Caffè di notte

Nel mio quadro sul Caffè di notte ho cercato di esprimere l’idea che il caffè è un posto dove ci si può rovinare, diventar pazzi, commettere dei crimini. Inoltre ho cercato di esprimere la potenza tenebrosa quasi di un mattatoio, con dei contrasti tra il rosa tenero e il rosso sangue e feccia di vino, tra il verdino Luigi XV e il Veronese, con i verdi gialli e i verdi blu intensi, tutto ciò in un’atmosfera di una fornace infernale di zolfo pallido.

E pur tuttavia sotto un’apparente levità giapponese e una bonomia alla Tartarin.

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Che direbbe però di questo quadro il signor Tersteeg, lui che davanti a un Sisley, quel Sisley che è il più discreto e il più dolce degli impressionisti, ha già detto: “Non posso fare a meno di pensare che quando l’artista ha dipinto ciò era un po’ brillo”. Allora davanti al mio quadro direbbe che si tratta di un delirium tremens in pieno.

Vincent Van Gogh (30 marzo 1853 – 29 luglio 1890)

Confucio dice che

se un uomo vuole far crescere un filare di grano, prima deve spalare una tonnellata di merda. Poi, un bel giorno, il buco si spalanca e la luce risplende come un raggio di sole in un’epica di Cecil B. De Mille e si sa di aver generato il devo, vivo e famelico.

Devo, come in: “Io credo che resterò su ancora qualche minuto, tesoro, devo vedere come finisce questo capitolo”. (…)

Devo, come in: “Sì, so che dovrei essere già di là a preparare la cena e mi pianterà una grana se saranno surgelati anche questa sera, ma devo vedere come finisce”.

Stephen King, Misery (1991)

… ma c’è nella vera poesia

un profumo, un accento, un tratto luminoso che tutte le creature possono percepire. E voglia Iddio che vi serva per nutrire quel granello di pazzia che tutti portiamo dentro, che molti uccidono per mettersi l’odioso monocolo della pedanteria libresca e senza il quale è imprudente vivere.

Federico García Lorca

Ma poiché ascoltò soltanto

il rumore della pioggerella, credette che era stato un incubo e tornò a sentire il dolore.

Aveva un po’ di febbre. Nello specchio si accorse che la gota gli si stava gonfiando. Aprì una scatoletta di vaselina al mentolo e se la unse sulla parte dolorante, tesa e con la barba lunga. D’un tratto percepì, attraverso la pioggia, un rumore di voci lontane. Uscì sul balcone. Gli abitanti della strada, alcuni in veste da notte, correvano verso la piazza. Un ragazzo girò la testa verso di lui, alzò le braccia e gli gridò senza fermarsi:

“César Montero ha ucciso Pastor.”

Gabriel García Márquez, La mala ora (1962)

… perché l’odore dell’acqua di mare

m’eccitava proprio come le sardine e le scardole della baia dei Catalani di là dalla roccia erano belle tutte argento nei panieri dei pescatori il vecchio Luigi vicino ai cento dicevano che veniva da Genova e quell’altro vecchio alto con gli orecchini non mi piace uno che per arrivarci ci vogliono le scale io dico che sono tutti morti e ridotti in polvere da un pezzo…

James Joyce, Ulisse (1922)

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Buon Bloomsday a tutti!

A me.

La strada di Swann

La storia di una delle mie follie.
Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili, e trovavo risibili le celebrità della pittura e della poesia moderna.
Amavo le pitture idiote, sovrapporte, addobbi, tele di saltimbanchi, insegne, miniature popolari; la letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisnonne, racconti di fate, libretti per l’infanzia, vecchie opere, ritornelli insulsi, ritmi ingenui.
Sognavo crociate, spedizioni di cui non esistono relazioni, repubbliche senza storie, guerre di religione represse, rivoluzioni del costume, migrazioni di razze e di continenti: credevo a tutti gli incantesimi. Inventai il colore delle vocali! – A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde. – Regolai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi lusingai di inventare un verbo poetico accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi. Riservavo la traduzione.
All’inizio fu uno studio. Scrivevo…

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Volevo che tu imparassi una cosa:

volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano.

Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda.

Harper Lee, Il buio oltre la siepe (1960)

Iolanda era turbata.

Io non ti ho mai chiesto nulla, ma avevo capito che per Cordera quella partenza da Roma era una fuga. E’ un pederasta, e per quelli come lui le cose se so’ messe male. Er Capoccione nun vole né ebrei né zingari né froci. E fanno ‘na brutta fine. Me dispiace. Veramente.

Stefania Nardini, Alcazar ultimo spettacolo (2013)

Ti ricordi, Bärlach,

la nostra discussione nella muffa di quell’osteria, nel sobborgo di Tofano, in mezzo al fumo delle sigarette turche? La tua tesi era questa: che l’imperfezione umana, il fatto che le azioni degli altri non sono mai del tutto prevedibili e che del resto non possiamo mai, nei nostri calcoli, tener conto del caso, il quale tuttavia ha la sua parte in tutto, fosse il motivo per cui la maggior parte dei delitti vengono immancabilmente in luce. Dicevi che era una sciocchezza commettere un delitto, perché ti sembrava impossibile usare la gente come le pedine degli scacchi. Io invece più per contraddirti che per convinzione, sostenevo la tesi che proprio la confusione dei rapporti umani rendeva possibili delitti che non potevano essere scoperti, e che proprio per questo motivo la maggior parte dei delitti restavano non soltanto impuniti ma anche insospettati. E continuammo a lungo a bisticciare, animati dal fuoco della grappa che l’oste ebreo ci versava e poi, forse trascinati dalla nostra giovinezza, nell’euforia, abbiamo fatto una scommessa, mentre la luna tramontava sull’Asia Minore, una scommessa di cui chiamammo a testimone il cielo…

Friedrich Dürrenmatt: “Il giudice e il suo boia” (1952)

È doloroso che una madre

debba pronunciare parole che condannano il proprio figlio, ma non posso permettere che loro mi credano capace di commettere un assassinio. Ora lo rinchiuderanno come avrei dovuto fare io quando era bambino. È sempre stato cattivo e ora aveva intenzione di dire che ero stata io ad uccidere quelle ragazze e quell’uomo, come se io potessi fare un’altra cosa all’infuori di star seduta immobile e guardar fisso come uno di quei suoi uccellacci impagliati. Loro sanno che io non posso alzare neppure un dito… e non mi muoverò! Me ne starò seduta qui tranquilla, nel caso che loro sospettassero di me. Probabilmente ora mi stanno sorvegliando, ma lasciamoli fare. Farò vedere loro che specie di persona sono. Non scaccerò nemmeno quella mosca. Spero che mi stiano osservando, così vedranno. Vedranno e sapranno. E diranno a tutti: “Ma se lei non farebbe male neppure ad una mosca!”

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A boy’s best friend is his mother. (Norman Bates)

Psycho, di Alfred Hitchcock (1960)

… ma altolà. Clare?

Il resto sarebbe stato facile toglierselo dalla testa, ma non la bionda dagli occhi neri. L’ho già detto e so che mi toccherà ripeterlo: le donne non sono altro che guai, qualunque cosa uno dica o faccia.

Benjamin Black, La bionda dagli occhi neri – Un’indagine di Philip Marlowe (Guanda, 2014)

*

Foto di Walter Piana © Walter Piana Photography

Gli uomini erano sempre uguali,

sia che alla domenica andassero alle funzioni nella Basilica di Santa Sofia o nel Duomo di Berna. I grossi mascalzoni facevano quello che volevano e i poveri cristi finivano in galera. C’era un sacco di delitti a cui non si badava, soltanto perché più delicati, più distinti di un assassinio, così antiestetico, e che, oltretutto, esce sui giornali; eppure gli uni valevano l’altro, bastava considerarli dal giusto punto di vista e con un po’ di fantasia. La fantasia, ecco, la fantasia! Per pura mancanza di fantasia un bravo commerciante poteva combinare tra l’aperitivo e la colazione, con qualche affare spettacoloso, un vero e proprio delitto, e nessuno se ne accorgeva, tanto meno il commerciante stesso, perché nessuno aveva la fantasia sufficiente per accorgersene. La trascuratezza, la manica larga, ecco cosa rendeva il mondo insopportabile; per trascuratezza il mondo stava andando in malora.

Friedrich Dürrenmatt: “Il sospetto” (1953)

Su questo mia madre insiste fermamente:

lei parla un bel russo, io parlo un bel russo, Nana parlava un russo spaventoso.

Eppure era Nana a parlarmi in russo, non mia madre.

E’ stata lei a cantarmi la ninna nanna cosacca. E’ la sua voce che rivive in me quando me la canto da solo, a bassa voce.

E’ lei che io ho ucciso.

Emmanuel Carrère, La vita come un romanzo russo (2007)

Ha dunque un debole per le bionde?

Quando la gente mi chiede: “Signor Hitchcock, perché le protagoniste dei suoi film son sempre bionde? Ha dunque un debole per le bionde?”. Io rispondo non so, dev’essere un caso. (…) Io il debole non ce l’ho per nessuno, né per le bionde né per le rosse né per le brune, e le donne sexy… Lo sa quali sono le donne più sexy, insomma più legate al sesso? Le nordiche. Si vede che il freddo le scalda. Consideri le inglesi: sembrano tutte maestre di scuola, ma guai al poveretto che se ne trova una in un tassì. Come minimo ne esce spogliato… Continua a leggere “Ha dunque un debole per le bionde?”

E’ allora che tutto ha vacillato.

Dal mare è rimontato un soffio denso e bruciante. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua larghezza per lasciar piovere fuoco. Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell’impugnatura e è là, in quel rumore secco e insieme assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato via il sudore ed il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura.

Albert Camus, Lo straniero (1942)

Sono un uomo artificiale

, generato in un laboratorio modello, guidato dai principi degli educatori e degli psichiatri, che il nostro paese ha prodotto insieme agli orologi di precisione, agli psicofarmaci, al segreto bancario e alla neutralità perenne. Sarei diventato un prodotto modello di questa stazione sperimentale, se non vi fosse mancata una cosa sola: il biliardo. Così fui immesso nel mondo senza poterlo capire…

Friedrich Dürrenmatt: Giustizia (Adelphi, 2011)

Come scacciare il ricordo

che si annida nei miei occhi?

ha scritto Keats. Ma è poi giusto liberarsene? Nel ripercorrere con la memoria il viaggio che è stato la nostra vita, abbiamo il diritto di ignorare i ricordi che non ci piacciono, o questa non è, piuttosto, una forma di vigliaccheria?

E tuttavia io penso che sia sufficiente dar loro una breve occhiata.

“Sì, è accaduto” basterà riconoscere. “Ma ora è finito. E’ un filo nel tessuto della mia esistenza che non posso rifiutare, ma è inutile soffermarvisi”.

Agatha Christie: An Autobiography (1977)

I fatti,

dai quali faremmo forse bene a cominciare, sono brutali: mercoledí 20 febbraio 1974, la vigilia del carnevale delle donne, una donna di ventisette anni esce dalla sua casa di città verso le ore 18,45 per recarsi a una festa da ballo privata.

Quattro giorni dopo, in seguito a uno sviluppo drammatico della situazione … sabato sera alla stessa ora – per essere più precisi alle 19,04 – essa suona alla porta del commissario Walter Moeding, intento a travestirsi da sceicco per ragioni non private ma di servizio, e fa mettere a verbale allo spaventatissimo Moeding che quel giorno stesso, nella propria abitazione, verso le ore 12,15 essa aveva ucciso a colpi di pistola il giornalista Werner Tötges; che perciò desse ordini di far forzare la porta e di “ritirare” il cadavere; quanto a lei personalmente, tra le 12,15 e le 19,00 era andata vagando per la città in cerca di rimorsi, ma non ne aveva trovati…

Heinrich Böll: L’onore perduto di Katharina Blum (1979)

Ahi, povero Yorick.

L’ho conosciuto, Orazio, un uomo d’un brio inesauribile, d’una fantasia senza pari. M’ha portato in spalla mille volte, e adesso… è repellente a pensarci. Lo stomaco mi si rivolta. Qui erano appese le labbra che ho baciato non so quante volte.

Dove sono adesso i tuoi lazzi, le tue capriole, i tuoi canti, i tuoi lampi d’allegria che a tavola alzavano scrosci di risate? Non c’è nessuno ora che si metta a sfottere il tuo ghigno? Ti sono cascate le ganasce?

Va adesso in camera di Madama e dille, si dia pure un palmo di fardo, a questo deve ridursi.

William Shakespeare, Amleto (Atto V)

Scrivere un libro

è una lotta orribile ed estenuante, come un lungo periodo di dolorosa malattia.

Non bisognerebbe mai intraprendere un’attività del genere a meno di non essere guidati da un qualche demone incomprensibile al quale non si può resistere.

Per quel che se ne sa, tale demone è semplicemente lo stesso istinto che fa strepitare un bambino allo scopo di richiamare l’attenzione.

George Orwell (Motihari, 25 giugno 1903 – Londra, 21 gennaio 1950)

Per me un film è finito

al novantanove per cento quando è scritto. A volte preferirei non doverlo girare. Ci si immagina il film, poi tutto comincia ad andare a rotoli. Gli attori ai quali si è pensato non sono liberi, non si può avere un buon cast. Sogno una macchina IBM nella quale inserire la sceneggiatura da una parte e vedere il film dall’altra. Finito e a colori.

Alfred Hitchcock (intervistato da Pierre Billard per “L’Express”)

Quante cose da ricordare:

il tappeto di fiori che ho calpestato per arrivare al tempio di Yezidis a Sheikh Adi… la bellezza delle grandi moschee di Isfahan, la città magica… il rosso tramonto a Nimrud… lo Stretto dei Dardanelli, come mi appare nel silenzio della sera, dopo che sono scesa dal treno… gli alberi della New Forest, in autunno… i bagni nel mare di Torquay con Rosalind… Mathew che partecipa alle gare di Eton e Harrow… Max che torna dalla guerra e mangia aringhe con me. Tante cose… alcune sciocche, altre buffe, altre bellissime. Due grandi ambizioni soddisfatte: cenare con la regina d’Inghilterra (come si sarebbe inorgoglita Nursie. “Gatto, gattino dove sei stato?”); e l’inorgoglito possesso di una Morris dal muso sporgente… una macchina tutta mia! L’esperienza più toccante: il canarino Goldie che vola giù dal bastone della tenda dopo un giorno di disperato dolore.

Un bimbo dice: “Grazie, mio Dio, per la mia buona cena”,
Cosa posso dire io a settantacinque anni? “Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho avuto”.

Agatha Christie, La mia vita (1977)

Non mi piace la folla,

la gente che mi preme da vicino, non mi piacciono le voci forti, i rumori, le chiacchiere troppo prolungate, i ricevimenti, meno che mai i cocktail, non mi piace il fumo delle sigarette, anzi, nessun tipo di fumo, la marmellata d’arance e il cibo tiepido; non mi piacciono le bevande alcooliche, tranne che per cucinare, le ostriche, i cieli grigi, le zampe degli uccelli, anzi, provo un gran fastidio a toccarli. Ma ciò che realmente aborrisco sono il sapore e l’odore del latte caldo.
Mi piace il sole, la musica, quasi tutta; mi piacciono le mele, i treni, i giochi con i numeri e ogni altra attività basata su di essi. Mi piace andare al mare, fare il bagno e nuotare; mi piace il silenzio; mi piace dormire, sognare, mangiare; mi piace l’odore del caffé; mi piacciono i mughetti, e molto i cani e andare a teatro.
Questi elenchi potrebbero essere meglio organizzati e comprendere voci più importanti e altisonanti, ma allora non rispecchierebbero più me e bisogna pure che mi rassegni a essere quella che sono.

Agatha Christie, An Autobiography (1977)

La signorina Brewster

intervenne con uno dei suoi bruschi latrati.
“Niente corpi sull’Isola del Contrabbandiere.”
Poirot disse:
“Questo non è esatto.” E additava la spiaggia. “Guardateli là, allineati. Che cosa sono? Non sono uomini e donne. Non c’è nulla di personale in loro. Sono soltanto… corpi.”
“Bé, c’è qualche esemplare degno di nota… ” osservò il maggiore Barry.
E Poirot esclamò:
“Sì, ma dov’è il fascino del mistero? Io sono della vecchia scuola e tutti quei corpi allineati mi ricordano la Morgue, l’Obitorio di Parigi. Corpi… allineati su tavole di marmo… come carne da macello!”

Agatha Christie, Corpi al sole (1941)

Nulla è più potente della lettura,

nessuno è più bugiardo di chi afferma che leggere un libro è un gesto passivo.  

Leggere, sentire, studiare, capire è l’unico modo di costruire vita oltre alla vita, vita a fianco della vita.  

Leggere è un atto pericoloso perché dà forma e dimensione alle parole, le incarna e le disperde in ogni direzione. 

Capovolge tutto, fa cadere dalle tasche del mondo monete e biglietti e polvere.

Roberto Saviano al Cortona Mix Festival 2013

Professor Langdon,

tre ore fa lei è entrato barcollando al pronto soccorso. Perdeva sangue da una ferita alla testa ed è svenuto. Nessuno aveva la minima idea di chi fosse né di come fosse arrivato qui. Farfugliava in inglese, per cui il dottor Marconi mi ha chiesto di aiutarlo. Io sto trascorrendo un periodo sabbatico qui in Italia, ma sono originaria del Regno Unito”.

Langdon aveva la sensazione di essersi svegliato all’interno di un quadro di Max Ernst.

“Cosa diavolo ci faccio in Italia?”

Dan Brown, Inferno (2013)

Hercule Poirot disse:

corpi-al-soleIl mio lavoro è un po’ come il suo rompicapo, signora. 

Si mettono insieme i pezzi del mosaico… pezzi d’ogni forma e d’ogni colore… e ognuno deve combaciare con gli altri.

Alle volte, poi, succede quel che è successo a lei, un momento fa, con quel pezzetto bianco. Si riesce a sistemare un gran numero di pezzi… si fa la selezione dei colori, ma tutt’a un tratto salta fuori un pezzo che per la forma e il colore dovrebbe adattarsi… diciamo… a una pelle di orso, e invece si adatta alla coda di un micio.

Hercule Poirot a Mrs Gardener

Agatha Christie, Corpi al sole (Evil Under the Sun, 1941)

… e vidi cosa ch’io avrei paura,

sanza più prova, di contarla solo;

se non che coscïenza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom francheggia
sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ‘l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;

e ‘l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com’ esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ‘l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,

che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.

E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.

Io feci il padre e ‘l figlio in sé ribelli;
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch’ io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.

Così s’osserva in me lo contrapasso.

Dante Alighieri, La Divina Commedia
Inferno, Canto XXVIII

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia. 
Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco! 
vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto. 
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così. 
Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma, 
quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.

 
Dante Alighieri, La Divina Commedia
Inferno, Canto XXVIII

Nell’arte occorre sempre

un principio di redenzione. Può essere pura tragedia se è alta tragedia, può essere ironia, pietà o l’aspro riso del forte. Ma sulla strada dei criminali deve camminare un uomo che non è un criminale, che non è un tarato, che non è un vigliacco. Nel poliziesco realistico quest’uomo è il detective.

E’ l’eroe, è tutto. Un uomo completo, un uomo comune, eppure un uomo come se ne incontrano pochi. Dev’essere, per usare un’espressione un poco abusata, un uomo d’onore per istinto, per necessità, per impossibilità a tralignare. Dev’esserlo senza pensarci e, certamente, senza mai parlarne troppo. Il miglior uomo di questo mondo è abbastanza buono anche per qualsiasi altro mondo…

Humphrey Bogart nei panni di Philip Marlowe
Raymond Chandler (The Atlantic Monthly, 1944)

La semplice arte del delitto: Philip Marlowe

( Dall’introduzione di Oreste Del Buono)


Chi non conosce Philip Marlowe?

È l’eroe di romanzi polizieschi celebri come “II grande sonno”, “La donna nel lago”, “Addio, mia amata”, “II lungo addio”. Sullo schermo ha avuto di volta in volta i tratti di Dick Powell, George Montgomery, Bob Montgomery e persino Humphrey Bogart. 

È il meno probabile realisticamente, anche se il più convincente artisticamente, dei grandi detectives. Davanti alla simpatia che è capace di suscitare, non solo il cavaliere Auguste C. Dupin di Edgar Allan Poe appare un fegatoso maniaco, non solo il poliziotto Lecoq di Emile Gaboriau appare un grossolano piedipiatti, non solo il sergente Cuff di Wilkie Collins appare un insopportabile sputasentenze, non solo l’infallibile Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle appare un’odiosa e arbitraria macchina calcolatrice, ma persino il padre Brown di Gilbert Keith Chesterton appare un’artificiosa macchietta, ma persino l’ispettore French di Freeman Wills Croft appare una mediacre nullità ma persino il commissario Maigret di Georges Simenon appare una specie di stucchevole sentina di bonomia e patetismo: la simpatia suscitata da Philip Marlowe sa di tenerezza e ammirazione, insieme, di rimpianto e compassione. Continua a leggere “La semplice arte del delitto: Philip Marlowe”

Sarà proprio l’assurdità

a eccitarla, il fatto che in questa storia c’è qualcuno che crede all’innocenza di un colpevole e cerca un assassino che non può esistere, come abbiamo definito abbastanza efficacemente la situazione. Ma così facendo lei si dimostra più crudele della realtà, all’unico scopo di divertirsi e spingere sino in fondo nel ridicolo noi della polizia. Matthäi quindi troverebbe effettivamente un assassino, uno di quei vostri comici santi, un predicatore buono come il pane per esempio, il quale beninteso in realtà è innocente e semplicemente incapace di fare del male a una mosca, proprio per questo, grazie a una delle sue maligne trovate, quel povero pazzo si sarebbe tirato addosso tutti i sospetti. Matthäi lo uccide, tutti gli indizi concordano, dopo di che il detective felice viene riaccolto fra noi esaltato e festeggiato come un genio.

Anche questa è un’idea.

Friedrich Dürrenmatt: La promessa. Un requiem per il romanzo giallo.

Ma oggi sa anche cosa si prova

a essere una canaglia. E se lo fosse sempre stato? Non sarà che era condannato a diventare una canaglia dalla nascita? E si può smettere di essere una canaglia dopo esserlo stato almeno una volta?

Si chiede se possa dipendere da qualcosa di latente, come una sorta di malattia genetica che aspetta un evento fortuito per manifestarsi. Se così fosse, la propensione a diventare una canaglia sarebbe rimasta in incubazione dentro di lui, mentre conduceva la sua vita senza sospettarne la presenza, finché a un certo punto, qualunque fosse la causa scatenante, avrebbe preso il sopravvento, in modo innegabile, brutale, come è accaduto poco dopo l’incontro con Nelson Jara nel suo studio per discutere di quella crepa.

Claudia Piñeiro, La crepa (Feltrinelli, 2013)

… ecco la posizione dei pezzi sulla scacchiera:

la dama – alludo a Madame Hsin – lascia intravedere i suoi occhi a mandorla e il suo delizioso profilo, nella confusione multicolore del Drago che si stordisce, verso le undici di sera. Dalle undici a mezzanotte ricevette nella sua abitazione un cliente che rimane in incognito. Le coeur a des raisons… Quanto all’instabile Fang She, la polizia dichiara che prima delle undici prese posto nel celebre “salone lungo” o “salone dei milionari” dell’Hotel El Nuevo Imparcial, indesiderabile covo della nostra periferia, del quale né lei né io, caro confrère, abbiamo la più vaga idea. Il 15 ottobre si imbarcò sul vapore Yellow Fish, diretto verso il mistero e il fascino dell’Oriente. Fu arrestato a Montevideo e adesso vegeta oscuramente in calle Moreno, a disposizione delle autorità. E Tai An? si chiederanno gli scettici. Sordo alla frivola curiosità della polizia, chiuso ermeticamente nel tipico feretro dai colori vivaci, rema senza sosta nella placida stiva della Yellow Fish, diretto, nel suo viaggio eterno, verso la Cina millenaria e cerimoniosa.

Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares: Sei problemi per don Isidro Parodi (1942)

Si muore generalmente perché si è soli

o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

Giovanni Falcone: Cose di cosa nostra (Rizzoli, 2004)

La’ dove si bruciano i libri…

… si finisce per bruciare anche gli uomini (Heinrich Heine)

Ottant’anni fa, il 10 maggio del 1933, decine di migliaia di persone si riunirono all’Opernplatz (Piazza dell’Opera) di Berlino (oggi Bebelplatz) per ascoltare un discorso del Ministro della Propaganda Joseph Goebbels. Eccone un estratto:

« No alla decadenza e alla corruzione morale! Sì alla decenza e alla moralità nelle famiglie e nello stato! Io consegno alle fiamme gli scritti di Heinrich MannErnst GläserErich KästnerL’era dell’intellettualismo ebraico è giunta ormai a una fine. La svolta della rivoluzione tedesca ha aperto una nuova strada … L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo fatto di carattere. È a questo scopo che noi vi vogliamo educare. Come una persona giovane, la quale possiede già il coraggio di affrontare il bagliore spietato, per superare la paura della morte, e per guadagnare il rispetto della morte – questo sarà il compito della nostra nuova generazione. E quindi, a mezzanotte, giungerà l’ora di impegnarsi per eliminare con le fiamme lo spirito maligno del passato. Si tratta di un atto forte e simbolico – un atto che dovrebbe informare il mondo intero sulle nostre intenzioni. Qui il fondamento intellettuale della repubblica sta decadendo, ma da queste macerie la fenice avrà una nuova trionfale ascesa. »

Quella notte, tra fischi di gioia e musiche d’orchestra, vennero dati alle fiamme oltre 25.000 volumi “non tedeschi”: dai libri di famosi scrittori socialisti come Bertolt Brecht e August Bebel agli scritti “borghesi” di Arthur Schnitzler, dai romanzi di “influenze straniere corrotte”, come quelli di Ernest HemingwayJack London, H.G. Wells, ai testi di noti autori ebrei. Tra gli autori banditi dalla “vera cultura tedesca” anche Albert Einstein, André Gide, Emile Zola, Heinrich Heine, Joseph Roth, Hermann Hesse, Marcel Proust, Thomas Mann e Vladimir Majakovskij. 

Due giorni prima, l’8 maggio del 1933, il Völkischer Beobachter (giornale ufficiale del partito nazista fin dal 1920) aveva stilato un elenco dei libri da bruciare e stabilito i criteri della “pulizia”: andavano messi al rogo gli scritti dei teorici del marxismo, di tutti coloro che esaltavano la Repubblica di Weimar, di tutti coloro che criticavano i fondamenti della morale e della religione, degli autori pacifisti o che si mostravano scettici nei confronti del valore militare tedesco, di autori che erano “espressione dell’espansione della società urbana”.

Nel 1947 l’Opernplatz cambiò nome in Bebelplatz, in omaggio al politico e scrittore antisemita August Bebel; a ricordare il rogo dei libri un pannello luminoso che lascia intravvedere una stanza colma di scaffali vuoti e una targa che riporta la frase di Heinrich Heine citata in apertura.

Così bella, vera, profetica e giusta che meriterebbe di trovare cittadinanza in tutte le piazze e le biblioteche del mondo.

Le allitterazioni allettano gli allocchi

“Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.
  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  40. Una frase compiuta deve avere

Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani (2000)

Un epitaffio

Astronomo, filosofo eccellente.
Musico, spadaccino, rimatore,
Del ciel viaggiatore
Gran maestro di tic-tac.
Amante – non per sé – molto eloquente
Qui riposa Cyrano
Ercole Saviniano
Signor di Bergerac,
Che in vita sua fu tutto, e non fu niente

Edmond Rostand: Cyrano de Bergerac (V, vii)

* * *

“… perché tutti noi abbiamo sempre la sera in cui ci immaginiamo la nostra epigrafe, ma bisogna anche saperla scrivere così!”

(Alessandro Baricco, Totem)

Nella stanza c’era un unico studente,

chino su un tavolo lontano, assorto nel suo lavoro. Al suono dei nostri passi si guardò intorno e saltò in piedi con un grido di gioia. “L’ho trovato! L’ho trovato!”, urlò al mio amico, precipitandosi verso di noi con una provetta in mano. “Ho trovato un reagente che precipita esclusivamente con l’emoglobina”. Se avesse scoperto una miniera d’oro non avrebbe potuto apparire più felice e radioso.

“Il dottor Watson, il signor Sherlock Holmes”, ci presentò Stamford.