Le verità di Bébé Donge

Bébé! Che idea chiamarla Bébé! Dopo dieci anni di matrimonio non si era ancora abituato…

Il nomignolo suonerà familiare agli estimatori di Georges Simenon e del poliziesco d’autore: perla noir di rara – e alquanto sottovalutata – bellezza, La vérité sur Bébé Donge (1942) costituisce una delle vette più alte della produzione simenoniana.

a333d2af2832acc0770390868eea72dc_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Il racconto si sviluppa intorno all’avvelenamento del facoltoso uomo d’affari François Donge: in una tranquilla domenica d’estate sua moglie, l’eterea e raffinata Bébé, gli versa una dose letale di arsenico nel caffé. Scampato alla morte per un soffio, François avrà modo di riflettere sul gesto – freddo e premeditato – della moglie e di scandagliare gli abissi più profondi della sua enigmatica personalità. Continua a leggere “Le verità di Bébé Donge”

Annunci

Accade, talvolta

, che un microscopico moscerino increspi la superficie di una pozzanghera più della caduta di un enorme sasso. E’ ciò che avvenne quella domenica alla Châtaigneraie. Altre domeniche, nella memoria dei Donge, erano rimaste in un certo senso storiche, come la domenica della bufera, quando il faggio si era schiantato al suolo “appena tre minuti dopo che era passata la mamma”, oppure la domenica della grande litigata, che aveva raffreddato per parecchi anni i rapporti fra le due coppie.

Quella domenica, che si potrebbe chiamare la domenica del grande dramma, trascorse invece con la limpidezza e la calma di un ruscello in pianura.

Georges Simenon, La verità su Bébé Donge (1942)

L’appuntamento

cop-appuntamentodi Piergiorgio Pulixi

Editore: E/O

“Era proprio la cosa che volevo fare con i miei racconti”, confessò ad un certo punto della sua incredibile vita lo scrittore, poeta e saggista statunitense Raymond Carver: “(…) far sì che il lettore fosse attratto e coinvolto all’interno del racconto fino a essere incapace di distogliere lo sguardo dal testo, a meno che non gli andasse a fuoco la casa attorno”.

La lettura del nuovo lavoro di Piergiorgio Pulixi sortisce precisamente questo effetto e lo fa sin dalle prime, folgoranti battute. Romanzo breve dal sapore ipnotico che reinventa i confini del noir psicologico dribblando ogni classificazione di genere, “L’appuntamento” attrae e coinvolge con la “semplice” forza di una storia che semplice – nel senso di lineare e più dritta di un fuso, senza orpelli – lo è davvero.

Continua a leggere “L’appuntamento”

I diabolici

di Pierre Boileau e Thomas Narcejac

Editore italiano: Adelphi

«Una sorta di interminabile attacco di cuore»: così è stato definito I diabolici, che – unanimemente considerato un classico della letteratura noir – non ha perso un grammo del suo torbido fascino: come dimostrano i commenti dei giovani blogger francesi, i quali scoprono stupefatti quanto l’attuale letteratura psicologica francese «à suspense» debba a un libro che ai loro occhi appare «di un’incredibile modernità», dotato di «un intrigo perfetto» e di «una tensione che fino all’ultimo non ti dà un attimo di tregua». Come nei migliori romanzi di Simenon, quello che conta qui è la progressiva perdita, da parte del protagonista, della percezione della realtà, il suo sprofondare sempre più allucinato in una vertigine di angoscia e di terrore in cui i deliri si accavallano ai ricordi d’infan­zia e a un lacerante senso di impotenza.

Nei Diabolici compaiono per la prima volta alcuni dei marchi di fabbrica della sterminata, formidabile produzione di Boileau e Narcejac: lo schema triangolare, l’am­bienta­zio­ne provinciale e piccoloborghese, il motivo del colpevole tormentato dal rimorso e dalla paura, la contiguità fra innocenza e colpa; e soprattutto l’inversione dei ruo­li: in un’autentica spirale di orrore, l’as­sassino si trasforma in una vittima braccata da «colei che non c’è più» – la donna che sa di aver ucciso. Non a caso Francis Lacassin (sceneggiatore di molti Maigret televisivi e grande studioso di Simenon) ha scritto che proprio grazie a Pierre Boileau e Thomas Narcejac «il romanzo poliziesco senza poliziotti è diventato una variante tragica del romanzo tout court».

In libreria

La notte delle pantere

la-notte-delle-pantere-L-GQTwLddi Piergiorgio Pulixi

Edizioni E/O

Biagio Mazzeo è tornato.

Per chi ha avuto la fortuna di leggere Una brutta storia (Edizioni e/o, 2012), primo adrenalinico capitolo della serie dedicata all’ispettore superiore della Narcotici e alla sua banda di poliziotti corrotti (“la mia famiglia”, puntualizzerebbe Mazzeo con qualche buona ragione: quel branco d’anime allo sbando rappresenta il suo unico, ancorché fragilissimo, legame con la sfera degli affetti), basterà questa semplice frase a suscitare un moto di contentezza.

Avevamo lasciato le pantere della Narcotici con trecento chili di cocaina purissima fra le mani e un mare di sangue e violenza dietro le spalle; “Non c’era bisogno di parole per capire che una nuova guerra era appena iniziata”, recita l’explicit di “Una brutta storia” e il secondo capitolo – la seconda puntata, verrebbe da dire nella speranza di veder presto gli eroi pulixiani sul grande o sul piccolo schermo – riparte precisamente da qui: Continua a leggere “La notte delle pantere”

Intervista a Piergiorgio Pulixi (II)

Ciao Piergiorgio, che piacere ritrovarti!

Intervista a Piergiorgio PulixiA due anni dalla pubblicazione di “Una brutta storia” (Edizioni e/o, 2012) torna Biagio Mazzeo, ispettore superiore della Narcotici a capo di una banda di poliziotti corrotti. “La notte delle pantere” (Edizioni e/o, 2014) agguanta la storia laddove si era – grandiosamente – interrotta e le dà un brusco, vertiginoso giro di vite. Ci racconti com’è nato questo secondo (e non ultimo, come autorizza a pensare l’epilogo) capitolo della saga? Avevi già concepito un’intera serie dedicata a Mazzeo e ai suoi o hai deciso di continuare dopo aver scritto “Una brutta storia”?

Ciao Simona, è un piacere ritrovarti e grazie mille… Da quando ho iniziato a pensare al progetto delle pantere, quindi diversi anni fa, ho cercato di fare qualcosa di nuovo e diverso. Volevo creare una saga noir che valicasse un po’ i generi, contaminandola con l’epica, l’action, il dramma e la tragedia, e volevo inoltre creare un tipo di serialità diversa da quella tradizionale dei gialli o dei polizieschi: qualcosa di più seriale, che avesse delle trame autoconclusive per quanto riguarda ogni singolo libro, ma che avesse una storyline complessiva, un arco più lungo che abbracciasse tutti i romanzi; per spiegarmi meglio, è come se Una brutta storia, La notte delle pantere, e i prossimi libri siano un solo romanzo: un lungo dramma poliziesco legato a questa “famiglia” di poliziotti e alla città dove si muovono. Quindi, per tornare alla tua domanda, sapevo benissimo che ci sarebbe stato un seguito e cosa vi sarebbe successo, così come – per dire – so benissimo cosa succederà nel quarto o nel decimo episodio della saga perché ho impiegato anni a elaborare la storyline generale.

la-notte-delle-pantere-L-GQTwLdNe “La notte delle pantere” Biagio Mazzeo intraprende una missione ad altissimo rischio e gioca la sua partita personale col piede incollato all’acceleratore: i suoi demoni interiori lo spingono al limite e perfino oltre facendo esplodere, ancor più che nel primo romanzo, tutte le sue contraddizioni. Che rapporto hai con questo – mi scuserai se perdo per un momento l’aplomb dell’intervistatrice – straordinario personaggio? Cosa pensi di lui? Dove pensi che possa arrivare? 

Non è facile dirti cosa penso di lui, nel senso che è un personaggio talmente forte e carismatico, ha questa bruciante ambizione che lo muove e al tempo stesso è un uomo all’antica, legato a un’idea di famiglia molto romantica, insomma è talmente complesso e contraddittorio che non posso darti un giudizio generale su di lui, soprattutto perché è un personaggio in costante evoluzione: la storia, le vicende che vive lo cambiano, cambiano i rapporti che ha con i suoi uomini e le donne della sua vita, quindi è difficile catturarne l’essenza. Penso che sia sicuramente molto enigmatico, affascinante e dotato di un fortissimo istinto di sopravvivenza che lo porta a compiere azioni deplorevoli, però, nella sua testa, giustificate da un bene superiore che è l’amore per la sua famiglia… Al momento posso dirti che è sicuramente stanco, vorrebbe un po’ di pace, ma le circostanze glielo impediscono, soprattutto dopo La notte delle pantere. Anche perché quella notte non è per niente finita: come dice un personaggio nel terzo romanzo della serie “Ogni notte per noi è una cazzo di notte delle pantere”. Questo, a parte il linguaggio colorito, sintetizza qual è il percorso che Biagio e i suoi dovranno affrontare.

“La notte delle pantere” affronta temi di grande, drammatica attualità: su tutti, il rapporto malato e quasi simbiotico fra criminalità organizzata e politica. Leggendo il romanzo non si può fare a meno di domandarsi se figure come Biagio Mazzeo e Irene Piscitelli (tostissima dirigente di pubblica sicurezza del Servizio Centrale Operativo della polizia di Stato, altro personaggio che non si lascia dimenticare) non costituiscano un “male necessario”, nelle società cosiddette moderne…

Non lo so… io penso che per cultura e retaggi del passato noi italiani siamo sempre portati a pensare e scegliere “il male minore”. Come individuo, come cittadino, mi verrebbe da dirti che questo è sbagliato, che se una persona entra in politica o decide di indossare una divisa non debba diventare un “male necessario”, non debba scendere a patti, mai, poiché altrimenti perverte il proprio senso morale, la propria “missione”. Ovviamente questo non accade nel mondo reale, dove in realtà il compromesso è l’unica moneta vigente in grado di permetterti di stare in piedi nei mondi sopra citati… Se invece ti devo rispondere come romanziere, allora ti devo confessare che raccontare la zona grigia che è dentro questi personaggi, quel luogo dove istinto, morale, e corruzione entrano in conflitto è davvero molto interessante ed eccitante dal punto di vista narrativo; e penso che sia uno degli aspetti che interessano di più anche ai lettori: vedere i personaggi superare un limite e venire sommersi dalle conseguenze, cercando di tirarsene fuori quando ormai è troppo tardi.

Grandi temi ma prima di tutto e avanti ogni cosa una grande storia. Tu stesso hai affermato in diverse occasioni, se ben ricordo, di sentirti un romanziere “commerciale” e “popolare”, “più romanziere che scrittore”: possiamo dire che, secondo il tuo punto di vista, la scrittura è principalmente una forma di intrattenimento?

Certo, lo possiamo dire, ma lo possiamo dire per “me”. Voglio dire, ogni autore approccia la scrittura con modi, intenti e filosofie diverse. Io sicuramente non nascondo di essere un autore commerciale: scrivo romanzi di intrattenimento. Cerco di essere un intrattenitore puro. Il mio scopo è far evadere il lettore, farlo emozionare, regalargli un grado di intrattenimento altissimo che deve competere (e superare) quello della tv, dei videogiochi, del cinema, delle partite di calcio e delle serie tv. Non devo dare tregua al lettore: lo devo afferrare per la gola dalla prima riga della prima pagina e trascinarlo fino all’ultima facendogli dimenticare tutti i casini della sua vita, facendogli sperimentare tutta una serie di emozioni che lo elettrizzi, lo ecciti, gli mettano paura e lo facciano arrabbiare allo stesso tempo; e per farlo devo utilizzare tutta l’arte, la tecnica, e il talento che ho, giocando anche sporco, se necessario. Dal punto di vista delle mie ambizioni letterarie di sicuro quando scrivo un romanzo entro in “modalità Mazzeo” nel senso che il fine giustifica qualsiasi mezzo: e il fine nel mio caso è regalare al lettore un’esperienza indimenticabile che lo faccia ritornare nel mio mondo con ancora più fame di emozioni e adrenalina. Se non creo “dipendenza e crisi d’astinenza” fallisco nei miei intenti di romanziere. E non mi piace fallire…

Dal maggio scorso sei in libreria anche con un noir a firma del Collettivo Sabot, il gruppo di scrittori (fondato da Massimo Carlotto nel 2007) di cui fai parte. “Padre Nostro” (Rizzoli, 2014), scritto con Stefano Cosmo e Ciro Auriemma, è un romanzo durissimo che traccia la mappa del traffico di cocaina nel Mediterraneo. “Guarda la cocaina, vedrai polvere”, scrive Roberto Saviano in “Zero Zero Zero”; “guarda attraverso la cocaina, vedrai il mondo”…

È un romanzo a cui tengo particolarmente perché ci è costato tanto lavoro. Ha una struttura simile a Una brutta storia come impostazione e stile di scrittura: tanti personaggi, capitoli molto brevi, colpi di scena, stacchi cinematografici, epica, noir e tragedia miscelati insieme, stile cinematografico, e grandi emozioni. È ambientato in Spagna, a Madrid, e racconta “l’inverno” di un grande narcotrafficante che vede il suo regno usurpato e deve scegliere se combattere o arrendersi. Anche lui è un personaggio tragico a cui tengo molto. Si chiama Don Pedro de la Ardila o Rafael Velasquez, a seconda di chi glielo chieda.

Il Collettivo Sabot è ormai una realtà importante nel panorama letterario italiano. I romanzi con protagonista Biagio Mazzeo – editi, come ricordato, da E/O – fanno parte della collana Sabot/Age: sabotare cosa? Come? Perché?

La collana è stata creata da Colomba Rossi e Massimo Carlotto che è anche il fondatore del Collettivo di scrittura Sabot, e il mio maestro. Nasce con lo scopo di raccontare storie negate, sabotare l’industria della menzogna con storie forti, di alto livello, capaci di rimestare con le mani nel fango della nostra società, tutto questo non richiudendosi nelle staccionate di un solo genere, ma aprendo a una narrativa di contenuti, dove il “contenitore” può cambiare. Vengono affrontati temi diversi, ma con uno stesso comune denominatore: devono essere storie che affondano le radici nella realtà e che siano in qualche modo “ribelli”. Per spiegarmi meglio, è come se il noir mediterraneo di Izzo avesse aperto i confini a tutti i generi, contaminandoli col suo potere sovversivo e il coraggio delle sue tematiche.

Lo scorso anno mi sono imbattuta in una splendida videointervista ad Antonio Tabucchi. Lo scrittore pisano cercava di rispondere alla “domanda delle domande, inevitabile per uno scrittore”: perché si scrive? Sono rimasta così colpita e affascinata dalle sue argomentazioni (“si scrive perché si è qui ma vorremmo essere là”, ha buttato lì ad un certo punto, “o perché si è andati là ma tutto sommato era meglio se si restava qui”) che non perdo occasione di girare il quesito agli scrittori che mi capitano a tiro: perché si scrive, Piergiorgio?

Antonio Tabucchi

Puoi fare questa domanda a cento scrittori e probabilmente avrai centotrentaquattro risposte diverse, anche perché ogni singolo autore cambia il suo rapporto con la scrittura nell’arco della sua vita. C’è chi scrive per fame, chi per motivi terapeutici, chi per sfogarsi, chi per evitare una strage in ufficio, chi per conquistare l’amore della sua vita, e chi semplicemente perché lo rilassa farlo e non ha nessuna ambizione di pubblicazione. Io, ripeto, non sono uno scrittore. Gli scrittori sono altri: Cormac McCarthy è uno scrittore, Hemingway, Roth, Pirandello, Javier Marìas, Baricco, Busi, Eduardo Savarese… Io al momento sono soltanto un umile romanziere, un artigiano della parola e della fiction che vuole regalare dei viaggi emotivi, delle ore di puro thrilling ai miei lettori. Non voglio essere ricordato per la mia prosa, la mia eleganza stilistica, o la mia sensibilità poetica: voglio solo emozionare chi legge le mie storie e far sì che continuino a seguirmi, e questo è possibile soltanto se miglioro di libro in libro, portando l’intrattenimento a livelli sempre più alti, ed è quello che con molta umiltà e spirito di abnegazione cerco di fare. Ovviamente curo il linguaggio e la scrittura ma senza innamorarmene: anche il linguaggio è funzionale alla storia e alla velocità che voglio imprimerle. Poi forse un giorno anch’io scriverò un libro letterario, più profondo, ma al momento questo è quello che mi piace fare e che sento di saper fare meglio.

Ogni narratore ha un lettore ideale a cui si rivolge”, mi ha confidato Grazia Verasani in un’intervista di qualche tempo fa, “e anche se scrive per se stesso è con quel lettore che cerca avidamente di comunicare”: sei d’accordo? In quale misura ti poni il problema di come verranno accolti, digeriti, rielaborati, i tuoi lavori?

Il mio lettore ideale è quello che non ha ancora letto i miei libri, quello che ha gusti diversi dai miei, quello che ha problemi con la letteratura di genere, quello che ancora devo conquistare. È lui. Nel senso che per catturarlo devo fare uno sforzo maggiore che quello di accontentare colui che è già un mio lettore; devo scrivere una storia talmente emozionante e forte che prescinda i generi, arrivando anche a lettori diversi, non deve essere una storia relegata a pochi ma qualcosa di universale, e questo lo ottieni creando personaggi forti e indimenticabili che annullino e abbattano le staccionate tra generi diversi; lo ottieni creando una storia emozionante che arrivi a toccare corde profonde. So che è molto ambizioso e forse può apparire arrogante da parte mia, ma ripeto, scrivo per arrivare a più persone possibili, è il mio lavoro. E senza un obiettivo ambizioso scrivere diventa un’attività noiosa e quasi di routine: cercare di migliorarsi e puntare più in alto, invece, tengono viva la passione e la voglia di scrivere, e questo va a beneficio mio e dei lettori.

L’artista americana Cheryl Sorg realizza enormi impronte digitali colorate utilizzando dorsi e segnalibri: come a dire che siamo fatti anche, forse soprattutto, dei libri che abbiamo letto e amato. Ci diresti quali sono i libri che costituiscono la tua impronta digitale, che hanno contribuito più degli altri a formare la tua identità? 

Risposta potenzialmente interminabile. Vediamo… tutto Dickens, tutto Stephen King, tutto Carlotto, tutto il noir mediterraneo, tutti i classici russi, Shakespeare… ecco, forse se dovessi mostrarti le mie “cicatrici”, Shakespeare è quello che mi ha “ferito” di più.

Domanda di rito: che libro tieni sul comodino, in questo momento?

In questo momento “Riti di Morte” della Bartlett perché sto scrivendo una storia su un personaggio femminile, una poliziotta, e ho bisogno di immergermi in una sensibilità femminile come scrittura e come personaggio principale. La Bartlett in questo è una maestra assoluta, un punto di riferimento imprescindibile.

Curiosity killed the cat, lo so bene… ma provo ugualmente a domandartelo: cosa significa, per un giovane scrittore, vivere a Londra?

Vuol dire entrare in corto circuito emozionale e artistico perché è una città talmente piena di stimoli e sensazioni che le storie da raccontare sono talmente tante che mi comprimono il cervello… reggerò qualche mese ancora e poi avrò bisogno di un periodo di decompressione.

Dulcis in fundo, la domanda davvero inevitabile per uno scrittore, la più banale e prevedibile del mondo: bolle qualcosa, in pentola? Ti rivedremo presto in libreria?

Al momento come ho detto sono in libreria con “Padre nostro” edito da Rizzoli, scritto col Collettivo Sabot. A Novembre 2014 esce un romanzo per le Edizioni E/O extra Mazzeo che s’intitola L’appuntamento. Faccio un’incursione fuori dal genere con qualcosa di più… lasciamo un po’ di suspense… Nel 2015 uscirà il terzo romanzo della serie di Mazzeo e il primo di una nuova serie, un romanzo più thriller che noir, sempre per E/O. In questo momento, invece, sto ultimando un noir puro sulla scia di “Arrivederci amore ciao” di Massimo Carlotto che è il mio maestro, ma di questo romanzo non conosco ancora il destino, spero comunque che trovi presto la sua strada perché è una storia tosta.

Grazie per il tuo tempo, per la disponibilità, per la potenza delle tue storie… buona scrittura e buon tutto! 

Grazie mille a te e a presto!

Simona Tassara e Piergiorgio Pulixi

(intervista originariamente pubblicata dalla Rivista letteraria Fralerighe)

Viviane Élisabeth Fauville

di Julia Deck

Editore italiano: Adelphi

In una stanza disperatamente vuota una donna culla su una sedia a dondolo una bambina di pochi mesi. Ha l’impressione di avere commesso qualcosa di terribile, ma non ne è certa, tutti i suoi ricordi sono sfocati. Contempla la piccola quasi si aspettasse da lei una risposta, una rivelazione. Poi, un bagliore: ha quarantadue anni e ha abbandonato il bel marito che l’ha lasciata per un’altra e lei si è rintanata lì, in un appartamento spoglio, in un quartiere popolato di bazar orientali dov’è una straniera. Il giorno prima ha ucciso a coltellate il suo analista, incapace di alleviare le crisi di terrore di cui soffre, in segreto, da tre anni. Di quel che è stata – ambiziosa direttrice della comunicazione con ufficio a due passi dagli Champs-Élysées, moglie e figlia devota – non le resta che un nome, Viviane Élisabeth Fauville, regale e fragile relitto di un’esistenza inappuntabile, della scrupolosa obbedienza alle leggi dell’abitudine e della necessità. Certa solo del delitto che ha commesso, e del colpo di grazia che non potrà tardare, per tutti allarmante e impenetrabile, ancorata alla realtà solo dal fardello della figlia, Viviane esce dai binari che guidavano il suo destino, si addentra in una Parigi oscura e parallela, affonda, e ci trascina, in un gorgo di insostenibile angoscia, di acuto disagio – sino all’esplosivo epilogo. Sorretto da una scrittura secca e minuziosa, capace di farci vivere dall’interno il frantumarsi di una personalità, Viviane Élisabeth Fauville è un noir che non dà tregua e insieme il ritratto, sconcertante, di una donna che si libera della sua fallace identità come si appende un abito a una gruccia, che accoglie la follia e la deriva come unica via di salvezza.

*

Il romanzo d’esordio della scrittrice francese Julia Deck è un piccolo capolavoro da non perdere.

La guerra era iniziata.

Questo pensò Irene Piscitelli appena vide i tre cadaveri nell’hangar. Stracci nelle nocche per impedire loro di urlare e un colpo alla nuca per ciascuno. Ma il particolare che attirava l’attenzione era un altro: a tutti erano state amputate le mani. Dalla quantità di sangue presente sul pavimento capì che gliele avevano tagliate quand’erano ancora in vita. Un messaggio abbastanza esplicito: finitela di rubare.

Piergiorgio Pulixi: La notte delle pantere (Edizioni e/o, 2014)

… ma altolà. Clare?

Il resto sarebbe stato facile toglierselo dalla testa, ma non la bionda dagli occhi neri. L’ho già detto e so che mi toccherà ripeterlo: le donne non sono altro che guai, qualunque cosa uno dica o faccia.

Benjamin Black, La bionda dagli occhi neri – Un’indagine di Philip Marlowe (Guanda, 2014)

*

Foto di Walter Piana © Walter Piana Photography

Fossi in voi correrei subito ad acquistare…

La settimana bianca, di Emmanuel Carrère

Editore italiano: Adelphi

«Ero solo, in una casetta in Bretagna, davanti al computer» ha raccontato una volta Emmanuel Carrère «e a mano a mano che procedevo nella storia ero sempre più terrorizzato». All’inizio, infatti, il piccolo Nicolas ha tutta l’a­ria di un bambino normale. Anche se allo chalet in cui trascorrerà la settimana bianca ci arriva in macchina, portato dal padre, e non in pullman insieme ai compagni. E anche se, rispetto a loro, appare più chiuso, più fragile, più bisognoso di protezione. Ben presto, poi, scopriamo che le sue notti sono abitate da incubi, che di nascosto dai genitori legge un libro, dal quale è morbosamente attratto, intitolato Storie spaventose, e che, con una sorta di torbido compiacimento, insegue altre storie, partorite dalla sua fosca immaginazione: storie di assassini, di rapimenti, di orfanità. E sentiamo, con vaga ma crescente angoscia, che su di lui incombe un’oscura minaccia – quella che i suoi incubi possano, da un momento al­l’altro, assumere una forma reale, travolgendo ogni possibile difesa, condannandolo a vivere per sempre nell’in­ferno di quei mostri infantili.

Questo perturbante, stringatissimo noir è da molti considerato il romanzo più perfetto di Emmanuel Carrère – l’ultimo da lui scritto prima di scegliere una strada diversa dalla narrativa di invenzione. 

In libreria

Il mondo non mi deve nulla

In uno dei film più noti e celebrati di Wim Wenders, un aborigeno fugge l’apocalisse nucleare a bordo di un furgone e non smette mai, ma proprio mai, di cantare. Canta la terra,

ossia il testo sacro degli aborigeni, perché loro credono che solo cantando la terra, un pezzo ciascuno, continuamente, la potranno salvare. Ed è un po’ quello che facciamo noi: cantare pezzi della nostra terra, che sono storie, libri, suoni, immagini, pensando che se ci chiudiamo in un teatro e cominciamo a narrare, nessuno ce la porterà via.

Alessandro Baricco: Totem. Letture, suoni, lezioni (1998)

Sono passati alcuni anni dal mio ultimo viaggio sul furgone di Totem – bellissimo spettacolo teatrale di Alessandro Baricco e Gabriele Vacis che teatro non è “anche se un po’ ci assomiglia” – e tuttavia, come si sa, le esperienze più significative della nostra vita hanno il vizio di tornare in superficie nei momenti meno opportuni.

Quel che è accaduto, volendo stare ai fatti, è che la lettura del nuovo lavoro di Massimo Carlotto (Il mondo non mi deve nulla, Edizioni E/O) mi ha riportato subito alla mente la storia di Cyrano de Bergerac e il magistrale, ipnotico racconto che Alessandro Baricco ne ha fatto in Totem. Un passaggio di quel racconto spiega infatti come l’irrompere della guerra e della morte serva molto, in letteratura, a far girare la vite, a spingere i personaggi “verso il momento in cui non possono che tirar fuori la verità”. Il dolore e la morte, insomma, spremono le coscienze e – mi si conceda l’espressione un poco abusata – mettono con le spalle al muro. Continua a leggere “Il mondo non mi deve nulla”

E’ allora che tutto ha vacillato.

Dal mare è rimontato un soffio denso e bruciante. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua larghezza per lasciar piovere fuoco. Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell’impugnatura e è là, in quel rumore secco e insieme assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato via il sudore ed il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura.

Albert Camus, Lo straniero (1942)

Biagio Mazzeo è tornato!

di Piergiorgio Pulixi

Dove eravamo rimasti? Ecco la nostra recensione di Una brutta storia (Edizioni e/o, 2012)

 

Soldi, sesso e potere.

L’ispettore Biagio Mazzeo è a capo di un’unità composta da poliziotti duri specializzati nella lotta al crimine e disposti a seguirlo come un padre. Questo li porta spesso a oltrepassare il labile confine tra legalità e illegalità. Per salvare i suoi uomini da uno scandalo di crimini e corruzione, Mazzeo finisce in carcere.

Ma il suo sacrificio non può fermare le conseguenze di anni di comportamenti criminali. La sua squadra infatti ha messo le mani sulla partita di droga sbagliata. E ora i proprietari la rivogliono indietro.

Ma non sono criminali comuni: si tratta di ‘ndrangheta, mafiosi disposti a tutto pur di riaverla.

Da dietro le sbarre Mazzeo non può fare nulla per aiutare i suoi. A meno che non scenda a patti con la legge scegliendo di imbarcarsi in una missione sporca e suicida. Una giovane funzionaria di Polizia propone al poliziotto corrotto un patto: lo tirerà fuori e farà cadere tutte le accuse se lui farà qualcosa per lei: fermare una guerra già dichiarata.

In un crescendo di violenza, vendette e corruzione, Biagio Mazzeo dovrà scegliere da che parte stare perché questa volta non c’è in gioco soltanto il distintivo, ma la vita. Dopo il successo di Una brutta storia, Mazzeo e le sue pantere tornano con un’avventura ricca di azione e suspense.

Un dramma poliziesco dal ritmo adrenalinico e cinematografico.

Oggi in libreria

I fatti,

dai quali faremmo forse bene a cominciare, sono brutali: mercoledí 20 febbraio 1974, la vigilia del carnevale delle donne, una donna di ventisette anni esce dalla sua casa di città verso le ore 18,45 per recarsi a una festa da ballo privata.

Quattro giorni dopo, in seguito a uno sviluppo drammatico della situazione … sabato sera alla stessa ora – per essere più precisi alle 19,04 – essa suona alla porta del commissario Walter Moeding, intento a travestirsi da sceicco per ragioni non private ma di servizio, e fa mettere a verbale allo spaventatissimo Moeding che quel giorno stesso, nella propria abitazione, verso le ore 12,15 essa aveva ucciso a colpi di pistola il giornalista Werner Tötges; che perciò desse ordini di far forzare la porta e di “ritirare” il cadavere; quanto a lei personalmente, tra le 12,15 e le 19,00 era andata vagando per la città in cerca di rimorsi, ma non ne aveva trovati…

Heinrich Böll: L’onore perduto di Katharina Blum (1979)

Oggi la mamma è morta.

O forse ieri, non so.

francesca-woodman-5

Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri.

L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera.

Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.

Albert Camus, Lo straniero (1942)

Al suo tavolo da lavoro, Pablo Simò

disegna il profilo di un edificio che non esisterà mai. Come se fosse condannato a fare lo stesso sogno ogni notte, da anni rifà quel bozzetto: un palazzo di undici piani rivolto a nord. Conserva in una cartella la serie di disegni identici, non sa quanti siano, ha perso il conto da tempo; più di cento, meno di mille. Non li numera, però li firma: architetto Pablo Simò, e ci mette la data. Per sapere in quale giorno ha disegnato il primo bozzetto dovrebbe cercarlo sotto la pila di fogli, ma non lo fa; l’ultimo porta la data di quel giorno: 15 marzo 2007. Si ripromette di contarli, prima o poi; disegni dello stesso palazzo, sullo stesso terreno, con la stessa quantità di finestre e balconi alla stessa distanza precisa, sempre con la stessa prospettiva, lo stesso giardino davanti e intorno all’edificio, gli stessi alberi, uno su ciascun lato del portone d’ingresso. Pablo pensa che se contasse uno per uno i mattoni che disegna a mano libera sulla facciata scoprirebbe che in ogni bozzetto la quantità è identica. E’ per questo che non li conta, perché ha paura che sia proprio così, ha paura di scoprire che il disegno non lo ripete di sua volontà ma è qualcosa di inevitabile.

Claudia Piñeiro, La crepa (Feltrinelli, 2013)

Requiem per la Ligera

di Omar Gatti

La Ponga Edizioni

Milano 1952. 
Sul pavimento di un bar sono distesi quattro cadaveri. 
Un uomo, una donna e due bambini. 
Sono ciò che rimaneva della famiglia di Sciresa, il vecchio capo della ligera. 
Qualcuno ha voluto sferrare il colpo di grazia alla malavita milanese. 
Toccherà a Cinghei, uomo di fiducia di Sciresa, scoprire il mandante dell’esecuzione. 
Tra rapinatori di banche, ruffiani marsigliesi, mafiosi siciliani e frasi in dialetto meneghino, Omar Gatti trasporta sui Navigli milanesi la scrittura rapida e rabbiosa della scuola hard-boiled di Hammett e Chandler, in un romanzo avvincente ed esplosivo come una scarica di mitra.

Da oggi in libreria . . . 
. . . e dal 2 agosto in eBook a soli € 1,99!

La semplice arte del delitto: Philip Marlowe

( Dall’introduzione di Oreste Del Buono)


Chi non conosce Philip Marlowe?

È l’eroe di romanzi polizieschi celebri come “II grande sonno”, “La donna nel lago”, “Addio, mia amata”, “II lungo addio”. Sullo schermo ha avuto di volta in volta i tratti di Dick Powell, George Montgomery, Bob Montgomery e persino Humphrey Bogart. 

È il meno probabile realisticamente, anche se il più convincente artisticamente, dei grandi detectives. Davanti alla simpatia che è capace di suscitare, non solo il cavaliere Auguste C. Dupin di Edgar Allan Poe appare un fegatoso maniaco, non solo il poliziotto Lecoq di Emile Gaboriau appare un grossolano piedipiatti, non solo il sergente Cuff di Wilkie Collins appare un insopportabile sputasentenze, non solo l’infallibile Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle appare un’odiosa e arbitraria macchina calcolatrice, ma persino il padre Brown di Gilbert Keith Chesterton appare un’artificiosa macchietta, ma persino l’ispettore French di Freeman Wills Croft appare una mediacre nullità ma persino il commissario Maigret di Georges Simenon appare una specie di stucchevole sentina di bonomia e patetismo: la simpatia suscitata da Philip Marlowe sa di tenerezza e ammirazione, insieme, di rimpianto e compassione. Continua a leggere “La semplice arte del delitto: Philip Marlowe”

La donna che visse due volte

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta delle opere letterarie che hanno ispirato i capolavori di Sir Alfred Hitchcock.

E non ci occupiamo di una pellicola qualunque bensì di quello che è stato definito il miglior film di tutti i tempiLa donna che visse due volte (Vertigo, 1958) guida infatti, dall’agosto dello scorso anno, la classifica stilata ogni due lustri dalla rivista cinematografica Sight & Sound. Che si tratti o meno del miglior film di tutti i tempi (classifiche di questo genere – per quanto affascinanti e, nel caso di Sight & Sound, indiscutibilmente autorevoli – lasciano il proverbiale tempo che trovano) siamo di fronte a una delle massime vette del cinema hitchcockiano: un’opera che conserva intatto il proprio fascino da oltre mezzo secolo e che è quasi ingeneroso paragonare al romanzo da cui trae – molto liberamente – origine.

a9a18-vertigo_wallpaper_hd_2-hd17-46-50
James Stewart e Kim Novak in una scena del film.

La leggenda vuole che Pierre Boileau e Thomas Narcejac, apprezzata coppia di giallisti francesi autrice del fortunato Les Diaboliques (Celle qui n’était plus), abbiano scritto il noir sentimentale D’entre les morts (Sueurs froids) * a metà degli anni ’50 del secolo scorso confidando in una trasposizione sul grande schermo per mano di Sir Alfred. Quel che è certo, il romanzo affronta tutti i nodi tematici cari al Maestro del Brivido: la vertigine fisica ed emotiva, i sentieri – anch’essi vertiginosi – dell’inconscio, il peccato, il senso di colpa. Ma soprattutto il tema del doppio, che qui beffardamente e genialmente si esaspera in un continuo gioco di specchi e diviene caleidoscopico: Renée che interpreta Madeleine che a sua volta “interpreta” Pauline Lagerlac…

Continua a leggere “La donna che visse due volte”

La notte scorsa ho sognato

che ritornavo a Manderley. Ero davanti al cancello che si apre sul viale d’ingresso e non riuscivo a entrare. Il cancello era serrato da una catena con un lucchetto. Nel sogno chiamavo il guardiano, ma lui non rispondeva e, guardando più da vicino attraverso le sbarre arrugginite, mi accorgevo che il casotto era disabitato.

Daphne Du Maurier: Rebecca (1938)

Ma oggi sa anche cosa si prova

a essere una canaglia. E se lo fosse sempre stato? Non sarà che era condannato a diventare una canaglia dalla nascita? E si può smettere di essere una canaglia dopo esserlo stato almeno una volta?

Si chiede se possa dipendere da qualcosa di latente, come una sorta di malattia genetica che aspetta un evento fortuito per manifestarsi. Se così fosse, la propensione a diventare una canaglia sarebbe rimasta in incubazione dentro di lui, mentre conduceva la sua vita senza sospettarne la presenza, finché a un certo punto, qualunque fosse la causa scatenante, avrebbe preso il sopravvento, in modo innegabile, brutale, come è accaduto poco dopo l’incontro con Nelson Jara nel suo studio per discutere di quella crepa.

Claudia Piñeiro, La crepa (Feltrinelli, 2013)

Ainhoa

Elizasu fu la seconda vittima del Basajaun, benché la stampa non lo chiamasse ancora così.

il-guardiano-invisibile-dolores-redondo_h_partb

Ma lo fece di lì a poco, quando si venne a sapere che intorno ai cadaveri di trovavano peli di animale, resti di pelle e tracce non precisamente umane, in una specie di cerimonia funebre di purificazione. Una forza maligna, tellurica e ancestrale sembrava aver segnato i corpi delle vittime, poco più che bambine, con i vestiti strappati, il pelo pubico rasato e le mani sistemate in posa virginale.

Dolores Redondo, Il guardiano invisibile (Feltrinelli FoxCrime, 2013)

Aveva lasciato andare il giornale,

che prima gli si era aperto sulle ginocchia e poi era scivolato lentamente fino al parquet lucido di cera. Non fosse stato per la sottile fessura che di tanto in tanto gli si disegnava fra le palpebre, si sarebbe detto che dormiva.

Chissà se la moglie ci era cascata… Se ne stava a sferruzzare, nella sua poltrona bassa, dall’altro lato del camino. Sembrava sempre che non lo guardasse neanche, ma lui sapeva da tempo che in realtà nulla le sfuggiva, nemmeno il più impercettibile fremito di un muscolo.

Fuori, le ganasce d’acciaio di una benna piombavano dall’alto della gru e atterravano pesantemente, vicino alla betoniera, con un frastuono di ferraglia. Ogni volta il colpo faceva tremare la casa, e ogni volta la donna sussultava portandosi una mano al petto come se quel rumore, per quanto ormai familiare, la ferisse nel più profondo dei suoi visceri.

Georges Simenon, Il gatto (1967)

Fossi in voi comincerei subito a leggere…

Ormai sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente.

Così comincia il breve, folgorante racconto dell’adolescenza di Bianca: ancora un personaggio, fra i tanti creati da Bolaño, che difficilmente dimenticheremo. Rimasti orfani dei genitori, Bianca e suo fratello scivolano a poco a poco in un’esistenza di ottusa marginalità, che li porterà a non uscire quasi più dall’appartamento in cui si sono rinchiusi, e dove passano nottate intere a guardare la televisione. A loro si aggregheranno due improbabili soggetti, «il bolognese» e «il libico», con i quali la ragazza dividerà a turno, svogliatamente, il letto – senza quasi sapere con chi lo sta facendo. Un giorno però entrerà nella loro vita un ex campione mondiale di culturismo, diventato cieco in seguito a un incidente, che tutti chiamano Maciste perché è stato un divo dei film cosiddetti mitologici. Uno che forse ha dei soldi, soldi che si potrebbero scovare e rubare. Con questo strano essere, che la attrae e la respinge al tempo stesso, Bianca vivrà una relazione che, nata sotto il segno della prostituzione e dell’inganno, si trasformerà invece in qualcosa di assai simile a ciò che chiamiamo «una storia d’amore».

Un romanzetto lumpen, di Roberto Bolaño

*

Pensavo al grande vuoto bianco che si era scavato poco a poco dentro di lui fino a lasciare soltanto un simulacro di uomo vestito di nero, un baratro da cui proveniva la corrente d’aria gelida che faceva rabbrividire il disegnatore…

«Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo. Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell’uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un’autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi».

L’avversario, di Emmanuel Carrère

Oggi in libreria

Editore: Feltrinelli
Traduzione di Pino Cacucci

Nella vita da uomo qualunque dell’architetto Pablo Simó c’è una fessura inconfessabile, una crepa che gli tormenta la coscienza: Nelson Jara.

Forse era solo un piccolo truffatore, una “canaglia”, ma anche Pablo Simó sa di essere una canaglia, nonostante l’apparenza di irreprensibile professionista e buon padre di famiglia.

Come una crepa che si allunga e si allarga, tutte le piccole certezze quotidiane di Pablo si sgretolano: una giovane donna che sembra sapere chissà cosa su Jara scatena in lui un’attrazione dirompente, la famiglia va in frantumi, il lavoro diventa insopportabile, e passo dopo passo la tentazione di essere canaglia fino in fondo lo travolge.

Ancora una volta Claudia Piñeiro ci narra i piccoli inferni di una variegata umanità, nella monumentale Buenos Aires invasa dal cemento delle speculazioni edilizie dove l’apparenza, più che mai, inganna.

La Morte arriva sul binario tre

alle otto e quattordici, con sette minuti di ritardo. Si confonde tra i pendolari, sballottolata da zaini e cartelle, da trolley e valigie che non sentono il suo alito freddo.
La Morte cammina incerta, difendendo se stessa dalla fretta altrui. Adesso è nella grande sala della stazione, tra urla di ragazzini e odore di cornetti scongelati. Si guarda attorno, si asciuga una lacrima sotto la lente sinistra con un gesto rapido, e il fazzoletto torna nel taschino della giacca.

Maurizio De Giovanni, Il metodo del coccodrillo (Mondadori)

Premio Scerbanenco 2012

La donna di troppo

di Enrico Pandiani

Editore: Rizzoli
Collana: La Scala
 

Solo un anno fa Zara Bosdaves poteva imbattersi in un cadavere senza altra preoccupazione che affidarlo ai colleghi della Scientifica. Non doveva filare via, allora, ripulire in maniera frettolosa quello che poteva aver toccato, pensando a cosa diavolo dire alla polizia. Era lei la polizia. Adesso Zara fa la detective privata: ha raccolto la sua vita, l’ha impacchettata e si è trasferita a Torino dove, oltre all’agenzia d’investigazioni, è titolare insieme al compagno François di uno dei locali più alla moda della città. E ce la sta mettendo tutta per adattarsi al suo nuovo lavoro, ma pedinare mariti traditori non è proprio il massimo che una donna come lei – una che pratica aikido, che sa dove colpire e dove far male – possa desiderare. Fino a quando non le viene affidato l’incarico d’indagare sulla scomparsa del figlio di un importante industriale, quest’ultimo morto in circostanze sospette in un incidente d’auto. Zara allora dovrà fare i conti con torbidi affari di famiglia, con gente disposta a tutto pur di arrivare lassù, oltre la nebbia; dovrà misurarsi con la violenza, con il dolore. E trovarne la cura. Ma dal sangue non si può guarire, e a lei non resterà altro da fare che seguirlo. Per scoprire dove porta. Con questo romanzo, Enrico Pandiani si conferma un maestro del noir, disegnando una Torino crudele e inattesa, che di giorno ti seduce e di notte ti pugnala, e una nuova travolgente protagonista. Bosdaves è arrivata, ruvida e passionale. E non saprete resisterle.

Da oggi in libreria

Cocaina

Tre storie nere che più diverse non si potrebbe.

Tre paia d’occhi e tre diversi sguardi sul mondo.

Tre racconti che, a dispetto delle differenze d’approccio e di stile, fanno un romanzo.

La forza di Cocaina, pregevole trittico noir firmato da un terzetto di autentici “pesi massimi” della narrativa italiana contemporanea, risiede in primo luogo in questa sua compattezza, in una felicissima – e sorprendente – continuità di narrazione.

E’ come se un filo impalpabile, una “sottile linea bianca”, cucisse il primo racconto al successivo e questo all’altro ancora, legandoli inscindibilmente. Il tema, come recita il titolo, è la sostanza che più profondamente ha segnato la società dagli anni Ottanta ai giorni nostri, che ha travolto destini e generazioni; la droga trasversale e apparentemente “pulita” che un silenzio complice ha finito col normalizzare e rendere invisibile. Il risultato è un noir magistrale che si legge d’un fiato (saranno sufficienti un paio di “tirate”, provare per credere) ma lascia tracce indelebili e fa quel che un pur validissimo trattato in materia non sarebbe in grado e condizione di fare: coinvolge cuore e cervello, tocca le corde più profonde della nostra coscienza.

E’ la (buona) letteratura, bellezza.

La pista di Campagna, di Massimo Carlotto

Picchiettò l’indice sulla pagina de “Il Mattino di Padova”. – Leggi qua, Campagna. L’ispettore girò il quotidiano e sbirciò il titolo. Padova capitale veneta del consumo di cocaina.

In questo bel racconto, che apre la raccolta, Massimo Carlotto torna a scavare nel cuore nero dell’Italia industrializzata e lo fa riportando sulla scena l’ispettore Giulio Campagna, cane sciolto dell’Antidroga padovana già protagonista di “Little dream” (in Crimini italiani – Einaudi, 2008) qui alle prese con un’indagine che potrebbe costargli la vita e una carriera da sempre in bilico.

E’ lo stesso Carlotto a raccontare, in una recente intervista, la gestazione dell’opera: «ho girato all’alba, quando le donne delle pulizie smettono di lavorare e trovano un po’ di consolazione nella striscia consumata in fretta nei locali di periferia dove prendono il caffè. Un tiro e le paure di una vita sempre più precaria sembrano svanire. Lo stesso nei grandi parcheggi dove si ritrovano i lavoratori giornalieri dell’edilizia. O negli autogrill dove gli spacciatori aspettano i camionisti e i piccoli padroncini che si fermano per fare il pieno di benzina e di polvere bianca. Durante il boom era la droga dell’euforia, ora con la crisi è la droga della consolazione».

La droga di tutti che scorre a fiumi negli scarichi dell’operoso Nordest, dietro la facciata perbene del motore d’Italia. La panacea che ha fatto saltare le regole e cambiato per sempre il volto del crimine (e non solo): “da quando la cocaina è dilagata” si sfoga l’ispettore Campagna nella prima parte del racconto, “si sono rotti gli argini e un esercito di incensurati si è arruolato nelle bande criminali. E allora un poliziotto deve scegliere chi bisogna castigare e chi si merita di non finire in galera perché è meno pericoloso degli altri o perché è diventato un informatore prezioso.”.

Navigare a vista, insomma, con la consapevolezza che il traffico di cocaina – “una marmellata che come la tocchi ti sporchi le dita” – non lascia innocenti, dietro di sé.

Un racconto duro, formalmente impeccabile, che non deluderà gli estimatori di Massimo Carlotto.

La velocità dell’angelo, di Gianrico Carofiglio

Ecco, io ero una bambina che correva coprendosi gli occhi e andava troppo veloce perché il suo angelo custode riuscisse a starle dietro.

Un caffè in riva al mare, uno scrittore in crisi e una donna carica di mistero che non si cura di nascondere le proprie cicatrici: questi i principali ingredienti del racconto di Gianrico Carofiglio. Il dialogo fra i due personaggi – monadi alla deriva tratteggiate con grande cura e sensibilità – porta alla luce un’intensa storia d’amore e dipendenza, di dannazione e riscatto. Una vicenda intima e al tempo stesso universale che il “papà” dell’avvocato Guerrieri sceglie di narrare in punta di penna; un viaggio denso e doloroso che ci costringe a riflettere su quella che potremmo definire l’insostenibile leggerezza dell’essere umano, sulla impossibilità di tracciare il confine tra colpa e innocenza, tra la vittima e il suo carnefice.

Ballo in polvere, di Giancarlo De Cataldo

La vita era salire, salire, salire sempre più in alto. La coca, sia benedetta, era l’ascensore.

“Ballo in polvere” è un autentico gioiello della narrativa noir, felicità di narrazione allo stato puro. Un Giancarlo De Cataldo in stato di grazia ci racconta il percorso di una partita di cocaina dalla foglia alla finanza, dai trafficanti del Cartél de Sinaloa alle bolge profumate della “Milano bene” verso la sua destinazione naturale e finale: il denaro. Nel descrivere il cammino della “neve”, l’autore dell’indimenticabile Romanzo criminale sembra volerci ricordare una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, che alle origini del male non vi è la sostanza in sé quanto piuttosto il suo utilizzo da parte dell’uomo, la sua trasformazione in merce.

Il racconto – lungo e articolato, quasi un romanzo breve – ha la struttura di un vorticoso e ubriacante giro di pista dove, come sottolinea lo stesso De Cataldo in un’intervista recentemente pubblicata sul web, “a ogni passo qualcuno perde qualcosa”: apre le danze una bellissima e struggente “suite messicana” e quindi via di minuetto, giga, sarabanda, gran finale (che lascia, com’è giusto che sia, un bel po’ di amaro in bocca).

Chapeau.

 Simona Tassara
(recensione originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe Crime)

Chi è morto alzi la mano

– Pierre, in giardino c’è qualcosa che non va – , disse Sophia.

Comincia così, con un faggio spuntato incomprensibilmente nel giardino della cantante lirica Sophia Siméonidis, la prima avventura dei tre “evangelisti”, i simpatici e surreali investigatori per caso scaturiti dalla talentuosa, originalissima penna di Fred Vargas. Ai piedi dell’albero un cerchio di terra dissodata di fresco, nel volgere di una notte. Nessun biglietto. Certo, potrebbe trattarsi di una bizzarria di poco conto: il gesto plateale di un ammiratore desideroso di mettersi in mostra, ad esempio. Eppure…

Eppure, a ben guardarla, quella pianta enorme interrata accanto al muro di cinta ha un che di morboso e di sinistro: che tipo di persona può decidere di trapiantare un albero gigantesco in un giardino privato, di notte, all’insaputa dei padroni di casa? Quale messaggio si può nascondere, dietro un gesto del genere? Continua a leggere “Chi è morto alzi la mano”

Spalatori di nuvole

Laggettivo che ricorre più frequentemente nell’ormai cospicua e variegata letteratura sul “fenomeno Vargas” è atipico

Che Fred Vargas sia un personaggio alquanto sui generis, del resto, lo dice in primo luogo il suo nom de plume: maschile, latineggiante, dal sapore avventuroso. Frédérique Audouin-Rouzeau, questo il vero nome della regina del noir d’oltralpe, lo ha adottato in omaggio alla sorella gemella Joëlle, pittrice contemporanea meglio conosciuta come Jo Vargas (Vargas, a proposito di scelte atipiche, è il cognome del personaggio interpretato da Ava Gardner nel film “La contessa scalza”). Ricercatrice di archeozoologia presso il Centro Nazionale Francese per le Ricerche Scientifiche (C.N.R.S.) ed esperta in medievistica, Fred Vargas si è occupata a lungo dei meccanismi di trasmissione della peste – la Morte Nera, sì, avete capito bene – dagli animali all’uomo; altra scelta singolare ma di sicura rilevanza ove si consideri che, come ha avuto modo di ricordare la stessa scrittrice in un’intervista rilasciata qualche tempo fa, “per mille anni nessuno ha messo in dubbio che la peste fosse stata inviata sulla terra da Dio per punire i nostri peccati”. Come a dire: ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…

Continua a leggere “Spalatori di nuvole”

Scrivere con le scarpe

Ciao Francesca, benvenuta sul blog di Uno Studio In Giallo!

Il sito ufficiale di Scrittura & Scritture – la casa editrice indipendente fondata da Chantal ed Eliana Corrado con la quale hai pubblicato i tuoi ultimi due romanzi – ci rivela che hai alcune grandi passioni (“gli infernali nipoti Cecilia e Tommaso, ballare l’hip-hop come Jacko, leggere disperatamente”), che hai trascorso quattro anni “a testa in giù” (in Nuova Zelanda) e quarant’anni a Napoli per poi dividerti fra due autentici paradisi terrestri: il lago d’Orta e la costiera sorrentina. C’è qualcos’altro che dobbiamo sapere? Ti va di presentarti ai nostri lettori?

Buongiorno a voi di Uno Studio In Giallo, prima di tutto! Al mio curriculum potrei aggiungere le esperienze di teatro d’avanguardia e cinema, il mio grande amore per i viaggi (ora un po’ sopito, ma mai morto), la mia fissa nell’avere la casa sempre piena di gente e cucinare per tutti. Forse quest’ultima cosa la dice lunga su come sono: adoro i miei amici! Visto che non ho praticamente più una famiglia di origine, ne ho creata una speciale fatta dei parenti del mio compagno e di tutti gli amici, da Nord a Sud.

Il mitico (ebbene sì, ci sbilanciamo!) Andrea Camilleri si alza di buon mattino, si lava, si sbarba, si accende una sigaretta e si veste di tutto punto prima di accomodarsi al tavolo di scrittura. Bandisce ogni trasandatezza, insomma, perché il lettore lo percepisce subito “se un libro è scritto con le scarpe o con le pantofole”. Ecco, una cosa che viene da pensare leggendo i tuoi libri è che siano stati scritti con le scarpe, cioè con amore. Un lungo preambolo per domandarti: come, quando, perché, per chi scrivi?

scarpe-da-sogno-L-8yFxtKLungo, ma bello questo preambolo e poi Camilleri per me è un mito per bravura ed età (vuol dire che c’è speranza anche per me!). Ho cominciato a scrivere da ragazzina. Stupidaggini, storie confuse e complicate, prove. Tutte rigorosamente bocciate da mia madre, avida lettrice, bibliotecaria e giudice implacabile (lei che a scuola prendeva dieci nello scritto d’Italiano). Un esempio pesante da superare senza scoraggiarsi. Dicono che quelli nati sotto il segno del Toro hanno la testa dura. Garantisco che è pura verità. Ho insistito, mi sono scontrata con muri di cemento e un po’ alla volta ce l’ho fatta. Oggi la scrittura per me è diventata una seconda natura, una droga quasi. Ascolto i commenti e le critiche dei miei lettori (amici e non) e cerco di farne tesoro, di migliorare. Quando scrivo? A volte per un giorno intero, altre volte solo qualche ora. Ci sono giorni in cui mi limito a pensare al lavoro fatto e a cosa aggiungere o togliere, a come proseguire nel racconto. Sono molto disordinata. Certamente scrivere mi rasserena e mi diverte, ma ogni storia, ogni frase, ogni parola deve divertire anche chi ha voglia di leggermi. Esisto perché là fuori c’è qualcuno che desidera ascoltare le mie storie. Qualcuno che non vorrei mai deludere. Mi metto le scarpe e scrivo per lui, per tutti loro!

Intervistato da Paris Review, lo scrittore statunitense Paul Auster ebbe a dichiarare: «Non riesco a immaginare uno scrittore che non sia stato nell’adolescenza un lettore vorace. Un vero lettore comprende che i libri sono un mondo in se stessi – e che quel mondo è più ricco e più interessante di qualunque altro nel quale abbiamo viaggiato. Credo sia questo a trasformare giovani uomini e donne in scrittori – la felicità scoperta vivendo nei libri. Magari non hanno ancora vissuto abbastanza per avere molto da dire, ma arriva un momento in cui realizzi che questo è ciò per cui sei nato». Sei d’accordo? Uno scrittore forte è stato (ed è, e sarà) anche un lettore forte?

Molto bella e molto vera la dichiarazione di Auster. Posso dire che da bambina amavo ascoltare favole e storie. Ho cominciato a leggere davvero relativamente tardi, intorno ai diciassette anni. In compenso, da allora, la quantità di libri letti in un anno è cresciuta in modo esponenziale. Ora viaggio su un libro a settimana (se non sto scrivendo anche due) e mai uno solo alla volta (un’assurda forma di bulimia, temo). Ritengo che non si possa diventare scrittori senza leggere. Un orto senz’acqua secca e poi muore. Senza la ricchezza di tanti meravigliosi autori italiani e stranieri presenti e passati che popolano il nostro mondo cosa saremmo? Zero. Ci nutriamo di parole e delle emozioni, delle situazioni che esse descrivono. I libri sono compagnia, ispirazione, farmaci per l’anima. Non riesco a immaginare un mondo senza libri…

Saremmo curiosi di conoscere il tuo personalissimo Pantheon letterario. Ovvero: parti per l’immancabile isola deserta e porti con te… ?

Domanda terribile! Somiglia a quella della torre: chi butti giù? 
Ci provo comunque. Il maestro e Margherita di Bulgakov, Cuore di tenebra di Conrad, Le città invisibili di Calvino, Il deserto dei tartari di Buzzati, Lettera al mio giudice di Simenon, Ritratto di signora di Boll. Ma la lista sarebbe molto più lunga. Ho tenuto fuori Faulkner, la McCalloum, Yeoshua, Javier Marias, Goffedo Parise, uh, hai voglia…

Che libro tieni sul comodino in questo momento?

Sto finendo di leggere (con dolore perché è straordinario) Limonov di Carrére e Alle radici del male di Roberto Costantini.

Veniamo adesso alle tue “creature”: ci parli della gestazione di Re di bastoni, in piedi e La stretta del lupo?

Il Re è nato dalla mia passione per la lettura delle carte napoletane. Premetto che non so interpretarle, ma ho un’amica bravissima che mi ha predetto l’incontro con il mio compagno e altre cose straordinarie. Da tempo cercavo di costruire una storia che avesse come ‘cuore’ le carte, i sogni, la divinazione. Così ho cominciato a scrivere il Re senza sapere bene cosa sarebbe successo, l’idea iniziale era molto vaga. Siamo cresciuti insieme, un po’ alla volta. La stretta del lupo invece è nato da una precisa richiesta di un carissimo amico del lago d’Orta: ‘Ma un bel giallo su di noi? Che si svolga da queste parti? Perché non lo scrivi?’. La storia l’avevo in mente da parecchio tempo e mi sono limitata ad adattarla al contesto ortese.

Protagonista assoluta di Re di bastoni, in piedi (Scrittura & Scritture, 2011) è una Napoli invernale ed esoterica, di grande fascino. Nel romanzo la descrivi come una città dura e violenta ma capace e desiderosa, al tempo stesso, di divertire e divertirsi. Ci racconti la tua Napoli? Ti manca?

Certo che mi manca Napoli e soprattutto mi mancano gli amici napoletani anche se con alcuni ci sentiamo spesso o ci incontriamo su Facebook. Vivere e poi lavorare a Napoli per tanti anni non è stato facile e c’erano giorni in cui avrei voluto che non fosse una città, ma una persona per poterla prendere a calci e pugni. Ma Napoli è così. Certi giorni la ami, certi altri la detesti. Non genera mai sentimenti blandi, solo passioni estreme come estremi sono i suoi colori e le sue storie. Un momento sei fuori dalla grazia di Dio e quello dopo stai ridendo come un matto per qualcosa d’inatteso e folle che è appena successo. Napoli è madre e matrigna, ti premia, ti blandisce e poi magari ti sbrana. Me ne sono andata per amore di qualcuno non per disamore della mia città. Per lei provo un’infinita tenerezza e ci ritorno sempre con una grande gioia mista a una punta di sospetto: che dispetti mi farai stavolta, cara Sirena Partenope?

Ne La stretta del lupo una bella e tenace ispettrice della Questura di Novara dà la caccia a un serial killer che insanguina le sponde (apparentemente!) tranquille del lago d’Orta. Costanza Ravizza è una delle prime profiler nel panorama della letteratura poliziesca italiana: com’è nato questo personaggio?

Da Miss Marple in poi la letteratura gialla è piena di donne che indagano. Ho cercato di crearne una un filino diversa dalle altre, altrimenti che gusto c’era?

Costanza Ravizza – anche in questo caso ci sbilanciamo un po’ – è un personaggio davvero ben riuscito, che “buca la pagina” e sembra destinato alla serialità… è così? Ti frullano in testa altre storie di cui la giovane profiler potrebbe essere protagonista?

Costanza mi ha appena detto di secretare qualsiasi anticipazione o informazione. Scusate, ma è un tipino pepato come dovreste sapere…

I personaggi a cui hai dato vita in entrambi i romanzi pubblicati da Scrittura & Scritture sono animati da una verve fuori dal comune e si distinguono per vivacità, brillantezza, verosimiglianza; la sensazione, leggendo, è di avere a che fare con persone in carne e ossa… tridimensionali, come abbiamo annotato recensendo La stretta del lupo. Così “vere” che viene spontaneo domandarselo: sono vere?

No, naturalmente no. Almeno non completamente. Penso che, quando uno scrittore si mette al lavoro, entrino in gioco meccanismi mnemonici sconosciuti a lui stesso. I personaggi – almeno i miei – sono dei Golem, dei collage di caratteri e figure incontrati nel corso degli anni, a volte frequentati a lungo, a volte incrociati per caso e brevemente. Prima si diceva che senza leggere tanto non si diventa bravi scrittori. Aggiungerei qui che osservare tanto è un bell’aiuto alla scrittura: feste, serate con gli amici, luoghi pubblici. Ogni situazione è utile in questo senso. Tacere, ascoltare, osservare, memorizzare. Comunque, almeno Letizia è un personaggio vero, reale: si tratta di mia nipote, che è anche peggio della sua copia cartacea.

questionario-di-proustDirettamente dal Questionario di Proust:

  • i miei eroi nella finzione: La protagonista de La regina del Sud di Perez-Reverte
  • i miei eroi nella vita reale: Don Diana e gli uomini come lui
  • quel che detesto più di tutto: la falsità nelle opere, nei pensieri e nelle parole. La vanagloria e la corruzione
  • vorrei vivere in un Paese che… non abbia mendicanti; bambini, anziani e animali abbandonati
  • il mio sogno di felicità: Una medicina che sconfigga il cancro per sempre


Fuori questionario, proviamo ad estorcerti qualche anticipazione… c’è un nuovo romanzo di Francesca Battistella in arrivo?

Certo che c’è, ma muta sono… ahahah!

Grazie Francesca! Per la disponibilità, la gentilezza… per il tempo che ci hai dedicato. Un grosso, stratosferico in bocca al lupo per la tua vita e per la tua carriera.

Ma un milione di volte grazie a voi e… crepi il lupo (non il mio, va da sé!).

 
Simona Tassara

Re di bastoni, in piedi

di Francesca Battistella

Editore: Scrittura & Scritture
Collana: Catrame

“Quella mano di carte, comunque, s’inabissò nella memoria fino all’ultima domenica di ottobre del 1986 in cui l’asso di spade comparve al sedicesimo posto preceduto dal fante di pari seme, a significare che Don Cecè sarebbe morto.”

Maricò legge il futuro nei sogni e nelle carte: un dono che costituisce al tempo stesso “la sua fortuna e la sua maledizione”. E se la buona sorte, nelle vicende umane, tende a manifestarsi con una certa parsimonia, le maledizioni non tardano a presentare il conto franandoci addosso quando meno ne avremmo bisogno: ecco dunque che, nel volgere di un paio di mesi, il destino di Don Cecè Tarallo detto o’ femmeniello si compirà gettando sulle spalle dell’incolpevole sognatrice, proprietaria della pensione “Casa Serena” e protagonista del romanzo in commento, un’eredità pesantissima: l’eco di un segreto a dir poco inconfessabile e una vicenda tenebrosa – il rapimento e la successiva scomparsa del nipote di Vittorio Amitrano, spietato boss della camorra – che dal passato domanda a gran voce la sua vendetta. Lo sfondo è una Napoli “a due facce”: la Napoli chiassosa e trionfale del primo scudetto, delle prodezze miracolistiche di Maradona, e la Napoli insanguinata e ferita a morte dalla criminalità organizzata. Una città di grande fascino che sente il peso delle proprie cicatrici ma sa regalarsi – e regalarci – più di un sorriso (spiraglio commediesco nella tragedia, le camere in affitto di “Casa Serena” offrono gustosi siparietti e persino una fresca, romanticissima, storia d’amore). Continua a leggere “Re di bastoni, in piedi”

La ragazza dei cocktail

di James M. Cain

Isbn Edizioni

Hyattsville, Maryland, primi anni ’60. 

Joan Medford è giovane, sexy e vedova. Suo marito è morto in un incidente automobilistico, le cui circostanze restano misteriose. Con il fiato sul collo di polizia e familiari, un bambino da crescere e il mutuo da pagare, Joan è costretta a rimboccarsi le maniche e a trovarsi un lavoro. Al Garden of Roses cercano una ragazza bella e disinvolta che serva ai tavoli in hot pants e camicetta scollata, e lei sa che le mance dei clienti più facoltosi potranno aiutarla a rimettere insieme i pezzi della sua vita. Nel bar incontra due uomini: un giovanotto attraente, ambizioso e sfrontato che le fa ribollire il sangue nelle vene, e un uomo anziano, molto malato ma dannatamente ricco, in grado di darle la sicurezza che vuole per sé e per suo figlio. La “ragazza dei cocktail” deve prendere una decisione, ma quando tutto sembra andare per il verso giusto, si troverà incastrata in una trappola mortale.

In un romanzo ruvido e sensuale, ritrovato trentacinque anni dopo la sua morte e finora inedito in tutto il mondo, James Mallahan Cain dà voce – e corpo – all’ultima dark lady della letteratura americana.

James M. Cain (1892-1977), autore di romanzi e racconti come Il postino suona sempre due volteLa morte paga doppio Mildred Pierce, è considerato un maestro della letteratura hard boiled americana, al pari di Raymond Chandler e Dashiell Hammett.

I suoi libri hanno ispirato alcuni tra i più grandi film noir di tutti i tempi, tra cui Ossessione di Luchino Visconti, La fiamma del peccato di Billy Wilder e la recente miniserie televisiva della HBO Mildred Pierce, vincitrice di cinque Emmy. Il ritrovamento della Ragazza dei cocktail, l’ultimo romanzo «perduto» di Cain, è stato definito da Stephen King l’evento letterario dell’anno.

Oggi in libreria

Buonasera, avvocato

– un racconto di Simona Tassara

La camicia è sul letto, bianca, arruffata. Come una macchia. Caterina sistema la sacca nuova sul piano più alto dell’armadio e respira a fondo la stanza: è satura, gonfia, incensata di fresco. Sfiora il colletto e le maniche con la prudenza di un cesellatore, attenta a non gualcire; poi corre all’armadio e setaccia il reticolo delle stampelle. Non ha fretta, sa di trovarne una libera. Lo sforzo più grande è non agguantare il telefono, anche se è lì, in bella vista, sul comodino.

Si avvicina alla finestra e annusa il vento di fuori: è buono, nebbioso. Si sente felice, per un momento, come sgravata di tutto. Potrebbe perfino ignorare la consistenza del cotone sugli avambracci, il fremito elettrico che la percorre.
Stava per farla grossa, stavolta, non c’erano santi.
L’ultima goccia l’aveva scagliata lontano, a meno di un soffio dalla camicia. Non è da escludersi, pensa, l’infiorescenza di una capocchia vermiglia, di un filo di ruggine tra quelle rughe di latte.
Far più attenzione, annota a margine dei suoi pensieri.
La cravatta di seta, avanti ogni cosa. Quindi il vestito, sulla stampella più grande. E infine la camicia, con le iniziali ricamate. Riporli in fretta e mai e poi mai abbandonarli sul letto: il sangue si aggrappa ai tessuti come il ghiaccio alle pareti della lingua, e non basta l’oceano a lavarlo via.
Solleva il telefono ma il gesto è dubbioso, esitante. Quest’oggi, per la prima volta, come se un grano di polvere avesse mandato in malora il meccanismo.
La vecchia borsa fa capolino da sotto l’armadio; quando l’abbranca per le maniglie si accorge di non aver sistemato la camicia, dopotutto.
Facciamo un po’ d’ordine, dice a se stessa.
 
Comincia dalle gambe, naturalmente, le più difficili da ripiegare.
Quindi le braccia, l’addome. Tutto si tiene, s’incastra: il polso destro, incuneato fra le ogive del piede, sta comodo comodo.
Infine la testa. Indossa ancora il sorriso dolce e paterno che le ha fatto quasi mancare le forze, scompaginato le idee.
Si sforza di non pensare a quel che sarebbe accaduto se la camicia si fosse insozzata, se lo zampillo avesse mancato il lenzuolo.
E dire che la procedura è chiara quanto lo scoppio di una supernova, non le ha mai suscitato il minimo dubbio. Lo stordimento, anzitutto. A volte è sufficiente un bagno d’acqua e ti sembra di stringere fra le mani un pettirosso, ricorda con una punta d’orgoglio. Narcosi, scottatura, sezionamento: è questa la procedura e Caterina la manda a memoria come le hanno insegnato a scuola, come si fa per appiccicarsi addosso passeri solitari e cavalle storne.
Una sequenza così elementare, vivaddio, la imparerà.
Eppure quegli occhi, l’abisso di innocenza che le è sembrato di cogliervi… ha commesso un errore, forse? Le comandava pietà quel suo bel grugno docile, indifeso? Ne ha conosciuti di peggiori, in fondo: boriosi, arroganti, traboccanti di sé. In lui, per contro, vi era un’impronta di umanità, un velo finissimo di simpatia.
Il fascio dei nervi torna a mangiarle la schiena: è freddo e convulso, la intorpidisce.
Chiude le palpebre e respira a fondo.
Son tutti uguali, giudica infine, con l’abituale lucidità. Tutti un ossequio, una riverenza, una girandola di cerimonie. Compresi nel sacrificio di nascondere i loro pensieri autentici, gli accenti ammollati nell’involontaria parodia del professionista che fa quel che vuole, lui, che è padrone del proprio destino. Osservalo, infatti: misura la marcia a suo piacimento, che fretta c’è? E quando avrà voglia, se mai ne avrà voglia, s’inerpicherà nel suo studio
(– L’esse maiuscola, Caterina, quante volte me lo fa ripetere? –)
, il suo piccolo regno.
E sarà tutto un buonasera dottore, grazie dottore, mi scusi dottore, non lo gradisce un caffè? Guarda la fronte regale, distesa, guarda la commiserazione del tuo viso annodato, scolpito, confezionato ad arte
Ma Caterina lo sa che la recita, come lo specchio, ha due facce; sa, o quantomeno intuisce, che un loden costoso è buono soltanto a ingentilire le fattezze dei servi. Come un sudario magnificente che lista a lutto prima del tempo.
Guarda lo specchio e si legge in mezzo alle guance un sorridere misto alla pena. Esamina quindi il borsone ai piedi del letto: il grugno perenne di Lui la osserva a sua volta fra i denti della cerniera. Presto lo avvolgerà con le bande stracciate delle vecchie lenzuola, gli dirà addio.
La scure e i coltelli la osservano dal bordo della vasca: il suo prezioso esercito color dell’argento.
Accosta il tacco alla borsa e la spinge a calci fin contro la porta. Tra qualche tempo la sacca nuova troverà spazio sotto l’armadio.
Assicura le maniglie con del nastro da pacchi e solleva il macigno ripetutamente, su e giù, per valutarne il peso e la consistenza. Nessun problema, pensa, lo getterà sul montavivande. Respira con forza prima di chiudere la finestra in un ta-trac!, come per prepararsi a un’apnea infinita.
Eccolo qui, riflette, il senso puro della rinascita. Come ha potuto vacillare, quel giorno, sentirsi indegna di giudicare?
Tutto è in bell’ordine, adesso.
Prende il telefono e compone il numero con una pazienza che le pare inestinguibile, l’unghia che scivola come un guanto sulla tastiera.
– Buonasera, avvocato sente parlare la propria voce.
– Chiamo per l’annuncio, il posto di segretaria. CERCASI SEGRETARIA, bla bla bla. Sarebbe disponibile, mi domandavo, a fissare un colloquio?
*
Racconto vincitore del 1° Contest Letterario bandito dalla Rivista culturale Tracce nel tempo:
Rullo di tamburi…
Venghino, venghino siore e siori alla magnifica premiazione del primo contest di Tracce nel Tempo…
(…) avrei messo anche la banda, gli elefanti i pagliacci e i trapezisti, ma non riuscivo a inserirli nel testo, quindi… tutti seri ed è consigliato l’abito da sera per la lettura!

Tracce nel Tempo n. 3

… a pagina 74 un’intervista all’autrice a cura di Mirko Giacchetti!

Vipera

Da oggi in libreria!

Da oggi in libreria!

Vipera


Einaudi 

Stile Libero Big

Napoli, 1932: manca una settimana alla Pasqua. Al “Paradiso”, esclusiva casa di tolleranza nella centralissima via Chiaia, la prostituta più famosa è ritrovata morta. Maria Rosaria, detta Vipera, vanto e principale attrazione del bordello per la sua straordinaria bellezza, è stata soffocata con un cuscino. L’ultimo cliente sostiene di averla lasciata ancora viva, il successivo di averla trovata già morta.

Maurizio De Giovanni

Al commissario Ricciardi, che ha il dono terribile di vedere i morti ammazzati e ascoltare le loro ultime parole, il fantasma di Vipera ripete: “il mio frustino, il mio frustino”. L’oscura frase potrebbe riferirsi al soprannome dell’ultimo cliente, l’ambulante di frutta e verdura Peppe ‘a frusta, o ai gusti sessuali di Alfonso, il commerciante di arredi sacri con tendenze sadomasochiste che ha scoperto il cadavere. Ma molti sono i personaggi che ruotavano intorno alla donna e potevano avere un motivo per ucciderla: avidità, frustrazione, invidia, bigottismo. Mentre la primavera accende i sensi e la Quaresima li avvilisce, il commissario Ricciardi si districa nel dedalo di strade e menzogne di una Napoli indimenticabile, ritratta con la potenza narrativa a cui la scrittura di De Giovanni ci ha abituati.

Uno da leggenda

Larger than life, così lo ha definito Jeffery Deaver: “uno da leggenda”.
Se avete letto Io uccido – chi non lo ha fatto si affretti a rimediare, s.v.p.! – probabilmente vi troverete d’accordo con il re del thriller statunitense.
Oggi Giorgio Faletti compie sessantadue anni, facciamo quattro passi nella sua bibliografia?

io_uccido_giorgio_faletti_asti_libro_2

Anche in questo siamo uguali.

L’unica cosa che ci fa differenti è che tu, quando hai finito di parlare con loro, hai la possibilità di sentirti stanco.

Puoi andare a casa e spegnere la tua mente e ogni sua malattia.

Io no.

Io di notte non posso dormire, perché il mio male non riposa mai.

E allora tu cosa fai, di notte, per curare il tuo male?

Io uccido…

Un DJ di Radio Monte Carlo riceve, durante la sua trasmissione notturna, una telefonata delirante. Uno sconosciuto, dalla voce artefatta, rivela di essere un assassino. Il fatto viene archiviato come uno scherzo di pessimo gusto. Il giorno dopo un pilota di Formula Uno e la sua compagna vengono trovati morti e orrendamente mutilati sulla loro barca. Inizia una serie di delitti, preceduti ogni volta da una telefonata con un indizio sulla prossima vittima, e ogni volta sottolineati da una scritta tracciata col sangue, che è nello stesso tempo una firma e una provocazione: io uccido… Per Frank Ottobre, agente dell’FBI, e Nicolas Hulot, commissario della Sureté publique, inizia la caccia a un fantasma inafferrabile. Alle loro spalle una serie di rivelazioni che portano poco per volta a sospettare che, di tutti, il meno colpevole sua forse proprio lui, l’assassino. Di fronte a loro un agghiacciante dato statistico. Non c’è mai stato un serial-killer nel Principato di Monaco. 

Adesso c’è.

*

Nome: Jordan Marsalis – Statura: 1,86 – Occhi: Azzurri – Capelli: Sale e pepe – Età: 37 – Mezzo di locomozione: Ducati 999 – Indirizzo: 54 West 16esima Strada – Grado: Ex tenente del NY Police Department – Città: New York

Nome: Maureen Martini – Statura: 1,72 – Occhi: Neri – Capelli: Neri – Età: 29 – Mezzo di locomozione: Porsche Boxster – Indirizzo: Via della Polveriera 44 – Grado: Commissario della Polizia di Stato – Città: Roma

Queste due persone, così lontane e differenti da non avere apparentemente nulla in comune, si troveranno unite di fronte a un lucido e spietato assassino che si diverte a comporre i corpi delle sue vittime come i personaggi dei Peanuts…

*

Le guerre finiscono.

L’odio dura per sempre.

Non c’è morbosità apparente dietro le azioni del serial killer che tiene in scacco la città di New York. Non sceglie le vittime seguendo complicati percorsi mentali. Non le guarda negli occhi a una a una mentre muoiono, anche perché non avrebbe abbastanza occhi per farlo.

Una giovane detective che nasconde i propri drammi personali dietro a una solida immagine e un fotoreporter con un passato discutibile da farsi perdonare sono l’unica speranza di poter fermare uno psicopatico che nemmeno rivendica le proprie azioni. Un uomo che sta compiendo una vendetta terribile per un dolore che affonda le radici in una delle più grandi tragedie americane. Un uomo che dice di essere Dio.

*

61sNsJO9LrL._SL1240_1978. Mentre l’Italia intera vive i giorni drammatici del sequestro Moro, una Milano stremata dagli scontri politici e sotto la minaccia del banditismo si prepara a diventare la Città da Bere degli anni Ottanta. … E’ in questo ambiente, tra ristoranti di lusso, discoteche, bische clandestine e cabaret – dove cresce una nuova generazione di comici – che conduce i propri affari un uomo enigmatico, affascinante, reso cinico da una menomazione inflittagli per uno sgarbo. Tutti lo conoscono con il nome di Bravo.

Solo gli stupidi e gli innocenti non hanno un alibi.

BUONA LETTURA!

Oscura immensità

Il Teatro Goldoni di Venezia, diretto da Alessandro Gassmann, inaugura oggi la sua interessante stagione di prosa con uno spettacolo imperdibile per gli amanti del noir: Oscura immensità, tratto dal – bellissimo – romanzo L’oscura immensità della morte, di Massimo Carlotto

486154_466693136703374_480324920_n

NOTE DELL’AUTORE

Giustizia, vendetta, perdono, pena.

Questi sono i temi universali dell’Oscura immensità, un progetto narrativo nato come romanzo e che ora trova una sua articolazione naturale (e molto richiesta) come testo teatrale. Quando venne pubblicato in Italia, il romanzo provocò nel senso migliore del termine, un intenso e lacerante dibattito tra autore e lettori, che mi ha poi coinvolto nei paesi dove  è stato tradotto: Francia, Germania, Stati Uniti… 

In questa pièce, a differenza del romanzo, sono fortemente presenti i sentimenti contrastanti che ho potuto cogliere negli anni. Oscura immensità  non lascia scampo. Alla fine ognuno è costretto a prendere posizione, a non eludere le domande che i due personaggi, Raffaello Beggiato e Silvano Contin, carnefice e vittima, pongono con la forza disarmante dei destini contrapposti e ineluttabili. Chi deve perdonare colui che ha commesso un delitto e che sta scontando una pena detentiva o è rinchiuso nel braccio della morte? I familiari della vittima o lo Stato? O entrambi? 

La ragione, la politica, la religione, la filosofia non sono ancora riuscite a dare una risposta esauriente e in grado di soddisfare coloro che hanno sofferto il danno irreparabile della perdita di un loro caro, per mano assassina, perché prevalgono sentimenti ancestrali che offuscano, accecano, trasformando l’esistenza in una oscura immensità. La nostra società è incapace di lenire il dolore di coloro che hanno subìto tale torto. La comunità in cui vivono tende a escluderli, a condannarli a un ergastolo di dolore, solitudine e livore perché la punizione del reo non è mai soddisfacente.La vendetta, la più dura e terribile, rimane come unica soluzione di razionalizzazione del lutto, di possibile via a un futuro diverso. Proprio quella vendetta che porta persone miti ad assistere all’esecuzione di un uomo e a uscire dal carcere con un sorriso stampato sulle labbra. 

Non vi è nulla di inventato nell’Oscura immensità. Per costruire i due personaggi ho incontrato decine di parenti di vittime, di condannati. La necessità di una realtà implacabile, che abbattesse il muro dell’ipocrisia, mi ha costretto a un viaggio nell’oscurità di dolori immensi. Solo una signora, dopo aver letto il romanzo, mi ha contattato e mi ha raccontato la sua vicenda di figlia di un uomo buono e amato, ammazzato a pugni da un giovane. Alla fine si sono incontrati, parlati e questa donna ha trovato il coraggio di perdonare e seguire questo giovane assassino nel suo reinserimento sociale. Una vicenda umana straordinaria. Una. Perché il cuore spezzato di Silvano Contin è ormai incapace di ritrovare il filo di un’esistenza fondata su valori positivi. Questa è la durissima lezione di queste storie. Raffaello Beggiato è l’altra faccia della medaglia. Reo di un delitto odioso ha diritto a una seconda possibilità? La giurisprudenza sostiene che solo lo Stato potrebbe forse dare una risposta sensata a nome della collettività ma escludendo il dolore delle vittime. 

Scrivere questa pièce è stata un’avventura professionale e umana importante e coinvolgente. Mi sono ritrovato davanti alla pagina bianca con il timore di “liberare” la carica di emozioni, raccolte negli anni in giro per il mondo. Per fortuna la magia della scrittura teatrale che ti catapulta in un palco immaginario ha estratto parola dopo parola dall’oscura immensità per riuscire a raccontarla. Quando l’amico Ruggero Sintoni mi ha telefonato per trasmettermi il suo entusiasmo e la volontà di portarla in scena, ho capito che poteva realmente trasformarsi in un grande progetto. Ora che é nelle mani sapienti di Alessandro Gassmann ne ho la certezza.

Massimo Carlotto

Quando l’alba

tirò fuori dalla notte e dalla pioggia i contorni delle cose, se qualcuno fosse passato avrebbe visto il cane e il bambino ai piedi dello scalone monumentale che portava a Capodimonte. Ma sarebbe stata necessaria grande attenzione: a stento si distinguevano, nella luce incerta del primo mattino.

Se ne stavano là, fermi, indifferenti alle grosse gocce fredde che cadevano incessanti dal cielo. Erano seduti su uno scalino di pietra, una sorta di panca nella rientranza ornamentale dopo i primi gradini. La scale erano un torrente in piena che trasportava rami e foglie dal bosco della reggia.

Se qualcuno fosse passato e si fosse fermato a guardare, si sarebbe forse chiesto come mai il flusso dell’acqua e dei detriti che cadeva incessante a valle sembrasse rispettare il cane e il bambino, passando loro accanto senza toccarli se non per qualche schizzo occasionale. La rientranza offriva un po’ di riparo, anche dalla pioggia: solo il pelo sul dorso del cane ogni tanto aveva un fremito, come un brivido di vento.

Maurizio De Giovanni, Il giorno dei morti – L’autunno del commissario Ricciardi

L’uomo delle Affissioni Comunali

?tit=Bacci+Pagano.+Una+storia+da+carruggi&aut=Bruno+Morchiosputa per terra e si forbisce con l’avambraccio libero.

Col braccio destro regge il secchio della colla e stringe sotto l’ascella un lungo rotolo di carta. mugugna qualcosa, forse impreca contro quella smisurata gigantografia che si appresta ad incollare al cartellone con maestria da attacchino professionista.

Posa il secchio e torna verso il furgoncino posteggiato in doppia fila. L’aria è pungente e nuvole di vapore esalano dal suo respiro. Afferra la pennellessa a rullo dal manico telescopico. Stenta a farla uscire dal deretano aperto del furgoncino e impreca di nuovo.

Intanto, una falce di luna dondola nella gelida notte di dicembre sopra le luminarie natalizie e sopra gli alberi mutilati e spogli di corso Carbonara, nel silenzio.

51.41°N 30.6°E

I lupi passarono sotto la grande ruota panoramica dirigendosi sottovento verso la giostra dell’autoscontro. Correvano veloci e sicuri nell’erba alta che iniziava a ingiallirsi per l’arrivo dell’autunno. Presto il giallo avrebbe virato al rosso insano dei tronchi degli alberi e a quello scuro, come sangue raggrumato, della ruggine che copriva la ferraglia del luna park. Solo la neve avrebbe avuto pietà di quel parco abbandonato, ricoprendolo di una coltre candida per alcuni lunghi mesi. I lupi si acquattarono fra le vecchie automobiline elettriche osservando i cervi che si abbeveravano a una grande vasca. Un tempo, doveva essere stata una fontana ricca di spruzzi e giochi d’acqua. I maschi ogni tanto alzavano il capo adornato da lunghe corna per annusare l’aria e fiutare i predatori, ma si riempivano le narici di un venticello di ponente, greve di odori della città fantasma di Pripjat’.

Massimo Carlotto, Respiro corto (2012)

The Black Album

Il noir tra cronaca e romanzo

Negli ultimi anni il noir è stato capace di raccontare – più e meglio degli altri generi letterari – il lato oscuro del nostro paese, fra corruzione, malavita organizzata e devastazione ambientale. Nel noir abbiamo visto riflesse le storture e le contraddizioni del nostro tempo, e virtualmente cancellati i confini tra cronaca e racconto.

In questa lunga conversazione con Marco AmiciMassimo Carlotto – fra i principali scrittori noir italiani – ripercorre i temi nodali del genere e gli aspetti centrali della sua scrittura, in cui troviamo rappresentati i profondi cambiamenti avvenuti nell’universo criminale e il ruolo dell’Italia nei traffici illeciti che attraversano l’Europa.

*

Lunga, interessantissima conversazione sulla letteratura di genere e sul percorso narrativo di uno dei principali rappresentanti della narrativa noir in Italia: Massimo Carlotto. Breve (ma prezioso) saggio che racconta con estrema chiarezza le origini e l’attuale geografia del noir – “problema complesso”, avverte Carlotto, “visto che adesso tutto viene definito come noir. … Anche il più puro romanzo poliziesco viene etichettato come noir.”.
A giudizio dello scrittore padovano, la progressiva depoliticizzazione del genere ha fatto sì che questo – inteso sia come poliziesco che come noir – fosse sempre meno efficace nell’assolvere il proprio compito fondamentale: raccontare la realtà e fornire al lettore gli strumenti per comprenderla. “Il noir non è altro che letteratura della realtà e per questo si muove sempre tra cronaca e romanzo, tra verità e narrazione.”. Se di fatto, anche grazie all’impiego degli elementi tipici del giornalismo investigativo, il noir è stato per lungo tempo il mezzo più idoneo a esplorare e problematizzare la realtà, si può d’altro canto affermare che, in virtù della sua funzione anticipatrice, tale genere letterario ha già raccontato la crisi che stiamo vivendo.
Occorre dunque cambiare prospettiva, passare da una letteratura della crisi a una letteratura del conflitto per esplorare e anticipare le conseguenze della crisi, per raccontare “come ci si scontrerà a tutti i livelli all’interno della società”. Il conflitto si manifesta oggi con tale complessità da rendere necessario, a parere di Carlotto, il superamento della letteratura di genere a favore di una letteratura dei contenuti aperta alla sperimentazione. Non solo noir, in altri termini: tutti i generi “hanno dignità di raccontare questa particolare dimensione a patto che partano da storie reali, da storie negate, storie poco conosciute, storie che abbiano un senso collettivo.”

L’ultimo romanzo di Massimo Carlotto, Respiro corto (Einaudi, 2012), rappresenta il primo passo in questa direzione.

Dopo quello che viene felicemente definito “l’hard-boiled dell’Alligatore” – filone che gli aveva consentito di superare l’impianto “consolatorio” del poliziesco tradizionale e di salvaguardare alcune storie che rischiavano di finire nel dimenticatoio – , e dopo la scelta (dichiaratamente politica) di abbandonare l’hard-boiled per il noir puro di Arrivederci amore, ciao, Alla fine di un giorno noioso, “Niente più niente al mondo”, “L’oscura immensità della morte” (sovvertendo peraltro la prospettiva classica del genere: non-è-vero-che-il-crimine-non-paga!, grida a gran voce Giorgio Pellegrini), Carlotto torna a Marsiglia per mettere il punto sull’esperienza del noir mediterraneo nel luogo in cui esso è nato e spingersi oltre; per raccontare la “grande novità criminale di questi anni”, ovvero la zona grigia, il “terziario della criminalità” che fa da ponte tra le organizzazioni criminali e la società.

Il fascino del saggio-conversazione in commento è notevole, e risiede, come si è detto, nella limpidezza dell’esposizione e nel rigore con cui vengono affrontate e sviscerate anche le tematiche più complesse e scivolose (ad esempio, il passaggio relativo alla mancanza di pluralità nel mercato editoriale e al problema di democrazia che ne consegue: “L’accentramento della distribuzione e della vendita dei libri sta provocando anche l’accentramento della scelta dei libri. Sta portando alla morte delle librerie indipendenti, e al fatto che scomparirà o verrà accorpata ai grandi gruppi anche la piccola e media editoria, che è la spina dorsale del buon romanzo … “).

Una lettura indispensabile, insomma, per tastare il polso della letteratura di genere (e non solo) nel nostro Paese.

Erano pressappoco

le undici del mattino, mezzo ottobre, sole velato, e una minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline. Portavo un completo blu scuro, cravatta e fazzolettino assortiti, scarpe nere e calzini di lana neri con un disegno a orologini blu scuro. Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse. Dalla testa ai piedi ero il figurino del privato elegante. Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari.

Raymond Chandler, Il grande sonno (1939)

Intervista a Piergiorgio Pulixi

Ciao Piergiorgio, benvenuto! Questa è la prima intervista che realizzo per Uno Studio In Giallo, incrociamo le dita?

Onorato di inaugurare questo spazio allora. Incrocio le dita pure io.

Cominciamo dalla fine, cioè dal nuovo romanzo Una brutta storia (Edizioni e/o, 2012): brutta storia, bellissimo libro. Mi racconti com’è nato? Ti sei ispirato a un fatto di cronaca?

La nostra recensione

Sì. Cercavo una storia con cui sperimentare un tipo di narrazione diversa da quella a cui ero abituato, corposa, con tanti personaggi e tante sottotrame, cercando – con molta umiltà – di prendere come modelli Dickens, Victor Hugo e Dumas, e dare ampio respiro a una storia noir. Dopo qualche tempo mi sono imbattuto in un articolo dove si svelava un arresto clamoroso: sedici poliziotti tutti insieme appartenenti alla stessa Sezione arrestati con l’accusa di associazione a delinquere. Mi è sembrato, come dire “strano”. Ho iniziato a fare delle ricerche sulla corruzione nelle forze di polizia e ho notato che sebbene la maggioranza dei tutori delle forze dell’ordine sono totalmente onesti esiste questa macchia nera e mi sembrava interessante raccontare questo tipo di storia: poliziotti corrotti, alcuni colleghi onesti che tentano di fermarli, e degli intrighi e segreti che dessero ritmo e suspence  alla narrazione, tutto messo in moto dall’incontro/scontro con la persona sbagliata: un potente mafioso ceceno.

Veniamo all’ambientazione. Le vicende del romanzo si svolgono in un’area metropolitana non precisamente identificata: è lecito immaginare una qualsiasi grande città dell’Italia settentrionale, magari dell’opulento Nordest? Quel che rimane addosso leggendo, vedi, è la fotografia di un Nord industrioso e ammalato, protetto da una facciata di rispettabilità sempre meno convincente e con l’anima in necrosi

Esattamente. Non ho voluto definire un luogo in particolare perché ritenevo che con questo tipo di storia il lettore potesse immaginare da solo una metropoli a lui congeniale, primo. E poi perché la storia aveva delle caratteristiche “universali”, pur rimanendo nei nostri confini. Di sicuro io l’ho immaginata nel nord Italia, ma non ti saprei dire con esattezza dove. E’ la summa di varie città che mi hanno suggestionato.

Sono rimasta molto colpita dal personaggio di Biagio Mazzeo, il capobranco: un cattivo a tutto tondo (così ben delineato che balza letteralmente fuori dalle pagine del romanzo, n.d.R.) e tuttavia capace di sentimenti profondi; il suo antagonista, il mafioso ed ex guerrigliero ceceno Sergej Ivankov, è al tempo stesso uno spietato assassino e un padre tenerissimo. Due personaggi tragici e complessi che ricordano Ettore e Achille

Felice che tu abbia colto quest’aspetto. Ho concepito “Una brutta storia” come una tragedia moderna. Omero, Eschilo, Euripide, insieme a Shakespeare, Dickens e Dumas, sono stati i miei punti di riferimento. Ho cercato di unire epica, tragedia, feuilleton alla crime fiction alla Ellroy o alla Don Winslow. Un esperimento in qualche modo che è stato contaminato anche dal modo di raccontare e dipanare le trame tipico delle serie tv americane che hanno una qualità di scrittura altissima, penso a Breaking Bad, Six Feet Under o Sons of Anarchy, per fare degli esempi. Con questa grande “cosmogonia” di riferimenti e la storia che avevo in mente, era necessario creare personaggi di grande spessore che fossero in grado di reggere quasi cinquecento pagine di romanzo senza avere nessun calo di tensione, anzi, questi personaggi spingono la narrazione a tavoletta perché si trovano invischiati in un turbine di situazioni tragiche e drammatiche che li obbligano a reagire e tirare fuori l’istinto animale che è in loro. Per renderli verosimili ho cercato di dar loro un passato, una personalità forte e contraddittoria e delle motivazioni solide.

Una brutta storia ha un taglio spiccatamente cinematografico e cita con gusto ed eleganza alcune delle migliori pellicole e serie televisive a sfondo criminale in circolazione (un esempio per tutti, l’ormai mitico Scarface di Brian De Palma). La malavita moderna, del resto, è sensibile al fascino di questo tipo di narrazioni e talvolta finisce col promuoverle a vero e proprio modello estetico (come ha mostrato Roberto Saviano in Gomorra). Ciò che colpisce, in Una brutta storia, è che a tali ingredienti si affiancano gli elementi più tipici del romanzo ottocentesco: intrighi, passioni, segreti inconfessabili un’opera di grande respiro, insomma. Epica, corale. Tu come la definiresti?

Un dramma poliziesco corale che richiama il pathos delle tragedie unito all’epica narrativa delle grandi saghe letterarie e le serie tv americane.

Nel 2010 hai pubblicato Un amore sporco, romanzo sulla schiavitù sessuale inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni e/o): si tratta di una storia d’amore, nonostante tutto?

Sì, la tipica storia d’amore sbagliata. O perlomeno è questo quello che pensano le persone di questo ragazzo che per via del suo lavoro incontra una prostituta albanese di strada. Ne rimane attratto e se ne innamora, ma viene a scoprire che non è una semplice prostituta, ma una schiava sessuale: appartiene cioè come se fosse un mero oggetto alla mafia albanese che l’ha portata in Italia. Come atto d’amore (o di totale incoscienza) il ragazzo porta via Miriana – é questo il nome della giovane – ai suoi aguzzini, incappando però in una vendetta che stravolgerà la sua vita… Sì, alla fine è una storia d’amore, solo che la vita si mette in mezzo e scombina tutto.

E infine l’inizio: Perdas de fogu (Edizioni e/o, 2008), un esordio letterario coi fiocchi all’insegna di Massimo Carlotto e del collettivo di scrittori Mama Sabot. Mi parli della stesura di questo romanzo e della tua esperienza con i Sabot? Come si scrive un romanzo a più mani?

L’esperienza è stata bellissima, sia a livello letterario che umano. Parlare di un territorio violato da una guerra quotidiana che ha causato morte e malattia è stato molto doloroso e toccante, soprattutto perché la terra in questione era la nostra. Abbiamo avuto l’onore di essere stati scelti da Massimo Carlotto che ci ha iniziato a un lungo periodo di formazione che prosegue tuttora. La nostra è una sorta di fabbrica letteraria specializzata nello sviluppo delle trame e dello studio dei personaggi. E’ una sorta di laboratorio di filtraggio in partenza per le storie che andiamo a scrivere sia collettivamente che singolarmente; possiamo contare l’uno sull’altro per avere pareri tecnici su questioni di fondamentale importanza in un romanzo come trama, personaggi, inchiesta, ritmo, etc. Scrivere a più mani, invece, è un delirio… credimi. L’unica ricetta è armarsi di una titanica dose di pazienza, e rubare qualche segreto agli sceneggiatori cinematografici per la suddivisione delle scene e l’editing finale.

In un interessante articolo pubblicato sul web (L’eredità di Izzo, testo integrale tratto dal sito ufficiale di Massimo Carlotto, n.d.R.) definisci il noir mediterraneo come un’arma di resistenza e denuncia rivoluzionaria contro la massificazione e la sofisticazione della realtà: mi spieghi in che senso?

Credo che questo paese abbia un rapporto malato con la verità, o meglio, il Potere è riuscito a contaminare i mezzi d’informazione, annullandone la libertà e controllando alla fonte le notizie. Col passare degli anni ha sistematizzato questo “modus operandi”, asservendo sempre di più a sé i media, complice l’influenza dei grandi marchi pubblicitari che sostengono i vari media. Questo ha comportato la sofisticazione della realtà, o meglio della percezione di realtà che ci viene propinata come vita reale. Non lo è. In realtà abbiamo davanti un’immensa fabbrica di menzogne e mistificazioni che cerca di spacciarci per vere notizie che non lo sono. Ma questo è il meno… Il noir mediterraneo per anni ha avuto il potere di contrastare nel suo piccolo questo impero, lanciando dei messaggi di allarme su alcune situazioni.

Scrivo per potermi comprare libri da leggere, hai confessato al blog di Noir Italiano. Non mi definisco uno scrittore, ma sono abbastanza certo di essere un lettore compulsivo Se ci fossero i lettori anonimi io non mi perderei nemmeno una riunione, mettiamola così. Quanto è importante leggere per diventare uno scrittore?

Penso che sia basilare. La lettura è strettamente correlata alla scrittura. Pensare di mettersi a scrivere senza avere un solido bagaglio di letture alle spalle è come salire sul ring con Sugar Ray Robinson senza avere mai indossato i guantoni.

Che libro tieni sul comodino, in questo momento?

Utu di Caryl Fèrey, un bel pulp noir. 

Il mondo dell’editoria è sempre più variegato e pieno d’insidie… ricorda un po’ l’arcipelago delle rocce vaganti dell’Odissea! Cosa ti sentiresti di consigliare a un giovane che intenda dedicarsi professionalmente alla scrittura?

Di cambiare idea… Ma se è così pazzo o motivato da volerlo fare, leggere tantissimo, vivere esperienze nuove e intense. Non farsi prendere dalla fretta di pubblicare a qualsiasi costo, ma avere pazienza, studiare gli autori che predilige, non improvvisare ma farsi sempre un gran mucchio di domande sulla storia, sui personaggi e sulle loro motivazioni. Investire dei soldi su un buon editing che metta in luce qualità e difetti della sua storia (e quindi anche del suo autore). Osservare la realtà e affinare giorno dopo giorno questo talento. E soprattutto non avere paura di lavorare tanto e per nessun ritorno economico. Essere consapevole che più diventerà bravo e acuto come scrittore, più diverrà una brutta persona. Questo, nonostante pochi abbiano il coraggio di dirlo, penso sia una legge universale.

Direttamente dal questionario di Proust

  • gli autori che prediligo: Ellroy, Carlotto, Dickens, Dumas, Shakespeare
  • i miei eroi nella finzione: Dudley Smith, Edmond Dantes, Joe Pike, Burke
  • i miei eroi nella vita reale: gli eroi invisibili che si svegliano ogni mattina e fanno sì che questo paese vada avanti, inconsapevoli del loro “potere”.
  • quel che detesto più di tutto: la maleducazione e la prevaricazione.
  • vorrei vivere in un Paese che… dimostri di avere più coraggio e più carattere.

Fuori questionario: come immagini il tuo futuro di scrittore? Una brutta storia avrà un seguito? (dimmi di sì!!!)

Sì, sto già lavorando al seguito di “Una brutta storia”, che, editori permettendo, dovrebbe uscire nel 2013. Ma contemporaneamente sto ultimando con altri due sabot un romanzo molto duro e spietato dal ritmo pazzesco, in stile Padrino / Scarface / C’era una volta in America, sul mondo del narcotraffico, ambientato all’estero, di qualità superiore – a mio avviso – a “Una brutta storia”. Chi ha amato Mazzeo e i suoi, adorerà questa storia, ne sono sicuro. Anche questo uscirà l’anno prossimo.

Grazie infinite, Piergiorgio.

E un grosso in bocca al lupo per la tua vita e per la tua carriera.

Grazie mille a te.

P.S. Se mai decidessi di istituire i lettori anonimi sono della partita!

Ne terrò conto!!

Simona Tassara

Una brutta storia

9c07c-una-brutta-storiadi Piergiorgio Pulixi

E’ sulle strade di una metropoli senza nome che si dipana “Una brutta storia”, il nuovo – folgorante – romanzo del trentenne Piergiorgio Pulixi.

Brutta storia davvero: di quelle che seducono e colpiscono, e non ti lasciano più.

Storia d’amore e di morte, se vogliamo ridurla all’osso, giocata sulle contrapposizioni, sul chiaro e lo scuro che avvolgono sempre i casi della vita e si avvicendano nel fondo di ogni coscienza. ErosThanatos, come nella migliore delle tradizioni (non solo) letterarie. Fra gli estremi c’è tutto quello che possiamo chiedere a un ambizioso dramma corale: intrighi, passioni, segreti inconfessabili e girandole di tradimenti.

E violenza, tanta. Continua a leggere “Una brutta storia”

Il primo raggio

di sole riuscì a penetrare il fitto intreccio di rami di pini, lecci secolari e illuminò debolmente la sagoma di un capriolo finemente cesellata sulla culatta di un fucile. L’uomo che lo imbracciava vi batté sopra l’unghia dell’indice per attirare la mia attenzione.
“Se il cervo rappresenta la maestosità e il cinghiale la forza” sussurrò, “il capriolo è il simbolo della grazia e della delicatezza… La caccia a palla per eccellenza, la più difficile ed emozionante, perché si tratta dell’animale più diffidente del bosco: l’udito il suo senso più sviluppato, poi l’olfatto, quindi la vista. Se il frastuono di un aereo lo lascia del tutto indifferente, il ‘crac’ di un ramo spezzato lo mette immediatamente in allarme. I cacciatori devono trovarsi in un luogo scelto per l’appostamento prima dell’alba, avendo cura di mettersi sottovento. Il capriolo appare all’improvviso, come un fantasma nell’incerta luce del mattino, e bisogna decidere nello spazio di un solo secondo se valga la pena di abbatterlo… “.

Massimo Carlotto, Il mistero di Mangiabarche (1997)

La trilogia di Fabio Montale

di Jean-Claude Izzo

In un breve saggio contenuto nella raccolta edita in Italia con il titolo Aglio, menta e basilico – Marsiglia, il noir e il Mediterraneo (Edizioni e/o), Jean-Claude Izzo lo mette nero su bianco: “Non penso di essere uno scrittore che desta unanimi consensi. (…) Non faccio concessioni, né nel merito né nella forma”.

L’affermazione è a prova di smentita.

L’opera del noirista francese, che si caratterizza per una potente prosa lirica mai disgiunta dall’impegno politico, ha lasciato il segno nel panorama della letteratura poliziesca proprio in virtù dell’estrema limpidezza tematica e stilistica. Izzo ha vissuto e scritto in simbiosi con i suoi ideali, e il trittico di romanzi in commento – la cosiddetta “trilogia marsigliese” – ne dà piena testimonianza.

La prosa è agile, ritmata, priva di abbellimenti. Come ricorda Nadia Dhoukar nella sua introduzione, l’autore ha mosso i primi passi come poeta: ciò conferisce alla sua scrittura una particolare concisione evocativa e un’enfasi quasi lirica; gli enunciati brevi, talvolta brevissimi, abbozzano più che descrivere e – forse per tale ragione – finiscono col restituire immagini sorprendentemente nitide. La penna di Izzo scolpisce, riduce all’osso. Il risultato è un mix sapiente di toni aspri e amabili, un linguaggio puro e al tempo stesso ricercato che non rinuncia alla delicatezza anche nella rappresentazione dei crimini più feroci: Izzo, insomma, mette in scena la violenza con una sensibilità che costituisce un unicum  nell’universo noir. Continua a leggere “La trilogia di Fabio Montale”

Una donna entrò

jezabelnella gabbia degli imputati.

Nonostante il pallore, nonostante l’aria stanca e stravolta, era ancora bella; solo le palpebre, di forma squisita, erano sciupate dalle lacrime e la bocca aveva una piega amara, ma la donna sembrava giovane.

I capelli erano nascosti dal cappello nero.

Con un gesto automatico si portò le mani al collo, cercando, probabilmente, le perle del lungo sautoir che lo ornavano un tempo, ma il collo era nudo; le mani esitarono; con un movimento lento e desolato lei si torse le dita e dal pubblico trepidante che seguiva con lo sguardo ogni suo minimo gesto si levò un sordo mormorio.

– Si tolga il cappello disse il presidente. – I giurati vogliono vederla in faccia 

Irène Némirovsky, Jézabel (1936)

Può capitare che un uomo,

in casa propria, vada su e giù, faccia i gesti abituali, i gesti di tutti i giorni, con l’espressione distesa di chi è solo, e poi, alzando gli occhi all’improvviso, si accorga che le tende non sono state tirate e che qualcuno, da fuori, lo sta osservando.
Per Spencer Ashby fu un po’ così. Non del tutto, però, dato che in realtà, quella sera, nessuno gli prestò attenzione. Poté disporre di quella solitudine che tanto gli piaceva, compatta, impenetrabile ai rumori esterni, persino con la neve che aveva preso a cadere a larghe falde e sembrava materializzare il silenzio.
Poteva forse prevedere, lui come chiunque altro, che quella sera l’avrebbero poi analizzata meticolosamente, che gliel’avrebbero fatta quasi letteralmente rivivere, osservandolo come un insetto al microscopio?

f7b1146fef035598a55170bd0973f92a_w_h_mw650_mh

Georges Simenon, La morte di Belle (1952)

Uno studio in nero

La letteratura poliziesca tra spiagge dorate e giungle d’asfalto.

L’area della letteratura poliziesca che definiamo “noir” (ammesso che abbia ancora un senso applicare etichette ai generi letterari e perdersi nel maelström  dei sottogeneri) porta un nome francese ma vanta natali a stelle e strisce. La genesi del noir è legata alle opere di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, capiscuola indiscussi del genere – e già ricadiamo nel girone infernale delle classificazioni! – hard-boiled.

Raymond Chandler

Nel saggio La semplice arte del delitto (1944)Chandler getta le basi del romanzo poliziesco realistico e riconosce a Hammett il merito di aver tolto il delitto dal vaso di cristallo del poliziesco all’inglese per buttarlo in mezzo alla strada, restituendolo così alla gente che lo commette per un motivo – e non semplicemente per fornire un cadavere a lettori oziosi, e con mezzi accessibili – non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali. Un lungo e ponderato addio al giallo tradizionale, insomma, per intingere la penna in qualcosa di più nero dell’inchiostro: il cuore violento di una società profondamente ingiusta. Il delitto, da Chandler in avanti, cesserà di costituire un mero problema di logica, un innocuo puzzle da ricomporre per ristabilire un ordine ad esso preesistente. 

A partire dal filone hard-boiled  la letteratura nordamericana sfornerà alcuni fra i più grandi capolavori del genere: romanzi neri accomunati dalla presa di coscienza di una realtà nella quale il confine tra legalità e illegalità è sfumato e la rabbia degli ultimi si scontra con la glaciale indifferenza degli “arrivati”. Sandro Ferri (editore e/o) osserva giustamente che in questo tipo di narrazioni non vi è nulla di consolatorio: il caos regna prima e dopo, indipendentemente dall’esito dell’inchiesta perché vi è la consapevolezza che la regola – e non già l’eccezione – del mondo è la violenza. Continua a leggere “Uno studio in nero”

Quando Julius de Coster jr. si ubriaca al Petit Saint Georges

, e l’impossibile infrange d’un tratto le dighe della vita quotidiana

Per quel che riguarda personalmente Kees Popinga, si deve convenire che alle otto di sera c’era ancora tempo, perché a ogni buon conto il suo destino non era segnato.

Ma tempo per che cosa? E poteva lui agire diversamente da come avrebbe poi agito, persuaso com’era che i suoi gesti non fossero più importanti di quelli di mille altri giorni del suo passato?

Georges Simenon, L’uomo che guardava passare i treni (1938)