Intervista a Piergiorgio Pulixi (II)

Ciao Piergiorgio, che piacere ritrovarti!

Intervista a Piergiorgio PulixiA due anni dalla pubblicazione di “Una brutta storia” (Edizioni e/o, 2012) torna Biagio Mazzeo, ispettore superiore della Narcotici a capo di una banda di poliziotti corrotti. “La notte delle pantere” (Edizioni e/o, 2014) agguanta la storia laddove si era – grandiosamente – interrotta e le dà un brusco, vertiginoso giro di vite. Ci racconti com’è nato questo secondo (e non ultimo, come autorizza a pensare l’epilogo) capitolo della saga? Avevi già concepito un’intera serie dedicata a Mazzeo e ai suoi o hai deciso di continuare dopo aver scritto “Una brutta storia”?

Ciao Simona, è un piacere ritrovarti e grazie mille… Da quando ho iniziato a pensare al progetto delle pantere, quindi diversi anni fa, ho cercato di fare qualcosa di nuovo e diverso. Volevo creare una saga noir che valicasse un po’ i generi, contaminandola con l’epica, l’action, il dramma e la tragedia, e volevo inoltre creare un tipo di serialità diversa da quella tradizionale dei gialli o dei polizieschi: qualcosa di più seriale, che avesse delle trame autoconclusive per quanto riguarda ogni singolo libro, ma che avesse una storyline complessiva, un arco più lungo che abbracciasse tutti i romanzi; per spiegarmi meglio, è come se Una brutta storia, La notte delle pantere, e i prossimi libri siano un solo romanzo: un lungo dramma poliziesco legato a questa “famiglia” di poliziotti e alla città dove si muovono. Quindi, per tornare alla tua domanda, sapevo benissimo che ci sarebbe stato un seguito e cosa vi sarebbe successo, così come – per dire – so benissimo cosa succederà nel quarto o nel decimo episodio della saga perché ho impiegato anni a elaborare la storyline generale.

la-notte-delle-pantere-L-GQTwLdNe “La notte delle pantere” Biagio Mazzeo intraprende una missione ad altissimo rischio e gioca la sua partita personale col piede incollato all’acceleratore: i suoi demoni interiori lo spingono al limite e perfino oltre facendo esplodere, ancor più che nel primo romanzo, tutte le sue contraddizioni. Che rapporto hai con questo – mi scuserai se perdo per un momento l’aplomb dell’intervistatrice – straordinario personaggio? Cosa pensi di lui? Dove pensi che possa arrivare? 

Non è facile dirti cosa penso di lui, nel senso che è un personaggio talmente forte e carismatico, ha questa bruciante ambizione che lo muove e al tempo stesso è un uomo all’antica, legato a un’idea di famiglia molto romantica, insomma è talmente complesso e contraddittorio che non posso darti un giudizio generale su di lui, soprattutto perché è un personaggio in costante evoluzione: la storia, le vicende che vive lo cambiano, cambiano i rapporti che ha con i suoi uomini e le donne della sua vita, quindi è difficile catturarne l’essenza. Penso che sia sicuramente molto enigmatico, affascinante e dotato di un fortissimo istinto di sopravvivenza che lo porta a compiere azioni deplorevoli, però, nella sua testa, giustificate da un bene superiore che è l’amore per la sua famiglia… Al momento posso dirti che è sicuramente stanco, vorrebbe un po’ di pace, ma le circostanze glielo impediscono, soprattutto dopo La notte delle pantere. Anche perché quella notte non è per niente finita: come dice un personaggio nel terzo romanzo della serie “Ogni notte per noi è una cazzo di notte delle pantere”. Questo, a parte il linguaggio colorito, sintetizza qual è il percorso che Biagio e i suoi dovranno affrontare.

“La notte delle pantere” affronta temi di grande, drammatica attualità: su tutti, il rapporto malato e quasi simbiotico fra criminalità organizzata e politica. Leggendo il romanzo non si può fare a meno di domandarsi se figure come Biagio Mazzeo e Irene Piscitelli (tostissima dirigente di pubblica sicurezza del Servizio Centrale Operativo della polizia di Stato, altro personaggio che non si lascia dimenticare) non costituiscano un “male necessario”, nelle società cosiddette moderne…

Non lo so… io penso che per cultura e retaggi del passato noi italiani siamo sempre portati a pensare e scegliere “il male minore”. Come individuo, come cittadino, mi verrebbe da dirti che questo è sbagliato, che se una persona entra in politica o decide di indossare una divisa non debba diventare un “male necessario”, non debba scendere a patti, mai, poiché altrimenti perverte il proprio senso morale, la propria “missione”. Ovviamente questo non accade nel mondo reale, dove in realtà il compromesso è l’unica moneta vigente in grado di permetterti di stare in piedi nei mondi sopra citati… Se invece ti devo rispondere come romanziere, allora ti devo confessare che raccontare la zona grigia che è dentro questi personaggi, quel luogo dove istinto, morale, e corruzione entrano in conflitto è davvero molto interessante ed eccitante dal punto di vista narrativo; e penso che sia uno degli aspetti che interessano di più anche ai lettori: vedere i personaggi superare un limite e venire sommersi dalle conseguenze, cercando di tirarsene fuori quando ormai è troppo tardi.

Grandi temi ma prima di tutto e avanti ogni cosa una grande storia. Tu stesso hai affermato in diverse occasioni, se ben ricordo, di sentirti un romanziere “commerciale” e “popolare”, “più romanziere che scrittore”: possiamo dire che, secondo il tuo punto di vista, la scrittura è principalmente una forma di intrattenimento?

Certo, lo possiamo dire, ma lo possiamo dire per “me”. Voglio dire, ogni autore approccia la scrittura con modi, intenti e filosofie diverse. Io sicuramente non nascondo di essere un autore commerciale: scrivo romanzi di intrattenimento. Cerco di essere un intrattenitore puro. Il mio scopo è far evadere il lettore, farlo emozionare, regalargli un grado di intrattenimento altissimo che deve competere (e superare) quello della tv, dei videogiochi, del cinema, delle partite di calcio e delle serie tv. Non devo dare tregua al lettore: lo devo afferrare per la gola dalla prima riga della prima pagina e trascinarlo fino all’ultima facendogli dimenticare tutti i casini della sua vita, facendogli sperimentare tutta una serie di emozioni che lo elettrizzi, lo ecciti, gli mettano paura e lo facciano arrabbiare allo stesso tempo; e per farlo devo utilizzare tutta l’arte, la tecnica, e il talento che ho, giocando anche sporco, se necessario. Dal punto di vista delle mie ambizioni letterarie di sicuro quando scrivo un romanzo entro in “modalità Mazzeo” nel senso che il fine giustifica qualsiasi mezzo: e il fine nel mio caso è regalare al lettore un’esperienza indimenticabile che lo faccia ritornare nel mio mondo con ancora più fame di emozioni e adrenalina. Se non creo “dipendenza e crisi d’astinenza” fallisco nei miei intenti di romanziere. E non mi piace fallire…

Dal maggio scorso sei in libreria anche con un noir a firma del Collettivo Sabot, il gruppo di scrittori (fondato da Massimo Carlotto nel 2007) di cui fai parte. “Padre Nostro” (Rizzoli, 2014), scritto con Stefano Cosmo e Ciro Auriemma, è un romanzo durissimo che traccia la mappa del traffico di cocaina nel Mediterraneo. “Guarda la cocaina, vedrai polvere”, scrive Roberto Saviano in “Zero Zero Zero”; “guarda attraverso la cocaina, vedrai il mondo”…

È un romanzo a cui tengo particolarmente perché ci è costato tanto lavoro. Ha una struttura simile a Una brutta storia come impostazione e stile di scrittura: tanti personaggi, capitoli molto brevi, colpi di scena, stacchi cinematografici, epica, noir e tragedia miscelati insieme, stile cinematografico, e grandi emozioni. È ambientato in Spagna, a Madrid, e racconta “l’inverno” di un grande narcotrafficante che vede il suo regno usurpato e deve scegliere se combattere o arrendersi. Anche lui è un personaggio tragico a cui tengo molto. Si chiama Don Pedro de la Ardila o Rafael Velasquez, a seconda di chi glielo chieda.

Il Collettivo Sabot è ormai una realtà importante nel panorama letterario italiano. I romanzi con protagonista Biagio Mazzeo – editi, come ricordato, da E/O – fanno parte della collana Sabot/Age: sabotare cosa? Come? Perché?

La collana è stata creata da Colomba Rossi e Massimo Carlotto che è anche il fondatore del Collettivo di scrittura Sabot, e il mio maestro. Nasce con lo scopo di raccontare storie negate, sabotare l’industria della menzogna con storie forti, di alto livello, capaci di rimestare con le mani nel fango della nostra società, tutto questo non richiudendosi nelle staccionate di un solo genere, ma aprendo a una narrativa di contenuti, dove il “contenitore” può cambiare. Vengono affrontati temi diversi, ma con uno stesso comune denominatore: devono essere storie che affondano le radici nella realtà e che siano in qualche modo “ribelli”. Per spiegarmi meglio, è come se il noir mediterraneo di Izzo avesse aperto i confini a tutti i generi, contaminandoli col suo potere sovversivo e il coraggio delle sue tematiche.

Lo scorso anno mi sono imbattuta in una splendida videointervista ad Antonio Tabucchi. Lo scrittore pisano cercava di rispondere alla “domanda delle domande, inevitabile per uno scrittore”: perché si scrive? Sono rimasta così colpita e affascinata dalle sue argomentazioni (“si scrive perché si è qui ma vorremmo essere là”, ha buttato lì ad un certo punto, “o perché si è andati là ma tutto sommato era meglio se si restava qui”) che non perdo occasione di girare il quesito agli scrittori che mi capitano a tiro: perché si scrive, Piergiorgio?

Antonio Tabucchi

Puoi fare questa domanda a cento scrittori e probabilmente avrai centotrentaquattro risposte diverse, anche perché ogni singolo autore cambia il suo rapporto con la scrittura nell’arco della sua vita. C’è chi scrive per fame, chi per motivi terapeutici, chi per sfogarsi, chi per evitare una strage in ufficio, chi per conquistare l’amore della sua vita, e chi semplicemente perché lo rilassa farlo e non ha nessuna ambizione di pubblicazione. Io, ripeto, non sono uno scrittore. Gli scrittori sono altri: Cormac McCarthy è uno scrittore, Hemingway, Roth, Pirandello, Javier Marìas, Baricco, Busi, Eduardo Savarese… Io al momento sono soltanto un umile romanziere, un artigiano della parola e della fiction che vuole regalare dei viaggi emotivi, delle ore di puro thrilling ai miei lettori. Non voglio essere ricordato per la mia prosa, la mia eleganza stilistica, o la mia sensibilità poetica: voglio solo emozionare chi legge le mie storie e far sì che continuino a seguirmi, e questo è possibile soltanto se miglioro di libro in libro, portando l’intrattenimento a livelli sempre più alti, ed è quello che con molta umiltà e spirito di abnegazione cerco di fare. Ovviamente curo il linguaggio e la scrittura ma senza innamorarmene: anche il linguaggio è funzionale alla storia e alla velocità che voglio imprimerle. Poi forse un giorno anch’io scriverò un libro letterario, più profondo, ma al momento questo è quello che mi piace fare e che sento di saper fare meglio.

Ogni narratore ha un lettore ideale a cui si rivolge”, mi ha confidato Grazia Verasani in un’intervista di qualche tempo fa, “e anche se scrive per se stesso è con quel lettore che cerca avidamente di comunicare”: sei d’accordo? In quale misura ti poni il problema di come verranno accolti, digeriti, rielaborati, i tuoi lavori?

Il mio lettore ideale è quello che non ha ancora letto i miei libri, quello che ha gusti diversi dai miei, quello che ha problemi con la letteratura di genere, quello che ancora devo conquistare. È lui. Nel senso che per catturarlo devo fare uno sforzo maggiore che quello di accontentare colui che è già un mio lettore; devo scrivere una storia talmente emozionante e forte che prescinda i generi, arrivando anche a lettori diversi, non deve essere una storia relegata a pochi ma qualcosa di universale, e questo lo ottieni creando personaggi forti e indimenticabili che annullino e abbattano le staccionate tra generi diversi; lo ottieni creando una storia emozionante che arrivi a toccare corde profonde. So che è molto ambizioso e forse può apparire arrogante da parte mia, ma ripeto, scrivo per arrivare a più persone possibili, è il mio lavoro. E senza un obiettivo ambizioso scrivere diventa un’attività noiosa e quasi di routine: cercare di migliorarsi e puntare più in alto, invece, tengono viva la passione e la voglia di scrivere, e questo va a beneficio mio e dei lettori.

L’artista americana Cheryl Sorg realizza enormi impronte digitali colorate utilizzando dorsi e segnalibri: come a dire che siamo fatti anche, forse soprattutto, dei libri che abbiamo letto e amato. Ci diresti quali sono i libri che costituiscono la tua impronta digitale, che hanno contribuito più degli altri a formare la tua identità? 

Risposta potenzialmente interminabile. Vediamo… tutto Dickens, tutto Stephen King, tutto Carlotto, tutto il noir mediterraneo, tutti i classici russi, Shakespeare… ecco, forse se dovessi mostrarti le mie “cicatrici”, Shakespeare è quello che mi ha “ferito” di più.

Domanda di rito: che libro tieni sul comodino, in questo momento?

In questo momento “Riti di Morte” della Bartlett perché sto scrivendo una storia su un personaggio femminile, una poliziotta, e ho bisogno di immergermi in una sensibilità femminile come scrittura e come personaggio principale. La Bartlett in questo è una maestra assoluta, un punto di riferimento imprescindibile.

Curiosity killed the cat, lo so bene… ma provo ugualmente a domandartelo: cosa significa, per un giovane scrittore, vivere a Londra?

Vuol dire entrare in corto circuito emozionale e artistico perché è una città talmente piena di stimoli e sensazioni che le storie da raccontare sono talmente tante che mi comprimono il cervello… reggerò qualche mese ancora e poi avrò bisogno di un periodo di decompressione.

Dulcis in fundo, la domanda davvero inevitabile per uno scrittore, la più banale e prevedibile del mondo: bolle qualcosa, in pentola? Ti rivedremo presto in libreria?

Al momento come ho detto sono in libreria con “Padre nostro” edito da Rizzoli, scritto col Collettivo Sabot. A Novembre 2014 esce un romanzo per le Edizioni E/O extra Mazzeo che s’intitola L’appuntamento. Faccio un’incursione fuori dal genere con qualcosa di più… lasciamo un po’ di suspense… Nel 2015 uscirà il terzo romanzo della serie di Mazzeo e il primo di una nuova serie, un romanzo più thriller che noir, sempre per E/O. In questo momento, invece, sto ultimando un noir puro sulla scia di “Arrivederci amore ciao” di Massimo Carlotto che è il mio maestro, ma di questo romanzo non conosco ancora il destino, spero comunque che trovi presto la sua strada perché è una storia tosta.

Grazie per il tuo tempo, per la disponibilità, per la potenza delle tue storie… buona scrittura e buon tutto! 

Grazie mille a te e a presto!

Simona Tassara e Piergiorgio Pulixi

(intervista originariamente pubblicata dalla Rivista letteraria Fralerighe)

Intervista a Claudio Paglieri

63270-_dsc4711Ciao Claudio, benvenuto! Antonio Tabucchi sosteneva che la domanda della domande, inevitabile per uno scrittore, è la seguente: perché si scrive? “Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri” si domandava da par suo Gesualdo Bufalino “si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?”. E io mi arrischio a domandarlo a te: perché?

Perché ne ho bisogno, mentalmente e anche fisicamente. Perché nei giorni buoni, quando sono seduto alla scrivania e capisco che il libro sta crescendo, e funziona, vivo ore di pura felicità. Perché scrivere mi permette di vivere le vite che non ho potuto o saputo vivere. E anche perché è la cosa che so fare meglio.

Giornalista, scrittore, appassionato viaggiatore. “Ha sempre cercato di avere più Paesi del mondo visitati che anni di vita”, rivela il risvolto di copertina dell’edizione Bestseller dei tuoi romanzi, “e fino ai 37 ci è riuscito, ma ora è sotto di tre”. Ecco profilarsi, dunque, un’altra domanda inevitabile: numero attuale dei Paesi visitati? Cosa rappresenta, per te, il viaggio?

Sono passati un po’ di anni da allora, e l’ansia di piantare bandierine ha lasciato il posto a una considerazione semplice: meglio tornare in un posto dove sono stato bene, piuttosto che andare in uno che mi attira poco. E’ un po’ così anche per i libri: una volta facevo a gara per leggerne il più possibile in un anno, ora preferisco concentrarmi sugli autori che amo e a volte rileggerli. Sono arrivato a quota 40 Paesi, e non rincorro più la mia età. Viaggiare mi piace ancora moltissimo, e le mie mete preferite sono le isole: per sentirmi lontano da tutto.

Di te stesso dici: “Sono una Bilancia perfetta, nel senso che ho tutte le caratteristiche del segno. E sono un ligure totale, nel senso che ho tutti i pregi e difetti tipici dei liguri”. Da ligure – e, ahimè, Capricorno – totale a ligure totale: quale pensi possa essere il difetto peggiore? E il miglior pregio? Cos’è che più di tutto ti fa sentire figlio della tua terra?

Il difetto peggiore di noi liguri è la diffidenza nei confronti degli altri, la mancanza di ospitalità. Esploriamo volentieri il mondo, da sempre, sulle nostre navi, ma vorremmo che nel nostro non penetrasse nessuno. Io mi sforzo di essere aperto, ma sotto sotto sono esattamente così, e fare lo scrittore in fondo è anche questo: andare alla scoperta degli altri ma poi chiudersi a riccio, senza distrazioni, senza intromissioni, per scavare il più a fondo possibile nella propria anima. Comunque non toccatemi la mia Liguria, solo noi indigeni possiamo parlarne male!

Terra musona e ricca di spine, la Liguria: sembra nata per racchiudere grandi misteri. Leggendo i tuoi romanzi l’ho ritrovata pienamente e in un certo senso riscoperta… Quanto è importante che uno scrittore sia “dei suoi posti”, per citare Isaac B. Singer, che scriva di ciò che conosce davvero bene? E quanto è importante l’ambientazione per la buona riuscita di un romanzo poliziesco?

Non mi piace sentirmi definire giallista genovese, o ligure. Come non mi piace sentir dire che uno è uno scrittore omosessuale, o ebreo. Uno è scrittore e basta, se lo è davvero. Detto questo, sono d’accordo sul fatto che bisogna scrivere di ciò che si conosce, e io la Liguria un po’ la conosco. I lettori sono attenti e se scrivi qualcosa di poco verosimile se ne accorgono subito. L’ambientazione aiuta a catturare i lettori, non solo quelli della regione stessa ma soprattutto gli altri, i foresti, gli stranieri. In Germania i miei libri vanno molto bene e credo sia dovuto al fatto di poter fare un viaggio in Italia, scoprire o rivivere le nostre atmosfere. Così come noi leggiamo Larsson per immergerci nelle nevi svedesi.

cover (1)Facciamo un viaggio nel tuo universo letterario, e cominciamo dalla fine: il 14 maggio scorso è stato pubblicato L’enigma di Leonardo (Edizioni Piemme), la quarta indagine del commissario Marco Luciani. Ci racconti la genesi e la gestazione di questo romanzo? Ho letto che la sua preparazione è andata di pari passo con quella della Maratona di New York…

La storia nasce da uno spunto reale: un ritratto a sanguigna, ritrovato a Genova, che secondo le perizie chimiche e il parere di alcuni esperti sarebbe opera di Leonardo da Vinci. Anzi, sarebbe addirittura un autoritratto firmato. Me ne sono occupato come giornalista e poi ho pensato che sarebbe stato bello lasciare che a indagare fosse Marco Luciani. Intorno al ritratto ruotano molte morti misteriose e molte storie, l’intreccio è complesso e anche per questo  l’anno in cui l’ho scritto è stato molto faticoso: oltre a lavorare dovevo appunto costruire il giallo e prepararmi per la Maratona di New York, che a differenza del libro non sono riuscito a finire. Ma un giorno o l’altro ci riproverò.

Ne “L’enigma di Leonardo” Marco Luciani, poliziotto anoressico e ombroso dotato di quello che si può senz’altro definire un adorabile caratteraccio, è alle prese con le “gioie” della paternità e matura, in molti sensi, come personaggio… strano a dirsi, per un tipo come lui, ma si ammorbidisce persino un po’. Ci racconti com’è nato, cresciuto – pasciuto non direi! – uno dei commissari più irresistibili della letteratura poliziesca italiana?

Luciani nasce un po’ per reazione verso gli investigatori gourmet che cucinano come Gordon Ramsay e stappano bottiglie costosissime, che i veri commissari non potrebbero permettersi. E per reazione verso i commissari politicamente corretti che dicono sempre la frase “giusta” e assomigliano più a degli assistenti sociali. Ho immaginato un personaggio che dice verità scomode e non accetta compromessi, e che è sorretto da un grande senso di giustizia; severo ma giusto potremmo dire, un po’ alla Tex Willer vecchia maniera. Sì, nell’ultimo libro doversi occupare di un bambino lo costringe ad ammorbidirsi un po’, ma spero non troppo!

Le vicende del romanzo ruotano intorno a un disegno (una testa di profilo d’uomo che sembra raffigurare “tutti gli uomini, la nostra parte più profonda, la nostra coscienza che ci osserva dallo specchio”) che potrebbe portare la firma di Messer Leonardo: impossibile non pensare all’autore de “Il codice da Vinci” (del resto “L’enigma di Leonardo” e “Inferno” sono usciti in libreria lo stesso giorno, vorrà pur dire qualcosa) e a questa bellissima dedica: Se ti avessi dato retta, oggi sarei Dan Brown (in epigrafe a “Il vicolo delle cause perse”, Piemme, 2007). Ti va di spiegarla ai nostri lettori?

E’ una dedica al mio amico Riccardo che un giorno mi regalò “Il Santo Graal” di Baigent, Leigh e Lincoln, consigliandomi di leggerlo perché era una storia bellissima. Io lo lasciai in standby per troppo tempo, mentre Dan Brown, più bravo e più sveglio di me, lo divorò. Poi, romanzandolo, lo fece diventare un bestseller mondiale. Capii di avere perso un treno importante, ma un altro treno guidato da Leonardo, come in “Non ci resta che piangere”, è passato e questa volta ci sono saltato su. Siamo partiti dalla stazione nello stesso giorno ma Dan Brown è un frecciarossa, io un accelerato… diciamo che mi godo con calma il paesaggio.

In “Domenica nera” (Edizioni Piemme, 2005), romanzo per molti versi profetico che si svolge nel mondo tutt’altro che dorato del pallone, attribuisci a Marco Luciani una considerazione che sospetto essere largamente condivisa: “L’aveva amato totalmente, quel gioco, e ora altrettanto totalmente lo odiava, e compativa la folla che vedeva sciamare sui marciapiedi con quelle assurde sciarpe troppo colorate al collo, uomini tristi con la sigaretta in bocca e i capelli tagliati male, forse dalla moglie in cucina, donne anziane che parlavano da sole ad alta voce e bambini che stringevano la mano dei padri e camminavano orgogliosi con una bandierina in mano. Carne da macello (…)”. Da giornalista sportivo pensi che la letteratura possa contribuire a denunciare le storture, il lato oscuro del mondo del calcio e contribuire, in qualche misura, a “depurarlo”? Te lo domando perché sono rimasta molto colpita da una tua dichiarazione che mi è capitato di leggere recentemente sul web: in buona sostanza affermavi che se avessi scritto un saggio, sull’argomento, “probabilmente non se lo sarebbe filato nessuno”. E un romanzo – oltre a deliziare gli appassionati di storie nere, ben inteso – cosa può fare?

Non sono sicuro che un libro possa cambiare la vita di una persona, figuriamoci se può cambiare un mondo… e a dire il vero ho perso tutte le speranze di veder “depurare” il calcio. Le scommesse gli hanno tolto l’ultima parvenza di credibilità. La letteratura fa quello che può, ma anche quando “denuncia” (o semplicemente descrive) le miserie umane questo non basta per correggerle. Se però sono riuscito a far riflettere qualcuno ho già raggiunto un buon risultato.

Marco Luciani è un personaggio forte, originale, che buca letteralmente la pagina… in una parola: riuscitissimo. Ci saranno altre indagini? Ho letto – con ammirazione ma anche con un pizzico di sgomento – che non intendi diventare un “serial writer”. Però, vedi, ai tipi come Marco Luciani ci si affeziona…

Non so se ci sarà un altro giallo con protagonista Luciani, dipende se avrò qualcosa di importante da dire, e una storia forte che faccia da supporto, e il tempo per metterla insieme… non è facile. Ogni libro che esce conquista nuovi lettori, e questo mi dà grandi stimoli, ma non voglio farne uno nuovo tanto per farlo. Ho sempre puntato sulla qualità più che sulla quantità, e continuerò su questa strada. Magari facendo anche cose completamente diverse ma che in quel momento mi interessano di più. Quello a cui punto davvero è la gloria postuma.

questionario-di-proustDirettamente dal questionario di Proust:
 
  • gli autori che prediligo: Kurt Vonnegut, John Fante, Amin Maalouf, il primo Stefano Benni, Georges Simenon, Dennis Lehane…
  • i miei eroi nella finzione: Tex Willer
  • i miei eroi nella vita reale: mio padre
  • quel che detesto più di tutto: i lavori mal fatti
  • vorrei vivere in un Paese dove… i parchi sono puliti e i treni arrivano puntuali

Fuori questionario: che rapporto hai con la lettura? Che libro tieni sul comodino, in questo momento?

Adoro leggere, sia romanzi sia saggi. In genere però se sto scrivendo leggo poco, e viceversa. Ho appena finito la trilogia di The Hunger Games e sto leggendo la trilogia di Enrico Brizzi, in cui si immagina che l’Italia fascista abbia vinto la guerra.

… e tornando alle domande inevitabili: stai lavorando ad un nuovo romanzo? Possiamo provare a estorcerti una piccola anticipazione?

Sto lavorando anch’io a una trilogia ambientata nel prossimo futuro. Un mix di Bibbia, Lost e Particelle elementari.

Grazie infinite, Claudio. 

Per la disponibilità e per il tempo che hai dedicato alla nostra rivista. Un grosso in bocca al lupo per la tua vita e per la tua avventura di scrittore.

 
Simona Tassara
 
(intervista originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe Crime. Foto di Gloria Ghiara)

Le ragioni dello scrivere – (VI) Grazia Verasani

Ed eccoci all’ultimo appuntamento con Le ragioni dello scrivere (ma sarà davvero, poi, l’ultimo?). E’ il caso di dire – consentitemi una nota personale – dulcis in fundo: nutro grande ammirazione per Grazia Verasani e sono molto felice che abbia percorso un tratto di strada con noi.

*

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Non so se vale per tutti i narratori, ma io credo che in chi scrive nasca presto, nell’infanzia, la necessità di creare un mondo altro, per contrastare la realtà e attenuarne gli effetti più dolorosi. In questo modo l’immaginazione diventa la migliore difesa. Eppure non si scrive per opporsi al reale, semmai per tentare di comprenderlo in modo più profondo. E non si scrive, credo, nemmeno perché si è particolarmente solitari o fantasiosi o più sensibili di altri. In me la necessità di scrivere è nata perché leggevo molto, e leggere mi riempiva la vita. Il passaggio dalla lettura alla scrittura è stato naturale e inevitabile. Si scrive se se ne ha voglia e bisogno, e spesso per dare voce a perdite e assenze. E ogni narratore ha un lettore ideale a cui si rivolge, e anche se scrive per se stesso è con quel lettore che cerca avidamente di comunicare.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Perché in questo momento storico preciso la narrativa nera sembra l’unica in grado di interpretare il presente, un presente sempre più ambiguo e confuso. L’unica che rende lo scrittore testimone di qualche verità. L’unica che sollecita dubbi e domande e che si discosta da un intimismo fine a se stesso. Scrivere un romanzo noir è raccontare innanzitutto un’atmosfera, è districarsi in un manipolo di contraddizioni, infrazioni, fragilità. Dostoevskij si lasciò ispirare da un fatto di cronaca per scrivere “Delitto e castigo”, e anche oggi vale la regola di un’indagine sul mistero “uomo”. Il “successo” di questa narrativa è che è basica, nel senso che racconta una storia di fantasia senza perdere di vista le luci e le ombre della realtà. Ne delucida aspetti grazie a delle intuizioni e a un forte spirito di osservazione e di empatia. E ha il privilegio, quando è buona letteratura, di essere avvincente.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”?

Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Sì, è esattamente così, e come spiegavo prima. Io non amo i thriller, non mi divertono nemmeno. Se tutto si riduce a un crimine e alla ricerca del colpevole, mi annoio mortalmente. Io credo che i lettori di noir siano molto attenti al mondo, e che oltre al piacere di una lettura apparentemente evasiva cerchino, come dire, dei fari antinebbia per capire meglio le cose, anche da un punto di visto introspettivo o psicologico. Il noir racconta un’umanità fallibile e vulnerabile e questo non è consolatorio, ma ci fa sentire certamente parte di qualcosa che esula dalle nostre ambasce personali.

*

Desidero ringraziare, di cuore, gli autori che si sono resi disponibili per l’intervista: grazie della cortesia, del tempo dedicato alla nostra rivista, delle parole preziose.

Un grazie e un abbraccio speciale vanno a Joe Lansdale e a Matthew Pearl, che hanno dovuto superare lo scoglio più terribile: il mio personalissimo – e incredibilmente arrugginito – inglese.

Simona Tassara

Le ragioni dello scrivere – (V) Matthew Pearl

Quinto appuntamento con “Le ragioni dello scrivere”: è la volta di Matthew Pearl, autore dei thriller storici “Il circolo Dante”, “L’ombra di Edgar” e “Il ladro di libri incompiuti”…

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Non vorrei rispondere per altri scrittori, certamente non per gli scrittori in generale: sono tante le strade e le motivazioni che portano alla scrittura, ragion per cui molti scrittori non vanno affatto d’accordo tra loro mentre altri se la intendono piuttosto bene. Mi hanno detto che da bambino sognavo sempre ad occhi aperti. Sono stato chiamato “extraterrestre” o “cadetto spaziale.” Mi ricordo che quando mi annoiavo, in auto, guardavo fuori dal finestrino e immaginavo varie creature e animali (come afferma il brano che citi: “pupazzi e fantasmi”), le loro avventure su altre auto e per le strade. Immagino che sarò sembrato in un’altra dimensione, con la testa letteralmente tra le nuvole. La scrittura, ovviamente, non è l’unico sbocco per una creatività inquieta. Io ad esempio passavo le giornate a disegnare e a dipingere, e probabilmente sarei stato felice se ciò si fosse trasformato in una professione. “Essere uno scrittore”, tuttavia, è un’identità complessa da governare, perché il lavoro è in sé astratto mentre il prodotto finale è più concreto.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Raccontare storie significa mettere in scena un dramma, interno o esterno, e il dramma esterno è spesso oscuro e pericoloso. Un delitto ti mette automaticamente davanti al problema “vita o morte”, e il detective o chiunque investighi su quel delitto alimentano la nostra naturale curiosità per i puzzle, il nostro desiderio di risolverli. A volte si inizia a scrivere ponendosi dal punto di vista del lettore; si scrive, cioè, ciò che farebbe piacere leggere, e se va bene si rimane su quella traccia fino a generare una sorta di transizione perenne dal “te lettore” al “te scrittore”. Io di certo non ho mai pianificato di scrivere un particolare tipo di storia, e comunque cerco di variare, di libro in libro, il tono e il contenuto.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Da quando sono diventato padre sono meno attratto dalla fiction violenta di un certo tipo – forse il romanzo (o il saggio) storico poliziesco ha la “distanza” sufficiente e giusta per me, oggi. Cerco di non pensare troppo a ciò che desiderano i lettori perché si tratta di un vicolo cieco da cui è impossibile uscire. Almeno per me, cerco di scegliere le storie che mi entusiasmano di più senza analizzarle troppo.

Le ragioni dello scrivere – (IV) Margherita Oggero

L’inchiesta continua! Margherita Oggero, scrittrice e insegnante torinese alla quale dobbiamo l’irresistibile personaggio della Prof. Camilla Baudino, risponde alle nostre domande sulle ragioni dello scrivere:

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985)

Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Perché si scrive? Per lo stesso motivo per cui si fa musica, si dipinge, si scolpisce, si fa un origami, si mette una nave in bottiglia. Invece di contemplare la luce della luna sull’erba (oppure prima o dopo averla contemplata): contemplare, scrivere, far musica eccetera appartengono a uguale diritto al “vivere”. E il gioco della vita non è affatto “divinamente semplice”, ma per fortuna contraddittorio e complesso e appunto nella complessità sta il meglio. Per chi si scrive? Per sé, e per gli altri. Perché ogni scritto aspira a essere letto.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. 

Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Non credo all’identificazione semplice e immediata dello scrittore di gialli con il colpevole. Si scrivono gialli per tanti motivi: il primo, a parer mio, perché si è colpiti dalle crepe della società e dei singoli individui, dai loro buchi neri e si ha voglia di raccontarli. Del resto, raccontare storie (nere, gialle, rosa, ecc.) è uno dei bisogni dell’umanità, insieme a quello di ascoltarle.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”?

Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Forse il successo della letteratura criminale è solo una moda più o meno passeggera, come il successo dei vampiri e dei mostri. E dopo l’indigestione si tornerà a una dieta più sobria.

Le ragioni dello scrivere – (III) Loriano Macchiavelli

Anche Loriano Macchiavelli,  “papà” del mitico Sarti Antonio brigadiere, ha accettato di rispondere ad alcune domande sulle ragioni dello scrivere. Mi pare che le sue risposte offrano interessanti spunti di riflessione:

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). 

Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

“Perché, mi chiedo, devo sopportare una vita tanto grama, la cui massima aspirazione consentita è una grama sopravvivenza, la quale, per altro, dipende dall’umore del tiranno che, quando va bene, mi tiranneggia (che altro può fare un tiranno?) e mi umilia dinanzi ai miei cari ai quali non posso che sorridere fingendo che io e il tiranno stiamo scherzando?” Loriano Macchiavelli, ad vocem, oggi.

Io scrivo … Non sono tanto presuntuoso da affermare “Si scrive”. Io scrivo per non dare al tiranno la soddisfazione di credere che mi sono adeguato e per poter così guardare in faccia, con la coscienza a posto, le persone che amo. Non è che scrivendo mi senta meglio del prossimo, ma faccio dei tentativi. Ho cominciato con la lotta (politica) e quando ho capito la sua inutilità, sono passato al teatro (politico). Nuova delusione e mi sono dedicato alla letteratura (poliziesca e quindi, in qualche modo, polis) e mi sono accorto che con questo strumento posso fingere di essere dalla parte dei cattivi illudendomi di rimanere con i buoni. È andata bene fino a quando ho scoperto che i buoni sono tali perché non riescono (per vari motivi che non è il caso di illustrare in questo contesto) a far parte dei cattivi. Adesso sto pensando che altro escogitare ancora per sfuggire al ghigno del tiranno. Temo altre delusioni.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. 

Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Non credo di essermi mai identificato con il colpevole. Non nel senso che intendeva, immagino, Sciascia. Mi sono sentito e mi sento colpevole per molti altri motivi. Racconto il crimine perché vivo in una società criminogena. Racconta il crimine anche chi scrive delle varie sfumature dei colori. Solo che lui (o lei) non lo sa. E neppure chi legge. Racconto il crimine perché la città è un crogiolo di tensioni e di forze innaturali che si scontrano. E infine, ma non in fine, racconto il crimine perché veramente io vivo in tempi oscuri e perché la parola sincera è follia.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Prima contestazione: il libro non è in crisi. Lo sento ripetere da settant’anni e non ci credo più. Credo, invece, che sia un’invenzione degli editori per pagarmi di meno. Il libro non è in crisi, se le fascette dei romanzi, accatastati senza alcun ordine logico e analogico in librerie che sempre più assomigliano a depositi di materiale inerte pronto per essere assemblato e trasportato all’incenerito, dicono il vero. Infatti: Questo libro ha venduto oltre un milione di copie; Un romanzo che ha sconvolto milioni di lettori; Trecentomila copie in due settimane; Otto ristampe nelle ultime due ore. Dov’è la crisi? Nei miei romanzi che vendono il necessario per farmi sopravvivere con dignità.

Seconda contestazione: il romanzo giallo o noir o la letteratura criminale in genere, non ha perduto la sua funzione consolatoria. Lo affermano gli scrittori (non io, e mi viene il dubbio di non essere scrittore; sono scrittore poiché vivo di scrittura; allora?) che così si possono sentire al di sopra delle meschinità. Che questi romanzi svolgano una funzione consolatoria lo dimostra il fatto di non essere più in contrasto con la società che li ospita. Quando non erano consolatori, venivano denigrati dall’ufficialità della critica e della Storia letteraria. Da quando sono accettati di buon grado, incensati e considerati capolavori, hanno perduto la loro forza negativa, che era poi possibilità di mostrare al lettore minimamente attento, un’altra verità. Che non era la verità ufficiale, ma la verità che si voleva nascondere.

Le ragioni dello scrivere – (II) Joe R. Lansdale

Prosegue la nostra piccola inchiesta sulle ragioni dello scrivere. Lo scrittore statunitense Joe R. Lansdale è stato così gentile da rispondere (e che risposte, signori!) alle nostre domande:

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). 

Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Scrivo per me. Ho sempre voluto scrivere, raccontare storie. Quanto al perché, forse è un modo di vivere un sogno a occhi aperti, o di “estenderlo”. Penso che noi viviamo la vita che viviamo e anche la vita che sogniamo, e i sogni ci permettono di avere tante vite, tante opportunità. Gli scrittori sono il genere di persone che non vogliono rinunciare a quei sogni, e quindi li mettono per iscritto. O forse è un modo di farseli uscire dalla testa, per dare una casa a sogni nuovi.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. 

Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Penso che lo scrittore si identifichi con tutti i soggetti della storia. Non solo con l’assassino. Sei tu che li crei, tutti, per cui, ad un certo livello, è necessario che ti identifichi con ciascun protagonista della storia. Anche il cane che abbaia nella notte, sei tu.

Il mercato del libro è in crisi. 

La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? 

Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Non so se la cultura abbia visto giorni migliori. Sembra così a tutte noi vecchie “scoregge” qualche volta, ma la cultura cambia, e cambia la percezione che ne abbiamo. Ogni cambiamento porta cose buone e cose cattive. La cultura pop sa essere volatile come la passione per l’hula hoop. E’ ancora là fuori, ma non è sulla letterina di Natale di ogni bambino. La tecnologia ha confuso la cultura per un po’, ma mi auguro non sia un processo irreversibile.

Le ragioni dello scrivere – (I) Maurizio De Giovanni

Mi sono imbattuta, qualche tempo fa, in una splendida video-intervista pubblicata sul portale Rai www.scrittoriperunanno.rai.it.

Un sorridente Antonio Tabucchi rispondeva con garbo e simpatia alla domanda delle domande, “inevitabile … per uno scrittore”: perché si scrive? Ecco il ventaglio delle sue – acute, bellissime – risposte: si scrive perché si ha paura della morte, o perché si ha paura della vita. Si scrive perché si ha nostalgia dell’infanzia. Si scrive perché “il tempo è passato troppo alla svelta, o sta passando troppo alla svelta, e noi vorremmo anche un po’ fermarlo o che andasse più piano”. Si scrive per rimpianto, o per rimorso. Si scrive “perché si è qui ma vorremmo essere là, o perché si è andati là ma tutto sommato era meglio se si restava qui”, si scrive per poter essere in entrambi i luoghi. Del resto, come aveva intuito Baudelaire, la vita non è che un ospedale dove ogni malato vorrebbe cambiare di letto…

Ascoltando Tabucchi ho avvertito subito il desiderio di raccogliere altri punti di vista, di rivolgere ad alcuni scrittori contemporanei (italiani e non) la domanda delle domande… di interrogarli, insomma, sulle ragioni del leggere e dello scrivere.

A costo di sentirmi rispondere, à la Bukowski, “scrivo solo per portarmi a letto le ragazze dopo le presentazioni”: la più raffinata – e spudorata – bugia che mi sia mai capitato di leggere!

*

Apre le danze Maurizio De Giovanni, “grande scrittore napoletano” (faccio mie senza esitazione le parole dell’altrettanto grande Toni Servillo) e “papà” del commissario Ricciardi e dell’ispettore Lojacono:

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“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985) Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Ti rispondo con un pezzetto che mi chiesero qualche tempo fa sullo stesso argomento, per un giornale. All’identica domanda, scrissi:

1b658-maurizio_de_giovanni1“Scrivo perché mi scappa. Perché se no suppura qualcosa all’interno, e prima o poi scoppia e inonda l’anima di amarezza. Scrivo come si apre un rubinetto, per fare uscire un flusso che sommerga, perché c’è e se serve è lì, a disposizione. Scrivo come ci si spoglia prima di fare l’amore: perché è urgente, perché è necessario nei pomeriggi assolati, con la luce che filtra dalle tapparelle e ferisce gli occhi. Scrivo perché lo so fare, e mi piace vedere negli occhi di chi legge la sorpresa, la commozione, il divertimento, perfino il dolore: io creo i sentimenti, e mi sento creatore, ed è esaltante. Scrivo perché leggo, e il virus altrui si propaga attraverso me, e infetta il mondo, e va bene così. Scrivo come parlo, per raggiungere e lasciare una traccia, che sia indelebile il più possibile, e se la cancellano bravi loro, e comunque chi se ne frega. Scrivo perché ho il coraggio di farlo, perché non mi vergogno del colore delle mie interiora, in cui custodisco un sacco di cose belle e brutte, oggi fuori tutto, offerta speciale. Scrivo perché ho paura, e allora meglio urlare, per sentire almeno una voce. Scrivo perché sono vivo: preoccupatevi, quando non mi leggerete più.”

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Alcuni scrittori di romanzi neri asseriscono che noi siamo proprio quelli che hanno più paura del buio che c’è nell’animo umano, e che la scrittura sia un modo per esorcizzare questa fobia. Io credo che ognuno, semplicemente, abbia le sue storie; e che venga naturale raccontare in un modo piuttosto che in un altro quello che realmente interessa a tutti, e cioè l’evoluzione delle passioni e dei sentimenti. Che al centro di una narrazione ci sia un grande amore, un abbandono o un omicidio non toglie o aggiunge dignità a una storia; sono l’originalità, il linguaggio e la caratterizzazione dei personaggi, oltre naturalmente all’ambientazione, a conferire interesse a una storia, e a favorire il necessario processo di immedesimazione del lettore.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Semplicemente, quando il lettore comincia a leggere ha bisogno di abbreviare il più possibile il viaggio. Si deve “entrare” in una storia, andare in un altro mondo, divertirsi in senso proprio, etimologico, di-vertere, andare altrove. Ovviamente, più la realtà descritta dal narratore è vicina alla propria, minore sarà lo sforzo del lettore di cambiare la prospettiva alla quale è abituato. Il romanzo nero non abbellisce e non migliora la realtà, anzi. E’ solo un viaggio più breve.

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Scrivere con le scarpe

Ciao Francesca, benvenuta sul blog di Uno Studio In Giallo!

Il sito ufficiale di Scrittura & Scritture – la casa editrice indipendente fondata da Chantal ed Eliana Corrado con la quale hai pubblicato i tuoi ultimi due romanzi – ci rivela che hai alcune grandi passioni (“gli infernali nipoti Cecilia e Tommaso, ballare l’hip-hop come Jacko, leggere disperatamente”), che hai trascorso quattro anni “a testa in giù” (in Nuova Zelanda) e quarant’anni a Napoli per poi dividerti fra due autentici paradisi terrestri: il lago d’Orta e la costiera sorrentina. C’è qualcos’altro che dobbiamo sapere? Ti va di presentarti ai nostri lettori?

Buongiorno a voi di Uno Studio In Giallo, prima di tutto! Al mio curriculum potrei aggiungere le esperienze di teatro d’avanguardia e cinema, il mio grande amore per i viaggi (ora un po’ sopito, ma mai morto), la mia fissa nell’avere la casa sempre piena di gente e cucinare per tutti. Forse quest’ultima cosa la dice lunga su come sono: adoro i miei amici! Visto che non ho praticamente più una famiglia di origine, ne ho creata una speciale fatta dei parenti del mio compagno e di tutti gli amici, da Nord a Sud.

Il mitico (ebbene sì, ci sbilanciamo!) Andrea Camilleri si alza di buon mattino, si lava, si sbarba, si accende una sigaretta e si veste di tutto punto prima di accomodarsi al tavolo di scrittura. Bandisce ogni trasandatezza, insomma, perché il lettore lo percepisce subito “se un libro è scritto con le scarpe o con le pantofole”. Ecco, una cosa che viene da pensare leggendo i tuoi libri è che siano stati scritti con le scarpe, cioè con amore. Un lungo preambolo per domandarti: come, quando, perché, per chi scrivi?

scarpe-da-sogno-L-8yFxtKLungo, ma bello questo preambolo e poi Camilleri per me è un mito per bravura ed età (vuol dire che c’è speranza anche per me!). Ho cominciato a scrivere da ragazzina. Stupidaggini, storie confuse e complicate, prove. Tutte rigorosamente bocciate da mia madre, avida lettrice, bibliotecaria e giudice implacabile (lei che a scuola prendeva dieci nello scritto d’Italiano). Un esempio pesante da superare senza scoraggiarsi. Dicono che quelli nati sotto il segno del Toro hanno la testa dura. Garantisco che è pura verità. Ho insistito, mi sono scontrata con muri di cemento e un po’ alla volta ce l’ho fatta. Oggi la scrittura per me è diventata una seconda natura, una droga quasi. Ascolto i commenti e le critiche dei miei lettori (amici e non) e cerco di farne tesoro, di migliorare. Quando scrivo? A volte per un giorno intero, altre volte solo qualche ora. Ci sono giorni in cui mi limito a pensare al lavoro fatto e a cosa aggiungere o togliere, a come proseguire nel racconto. Sono molto disordinata. Certamente scrivere mi rasserena e mi diverte, ma ogni storia, ogni frase, ogni parola deve divertire anche chi ha voglia di leggermi. Esisto perché là fuori c’è qualcuno che desidera ascoltare le mie storie. Qualcuno che non vorrei mai deludere. Mi metto le scarpe e scrivo per lui, per tutti loro!

Intervistato da Paris Review, lo scrittore statunitense Paul Auster ebbe a dichiarare: «Non riesco a immaginare uno scrittore che non sia stato nell’adolescenza un lettore vorace. Un vero lettore comprende che i libri sono un mondo in se stessi – e che quel mondo è più ricco e più interessante di qualunque altro nel quale abbiamo viaggiato. Credo sia questo a trasformare giovani uomini e donne in scrittori – la felicità scoperta vivendo nei libri. Magari non hanno ancora vissuto abbastanza per avere molto da dire, ma arriva un momento in cui realizzi che questo è ciò per cui sei nato». Sei d’accordo? Uno scrittore forte è stato (ed è, e sarà) anche un lettore forte?

Molto bella e molto vera la dichiarazione di Auster. Posso dire che da bambina amavo ascoltare favole e storie. Ho cominciato a leggere davvero relativamente tardi, intorno ai diciassette anni. In compenso, da allora, la quantità di libri letti in un anno è cresciuta in modo esponenziale. Ora viaggio su un libro a settimana (se non sto scrivendo anche due) e mai uno solo alla volta (un’assurda forma di bulimia, temo). Ritengo che non si possa diventare scrittori senza leggere. Un orto senz’acqua secca e poi muore. Senza la ricchezza di tanti meravigliosi autori italiani e stranieri presenti e passati che popolano il nostro mondo cosa saremmo? Zero. Ci nutriamo di parole e delle emozioni, delle situazioni che esse descrivono. I libri sono compagnia, ispirazione, farmaci per l’anima. Non riesco a immaginare un mondo senza libri…

Saremmo curiosi di conoscere il tuo personalissimo Pantheon letterario. Ovvero: parti per l’immancabile isola deserta e porti con te… ?

Domanda terribile! Somiglia a quella della torre: chi butti giù? 
Ci provo comunque. Il maestro e Margherita di Bulgakov, Cuore di tenebra di Conrad, Le città invisibili di Calvino, Il deserto dei tartari di Buzzati, Lettera al mio giudice di Simenon, Ritratto di signora di Boll. Ma la lista sarebbe molto più lunga. Ho tenuto fuori Faulkner, la McCalloum, Yeoshua, Javier Marias, Goffedo Parise, uh, hai voglia…

Che libro tieni sul comodino in questo momento?

Sto finendo di leggere (con dolore perché è straordinario) Limonov di Carrére e Alle radici del male di Roberto Costantini.

Veniamo adesso alle tue “creature”: ci parli della gestazione di Re di bastoni, in piedi e La stretta del lupo?

Il Re è nato dalla mia passione per la lettura delle carte napoletane. Premetto che non so interpretarle, ma ho un’amica bravissima che mi ha predetto l’incontro con il mio compagno e altre cose straordinarie. Da tempo cercavo di costruire una storia che avesse come ‘cuore’ le carte, i sogni, la divinazione. Così ho cominciato a scrivere il Re senza sapere bene cosa sarebbe successo, l’idea iniziale era molto vaga. Siamo cresciuti insieme, un po’ alla volta. La stretta del lupo invece è nato da una precisa richiesta di un carissimo amico del lago d’Orta: ‘Ma un bel giallo su di noi? Che si svolga da queste parti? Perché non lo scrivi?’. La storia l’avevo in mente da parecchio tempo e mi sono limitata ad adattarla al contesto ortese.

Protagonista assoluta di Re di bastoni, in piedi (Scrittura & Scritture, 2011) è una Napoli invernale ed esoterica, di grande fascino. Nel romanzo la descrivi come una città dura e violenta ma capace e desiderosa, al tempo stesso, di divertire e divertirsi. Ci racconti la tua Napoli? Ti manca?

Certo che mi manca Napoli e soprattutto mi mancano gli amici napoletani anche se con alcuni ci sentiamo spesso o ci incontriamo su Facebook. Vivere e poi lavorare a Napoli per tanti anni non è stato facile e c’erano giorni in cui avrei voluto che non fosse una città, ma una persona per poterla prendere a calci e pugni. Ma Napoli è così. Certi giorni la ami, certi altri la detesti. Non genera mai sentimenti blandi, solo passioni estreme come estremi sono i suoi colori e le sue storie. Un momento sei fuori dalla grazia di Dio e quello dopo stai ridendo come un matto per qualcosa d’inatteso e folle che è appena successo. Napoli è madre e matrigna, ti premia, ti blandisce e poi magari ti sbrana. Me ne sono andata per amore di qualcuno non per disamore della mia città. Per lei provo un’infinita tenerezza e ci ritorno sempre con una grande gioia mista a una punta di sospetto: che dispetti mi farai stavolta, cara Sirena Partenope?

Ne La stretta del lupo una bella e tenace ispettrice della Questura di Novara dà la caccia a un serial killer che insanguina le sponde (apparentemente!) tranquille del lago d’Orta. Costanza Ravizza è una delle prime profiler nel panorama della letteratura poliziesca italiana: com’è nato questo personaggio?

Da Miss Marple in poi la letteratura gialla è piena di donne che indagano. Ho cercato di crearne una un filino diversa dalle altre, altrimenti che gusto c’era?

Costanza Ravizza – anche in questo caso ci sbilanciamo un po’ – è un personaggio davvero ben riuscito, che “buca la pagina” e sembra destinato alla serialità… è così? Ti frullano in testa altre storie di cui la giovane profiler potrebbe essere protagonista?

Costanza mi ha appena detto di secretare qualsiasi anticipazione o informazione. Scusate, ma è un tipino pepato come dovreste sapere…

I personaggi a cui hai dato vita in entrambi i romanzi pubblicati da Scrittura & Scritture sono animati da una verve fuori dal comune e si distinguono per vivacità, brillantezza, verosimiglianza; la sensazione, leggendo, è di avere a che fare con persone in carne e ossa… tridimensionali, come abbiamo annotato recensendo La stretta del lupo. Così “vere” che viene spontaneo domandarselo: sono vere?

No, naturalmente no. Almeno non completamente. Penso che, quando uno scrittore si mette al lavoro, entrino in gioco meccanismi mnemonici sconosciuti a lui stesso. I personaggi – almeno i miei – sono dei Golem, dei collage di caratteri e figure incontrati nel corso degli anni, a volte frequentati a lungo, a volte incrociati per caso e brevemente. Prima si diceva che senza leggere tanto non si diventa bravi scrittori. Aggiungerei qui che osservare tanto è un bell’aiuto alla scrittura: feste, serate con gli amici, luoghi pubblici. Ogni situazione è utile in questo senso. Tacere, ascoltare, osservare, memorizzare. Comunque, almeno Letizia è un personaggio vero, reale: si tratta di mia nipote, che è anche peggio della sua copia cartacea.

questionario-di-proustDirettamente dal Questionario di Proust:

  • i miei eroi nella finzione: La protagonista de La regina del Sud di Perez-Reverte
  • i miei eroi nella vita reale: Don Diana e gli uomini come lui
  • quel che detesto più di tutto: la falsità nelle opere, nei pensieri e nelle parole. La vanagloria e la corruzione
  • vorrei vivere in un Paese che… non abbia mendicanti; bambini, anziani e animali abbandonati
  • il mio sogno di felicità: Una medicina che sconfigga il cancro per sempre


Fuori questionario, proviamo ad estorcerti qualche anticipazione… c’è un nuovo romanzo di Francesca Battistella in arrivo?

Certo che c’è, ma muta sono… ahahah!

Grazie Francesca! Per la disponibilità, la gentilezza… per il tempo che ci hai dedicato. Un grosso, stratosferico in bocca al lupo per la tua vita e per la tua carriera.

Ma un milione di volte grazie a voi e… crepi il lupo (non il mio, va da sé!).

 
Simona Tassara

Intervista a Paolo Foschi

Ciao Paolo, benvenuto!

La “nota sull’autore” in calce ai tuoi romanzi ci rivela che sei nato a Roma nel 1967 e che hai tre passioni: musica, sport e libri. C’è qualcos’altro che dobbiamo sapere?

Allora eccomi. Sono un giornalista della cronaca di Roma del Corriere della Sera. In passato ho lavorato in diverse altre testate (soprattutto all’Unità) e ho cominciato come giornalista sportivo. Adesso mi occupo perlopiù di politica ed economia, lo sport però resta una delle mie grandi passioni. Sono Diplomato in educazione fisica (un insegnante di zompi prestato al giornalismo), ho praticato atletica leggera a livello agonistico e sono stato anche allenatore. Ora, in età adulta, ho scoperto il nuoto, visto che due chiodi nel ginocchio mi impediscono mio malgrado di correre: così faccio le gare master e a giugno scorso ho partecipato ai Mondiali della mia categoria. Con la musica è un rapporto difficile: io amo il pianoforte, ma lui ogni volta che lo tocco reagisce con suoni sgradevoli. Per la gioia dei miei vicini, suono ossessivamente De André e Tenco. Se non ci fosse Maria Teresa, la mia compagna, pianista vera che suona divinamente e ricompensa i vicini con pregevoli esecuzioni, credo che sarei già stato cacciato dal condominio. I libri? Non parto nemmeno per un week end senza una buona scorta di letture.

11 luglio 2012: esce il tuo primo romanzo, Delitto alle Olimpiadi (Edizioni e/o); a distanza di poco più di tre mesi, il 24 ottobre 2012, ecco arrivare in libreria la seconda indagine della Sezione crimini sportivi della Questura di Roma: Il castigo di Attila, anch’esso targato e/o. Un esordio da centometrista, insomma… ad alta, esplosiva velocità! Ci parli delle tue creature letterarie?

Nei miei libri lo sport è l’oggetto della narrazione, ma anche uno strumento per la narrazione. Parto da un crimine commesso nel mondo dello sport e intorno cerco di costruire tante storie diverse, cerco di far vivere personaggi che possano strappare un sorriso o fare incazzare, ma che comunque lascino in qualche maniera un segno. E cerco di raccontare quello che vedo della nostra società che non mi piace ma di cui spesso non riesco a parlare nei miei articoli sul giornale. Spero di riuscire a far riflettere su temi seri con un sorriso, in maniera leggera ma non superficiale.

Il commissario Igor Attila, ex pugile con una vita sentimentale tormentata e un passato da dimenticare, e la sua squadra di ex atleti “falliti” sono personaggi interessanti, ai quali è difficile non affezionarsi. Personaggi perfetti, a ben vedere, per un progetto a lungo termine. Hai già concepito un’intera serie di polizieschi ambientati nel mondo dello sport?

Adesso sto lavorando al terzo romanzo che dovrebbe uscire a marzo. E vorrei continuare. L’idea è di andare a ficcare il naso un po’ ovunque nel mondo dello sport: spaziare da una disciplina all’altra, raccontare la vita dei professionisti, ma anche le fissazioni degli amatori, dei cosiddetti sportivi della domenica: però, come ti dicevo, in questi libri voglio parlare di tante altre cose: per esempio nel terzo romanzo tornerà spesso la spending review, questo strumento di politica economica adottato dal governo Monti che probabilmente ha il pregio di salvare i conti pubblici, ma rischia di fare del male, molto male, alle famiglie.

La nostra recensione

Soffermiamoci per un momento su Igor Attila: personaggio ben riuscito, originale e fuori dagli schemi. Com’è nato? Hai dei riferimenti precisi nel panorama letterario poliziesco? I colloqui di Attila con il questore e con il bizzoso pm Silvio David sono, a tratti, esilaranti e ricordano le schermaglie del commissario Montalbano con i suoi superiori e con il dottor Pasquano…

Camilleri è un maestro irraggiungibile nel suo genere, non oso nemmeno paragonarmi a uno scrittore del suo livello. E’ chiaro che probabilmente, talvolta magari a livello inconscio, quando scrivo sono condizionato dalle mie letture. Fra giallisti e autori di noir amo in particolare Jean Claude Izzo (la trilogia marsigliese è secondo me un capolavoro della letteratura), Simenon, Manotti e Markaris fra gli stranieri. Appunto Camilleri, De Giovanni, Dazieri e Carlotto fra gli italiani. Gli scandinavi mi piacciono ma trovo i loro gialli un po’ “freddi” (colpa della latitudine?).

Ultrasportivo, musicista… Non posso non domandartelo: vi sono elementi autobiografici, nel personaggio di Igor Attila?

Tantissimi. Confesso che la moto truccata è identica alla mia Hornet 600. Le due chitarre che il commissario tiene in ufficio sono le stesse mie (una Gibson Diavoletto e una Santo Lo Verde di liuteria siciliana). E anche il pianoforte a coda, il Bluthner del 1893, è proprio il mio (stesso anno di nascita), che attualmente ho parcheggiato a casa di amici per ragioni di spazio. E, guarda caso, anche Igor Attila ha due chiodi piantati nel ginocchio. Lui però riesce a correre, come lo invidio.

Delitto alle Olimpiadi e Il castigo di Attila sono romanzi estremamente godibili, di “intrattenimento” nel senso migliore del termine. Gli argomenti trattati, ciò nondimeno, sono tutt’altro che leggeri: doping, calcioscommesse… Da giornalista pensi che il romanzo poliziesco possa contribuire a denunciare le storture della realtà (in questo caso della realtà sportiva, del “lato oscuro” del mondo dello sport)?

Credo di sì. In Delitto alle Olimpiadi la vicenda ruota infatti intorno a un caso di Epo nell’atletica azzurra ai Giochi di Londra. Il libro è uscito prima delle Olimpiadi. E purtroppo ai Giochi c’è stato proprio nell’atletica italiana un caso clamoroso di Epo (il marciatore Alex Schwazer squalificato per doping). Anche se i personaggi sono inventati così come le storie, per la contestualizzazione delle vicende narrate cerco di documentarmi in maniera molto approfondita. Ne Il Castigo di Attila, per esempio, ricostruisco i meccanismi del riciclaggio del denaro adottati dai clan della camorra sulla base di evidenze emerse nel corso di inchieste giudiziarie.

Da giornalista tratti con cognizione di causa il mondo dello sport e le sue insidie; da romano dipingi una città che, lungi dal limitarsi a fare da sfondo, diventa un personaggio vero e proprio: una città viva, sfacciata, profumata, spietatamente autoironica. Quanto è importante che uno scrittore sia “dei suoi posti”, per citare Isaac B. Singer, che scriva di ciò che conosce davvero bene?

Dipende dal tipo di romanzo che si vuole scrivere. Se vuoi contestualizzare la storia rendendola credibile, è assolutamente necessario conoscere bene gli argomenti di cui tratti, i luoghi in cui ambienti le vicende. Però ci sono ottimi libri in cui la contestualizzazione e l’ambientazione sono frutto esclusivamente della fantasia dello scrittore e molto distanti dalla realtà.

Cosa rende un libro un buon libro, secondo te?

La capacità di emozionare, di lasciare qualcosa nel lettore.

Hai pubblicato entrambi i romanzi con una casa editrice – la indipendente e/o – da sempre attenta agli autori esordienti, impegnata nella ricerca e nella promozione del talento. La tendenza generale, tuttavia, sembrerebbe diversa… Quali consigli ti sentiresti di dare a un giovane intenzionato a farsi strada nel mondo della letteratura?

Questa domanda mi permette prima di tutto di ringraziare gli editori Sandro Ferri e Sandra Ossola che hanno avuto fiducia in me e nel mio progetto seriale, mettendomi a disposizione una squadra di professionisti, a cominciare dall’editor Claudio Ceciarelli. Per me, esordiente, è stata un’esperienza fantastica, che mi ha permesso di imparare un’infinità di cose, perché scrivere un articolo e scrivere un libro sono due cose ben diverse. Detto questo, un giovane che vuole diventare scrittore deve assolutamente inseguire il proprio sogno, con la consapevolezza che però difficilmente potrà diventare un lavoro. La prima motivazione dunque deve essere la passione. Serve poi grandissima determinazione e moltissima applicazione. Certo, ci sono i geni che scrivono di getto. Ma quella è un’altra storia, anche perché i geni non hanno certo bisogno dei miei consigli…

Che libro tieni sul comodino, in questo momento?

Io leggo sempre almeno tre libri contemporaneamente. Adesso Una voce di notte di Camilleri, Miele di McEwan e La Memoteca di Marco Pomar.

Direttamente dal questionario di Proust…

  • gli autori che prediligo: Bulgakov, Izzo, Ammaniti, McEwan, Frentzen, De Luca, Eugenidies, Skarmeta, Pratolini, Simenon, Camilleri… Posso continuare? Se poi volete, anche qualche poeta: Dante su tutti, Dickinson, Leopardi, Attilio Bertolucci, Alda Merini…
  • i miei eroi nella finzione: il re senza corona e senza scorta della Canzone di Marinella;
  • i miei eroi nella vita reale: Gino Strada e tutte le persone che dedicano la propria vita al volontariato, oltre a tutti quei genitori come i miei che consacrano la vita al benessere dei figli;
  • quel che detesto più di tutto: la violenza, fisica, psicologica e verbale;
  • vorrei vivere in un Paese dove… non soffriremo e tutto sarà giusto, per dirla con la splendida canzone Cirano di Guccini.

Fuori questionario: stai lavorando a un nuovo romanzo? Posso provare a estorcerti qualche anticipazione?

Sì. Come ti anticipavo uscirà a marzo, parlerà di atletica, ma non solo. Uno dei temi principali sarà il mancato riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, etero e gay.

Grazie per il tempo che hai dedicato alla rivista Fralerighe… Un grosso in bocca al lupo per la tua vita e per la tua carriera!

Simona Tassara

Intervista a Piergiorgio Pulixi

Ciao Piergiorgio, benvenuto! Questa è la prima intervista che realizzo per Uno Studio In Giallo, incrociamo le dita?

Onorato di inaugurare questo spazio allora. Incrocio le dita pure io.

Cominciamo dalla fine, cioè dal nuovo romanzo Una brutta storia (Edizioni e/o, 2012): brutta storia, bellissimo libro. Mi racconti com’è nato? Ti sei ispirato a un fatto di cronaca?

La nostra recensione

Sì. Cercavo una storia con cui sperimentare un tipo di narrazione diversa da quella a cui ero abituato, corposa, con tanti personaggi e tante sottotrame, cercando – con molta umiltà – di prendere come modelli Dickens, Victor Hugo e Dumas, e dare ampio respiro a una storia noir. Dopo qualche tempo mi sono imbattuto in un articolo dove si svelava un arresto clamoroso: sedici poliziotti tutti insieme appartenenti alla stessa Sezione arrestati con l’accusa di associazione a delinquere. Mi è sembrato, come dire “strano”. Ho iniziato a fare delle ricerche sulla corruzione nelle forze di polizia e ho notato che sebbene la maggioranza dei tutori delle forze dell’ordine sono totalmente onesti esiste questa macchia nera e mi sembrava interessante raccontare questo tipo di storia: poliziotti corrotti, alcuni colleghi onesti che tentano di fermarli, e degli intrighi e segreti che dessero ritmo e suspence  alla narrazione, tutto messo in moto dall’incontro/scontro con la persona sbagliata: un potente mafioso ceceno.

Veniamo all’ambientazione. Le vicende del romanzo si svolgono in un’area metropolitana non precisamente identificata: è lecito immaginare una qualsiasi grande città dell’Italia settentrionale, magari dell’opulento Nordest? Quel che rimane addosso leggendo, vedi, è la fotografia di un Nord industrioso e ammalato, protetto da una facciata di rispettabilità sempre meno convincente e con l’anima in necrosi

Esattamente. Non ho voluto definire un luogo in particolare perché ritenevo che con questo tipo di storia il lettore potesse immaginare da solo una metropoli a lui congeniale, primo. E poi perché la storia aveva delle caratteristiche “universali”, pur rimanendo nei nostri confini. Di sicuro io l’ho immaginata nel nord Italia, ma non ti saprei dire con esattezza dove. E’ la summa di varie città che mi hanno suggestionato.

Sono rimasta molto colpita dal personaggio di Biagio Mazzeo, il capobranco: un cattivo a tutto tondo (così ben delineato che balza letteralmente fuori dalle pagine del romanzo, n.d.R.) e tuttavia capace di sentimenti profondi; il suo antagonista, il mafioso ed ex guerrigliero ceceno Sergej Ivankov, è al tempo stesso uno spietato assassino e un padre tenerissimo. Due personaggi tragici e complessi che ricordano Ettore e Achille

Felice che tu abbia colto quest’aspetto. Ho concepito “Una brutta storia” come una tragedia moderna. Omero, Eschilo, Euripide, insieme a Shakespeare, Dickens e Dumas, sono stati i miei punti di riferimento. Ho cercato di unire epica, tragedia, feuilleton alla crime fiction alla Ellroy o alla Don Winslow. Un esperimento in qualche modo che è stato contaminato anche dal modo di raccontare e dipanare le trame tipico delle serie tv americane che hanno una qualità di scrittura altissima, penso a Breaking Bad, Six Feet Under o Sons of Anarchy, per fare degli esempi. Con questa grande “cosmogonia” di riferimenti e la storia che avevo in mente, era necessario creare personaggi di grande spessore che fossero in grado di reggere quasi cinquecento pagine di romanzo senza avere nessun calo di tensione, anzi, questi personaggi spingono la narrazione a tavoletta perché si trovano invischiati in un turbine di situazioni tragiche e drammatiche che li obbligano a reagire e tirare fuori l’istinto animale che è in loro. Per renderli verosimili ho cercato di dar loro un passato, una personalità forte e contraddittoria e delle motivazioni solide.

Una brutta storia ha un taglio spiccatamente cinematografico e cita con gusto ed eleganza alcune delle migliori pellicole e serie televisive a sfondo criminale in circolazione (un esempio per tutti, l’ormai mitico Scarface di Brian De Palma). La malavita moderna, del resto, è sensibile al fascino di questo tipo di narrazioni e talvolta finisce col promuoverle a vero e proprio modello estetico (come ha mostrato Roberto Saviano in Gomorra). Ciò che colpisce, in Una brutta storia, è che a tali ingredienti si affiancano gli elementi più tipici del romanzo ottocentesco: intrighi, passioni, segreti inconfessabili un’opera di grande respiro, insomma. Epica, corale. Tu come la definiresti?

Un dramma poliziesco corale che richiama il pathos delle tragedie unito all’epica narrativa delle grandi saghe letterarie e le serie tv americane.

Nel 2010 hai pubblicato Un amore sporco, romanzo sulla schiavitù sessuale inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni e/o): si tratta di una storia d’amore, nonostante tutto?

Sì, la tipica storia d’amore sbagliata. O perlomeno è questo quello che pensano le persone di questo ragazzo che per via del suo lavoro incontra una prostituta albanese di strada. Ne rimane attratto e se ne innamora, ma viene a scoprire che non è una semplice prostituta, ma una schiava sessuale: appartiene cioè come se fosse un mero oggetto alla mafia albanese che l’ha portata in Italia. Come atto d’amore (o di totale incoscienza) il ragazzo porta via Miriana – é questo il nome della giovane – ai suoi aguzzini, incappando però in una vendetta che stravolgerà la sua vita… Sì, alla fine è una storia d’amore, solo che la vita si mette in mezzo e scombina tutto.

E infine l’inizio: Perdas de fogu (Edizioni e/o, 2008), un esordio letterario coi fiocchi all’insegna di Massimo Carlotto e del collettivo di scrittori Mama Sabot. Mi parli della stesura di questo romanzo e della tua esperienza con i Sabot? Come si scrive un romanzo a più mani?

L’esperienza è stata bellissima, sia a livello letterario che umano. Parlare di un territorio violato da una guerra quotidiana che ha causato morte e malattia è stato molto doloroso e toccante, soprattutto perché la terra in questione era la nostra. Abbiamo avuto l’onore di essere stati scelti da Massimo Carlotto che ci ha iniziato a un lungo periodo di formazione che prosegue tuttora. La nostra è una sorta di fabbrica letteraria specializzata nello sviluppo delle trame e dello studio dei personaggi. E’ una sorta di laboratorio di filtraggio in partenza per le storie che andiamo a scrivere sia collettivamente che singolarmente; possiamo contare l’uno sull’altro per avere pareri tecnici su questioni di fondamentale importanza in un romanzo come trama, personaggi, inchiesta, ritmo, etc. Scrivere a più mani, invece, è un delirio… credimi. L’unica ricetta è armarsi di una titanica dose di pazienza, e rubare qualche segreto agli sceneggiatori cinematografici per la suddivisione delle scene e l’editing finale.

In un interessante articolo pubblicato sul web (L’eredità di Izzo, testo integrale tratto dal sito ufficiale di Massimo Carlotto, n.d.R.) definisci il noir mediterraneo come un’arma di resistenza e denuncia rivoluzionaria contro la massificazione e la sofisticazione della realtà: mi spieghi in che senso?

Credo che questo paese abbia un rapporto malato con la verità, o meglio, il Potere è riuscito a contaminare i mezzi d’informazione, annullandone la libertà e controllando alla fonte le notizie. Col passare degli anni ha sistematizzato questo “modus operandi”, asservendo sempre di più a sé i media, complice l’influenza dei grandi marchi pubblicitari che sostengono i vari media. Questo ha comportato la sofisticazione della realtà, o meglio della percezione di realtà che ci viene propinata come vita reale. Non lo è. In realtà abbiamo davanti un’immensa fabbrica di menzogne e mistificazioni che cerca di spacciarci per vere notizie che non lo sono. Ma questo è il meno… Il noir mediterraneo per anni ha avuto il potere di contrastare nel suo piccolo questo impero, lanciando dei messaggi di allarme su alcune situazioni.

Scrivo per potermi comprare libri da leggere, hai confessato al blog di Noir Italiano. Non mi definisco uno scrittore, ma sono abbastanza certo di essere un lettore compulsivo Se ci fossero i lettori anonimi io non mi perderei nemmeno una riunione, mettiamola così. Quanto è importante leggere per diventare uno scrittore?

Penso che sia basilare. La lettura è strettamente correlata alla scrittura. Pensare di mettersi a scrivere senza avere un solido bagaglio di letture alle spalle è come salire sul ring con Sugar Ray Robinson senza avere mai indossato i guantoni.

Che libro tieni sul comodino, in questo momento?

Utu di Caryl Fèrey, un bel pulp noir. 

Il mondo dell’editoria è sempre più variegato e pieno d’insidie… ricorda un po’ l’arcipelago delle rocce vaganti dell’Odissea! Cosa ti sentiresti di consigliare a un giovane che intenda dedicarsi professionalmente alla scrittura?

Di cambiare idea… Ma se è così pazzo o motivato da volerlo fare, leggere tantissimo, vivere esperienze nuove e intense. Non farsi prendere dalla fretta di pubblicare a qualsiasi costo, ma avere pazienza, studiare gli autori che predilige, non improvvisare ma farsi sempre un gran mucchio di domande sulla storia, sui personaggi e sulle loro motivazioni. Investire dei soldi su un buon editing che metta in luce qualità e difetti della sua storia (e quindi anche del suo autore). Osservare la realtà e affinare giorno dopo giorno questo talento. E soprattutto non avere paura di lavorare tanto e per nessun ritorno economico. Essere consapevole che più diventerà bravo e acuto come scrittore, più diverrà una brutta persona. Questo, nonostante pochi abbiano il coraggio di dirlo, penso sia una legge universale.

Direttamente dal questionario di Proust

  • gli autori che prediligo: Ellroy, Carlotto, Dickens, Dumas, Shakespeare
  • i miei eroi nella finzione: Dudley Smith, Edmond Dantes, Joe Pike, Burke
  • i miei eroi nella vita reale: gli eroi invisibili che si svegliano ogni mattina e fanno sì che questo paese vada avanti, inconsapevoli del loro “potere”.
  • quel che detesto più di tutto: la maleducazione e la prevaricazione.
  • vorrei vivere in un Paese che… dimostri di avere più coraggio e più carattere.

Fuori questionario: come immagini il tuo futuro di scrittore? Una brutta storia avrà un seguito? (dimmi di sì!!!)

Sì, sto già lavorando al seguito di “Una brutta storia”, che, editori permettendo, dovrebbe uscire nel 2013. Ma contemporaneamente sto ultimando con altri due sabot un romanzo molto duro e spietato dal ritmo pazzesco, in stile Padrino / Scarface / C’era una volta in America, sul mondo del narcotraffico, ambientato all’estero, di qualità superiore – a mio avviso – a “Una brutta storia”. Chi ha amato Mazzeo e i suoi, adorerà questa storia, ne sono sicuro. Anche questo uscirà l’anno prossimo.

Grazie infinite, Piergiorgio.

E un grosso in bocca al lupo per la tua vita e per la tua carriera.

Grazie mille a te.

P.S. Se mai decidessi di istituire i lettori anonimi sono della partita!

Ne terrò conto!!

Simona Tassara

Massimo Carlotto a "Città del Noir"

20 marzo 2012. Genova, Palazzo Ducale.

La rassegna Città del Noir – La letteratura racconta l’Italia apre i battenti e ospita una triade da pelle d’oca: Bruno Morchio, “papà” dell’investigatore genovese Bacci Pagano e curatore della manifestazione, incontra Massimo Carlotto e il giallista internazionale Veit Heinichen. Tema della serata: “Il Nordest: Padova e Trieste”…

… bando agli indugi, l’occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire!

Supero in qualche modo la timidezza e chiedo a Massimo Carlotto, vera e propria colonna portante del noir italiano, la cortesia di rispondere ad alcune domande: ricevo un sì infinitamente generoso e disponibile (del quale non mi stancherò mai di ringraziarlo) e la chiacchierata può cominciare…

Benvenuto a Genova, signor Carlotto.

Grazie!

Genova e le “città del noir”… Lei ha raccontato come nessun altro il cuore nero del Nordest e ha avuto modo di affermare in diverse occasioni che il territorio è un personaggio, che conoscere i luoghi di cui si ha in animo di scrivere è fondamentale. Quali altre caratteristiche deve avere, secondo lei, un buon noirista? E un buon romanziere in generale?

Secondo me un buon noirista deve conoscere molto bene il territorio in cui ambienta le storie. Anche perché è una cosa che ci siamo già… voglio dire, “divisi” tempo fa: l’idea che ognuno scriva del luogo dove vive e dove lavora presuppone il fatto di essere dei profondi conoscitori del luogo, al punto che bisogna saperne interpretare anche i profumi, i sapori… Questa è una dimensione che ci deve essere nel romanzo, perché è proprio vero che il luogo dev’essere un personaggio, non è più possibile che sia solo lo sfondo… dev’essere un personaggio che si muove all’interno della narrazione. E questa tra l’altro è stata la cifra che ha fatto conoscere e apprezzare il poliziesco e il noir italiano a livello internazionale.

In un intervento pubblicato sul Manifesto nel maggio dell’anno scorso ha descritto il genere italiano come “un pentolone di idee” in continuo e multiforme subbuglio. E’ sempre grande la confusione sotto il cielo? (ride, N.d.I.) Detto altrimenti: che cos’è il noir?, e fino a che punto lo si conosce? La sensazione è che la gente comune, anche i lettori cosiddetti “forti”, abbiano un’idea abbastanza vaga, a riguardo.

C’è un’idea vaga e confusa che secondo me è suggerita da un’arretratezza della critica che non riesce a interpretare quello che sta accadendo, nel senso che ci sono delle modificazioni profonde a livello letterario che non vengono percepite… cioè di fatto vengono più percepite dai lettori, anche se in maniera confusa, che dalla critica. E questo ha portato a una serie di errori secondo me “di definizione”, e questo come effetto collaterale ha purtroppo l’effetto che c’è confusione, spesso, tra i lettori meno attenti; e quindi c’è anche un discorso di capacità di apprezzare meno un genere che in Italia sta producendo molto, al di là del soliti nomi.

Un genere che ha altresì una funzione sociale?

Assolutamente ha una funzione sociale, che è quella di raccontare il reale in maniera molto, molto precisa. E questa, voglio dire… una cosa che si evince sempre di più è che proprio c’è un uso anche sociale dei romanzi, nel senso che molte volte vengono usati proprio per raccontare delle situazioni, anche da parte di istanze popolari.

A proposito di questo, ci sarebbe tanto da dire su Perdas de fogu (romanzo frutto di una lunga inchiesta condotta da Massimo Carlotto e da un gruppo di scrittori uniti nella sigla Mama Sabot, fortemente voluto dai cittadini che vivevano nei pressi del poligono del Salto di Quirra, N.d.I.), se solo avessimo più tempo…

Il punto è che il lettore ha sempre un doppio binario davanti a sé, la possibilità di andare oltre la lettura d’intrattenimento. Dopo aver raccontato la crisi, la sfida del noir sarà sempre più quella di raccontare il conflitto.

Oltre a quella di anticipare la realtà…

Il noir anticipa sempre. E’ proprio la caratteristica più importante del noir la capacità di anticipare quello che verrà raccontato dopo due o tre anni, è sempre così. Perché di fatto, usando gli strumenti del giornalismo investigativo, si arriva ad analizzare e indovinare alcune cose che accadranno dopo…

… questo dipende anche dal fatto che il giornalismo d’inchiesta ha abdicato alla propria funzione?

Il giornalismo d’inchiesta non esiste più, purtroppo, rispetto alla criminalità. E questo sta provocando questi guasti… che noi noiristi stiamo cercando di colmare, insomma (ride, N.d.I.). Con fatica.

Lei ha affermato che “il cosiddetto noir non è affatto l’unica letteratura in grado di raccontare il reale” e che la letteratura “più che di generi è fatta di contenuti”. La nuova collana editoriale da lei curata, Collezione Sabot/AGE (diretta da Colomba Rossi per Edizioni e/o, N.d.I.), va in questa direzione? Nella direzione cioè di superare gli steccati di genere per “sabotare” la menzogna e occuparsi delle storie che nessuno ha il coraggio di raccontare?

Esattamente. Io sono profondamente convinto che oggi non esiste un genere in grado di raccontare la realtà nella sua complessità e che bisogna affidarsi a più generi e a più forme espressive, e credo che questo abbia portato a uno sviluppo diverso, molto forte e robusto di alcune concezioni proprio rispetto all’uso della realtà nel romanzo. Questo ha portato alla collana Sabotage o Sabot Age (pronuncia francese o inglese, N.d.I.) – è uguale, sono due modi diversi di vedere la stessa cosa[1]– e questo però ci conforta molto perché stanno arrivando dei romanzi, che verranno anche pubblicati, dal fantapolitico al romanzo più “bianco” e però così profondamente ancorati alla realtà e ai contenuti che sembrano quasi dei romanzi di genere.

Il romanzo poliziesco classico – à la Agatha Christie, per intenderci – è morto e sepolto?

No, perché Agatha Christie continua a vendere poco meno della Bibbia… quindi non è così! E anche guardando le classifiche si vede che è un tipo di romanzo che piace molto. D’altra parte è un romanzo che risponde alle domande come-dove-quando…

… senza curarsi troppo del “perché”…

(annuisce, N.d.I.) ed è comunque profondamente consolatorio, e la gente giustamente in questo periodo ha tutto il diritto di consolarsi rispetto agli effetti collaterali della crisi dal punto di vista umano, che sono veramente forti e difficili da vivere.

Lei ha scoperto e promosso diversi autori esordienti. Nel primo numero di “Fralerighe” abbiamo intervistato Matteo Strukul, che con la sua “ballata di Mila” inaugura la Collezione Sabot/age. Cosa consiglia a uno scrittore alle prime armi che vorrebbe pubblicare?

Pubblicare è difficilissimo, sempre più difficile. Bisogna credere fermamente nel proprio lavoro, questa è la prima regola: crederci così tanto che alla fine si riesce a spuntarla. Io credo che però bisogna anche avere la capacità di ascoltare molto: ascoltare i buoni consigli che in questo mestiere sono fondamentali.

E leggere molto?

Ah beh, sì. Solo i forti lettori possono essere dei buoni scrittori.

Manifestazioni come Città del noir sembrerebbero testimoniare il contrario ma in Italia si legge poco. Perché, secondo lei? Come si potrebbe motivare la gente a leggere di più? Mi riferisco in particolare alle giovani generazioni cresciute a pane, tv e tecnologia.

Il problema di fondo è che in questo Paese si stanno chiudendo molte librerie, soprattutto nei paesi, dove al limite resiste una cartolibreria. Se non hai familiarità con l’oggetto libro non hai familiarità con la lettura, e questa è una cosa che nessun e-book può colmare. E credo che la questione della lettura proprio rappresenti questo, cioè c’è una difficoltà enorme da questo punto di vista perché le librerie, soprattutto quelle indipendenti, stanno soffrendo moltissimo all’interno di un mercato sempre più spietato. Però noi ci stiamo giocando la cultura di un Paese, al di là dei generi e delle passioni. Ci stiamo proprio giocando la cultura di un Paese. Questo è un Paese dove si dimenticano sempre i classici… ormai alcuni classici fondamentali non vengono nemmeno più ristampati: questa è veramente una vergogna.

E-book in fabula. “Fralerighe” è una rivista in formato esclusivamente digitale: qual è la sua opinione in merito agli e-book? In che modo stanno cambiando il volto dell’editoria?

Mah, l’e-book… io leggo molti e-book. Nel senso che ormai leggo e-book, leggo cartaceo… anche se la mia generazione è più legata al cartaceo; è una cosa assolutamente normale. Penso però che l’e-book non sia automatico come passaggio ma sia il passaggio invece a un formato più agile da parte di un lettore già affermato, ma che il passaggio iniziale sia sempre attraverso il cartaceo. Io credo che almeno in questo momento storico sia così.

Nel prossimo numero di “Fralerighe” recensiremo Arrivederci amore, ciao e Alla fine di un giorno noioso: ci descrive brevemente la parabola di Giorgio Pellegrini?

(ride di gusto, N.d.I.) Se lo recensite lo sapete meglio di me! Comunque è una storia di formazione criminale nel primo romanzo e una storia invece di affermazione criminale nel secondo. Sono due momenti a distanza di dieci anni nella vita di un criminale quasi perfetto.

Provo ad estorcerle qualche anteprima sul nuovo romanzo targato Einaudi, Respiro corto, in uscita il prossimo 10 aprile. Ho letto sul suo sito ufficiale che la vicenda si svolgerà fra i vicoli della vecchia Marsiglia: dici Marsiglia e il pensiero corre subito a Jean-Claude Izzo…

Sì, ma la Marsiglia di Izzo non esiste più… quindi io racconto un’altra Marsiglia completamente diversa. Però non c’è solo Marsiglia ma c’è anche l’India, c’è la Russia, c’è il Paraguay… è una dimensione di criminalità molto diversa. Diciamo che i destini di alcune persone s’incrociano a Marsiglia, Marsiglia che oggi è sempre di più il crocevia di una criminalità sempre più globalizzata, una città dove è in atto uno scontro quasi militare molto, molto accentuato.

Il mondo è di chi corre veloce quanto il denaro?

Assolutamente sì. Nella criminalità chi corre più veloce vince. Una cosa che una volta non c’era, la dimensione della velocità nel crimine, oggi invece è fondamentale.

Dobbiamo salutarci in fretta e furia, l’incontro sul Nordest sta per iniziare…

La mano scivola inavvertitamente sul pulsante di “stop” e la videocamera perde per sempre la cascata di ringraziamenti che faccio in tempo a snocciolare.

La vera e propria colonna portante del noir italiano deve aver captato qualcosa, tuttavia, perché si volta e mi regala un ultimo sorriso: “grazie a te”, mi dice allontanandosi.

Grazie a te, signor Carlotto. A nome mio e di tutta la Redazione di “Fralerighe”.

Simona Tassara

(intervista originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe)


[1] Il nome della collana contiene infatti un doppio significato: sabotaggio (se letto alla francese) o “Era del Sabot” (Sabot Age, in inglese); il “sabot” è lo zoccolo di legno che gli operai esausti lanciavano negli ingranaggi delle macchine ai tempi della rivoluzione industriale.