Parigi, 2011

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Quella primavera ho collaborato alla sceneggiatura di una serie televisiva.

Questo il soggetto: una notte, in un paese di montagna, tornano dei morti. Non si sa perché, né perché proprio quei morti e non altri. Loro stessi non sanno di essere morti. Lo capiscono dallo sguardo spaventato delle persone che amano, che li amavano, accanto alle quali vorrebbero riprendere il proprio posto.

Non sono zombie, non sono fantasmi, non sono vampiri. Non siamo in un film fantastico ma nella realtà.

Ci si chiede, seriamente: che cosa succederebbe se questo evento impossibile capitasse per davvero? Se entrando in cucina trovaste vostra figlia adolescente, morta da tre anni, che si sta preparando una scodella di cereali con la paura di essere sgridata perché è tornata a casa tardi e non ricorda assolutamente nulla di ciò che è accaduto la sera prima, voi come reagireste? In concreto: quali gesti fareste? Quali parole direste?

Emmanuel Carrère, Il Regno (Adelphi, 2015): da oggi in libreria!

Accade, talvolta

, che un microscopico moscerino increspi la superficie di una pozzanghera più della caduta di un enorme sasso. E’ ciò che avvenne quella domenica alla Châtaigneraie. Altre domeniche, nella memoria dei Donge, erano rimaste in un certo senso storiche, come la domenica della bufera, quando il faggio si era schiantato al suolo “appena tre minuti dopo che era passata la mamma”, oppure la domenica della grande litigata, che aveva raffreddato per parecchi anni i rapporti fra le due coppie.

Quella domenica, che si potrebbe chiamare la domenica del grande dramma, trascorse invece con la limpidezza e la calma di un ruscello in pianura.

Georges Simenon, La verità su Bébé Donge (1942)

Dato che non le restano

più di diciannove ore di vita prima di essere assassinata, la signora Adelaide Testa Simonis – Laide per gli intimi – e la sua casa in Costa Azzurra meritano una descrizione piuttosto minuziosa.

The Life - Copia

L’appartamento dove vive la signora è al quinto e ultimo piano di un bianco palazzo floreale in Boulevard de Cimiez, a Nizza. E’ gradevolmente esposto a sud, verso il mare, e i terrazzi si affacciano su un giardino in parte privato (per gli appartamenti a piano terra), in parte condominiale. Lo si raggiunge con un ascensore dagli splendenti cristalli molati. Intorno alla scala curva si snoda una ringhiera dove ciliegie stilizzate rincorrono diafani iris. Questi stessi fiori, in due gradazioni di cobalto e crema, li ritroviamo nell’atrio dell’appartamento, disposti in un vaso di Lalique.

Gianni Farinetti, Un delitto fatto in casa (Marsilio, 1996)

La guerra era iniziata.

Questo pensò Irene Piscitelli appena vide i tre cadaveri nell’hangar. Stracci nelle nocche per impedire loro di urlare e un colpo alla nuca per ciascuno. Ma il particolare che attirava l’attenzione era un altro: a tutti erano state amputate le mani. Dalla quantità di sangue presente sul pavimento capì che gliele avevano tagliate quand’erano ancora in vita. Un messaggio abbastanza esplicito: finitela di rubare.

Piergiorgio Pulixi: La notte delle pantere (Edizioni e/o, 2014)

Il giorno che l’avrebbero ucciso,

Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d’uccelli. «Sognava sempre alberi, – mi disse Plácida Linero, sua madre, 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. – La settimana prima aveva sognato di trovarsi da solo su un aereo di carta stagnola che volava in mezzo ai mandorli senza mai trovare ostacoli», mi disse. Plácida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva riscontrato il minimo segno di malaugurio in quei due sogni di suo figlio, né negli altri sogni con alberi che lui le aveva riferito nei giorni che precedettero la sua morte.

Gabriel García Márquez, Cronaca di una morte annunciata (1981)

Sherlock Holmes,

che generalmente scendeva molto tardi al mattino tranne che nelle non rare occasioni in cui rimaneva alzato tutta la notte, era già seduto al tavolo della colazione. Mi fermai sul tappeto accanto al caminetto a raccogliere il bastone dimenticato la sera prima dal nostro visitatore. Era un bel bastone col pomo rotondo, del tipo comunemente chiamato «Malacca». Proprio sotto l’impugnatura c’era una larga fascia d’argento con l’iscrizione «A James Mortimer, M.R.C.S. dai suoi amici del C.C.H.» e la data «1884». Era proprio il tipo di bastone adatto a un medico di famiglia vecchio stampo – dignitoso, solido, e rassicurante. Di questo bastone lui andava fiero.

Sir Arthur Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville (1902)

Sherlock Holmes prese il suo flacone

dall’angolo della mensola del caminetto e la sua siringa ipodermica da un elegante astuccio di marocchino.

Con le dita lunghe e nervose infilò l’ago sottile e arrotolò la manica sinistra della camicia.

Per un po’, osservò pensoso l’avambraccio muscoloso e il polso, costellati di innumerevoli segni di punture.

Alla fine, infilò con gesto deciso la siringa, premette il pistone e si abbandonò nella poltrona di velluto con un lungo sospiro di soddisfazione.

Sir Arthur Conan Doyle, Il segno dei quattro (1890)

Mi sento sempre attratto

dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Per esempio, nella Settantesima Est c’è un edificio di pietra grigia dove, al principio della guerra, ho avuto il mio primo appartamento newyorchese. Era una stanza sola affollata di mobili di scarto, un divano e alcune poltrone paffute, ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che ricolleghiamo alle giornate d’afa in treno. Le pareti erano a stucco, di un colore che ricordava uno sputo tabaccoso. Dappertutto, perfino in bagno, c’erano stampe di rovine romane, molto vecchie e tempestate di puntolini scuri. L’unica finestra dava sulla scala di sicurezza. Ma, anche così, mi si rialzava il morale ogni volta che mi sentivo in tasca la chiave del mio appartamento; per triste che fosse, era un posto mio, il primo, e lì c’erano i miei libri, i barattoli pieni di matite da temperare, tutto quello che mi occorreva (o così almeno pensavo) per diventare lo scrittore che volevo diventare.

Truman Capote, Colazione da Tiffany (1958)

Il villaggio di Holcomb

si trova sulle alte pianure di grano del Kansas occidentale, una zona desolata che nel resto dello stato viene definita «laggiù.» Un centinaio di chilometri a est del confine del Colorado, il paesaggio, con i suoi duri cieli azzurri e l’aria limpida e secca, ha un’atmosfera più da Far West che da Middle West. L’accento locale ha pungenti risonanze di praterìa, una nasalità da bovari, e gli uomini, molti di loro, portano stretti pantaloni da cowboy, cappello a larghe tese e stivali con tacchi alti e punte aguzze. Il terreno è piatto e gli orizzonti paurosamente estesi; cavalli, mandrie di bestiame, un gruppo di silos bianchi che si elevano aggraziati come templi greci, sono visibili parecchio prima che il viaggiatore li raggiunga. 

Anche Holcomb può essere scorto da grandi distanze. Non che ci sia molto da vedere; solo un confuso agglomerato di costruzioni diviso al centro dai binari della Ferrovia Santa Fé, un borgo qualsiasi delimitato a sud da un tratto del fiume Arkansas (pronunciato Ar-kan-sas), a nord da un’autostrada, la Route 50, a est e a ovest da praterie e campi di grano. Dopo una pioggia, o quando le nevi si sciolgono, le strade prive di nome, di ombra, di pavimentazione, passano dal polverone al fango. A un capo della cittadina si trova una vecchia costruzione spoglia, in calce, il cui tetto sorregge un’insegna elettrica – DANZE – ma il ballo è cessato da tempo…

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Truman Capote, A sangue freddo (1965)

La signora Kampf

entrò nello studio chiudendosi la porta alle spalle così bruscamente che tutte le gocce di cristallo del lampadario, mosse dalla corrente d’aria, tintinnarono d’un suono puro e leggero di sonagli.

Ma Antoinette aveva continuato a leggere, china sullo scrittoio tanto da sfiorare la pagina con i capelli.

Irène Némirovsky, Il ballo (1930)

20 luglio, ore 9

Ho sempre pensato che una città come Genova non debba svegliarsi. Un sono continuo e lattiginoso, tra odori di stoccafisso e frutta secca, incenso e piscio. Ma stamattina, quando sono arrivato al Mercato Orientale per la spesa, in una giornata illuminata a chiara, ho temuto che Genova potesse svegliarsi, tirarsi su dal letto e dire: ragazzo, ora si cambia vita!

E sarebbe stato un grosso guaio.

Mario Paternostro: Troppe buone ragioni – Il commissario Falsopepe e il caso del bambino rapito

Erano le otto del mattino,

l’ora in cui, dopo una notte calda, soffocante, gli ufficiali, i funzionari ed i nuovi venuti, facevano, di solito, il loro bagno in mare, prima di andare a bere il caffè od il tè al Padiglione.

Ivan Andreitch Laievski, un giovanotto ventottenne, biondo e magro, col berretto d’impiegato al ministero delle Finanze, calzato di pantofole, nell’andare a fare il bagno, incontrò sulla spiaggia, fra parecchie altre conoscenze, il suo amico, il medico militare Samolienko.

Anton Čechov, Il duello (1892)

Oggi la mamma è morta.

O forse ieri, non so.

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Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri.

L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera.

Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.

Albert Camus, Lo straniero (1942)

Ero stato catturato

dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943. Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione.

Primo Levi: Se questo è un uomo (1947)

E dimmi: lo sai, tu

, cos’è l’amore?

Tu che lo vendi a due lire a incontro, cinque minuti per respirarti addosso, nemmeno il tempo di guardarti negli occhi, di mormorare il tuo nome, pensi di sapere che cos’è l’amore?

Che ne sai tu delle lunghe attese, dei silenzi sospesi nell’ansia di una parola, di un sorriso?

Maurizio De Giovanni: Vipera (Einaudi, 2012)

Un’antica città inglese

con la sua Cattedrale? Ma come può la città, con la sua Cattedrale, trovarsi qui? E come può trovarsi qui la massiccia, grigia torre quadrata della Cattedrale, così ben riconoscibile? Come può essere qui! Tra l’occhio e la torre campanaria, da qualsiasi parte del paesaggio reale si guardi, non c’è alcuna lancia di ferro arrugginito che si frapponga, nell’aria. E allora, che cosa è questa lancia che ora si leva, e chi ce l’ha piantata? Forse è stata piantata per ordine del Sultano, per impalarvi un’orda di briganti turchi, uno dopo l’altro. Così dev’essere, perché si sentono risuonare fragorosamente i cimbali e il Sultano si reca verso il suo palazzo con un lungo seguito. Diecimila scimitarre sfolgorano al sole e trentamila danzatrici lanciano fiori.

Charles Dickens: Il mistero di Edwin Drood (1870)

Al suo tavolo da lavoro, Pablo Simò

disegna il profilo di un edificio che non esisterà mai. Come se fosse condannato a fare lo stesso sogno ogni notte, da anni rifà quel bozzetto: un palazzo di undici piani rivolto a nord. Conserva in una cartella la serie di disegni identici, non sa quanti siano, ha perso il conto da tempo; più di cento, meno di mille. Non li numera, però li firma: architetto Pablo Simò, e ci mette la data. Per sapere in quale giorno ha disegnato il primo bozzetto dovrebbe cercarlo sotto la pila di fogli, ma non lo fa; l’ultimo porta la data di quel giorno: 15 marzo 2007. Si ripromette di contarli, prima o poi; disegni dello stesso palazzo, sullo stesso terreno, con la stessa quantità di finestre e balconi alla stessa distanza precisa, sempre con la stessa prospettiva, lo stesso giardino davanti e intorno all’edificio, gli stessi alberi, uno su ciascun lato del portone d’ingresso. Pablo pensa che se contasse uno per uno i mattoni che disegna a mano libera sulla facciata scoprirebbe che in ogni bozzetto la quantità è identica. E’ per questo che non li conta, perché ha paura che sia proprio così, ha paura di scoprire che il disegno non lo ripete di sua volontà ma è qualcosa di inevitabile.

Claudia Piñeiro, La crepa (Feltrinelli, 2013)

Lo strangolamento di Archibald Dudley Abernethy

fu la prima scena della tragedia in nove atti che ebbe come ribalta New York e alla quale la città reagì inconsideratamente.
D’un tratto più di sette milioni e mezzo di persone sembrarono aver perduto la testa. Il centro del fenomeno fu Manhattan, quel Gotham che, come ebbe a indicare il “New York Times” nel momento peggiore della crisi, era stato ispirato da un leggendario villaggio inglese i cui abitanti erano noti per la loro stranezza, Non fu un’allusione troppo felice, perché non c’era nulla di comico nella realtà. L’ondata di panico causò più lutti del Gatto stesso…

Ellery Queen: Il gatto dalle molte code (1949)

In un giorno caldissimo

dell’agosto 1994, mia moglie mi disse che scendeva al Rite Aid di Derry a prendere una ricarica per il suo inalatore perché la sua era esaurita; un farmaco prescrittole dal medico, che credo oggigiorno si venda senza ricetta. Io per quella giornata avevo finito di scrivere e mi offrii di assumermi l’incombenza. Lei mi ringraziò, ma voleva comperare del pesce al supermercato lì accanto; due piccioni con una fava e compagnia bella. Mi soffiò un bacio dal palmo della mano e uscì. La rividi in TV. E’ così che si identificano i morti qui a Derry, non si percorre un corridoio sotterraneo di piastrelle verdi sotto lunghi tubi fluorescenti, non ti tirano fuori un cadavere nudo da una cella frigorifera. Si entra in un ufficio con la scritta PRIVATO, si guarda uno schermo TV e si dice sì o no.

Stephen King, Mucchio d’ossa (1998)

Mi hai chiesto cosa, Andy Bissette?

Se “capisco i diritti che mi hai spiegato”? Miseria! Com’è che certi uomini sono così gnucchi?

No, una bella calmata te la dai tu. Mettiti la lingua in saccoccia e dai retta tu a me per un po’. Ho idea che avrai da ascoltarmi per quasi tutta la notte, perciò ti consiglio di metterti il cuore in pace. Sicuro che capisco quello che mi hai letto! Credi che mi sono fatta fuori tutto il cervello da quando ti ho visto giù al mercato? E’ stato lunedì pomeriggio, nel caso che hai perso il conto dei giorni. Ti ho avvertito che tua moglie te ne diceva di cotte e di crude per quel pane vecchio che hai comprato. Sperperare i dollari per risparmiare sui centesimi, come si suol dire. Scommetto che ci ho visto giusto, eh?
Capisco benissimo i miei diritti, Andy, mia madre non ha tirato su citrulli. Capisco anche le mie responsabilità, che Dio mi assista.

Stephen King, Dolores Claiborne (1993)

La mattina del sabato

9 gennaio 1993, mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. Gabriel aveva cinque anni, la stessa età di Antoine Romand. Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro. Ho trascorso da solo, nel mio studio, il pomeriggio del sabato e l’intera domenica, in genere dedicati alla vita familiare, perché stavo finendo un libro al quale lavoravo da un anno; la biografia dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick. L’ultimo capitolo raccontava i giorni che lo scrittore aveva passato in coma prima di morire. Ho finito il martedì sera, e il mercoledì mattina ho letto il primo articolo di “Libération” sul caso Romand.

Emmanuel Carrère: L’Avversario (Adelphi, 2013)

La notte scorsa ho sognato

che ritornavo a Manderley. Ero davanti al cancello che si apre sul viale d’ingresso e non riuscivo a entrare. Il cancello era serrato da una catena con un lucchetto. Nel sogno chiamavo il guardiano, ma lui non rispondeva e, guardando più da vicino attraverso le sbarre arrugginite, mi accorgevo che il casotto era disabitato.

Daphne Du Maurier: Rebecca (1938)

Ainhoa

Elizasu fu la seconda vittima del Basajaun, benché la stampa non lo chiamasse ancora così.

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Ma lo fece di lì a poco, quando si venne a sapere che intorno ai cadaveri di trovavano peli di animale, resti di pelle e tracce non precisamente umane, in una specie di cerimonia funebre di purificazione. Una forza maligna, tellurica e ancestrale sembrava aver segnato i corpi delle vittime, poco più che bambine, con i vestiti strappati, il pelo pubico rasato e le mani sistemate in posa virginale.

Dolores Redondo, Il guardiano invisibile (Feltrinelli FoxCrime, 2013)

Una mattina Gregorio Samsa,

destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra. Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole, gli si agitava dinanzi agli occhi.

Franz Kafka: La metamorfosi (1915)

Qualcuno doveva aver calunniato Josef K.

, perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Non era mai successo prima. K. aspettò ancora un poco, guardò dal suo cuscino la vecchia che abitava di fronte e lo stava osservando con una curiosità del tutto insolita per lei, ma poi, stupito e affamato insieme, suonò il campanello. Subito bussarono e un uomo che K. non aveva mai visto prima in quella casa entrò. Era slanciato ma di solida corporatura, indossava un abito nero attillato che, come quelli da viaggio, era provvisto di varie pieghe, tasche, fibbie, bottoni e cintura, e dava quindi l’impressione, senza che si capisse bene a che cosa dovesse servire, di essere particolarmente pratico. «Lei chi è?», chiese K. subito sollevandosi a metà nel letto. Ma l’uomo eluse la domanda, come se la sua comparsa fosse da accettare e si limitò a chiedere a sua volta: «Ha suonato?». «Anna mi deve portare la colazione», disse K. e cercò, dapprima in silenzio, con l’osservazione e la riflessione, di stabilire chi mai fosse l’uomo. Ma questi non si espose troppo a lungo ai suoi sguardi, si volse verso la porta e l’aprì un poco per dire a qualcuno che stava evidentemente subito dietro: «Vuole che Anna gli porti la colazione». Ci fu una risatina nella stanza accanto, dal suono non poteva essere sicuro che non venisse da più persone. Sebbene l’estraneo non potesse con questo aver appreso nulla che già non avesse saputo prima, disse a K. con il tono di una comunicazione: «È impossibile». «Questa sarebbe nuova», disse K., saltò dal letto e s’infilò in fretta i pantaloni. «Voglio un po’ vedere che gente c’è nell’altra stanza e che giustificazione mi darà la signora Grubach per questa seccatura».

Franz Kafka: Il processo (1925)

Aveva lasciato andare il giornale,

che prima gli si era aperto sulle ginocchia e poi era scivolato lentamente fino al parquet lucido di cera. Non fosse stato per la sottile fessura che di tanto in tanto gli si disegnava fra le palpebre, si sarebbe detto che dormiva.

Chissà se la moglie ci era cascata… Se ne stava a sferruzzare, nella sua poltrona bassa, dall’altro lato del camino. Sembrava sempre che non lo guardasse neanche, ma lui sapeva da tempo che in realtà nulla le sfuggiva, nemmeno il più impercettibile fremito di un muscolo.

Fuori, le ganasce d’acciaio di una benna piombavano dall’alto della gru e atterravano pesantemente, vicino alla betoniera, con un frastuono di ferraglia. Ogni volta il colpo faceva tremare la casa, e ogni volta la donna sussultava portandosi una mano al petto come se quel rumore, per quanto ormai familiare, la ferisse nel più profondo dei suoi visceri.

Georges Simenon, Il gatto (1967)

Era una fresca limpida

giornata d’aprile e gli orologi segnavano l’una. Winston Smith, col mento sprofondato nel bavero del cappotto per non esporlo al rigore del vento, scivolò lento fra i battenti di vetro dell’ingresso agli Appartamenti della Vittoria, ma non tanto lesto da impedire che una folata di polvere e sabbia entrasse con lui.

L’ingresso rimandava odore di cavoli bolliti e di vecchi tappeti sfilacciati. Nel fondo, un cartellone a colori, troppo grande per essere affisso all’interno, era stato inchiodato al muro. Rappresentava una faccia enorme, più larga d’un metro: la faccia d’un uomo di circa quarantacinque anni, con grossi baffi neri e lineamenti rudi ma non sgradevoli.

Winston s’avviò per le scale. Era inutile tentare l’ascensore. Anche nei giorni buoni funzionava di rado, e nelle ore diurne la corrente elettrica era interrotta. Faceva parte del progetto economico preparazione della Settimana dell’Odio.

L’appartamento era al settimo piano, e Winston, che aveva i suoi trentanove anni e un’ulcera varicosa sulla caviglia destra, saliva lentamente, fermandosi ogni tanto per riposare.

George Orwell, 1984 (1949)

Che la ‘ntricata foresta

dintra alla quali lui e Livia si erano venuti ad attrovari, senza sapiri né pircome né pirchì, fosse virgini non c’era nisciun dubbio pirchì ‘na decina di metri narrè avivano viduto un cartello di ligno ‘nchiovato al tronco di un àrbolo supra il quali ci stava scrivuto con littre marchiate a foco: foresta vergine. Parivano Adamo ed Eva in quanto erano tutti e dù completamenti nudi e si cummigliavano le cosiddette vrigogne, le quali, a pinsarici bono, non avivano nenti di vrigognoso, con le classiche foglie di fico che si erano accattate da ‘na bancarella all’entrata a un euro l’una ed erano fatte di plastica. Siccome erano rigide, davano tanticchia di fastidio. Ma quello che più fastidiava era il caminare a pedi nudi. A mano a mano che Montalbano procidiva, sempri cchiù si faciva pirsuaso che in quel posto c’era già stato ‘na vota. Ma quanno? La testa di un lioni ‘ntravista ‘n mezzo all’àrboli, che non erano àrboli ma felci gigantesche, gli fornì la spiegazioni.

Andrea Camilleri, Un covo di vipere (Sellerio, 2013)

Io sono l’Ombra.

Attraverso la città dolente, io fuggo.
Attraverso l’eterno dolore, io prendo il volo.
Lungo la riva dell’Arno, corro arrancando senza fiato… volto a sinistra, in via dei Castellani, e mi dirigo verso nord, rannicchiandomi nell’ombra degli Uffizi.
E loro continuano a inseguirmi.
Il suono dei passi alle mie spalle si fa sempre più forte, mi danno la caccia con determinazione implacabile.
Mi inseguono da anni, ormai. Un’ostinazione che mi ha costretto alla clandestinità, a vivere in purgatorio, a lavorare sottoterra come un mostro ctonio.

Io sono l’Ombra.

Dan Brown, Inferno (Mondadori, 2013)

La Morte arriva sul binario tre

alle otto e quattordici, con sette minuti di ritardo. Si confonde tra i pendolari, sballottolata da zaini e cartelle, da trolley e valigie che non sentono il suo alito freddo.
La Morte cammina incerta, difendendo se stessa dalla fretta altrui. Adesso è nella grande sala della stazione, tra urla di ragazzini e odore di cornetti scongelati. Si guarda attorno, si asciuga una lacrima sotto la lente sinistra con un gesto rapido, e il fazzoletto torna nel taschino della giacca.

Maurizio De Giovanni, Il metodo del coccodrillo (Mondadori)

Premio Scerbanenco 2012

Il container dondolava

gomorramentre la gru lo spostava sulla nave.

Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento.

I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi.

Sembravano manichini.

Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti.

Congelati, tutti raccolti, l’uno sull’altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l’uno con l’altro.

Ecco dove erano finiti.

Roberto Saviano, Gomorra (Mondadori, 2006)

Coca # 1

zerozerozeroLa coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale.

Fa uso di coca chi ti è più vicino.

Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio.

Se non è tuo figlio, è il tuo capoufficio.

O la sua segretaria che tira solo il sabato per divertirsi.

Se non è il tuo capo, è sua moglie che lo fa per lasciarsi andare.

Se non è sua moglie è la sua amante, a cui la regala lui al posto degli orecchini e meglio dei diamanti.

Roberto Saviano, Zero Zero Zero (Feltrinelli, 2013)

Un consiglio non richiesto

da Philip Roth, Operazione Shylock: una confessione (1993).

Un romanzo che è insieme thriller politico, meditazione sull’identità, confessione psicosessuale. Proprio mentre sta per recarsi a Gerusalemme, lo scrittore apprende che in quella città si aggira un uomo che ha la sua stessa età, gli somiglia in modo impressionante e si fa chiamare Philip Roth. Questo sosia o doppio diffonde idee provocatorie come quella che lo Stato d’Israele dovrebbe autodissolversi e tutti gli ebrei tornare nei paesi da cui sono arrivati. Così il confronto si trasforma in incubo. Gerusalemme si popola di una folla di personaggi reali e immaginari, che discutono, agiscono, complottano senza tregua, divisi in tutto, ma pronti a darsi battaglia. Il romanzo diventa la metafora delle ferite delle contraddizioni e delle nevrosi che agitano il mondo d’oggi.

Leggete Operazione Shylock. Leggete tutto quello che Philip Roth ha scritto.

Quando l’alba

tirò fuori dalla notte e dalla pioggia i contorni delle cose, se qualcuno fosse passato avrebbe visto il cane e il bambino ai piedi dello scalone monumentale che portava a Capodimonte. Ma sarebbe stata necessaria grande attenzione: a stento si distinguevano, nella luce incerta del primo mattino.

Se ne stavano là, fermi, indifferenti alle grosse gocce fredde che cadevano incessanti dal cielo. Erano seduti su uno scalino di pietra, una sorta di panca nella rientranza ornamentale dopo i primi gradini. La scale erano un torrente in piena che trasportava rami e foglie dal bosco della reggia.

Se qualcuno fosse passato e si fosse fermato a guardare, si sarebbe forse chiesto come mai il flusso dell’acqua e dei detriti che cadeva incessante a valle sembrasse rispettare il cane e il bambino, passando loro accanto senza toccarli se non per qualche schizzo occasionale. La rientranza offriva un po’ di riparo, anche dalla pioggia: solo il pelo sul dorso del cane ogni tanto aveva un fremito, come un brivido di vento.

Maurizio De Giovanni, Il giorno dei morti – L’autunno del commissario Ricciardi

Quel pomeriggio, Ariadne Oliver

era andata con Judith Butler, un’amica della quale era ospite, ad aiutare nei preparativi di una festa che avrebbe avuto luogo la sera stessa.
Quando le due signore arrivarono, la sala era un centro di attività frenetica. Donne efficienti e dinamiche andavano e venivano, spostando sedie, tavolini, vasi di fiori, e trasportando grandi quantità di zucche gialle che disponevano in punti strategici.
Quella era una festa dell’Hallowe’en riservata a ragazzi tra i dieci e i diciassette anni.
La signora Oliver si mise in disparte, si appoggiò a una parete e prese in mano una grossa zucca gialla, osservandola con aria pensosa.
“L’ultima volta che ne ho viste è stato l’anno scorso, negli Stati Uniti” disse, respingendo i capelli grigi dalla fronte sporgente. “Ce n’erano un’infinita, sparse in tutta la casa. Non me avevo mai viste tante. Per essere sincera” aggiunse “non so distinguere una Cucurbita pepo da una Cucurbita ovifera. Questa che cos’è?”
“Scusami, cara” disse la signora Butler, che l’aveva urtata, passando.
Ariadne Oliver si appiattì contro la parete.
“Colpa mia. Non faccio che starvi tra i piedi. Sai, era straordinario vedere in giro tante zucche verdi e gialle. Ce n’erano dovunque, nelle case e nei negozi, tutte scavate in modo da infilarvi dentro candele e lumini. Uno spettacolo molto suggestivo. Ma negli Stati Uniti non si celebrava la festa dell’Hallowe’en. No, era il Giorno del Ringraziamento. Io ho sempre associato le zucche con l’Hallowe’en che ricorre a fine ottobre. Il Giorno del Ringraziamento viene dopo, no? Non è in novembre, la terza settimana di novembre? Comunque, qui l’Hallowe’en ricorre sempre il 31 ottobre, vero? Prima viene l’Hallowe’en e poi… poi che cosa? Il Giorno dei Morti? A Parigi, lo si celebra andando nei cimiteri a mettere fiori sulle tombe. Ma non è una ricorrenza triste. Al cimitero, portano anche i bambini e loro si divertono. Prima si va ai mercati dei fiori e si comprano tanti splendidi fiori. Te l’assicuro, i fiori più belli li trovi in quei mercati di Parigi.

Agatha Christie, Poirot e la strage degli innocenti (1969)

L’uomo delle Affissioni Comunali

?tit=Bacci+Pagano.+Una+storia+da+carruggi&aut=Bruno+Morchiosputa per terra e si forbisce con l’avambraccio libero.

Col braccio destro regge il secchio della colla e stringe sotto l’ascella un lungo rotolo di carta. mugugna qualcosa, forse impreca contro quella smisurata gigantografia che si appresta ad incollare al cartellone con maestria da attacchino professionista.

Posa il secchio e torna verso il furgoncino posteggiato in doppia fila. L’aria è pungente e nuvole di vapore esalano dal suo respiro. Afferra la pennellessa a rullo dal manico telescopico. Stenta a farla uscire dal deretano aperto del furgoncino e impreca di nuovo.

Intanto, una falce di luna dondola nella gelida notte di dicembre sopra le luminarie natalizie e sopra gli alberi mutilati e spogli di corso Carbonara, nel silenzio.

51.41°N 30.6°E

I lupi passarono sotto la grande ruota panoramica dirigendosi sottovento verso la giostra dell’autoscontro. Correvano veloci e sicuri nell’erba alta che iniziava a ingiallirsi per l’arrivo dell’autunno. Presto il giallo avrebbe virato al rosso insano dei tronchi degli alberi e a quello scuro, come sangue raggrumato, della ruggine che copriva la ferraglia del luna park. Solo la neve avrebbe avuto pietà di quel parco abbandonato, ricoprendolo di una coltre candida per alcuni lunghi mesi. I lupi si acquattarono fra le vecchie automobiline elettriche osservando i cervi che si abbeveravano a una grande vasca. Un tempo, doveva essere stata una fontana ricca di spruzzi e giochi d’acqua. I maschi ogni tanto alzavano il capo adornato da lunghe corna per annusare l’aria e fiutare i predatori, ma si riempivano le narici di un venticello di ponente, greve di odori della città fantasma di Pripjat’.

Massimo Carlotto, Respiro corto (2012)

Lasciate che mi chiami, per il momento, William Wilson

La pagina vergine che mi sta davanti non dev’essere insudiciata dal mio vero nome, che troppo spesso è stato oggetto di disprezzo, di orrore, di ripulsione per tutta la razza umana. I venti sdegnati non ne hanno forse divulgato fino alle più remote regioni del mondo l’incomparabile infamia?

Ohimé, fra tutti i paria il più negletto! Non sei tu dunque morto per sempre alla vita?, ai suoi onori, ai suoi fiori, alle sue radiose aspirazioni?

Una nube densa, sgomentevole e sterminata non pende forse perpetua a frapporsi tra le tue speranze e il cielo?

Edgar Allan Poe, William Wilson (1839)

Questo è vero,

sono un uomo nervoso, spaventosamente nervoso, e lo sono sempre stato;

ma perché pretendete che io sia pazzo?

La malattia ha acuito i miei sensi, ma non li ha distrutti, non li ha soffocati. Particolarmente affinato in me era il senso dell’udito, e tutto ho sentito del cielo e delle terra. Anche dell’inferno ho sentito parecchio. Com’è dunque che sarei pazzo? State attenti!

E osservate con quanto senno, con quale calma sono capace di raccontarvi tutta la storia.

Edgar Allan Poe, Il cuore rivelatore (1843)

Per tutta una fosca giornata,

oscura e sorda, d’autunno, col cielo greve e basso di nuvole, avevo cavalcato da solo traverso a una campagna singolarmente lugubre fino a che mi trovai, mentre già cadeva l’ombra della sera, in vista della malinconica casa degli Usher. Non so come, ma appena l’ebbi guardata una sensazione d’insopportabile tristezza mi prese l’anima. Insopportabile, dico, già che non le si univa il sentimento poetico e perciò quasi piacevole che accompagna in genere le immagini naturali anche quando siano le più cupe della desolazione e del terrore. Guardavo la scena che mi stava davanti: e lo spettacolo della casa e del paesaggio all’intorno, le fredde mura, le finestre come vuote orbite, i radi filari di giunchi e alcuni bianchi tronchi rinsecchiti, mi davano un avvilimento così estremo che potrei paragonarlo soltanto allo stato del mangiatore d’oppio durante l’amaro ritorno alla realtà quotidiana, l’orribile momento in cui il velo dilegua. Era un gelo nel cuore; e una oppressione, un malessere, e nella mente un invincibile orrore, che la rendeva inerte ad ogni stimolo della fantasia. Che cosa, dunque, mi soffermai a pensare, rendeva tanto penosa la contemplazione della casa degli Usher?

Edgar Allan Poe, Il crollo della casa degli Usher

Norman Bates

udì il rumore e ne rimase sconvolto.
Sembrava che qualcuno stesse picchiando contro il vetro della finestra.
Sollevò la testa, di scatto, pronto ad alzarsi, e il libro gli scivolò di mano, in grembo. Poi si rese conto di che cosa era quel rumore: soltanto pioggia. Pioggia del tardo pomeriggio che batteva, di traverso, contro i vetri del salotto.
Norman non si era accorto che aveva incominciato a piovere, che era calato il crepuscolo. Ma ora faceva piuttosto scuro nel salotto, ed egli allungò un braccio per accendere la lampada prima di riprendere la lettura.
La lampada era una di quelle da tavolo, di tipo antiquato, con paralume di vetro opaco e con frangia di cristalli. Per quanto ne ricordava, era sempre stata della madre, la quale si era costantemente rifiutata di scartarla. Norman non aveva sostanzialmente obiezioni da fare su questo punto; aveva trascorso in quella casa tutti i quarant’anni della sua vita, e c’era qualcosa di piacevole, di rassicurante nel fatto di essere circondato da oggetti familiari.
Tutto aveva il suo posto preciso, lì dentro; i cambiamenti avvenivano solo fuori.

Robert Bloch, Psycho (1959)

Erano pressappoco

le undici del mattino, mezzo ottobre, sole velato, e una minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline. Portavo un completo blu scuro, cravatta e fazzolettino assortiti, scarpe nere e calzini di lana neri con un disegno a orologini blu scuro. Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse. Dalla testa ai piedi ero il figurino del privato elegante. Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari.

Raymond Chandler, Il grande sonno (1939)

Lolita,

1538950_606952609370089_320925381_nluce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.

Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

(…)

Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini dalle nobili ali. Guardate questo intrico di spine.

Vladimir Nabokov, Lolita (1955)

Jack Torrance

pensò: Piccolo stronzo intrigante. Ullman era alto poco più di un metro e sessanta, e quando si muoveva aveva la rapidità scattante che sembra essere peculiare a tutti gli ometti grassocci. Aveva i capelli spartiti in una scriminatura impeccabile, e il completo scuro era sobrio, ma non severo. Sono un uomo al quale potete tranquillamente esporre i vostri problemi, diceva quel completo alla clientela solvente. Al personale stipendiato parlava invece in modo più sbrigativo: sarà meglio che filiate dritto, voialtri. All’occhiello spiccava un garofano rosso, forse per evitare che per la strada qualcuno scambiasse Stuart Ullman per il titolare dell’impresa di pompe funebri. Mentre ascoltava Ullman, Jack ammise tra sé che, date le circostanze, con tutta probabilità non gli sarebbe piaciuto nessuno, da quella parte della scrivania.

Stephen King, Shining (1977)

Scienza del Comportamento,

la sezione dell’FBI che si occupa degli omicidi in serie, è al piano più basso della sede dell’Accademia a Quantico, ed è semisepolta nel terreno.

Clarice Starling vi arrivò un po’ affannata dopo una veloce camminata da Hogan’s Alley, il poligono di tiro. Aveva qualche filo d’erba tra i capelli e macchie d’erba sulla giacca a vento dell’Accademia perché aveva dovuto buttarsi al suolo sotto il fuoco, in un’esercitazione di arresto al poligono.

Nell’anticamera non c’era nessuno, e così si assestò rapidamente i capelli guardando la propria immagine riflessa nella porta di vetro. Sapeva di avere un aspetto accettabile anche senza farsi bella. Le mani avevano odore di polvere da sparo, ma non aveva avuto il tempo di lavarle… la convocazione del caposezione Crawford era urgente.

Thomas Harris, Il silenzio degli innocenti (1988)

Poco prima che s’alzi il sipario

le luci in platea si affievoliscono lentamente fino al buio completo e attacca la canzoncina dei Tre topolini ciechi. 

All’alzarsi del sipario, il palcoscenico è immerso nel buio. La musica si spegne e subentra qualcuno che fischietta lo stesso motivo con toni aspri, acuti. 

D’un tratto un grido lacerante di donna, seguito da un vocìo confuso: 
“Oh Dio, cos’è stato?” “E’ andato per di là!” “Oh mamma mia! Mamma mia!”. Poi risuona il fischietto di una guardia, seguito da molti altri, che dopo un istante si spengono a uno a uno nel silenzio.

Voce della radio. … e, secondo Scotland Yard, il delitto ha avuto luogo a Paddington, in Culver Street ventiquattro…

Agatha Christie, Trappola per topi (1952)

La signorina Diversey

fuggì dallo studio del professor Kirk inseguita da una serie di ringhianti e roventi brontolii più adatti a un orco. Rimase immobile nel corridoio accanto alla porta del vecchio filologo, con le guance di un rosso bruciante e una mano premuta sul davanti inamidato della divisa. Udiva l’iroso settuagenario aggirarsi furente per lo studio sulla sua sedia a rotelle come una tartaruga delle Galapagos, invocando sul suo capo sormontato dalla bianca cuffietta anatemi borbottati in una fantastica mescolanza di aramaico, greco classico, francese e inglese.

“Quel vecchio fossile” pensò fieramente la signorina Diversey.

Ellery Queen, Il delitto alla rovescia (1934)