verità molto eterogenea) aleggia però un’atmosfera di paura e di sospetto. Louise Leidner, la bellissima moglie del capo della missione archeologica, e ossessionata da oscure allucinate visioni. 
Quasi tutti i compagni la considerano malata di nervi ma forse, nel passato della donna si nasconde qualcosa di terribile, qualcosa o qualcuno vuole portare a termine una tremenda vendetta. 
In un crescendo drammatico la tensione che grava sui membri della spedizione sfocia in un orrendo delitto. 
Le autorità coloniali brancolano nel buio e il mistero sembra destinato a rimanere tale finché non arriva Poirot, che, dopo aver esaminato tutti i sospetti, riuscirà a risolvere in maniera inaspettata (ma in fondo logica) l’intricata vicenda.

Assassinio sul Nilo

Il destino ha riunito un eterogeneo gruppo di viaggiatori sul lussuoso battello da crociera Karnak, in navigazione sul Nilo.
Tra di essi la personalità dominante è senz’altro rappresentata dall’affascinante Linnet Ridgeway, la ragazza più ricca d’Inghilterra, abituata a essere sempre al centro dell’attenzione. Attorno a lei gravitano un fidanzato respinto e diversi accaniti ammiratori che se ne contendono i favori.
Ciascuno dei personaggi ha però una sua storia e un suo segreto da custodire, accuratamente nascosto sotto un’inappuntabile facciata di rispettabilità e di perbenismo.
Fra i turisti c’è anche Hercule Poirot, una volta tanto in vacanza, ma anche in questa occasione il suo ozio è destinato a durare poco. Nel giro di poche ore, infatti, a bordo del Karnak si consumano ben due delitti, e la tranquilla crociera si trasforma in una disperata caccia ad un assassino diabolicamente astuto.

Lois Chiles (Linnet Doyle) e Angela Lansbury (Mrs. Otterbourne) in una scena di “Assassinio sul Nilo”, di John Guillermin (1978).

La domatrice

Petra è un’affascinante città carovaniera della Transgiordania. In questa località il destino ha riunito un eterogeneo gruppo di turisti: un famoso psichiatra francese, una graziosa neolaureata in medicina, un’energica lady membro del Parlamento inglese, una signorina di mezz’età e una numerosa famiglia americana che gravita intorno alla «domatrice», un’onnipotente matrona che ama esercitare il suo potere sui familiari. 

Quando uno dei membri della comitiva viene ritrovato cadavere, affiora subito il sospetto che si sia trattato di un delitto. 

L’assassino però ha fatto male i suoi conti. 

Non ha infatti previsto la presenza di Hercule Poirot, che anche questa volta non si farà sfuggire il colpevole…

Non mi piace la folla,

la gente che mi preme da vicino, non mi piacciono le voci forti, i rumori, le chiacchiere troppo prolungate, i ricevimenti, meno che mai i cocktail, non mi piace il fumo delle sigarette, anzi, nessun tipo di fumo, la marmellata d’arance e il cibo tiepido; non mi piacciono le bevande alcooliche, tranne che per cucinare, le ostriche, i cieli grigi, le zampe degli uccelli, anzi, provo un gran fastidio a toccarli. Ma ciò che realmente aborrisco sono il sapore e l’odore del latte caldo.
Mi piace il sole, la musica, quasi tutta; mi piacciono le mele, i treni, i giochi con i numeri e ogni altra attività basata su di essi. Mi piace andare al mare, fare il bagno e nuotare; mi piace il silenzio; mi piace dormire, sognare, mangiare; mi piace l’odore del caffé; mi piacciono i mughetti, e molto i cani e andare a teatro.
Questi elenchi potrebbero essere meglio organizzati e comprendere voci più importanti e altisonanti, ma allora non rispecchierebbero più me e bisogna pure che mi rassegni a essere quella che sono.

Agatha Christie, An Autobiography (1977)

Dalla Svezia con amore

La vita, l’arte e l’impegno di Stieg Larsson

… all’ora di pranzo il caporedattore Morander spirò. Era stato tutta la mattina chiuso nella sua gabbia di vetro mentre Erika insieme al segretario di redazione Peter Fredriksson aveva un incontro con la redazione sportiva per conoscere i collaboratori (…). Quando fecero ritorno al bancone videro Håkan Morander alzarsi dalla scrivania e avvicinarsi alla porta. Aveva un’espressione stupita. Poi si piegò bruscamente in avanti afferrando lo schienale di una sedia per qualche secondo prima di cadere sul pavimento. Era morto prima ancora che l’ambulanza avesse fatto in tempo ad arrivare.

Stieg Larsson, La regina dei castelli di carta (Marsilio Editori)

Il 9 novembre del 2004, all’età di soli cinquant’anni, Karl Stig-Erland (Stieg) Larsson – cofondatore della rivista trimestrale Expo e autore di un poderoso trittico di romanzi del quale non avrebbe conosciuto le planetarie fortune – venne stroncato da un infarto sotto lo sguardo attonito dei colleghi giornalisti. L’ascensore dell’edificio di Stoccolma dove aveva sede Expo era guasto, quel giorno, e Larsson decise di percorrere a piedi i sette piani di scale che lo separavano dalla redazione; il superlavoro, lo stress, le troppe sigarette e i troppi caffè fecero il resto. Nel manoscritto che aveva consegnato una manciata di settimane prima alla casa editrice Norstedts – manoscritto che sarà pubblicato nel 2007 e che costituirà il terzo capitolo della cosiddetta trilogia Millennium – lo sfortunato giornalista svedese aveva descritto e commentato la morte improvvisa di un suo personaggio (il caporedattore del quotidiano conservatore Smp) senza immaginare che un destino beffardo aveva in serbo per lui la medesima sorte.

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“Che la gente muoia sul posto di lavoro è insolito, anzi raro” leggiamo alla pagina 256 del profetico tomo. “Si dovrebbe avere la cortesia di mettersi in disparte, per morire. Di andare in pensione o in malattia e un bel giorno diventare oggetto di conversazione in mensa. A proposito, hai sentito che il buon vecchio Karllson è morto venerdì scorso? Sì, il cuore. Il sindacato manderà dei fiori per i funerali. Morire sul posto di lavoro e sotto gli occhi dei collaboratori era diverso.”.

Diverso, sì, sfacciatamente brutale.

Eppure assai poco sorprendente ove si consideri la serie infinita di richiami e compenetrazioni tra la biografia di Stieg Larsson e le vicende narrate nei suoi romanzi.

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Agatha & Willy

Anche chi non ha grande dimestichezza con le statistiche a sfondo libresco saprà che Agatha Christie e William Shakespeare dominano incontrastati le classifiche degli autori più venduti e tradotti nella storia della letteratura mondiale.

Il dato ha la sua importanza e meriterebbe una lunga riflessione; ciò che desideriamo approfondire in questa sede, tuttavia, è il legame che intercorre fra questi due autentici campioni della parola scritta. Un legame profondo che va ben al di là dei primati condivisi.

Apparentemente lontani – come può una scrittrice di romanzi polizieschi, per quanto talentuosa e insolitamente prolifica, eguagliare in popolarità e successi il figlio più illustre di Stratford-upon-Avon? – i due hanno una gran quantità di cose in comune.

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Fuori dal blu

Viaggio nell’universo nero di Georges Simenon

Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) ha lasciato molto, dietro di sé: guadagni da capogiro, innumerevoli amanti, un’insaziabile voglia di grandiosità. E una vastissima, sconfinata produzione letteraria: circa duecento romanzi firmati con il proprio nome e altrettanti sotto vari pseudonimi, un migliaio di articoli e centinaia di racconti, oltre a volumi di dettature e memorie. Viveur formidabile, scriveva al ritmo di ottanta pagine al giorno e tre libri al mese, e collezionava pipe con identica frenesia.

A lungo snobbato dalla critica, Simenon ha ricevuto numerosi attestati di stima dagli intellettuali più autorevoli del XX secolo: per Jean Luc Godard, “in Simenon si realizza la felice unione tra Dostoevskij e Balzac”; il Premio Nobel André Gide, che l’autore belga considerava un maestro, lo giudicò “un grande romanziere, forse il più grande e autentico che la letteratura francese abbia oggi”. Se non il più grande, di sicuro Simenon è stato lo scrittore più prolifico della sua generazione: lavorava per sei editori differenti e la tiratura globale delle sue opere ha superato il traguardo del miliardo di copie. Si narra di una telefonata di Alfred Hitchcock il quale, informato dalla segretaria dello scrittore che “Monsieur è impegnato nella stesura di un romanzo” e conoscendo l’incredibile velocità di scrittura di Simenon, pare abbia risposto con un folgorante: “Ok, signorina, attendo in linea”! Ipertrofico in tutto, anche nelle contraddizioni, Simenon suscita da sempre opinioni e giudizi assai discordanti: vi è chi lo ritiene un “semplice”, ancorché abilissimo, scrittore di gialli, e chi lo considera invece – con qualche buona ragione – uno dei massimi autori di prosa del Novecento.

Il nome e il successo di Georges Simenon sono legati principalmente alle inchieste del Commissario Maigret, veri e propri gioielli della letteratura poliziesca che, discostandosi dall’impianto tradizionale del whodunit (il giallo deduttivo o giallo classico all’inglese), spostano il fuoco dell’attenzione dal “chi è stato” (who done it, per l’appunto) al “perché lo ha fatto”.

L’indagine psicologica assume, nei romanzi e racconti di cui si tratta, una rilevanza del tutto particolare: Maigret è interessato alle vicende umane che conducono al crimine più che al crimine in sé e alla sua risoluzione; ciò che conta, ai suoi occhi, è il percorso che porta il colpevole ad essere colpevole e la vittima ad essere vittima. Maigret è un conoscitore d’anime che utilizza il “non metodo” (come lo definisce lui stesso) dell’intuito e dell’immedesimazione, un indagatore del lato oscuro dei cuori. Il colpevole viene sospettato e talvolta persino individuato assai presto, nell’intreccio, e l’inchiesta non è che il disvelamento del suo dramma interiore e delle circostanze che lo hanno provocato; lungi dall’essere riparatrice o consolatoria, dunque, la risoluzione del mistero si rivela essere piuttosto un anelito di comprensione: Maigret dubita, s’interroga, si sforza di conoscere. E non giudica. E’ un investigatore profondamente umano, insomma, con le sue storture e le sue debolezze… e una pietà infinita per chi si perde sulla strada del male: una figura pressoché unica nel panorama letterario poliziesco, saturo di super-detective onniscienti e paladini del Bene con la B maiuscola.

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La nostra recensione de L’assassino

Ma è nei romanzi che Simenon stesso definiva “seri” – romanzi in corso di traduzione e pubblicazione da Adelphi sin dal 1985 – che si nascondono le sorprese più ghiotte: L’assassino, La verità su Bébé Donge, Il fidanzamento del signor Hire, L’uomo che guardava passare i treni, per citarne alcuni, sono opere sorprendenti che fanno di Simenon il punto di riferimento imprescindibile per ogni scrittore noir.

“Simenon per la scrittura noir è come Shakespeare per il teatro: non si può fare a meno di lui” : parola di Giancarlo De Cataldo, autore di spicco del noir italiano che sottolinea uno degli aspetti più importanti dell’eredità dello scrittore belga: l’aver saputo superare la dicotomia tra scrittura di genere e scrittura “alta”, imponendosi come autore senza etichette e restituendo dignità letteraria al poliziesco e al noir. In un certo senso si può dire che attraverso l’opera di Georges Simenon il noir diventa noir d’autore, e sbalordisce ancor oggi per la sua contemporaneità.

I romanzi simenoniani raccontano una discesa verso l’abisso, una caduta inarrestabile verso il male e le sue conseguenze. Non vi sono misteri o problemi logici da risolvere, né assassini da smascherare: il protagonista è in genere un uomo qualunque che “passa la linea” e percorre il cammino della dannazione nel convincimento – illusorio – di conquistare con la devianza criminale una forma di emancipazione dalle pochezze dell’esistenza quotidiana. A ben vedere le opere non prettamente poliziesche di Simenon descrivono tutte questa parabola discendente, questa incrinatura irreversibile; esse indagano il delitto, se non con indulgenza, con una lucida e glaciale impotenza: quasi che il nostro antieroe non potesse far altro che invischiarsi nella ragnatela del male e precipitare in un baratro in cui, lungi dal riscattarsi, ritrova i fantasmi da cui ha tentato disperatamente di fuggire.

Fuori dal blu e dentro al nero, verrebbe da dire prendendo in prestito le parole di Neil Young: un infinito spleen declinato in piccole e penetranti storie nere. Non (non solo) perché un certo numero di personaggi, fatalmente, muore; ma perché si racconta la tragedia umana del vivere.

Se Barry Gifford non era lontano dal vero quando sosteneva che il noir “é soltanto una storia che inizia male e finisce peggio”, allora Simenon può considerarsi a pieno titolo uno dei più grandi romanzieri noir del secolo scorso nonché un maestro assoluto del genere.

Se è vero poi, come scrisse il giornalista e critico cinematografico Giorgio Gosetti, che il noir, al pari del blues, non è un genere bensì “un colore, uno stato d’animo, una sensazione”, possiamo affermare senza timore di smentita che Simenon ha colorato di nero ogni singolo scritto regalandoci un retrogusto d’amaro in bocca e una miriade di piccoli e grandi capolavori di questo genere letterario.

Simona Tassara

Articolo originariamente pubblicato dalla rivista letteraria Fralerighe.

Fare romanzi: una lectio magistralis

Torino, 13 maggio 2011.

Ho l’onore di assistere a una straordinaria lectio magistralis del Professor Umberto Eco al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Tema: Fare romanzi: libertà e costrizione dello scrittore. 

Svolgimento… beh, da par suo.

SPETT.UMBERTO ECO A NAPOLI(SUD FOTO SERGIO SIANO)

Raramente ho provato un’emozione così forte al cospetto di uno scrittore, e spiegarne il motivo non è cosa semplice. Certo il carisma dello scrittore in questione gioca un ruolo importante: in Umberto Eco si coniugano felicemente lo scalpitare di un’intelligenza poderosa e un elegante, irriverente senso dell’umorismo… 

Ma vi è di più, ne sono ben consapevole.

Eco è l’autore di due romanzi, Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault, che ho amato – e amo ancora – visceralmente. Trovarmi faccia a faccia (decima fila conquistata con unghie, denti e una buona dose di fortuna) con il creatore di Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk, di Casaubon, Diotallevi… dell’adorato Jacopo Belbo!, ascoltare dalla sua voce la genesi di quelle storie e di quei personaggi mi catapulta, letteralmente, in un’altra dimensione.

Il preambolo, a onor del vero, è sconvolgente:

Uno degli aforismi del grande Stanisław Jerzy Lec – esordisce il Maestro – è: “Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo” … e non aspettatevi … che io vi parli troppo del Nome della Rosa, perché io odio questo libro e spero che anche voi lo odiate. Di romanzi ne ho scritti sei e gli ultimi cinque sono naturalmente migliori, ma per la legge di Gresham quello che rimane più famoso è sempre il primo…

Ne parla quasi con tenerezza, tuttavia, raccontando dei mesi trascorsi a disegnare piantine dell’abbazia in cui si sarebbe svolta la vicenda, di come abbia costruito i dialoghi fra i monaci in modo che si esaurissero realisticamente in un dato tragitto dell’abbazia…

Misure, calcoli, infinito amore.

I miei romanzi sono nati tutti da un’idea seminale, racconta il Professore a una platea singolarmente disciplinata, che era poco più di un’immagine: un monaco avvelenato mentre legge un libro in una biblioteca, un ragazzo che suona la tromba a un funerale di partigiani… Basta che tu scelga un personaggio, o una situazione, e lo metti lì… dopodiché puoi sederti in poltrona a limarti le unghie: il personaggio va avanti per conto suo.

Finché lo sventurato autore non si ritrova ingabbiato in costrizioni che egli stesso ha dato per presupposte: … mi piaceva che i personaggi avessero vissuto gli eventi del 1968. Ma siccome poi Jacopo Belbo scrive i suoi files sul computer, e i primi personal computer entrano in commercio nel 1982-’83, io dovevo far passare del tempo dal ’68 all’83… e non sapevo cosa far succedere (rispolvererà poi, come forse ricorderete, alcune interessanti esperienze sudamericane).

Pendolo-di-Foucault

La letteratura, a ben vedere, si basa sempre sulle costrizioni: pensate all’inflessibile costruzione dei canti di Dante, pensate alla rima, al metro… ma è lo stesso anche in pittura se si sceglie olio o tempera. Il resto è lavoro ai fianchi, artigianato di genio, disciplina.

Vi sono momenti, poi, in cui l’improvvisazione guadagna spazio e si può godere appieno delle gioie della creazione. E’ il caso della scena del cimitero, una delle più suggestive del Pendolo di Foucault e l’unica scritta a computer: muovevo le mani sulla tastiera come al pianoforte, confessa con un sorriso. E’ stata come una jam session.

Ripenso così all’appagamento e allo sconcerto che ho provato leggendola, questa scena (leggendo l’intero romanzo, a voler essere sinceri). Un libro “bello e necessario”, come ha osservato Severino Cesari sul Manifesto, “perché intelligentissimo, scintillante d’arguzia, e inoltre perché eruditissimo, e perché svolge un’importantissima tesi ideologica: nientemeno contrastare la Teoria del Complotto che da tempo immemorabile ci spinge a cercare un Segreto sotto il velo del mondo… Come poche volte succede, si chiude il libro con la sensazione di aver compiuto una esperienza necessaria”.

E’ così che mi sento, quest’oggi. Parte di un’esperienza necessaria e – direbbe forse il Maestro – “onanisticamente deliziosa”.

Poco importa che una mano destra fasciata impedisca il sacro rituale degli autografi. E’ un dolore piccolo, senza traccia.

Nell’estasi pura di un amore infinito.