Sottomissione, di Michel Houellebecq

È la sottomissione. L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta.

Parigi, 7 gennaio 2015: un attentato terroristico in seguito rivendicato dal braccio yemenita di Al-Qāʿida insanguina la sede del periodico satirico “Charlie Hebdo” durante la riunione settimanale di redazione, provocando la morte di dodici persone (fra le quali il direttore Stéphane Charbonnier e i noti vignettisti Cabu, Tignous, Philippe Honoré e Georges Wolinski) e il ferimento di altre undici. In quello stesso giorno vede la luce in Francia il nuovo, attesissimo romanzo di Michel Houellebecq già protagonista – coincidenza nella coincidenza che dimostra una volta di più, se mai ve ne fosse bisogno, che la realtà supera sempre, di gran lunga, la fantasia – del n. 1177 del controverso “journal irrésponsable”, uscito in edicola poche ore prima della strage.

“Le predizioni del mago Houellebecq”, recita la vignetta in copertina. “Nel 2015 perdo i denti … nel 2022 faccio il Ramadan!”
“Le predizioni del mago Houellebecq”, recita la vignetta in copertina. “Nel 2015 perdo i denti … nel 2022 faccio il Ramadan!”

Aspramente criticato e tacciato di “islamofobia” prima ancora di venire al mondo (ha giocato un ruolo cruciale, in questo, la personalità a dir poco ingombrante dell’autore, provocatore nato finito sotto processo nel 2002 per aver definito l’Islam “la più stupida delle religioni”, “pericolosa fin dalla sua apparizione”), il lavoro in commento colpisce anzitutto per l’assoluta mancanza di passaggi o riferimenti anche solo vagamente ostili alla cultura islamica: quest’ultima, che pure è – intrigante, efficacissima – cornice e filo conduttore del romanzo (assistiamo, per il tramite di François, alle magnifiche sorti della Fratellanza musulmana, alla sua inarrestabile quanto pacifica ascesi alle vette del potere), non ne costituisce affatto l’argomento centrale. Potente e direi perfino coraggiosa narrazione distopica che può senz’altro annoverarsi tra le migliori opere di fantapolica mai scritte, “Sottomissione” racconta, a ben guardare, tutt’altro. Continua a leggere “Sottomissione, di Michel Houellebecq”

Morte in mare aperto

… e altre indagini del giovane Montalbano

Inutile girarci intorno: per chi ama la letteratura poliziesca di qualità l’uscita in libreria di un “nuovo Montalbano” non può non essere una festa.

L’anno appena archiviato, che segna il ventennale della prima indagine del commissario di Vigàta (“La forma dell’acqua”, 1994), ha portato con sé un paio di novità a dir poco golose: un romanzo, “La piramide di fango”, che affonda il dito nella piaga dell’abusivismo edilizio, e la deliziosa raccolta di racconti che mi accingo a commentare. Otto storie ognuna delle quali costituisce, a ben guardare, un romanzo in miniatura sorretto da una compiuta e impeccabile trama gialla.

Protagonista assoluto è un giovane Salvo Montalbano – coglie nel segno Salvatore Silvano Nigro nel definirlo, in quarta di copertina, “aspramente giovane”, “strabordante e pieno di slanci” – che macina inchieste con maigrettiana umanità e una fresca, tenace esuberanza che rappresenta la cifra più bella e significativa degli scritti in parola. Continua a leggere “Morte in mare aperto”

L’appuntamento

cop-appuntamentodi Piergiorgio Pulixi

Editore: E/O

“Era proprio la cosa che volevo fare con i miei racconti”, confessò ad un certo punto della sua incredibile vita lo scrittore, poeta e saggista statunitense Raymond Carver: “(…) far sì che il lettore fosse attratto e coinvolto all’interno del racconto fino a essere incapace di distogliere lo sguardo dal testo, a meno che non gli andasse a fuoco la casa attorno”.

La lettura del nuovo lavoro di Piergiorgio Pulixi sortisce precisamente questo effetto e lo fa sin dalle prime, folgoranti battute. Romanzo breve dal sapore ipnotico che reinventa i confini del noir psicologico dribblando ogni classificazione di genere, “L’appuntamento” attrae e coinvolge con la “semplice” forza di una storia che semplice – nel senso di lineare e più dritta di un fuso, senza orpelli – lo è davvero.

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Lo studio circolare, di Anna Katharine Green (Nero Press)

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Una piccola stanza, di forma circolare, illuminata da una terrificante luce rossa. Accanto alla porta, un ombrellino dal manico di perla e al di là dell’ampia scrivania il ritratto, maestoso, di una ragazza dal fascino insondabile. Sul pavimento alcuni petali di rosa, una scia di splendenti lustrini neri e un tappeto in pelle d’orso su cui giace il padrone di casa, morto oltre ogni ragionevole dubbio, con un pugnale conficcato nel cuore e una croce dalle finiture dorate adagiata sul petto. Un delitto insolito per l’attempato detective Ebenezer Gryce, che dovrà vedersela con un inquietante domestico sordomuto, un pappagallo assai ciarliero…

… e una collaboratrice davvero speciale: Miss Amelia Butterworth di Gramercy Park ovvero – nientemeno che! – “la donna più rispettabile del mondo”. Ficcanaso impenitente, detective per caso e cristallina vocazione, Miss Butterworth affiancherà Gryce in un’avventura dal sapore epico tra rancori, segreti di famiglia e inconfessabili propositi di vendetta.

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Tre stanze per un delitto

di Sophie Hannah

coverEditore italiano: Mondadori

Hercule Poirot è tornato. A trentanove anni esatti dalla sua ultima, fatale indagine – Agatha Christie diede alle stampe Curtain. Poirot’s Last Case nel settembre del 1975 – il detective più amato nella storia della letteratura e le sue formidabili cellule grigie si rimettono all’opera fra gli stucchi e le finiture di pregio dell’Hotel Bloxham, nel cuore di Londra. Si tratta, conviene precisarlo subito, di una “resurrezione” squisitamente letteraria: le vicende del romanzo in commento vedono infatti protagonista un Poirot nel fiore degli anni e si svolgono alla fine degli anni Venti del secolo scorso, collocandosi temporalmente fra Il mistero del Treno Azzurro (1928) e Il pericolo senza nome (1932). Una rentrée fortemente voluta dagli eredi della Regina del Giallo e affidata alla penna esperta di Sophie Hannah, signora del thriller psicologico che ha studiato a fondo l’opera agathiana e non ha mai fatto mistero di considerarla alla stregua di un “testo sacro”. Quel che è certo è che, nel raccogliere un testimone a dir poco scottante, la scrittrice britannica maneggia con cura amorevole la creatura della sua beniamina, ponendola al centro di un enigma di grande fascino che non avrebbe sfigurato in quella che Dame Agatha amava definire “la mia fabbrica di salsicce”.

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Il richiamo del cuculo

di Robert Galbraith

71x37sqmSmL__SL1500_Editore italiano: Salani

Poco più di un anno fa, il 14 luglio 2013, uno scoop del Sunday Times ha rivelato al mondo che il romanzo in commento, uscito in libreria nell’aprile del 2013 a firma dell’esordiente Robert Galbraith, è opera del multiforme ingegno di J.K. Rowling. A chi frequenta con regolarità i social network non sarà sfuggita la polemica suscitata dal tweet al vetriolo di Kate Mills, editor presso la Orion Publishing:

Così adesso posso dire di aver sbattuto la porta in faccia a J.K. Rowling. Ho letto “The Cuckoo’s Calling” e ho detto no. Qualcun altro ha intenzione di confessare?

Non sapremo mai quanti e quali editori abbiano rifiutato il manoscritto di Robert Galbraith; quel che è certo è che, in seguito alle rivelazioni del quotidiano britannico, “Il richiamo del cuculo”, partito in sordina nonostante le numerose recensioni favorevoli, ha conosciuto un incremento delle vendite che possiamo senz’altro definire vertiginoso: i dati forniti da Amazon e dalla stampa inglese parlano di sette milioni e mezzo di copie vendute in una sola mattina!  Continua a leggere “Il richiamo del cuculo”

La notte delle pantere

la-notte-delle-pantere-L-GQTwLddi Piergiorgio Pulixi

Edizioni E/O

Biagio Mazzeo è tornato.

Per chi ha avuto la fortuna di leggere Una brutta storia (Edizioni e/o, 2012), primo adrenalinico capitolo della serie dedicata all’ispettore superiore della Narcotici e alla sua banda di poliziotti corrotti (“la mia famiglia”, puntualizzerebbe Mazzeo con qualche buona ragione: quel branco d’anime allo sbando rappresenta il suo unico, ancorché fragilissimo, legame con la sfera degli affetti), basterà questa semplice frase a suscitare un moto di contentezza.

Avevamo lasciato le pantere della Narcotici con trecento chili di cocaina purissima fra le mani e un mare di sangue e violenza dietro le spalle; “Non c’era bisogno di parole per capire che una nuova guerra era appena iniziata”, recita l’explicit di “Una brutta storia” e il secondo capitolo – la seconda puntata, verrebbe da dire nella speranza di veder presto gli eroi pulixiani sul grande o sul piccolo schermo – riparte precisamente da qui: Continua a leggere “La notte delle pantere”

Cronaca di una morte annunciata

coverSantiago Nasar morirà.

I gemelli Vicario hanno già affilato i loro coltelli nel negozio di Faustino Santos. A Manaure, “villaggio bruciato dal sale dei Caraibi”, lo sanno tutti: presto i fratelli della bella quanto svanita Ángela vendicheranno l’onore di quella verginità rubatale in modo misterioso dall’aitante Santiago, ricco rampollo della locale colonia araba.

Tutti lo sanno, ma nessuno fa alcunché per impedirlo…

E così la morte annunciata lo sorprende nel fulgore di una splendida mattinata tropicale. Ma non per agguato o per trappola: un destino bizzarro e crudele fa sì che la fine di Santiago si compia per un concorso di fatalità ed equivoci, mentre gli stessi assassini fanno di tutto perché qualcuno impedisca loro l’esecuzione.

*

“… proverò almeno a cominciare dall’inizio”, scrive Agatha Christie nell’introduzione alla sua deliziosa autobiografia.

Proverò a farlo anch’io, con passo tranquillo e la consapevolezza che alcuni autori – e Gabriel José de la Concordia García Márquez, detto Gabo, è certamente fra questi – predispongono naturalmente alla meravigliae sfidano con caparbia, disarmante eleganza ogni tentativo di razionalizzazione. Continua a leggere “Cronaca di una morte annunciata”

L’Avversario, di Emmanuel Carrère

«Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo.

Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell’uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un’autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi».

Emmanuel Carrère

*

Un’ombra pesa sul capo di chiunque si prenda la briga di raccontare un crimine: è l’eredità assordante di Truman Capote, la purezza cristallina della sua prosa. E’ l’eco di “A sangue freddo”, pietra fondante e imprescindibile paradigma di un genere letterario: il cosiddetto “romanzo-reportage”.

Come molti di voi forse sapranno, nel 1960 l’autore di “Colazione da Tiffany” decise di dare una svolta alla sua – già luminosa – carriera di scrittore trasformando un sanguinoso fatto di cronaca (lo sterminio di un’intera famiglia in una fattoria del Kansas) in un romanzo oggettivo e impersonale che facesse propria la tesi flaubertiana secondo cui “l’artista dev’essere nella sua opera come Dio nella creazione, invisibile e onnipotente, sì che lo si senta dovunque, ma non lo si veda mai”.

Clutter House (Holcomb, Kansas): la scena del crimine narrato da Truman Capote in “A sangue freddo”.

Continua a leggere “L’Avversario, di Emmanuel Carrère”

Il mondo non mi deve nulla

In uno dei film più noti e celebrati di Wim Wenders, un aborigeno fugge l’apocalisse nucleare a bordo di un furgone e non smette mai, ma proprio mai, di cantare. Canta la terra,

ossia il testo sacro degli aborigeni, perché loro credono che solo cantando la terra, un pezzo ciascuno, continuamente, la potranno salvare. Ed è un po’ quello che facciamo noi: cantare pezzi della nostra terra, che sono storie, libri, suoni, immagini, pensando che se ci chiudiamo in un teatro e cominciamo a narrare, nessuno ce la porterà via.

Alessandro Baricco: Totem. Letture, suoni, lezioni (1998)

Sono passati alcuni anni dal mio ultimo viaggio sul furgone di Totem – bellissimo spettacolo teatrale di Alessandro Baricco e Gabriele Vacis che teatro non è “anche se un po’ ci assomiglia” – e tuttavia, come si sa, le esperienze più significative della nostra vita hanno il vizio di tornare in superficie nei momenti meno opportuni.

Quel che è accaduto, volendo stare ai fatti, è che la lettura del nuovo lavoro di Massimo Carlotto (Il mondo non mi deve nulla, Edizioni E/O) mi ha riportato subito alla mente la storia di Cyrano de Bergerac e il magistrale, ipnotico racconto che Alessandro Baricco ne ha fatto in Totem. Un passaggio di quel racconto spiega infatti come l’irrompere della guerra e della morte serva molto, in letteratura, a far girare la vite, a spingere i personaggi “verso il momento in cui non possono che tirar fuori la verità”. Il dolore e la morte, insomma, spremono le coscienze e – mi si conceda l’espressione un poco abusata – mettono con le spalle al muro. Continua a leggere “Il mondo non mi deve nulla”

Un requiem per il romanzo giallo

Trama originale:

Promisi sulla mia coscienza di trovare l’assassino, solo per non essere costretto a vedere ancora il dolore di quei genitori…

… e ora devo mantenere la mia promessa.

Il freddo e infallibile investigatore, il commissario Matthäi, è vincolato all’impegno preso e obbligato a risolvere il caso di una bambina di sette anni brutalizzata e uccisa in un bosco. Ma La promessa, “antiromanzo giallo”, liquida con un massimo di crudeltà e finezza il genere poliziesco colpendolo proprio alla radice, cioè nella sua favolosa e assoluta consequenzialità. Gli elementi del genere ci sono tutti: i colleghi, ottusi o altezzosi, che si rifiutano di prestare fede alle sorprendenti intuizioni del commissario; un delitto raccapricciante con drammatici precedenti; un presunto colpevole; e la sorpresa finale, con lo scioglimento del mistero e la rivelazione dell’autentico assassino. Tutto viene però parodisticamente distorto e deformato nella celebrazione funebre del personaggio del detective e del racconto giallo tradizionali. Dürrenmatt sostituisce alla morale pratica di ogni poliziotto (il delitto non paga) una morale metafisica in cui regna l’assurdo: il razionale non prevale affatto sul caos, o almeno non fatalmente, e chi fa affidamento sulla razionalità finisce per esserne la prima incompresa vittima.

*

La dichiarazione di intenti è contenuta nel sottotitolo e si dispiega con rara franchezza nelle primissime pagine di questo romanzo che non esito a definire eccezionale. Continua a leggere “Un requiem per il romanzo giallo”

Lo studio circolare, di Anna Katharine Green

Una piccola stanza, di forma circolare, illuminata da una terrificante luce rossa. Accanto alla porta, un ombrellino dal manico di perla e al di là dell’ampia scrivania il ritratto, maestoso, di una ragazza dal fascino insondabile. Sul pavimento alcuni petali di rosa, una scia di splendenti lustrini neri e un tappeto in pelle d’orso su cui giace il padrone di casa, morto oltre ogni ragionevole dubbio, con un pugnale conficcato nel cuore e una croce dalle finiture dorate adagiata sul petto. Un delitto insolito per l’attempato detective Ebenezer Gryce, che dovrà vedersela con un inquietante domestico sordomuto, un pappagallo assai ciarliero… e una collaboratrice davvero speciale: Miss Amelia Butterworth di Gramercy Park ovvero – nientemeno che! – “la donna più rispettabile del mondo”. Ficcanaso impenitente, detective per caso e cristallina vocazione, Miss Butterworth affiancherà Gryce in un’avventura dal sapore epico tra rancori, segreti di famiglia e inconfessabili propositi di vendetta. Continua a leggere “Lo studio circolare, di Anna Katharine Green”

A New Year Carol

Il 2013 se ne va, è tempo di bilanci. Vi risparmio il rituale un po’ stucchevole delle classifiche di fine anno: stilare classifiche – da che pulpito, poi? – è un esercizio che non amo, anche se in un paio di occasioni ho ceduto alla tentazione.

Però c’è un però.

Il passaggio sulla piattaforma WordPress e la faticosa attività di restyling del blog mi hanno consentito di osservare la mia “creatura” con occhi nuovi. Quanti elogi, battimani e cotillon, mi sono detta… possibile che non si trovi una recensione negativa a pagarla oro? “Sei troppo buona”, mi ha fatto notare lo Spirito del Natale Passato che è in me brandendo un ramo d’agrifoglio.

E ho deciso di porre rimedio. Continua a leggere “A New Year Carol”

Il messaggio nella bottiglia

Il messaggio nella bottiglia, terzo episodio della fortunata “serie della sezione Q” di Carl Mørck, è un buon esempio di come un singolo romanzo di qualità possa gettare una luce diversa su un intero filone frettolosamente  bandito dai propri orizzonti letterari.

Come tutti i lettori che amano definirsi onnivori salvo poi scoprirsi devoti a una cerchia assai ristretta e selezionata di autori, ho affrontato la lettura del nuovo thriller di Jussi Adler-Olsen con qualche riserva psicologica e, come direbbe il buon Paolo Conte, una valigia di perplessità; orfana inconsolabile di Stieg Larsson, per giunta, e reduce da una serie di tentativi dall’esito tutt’altro che incoraggiante avevo concluso che no, grazie, il poliziesco ad alta latitudine non fa per me.

Per fortuna la vita del blogger è bella e varia, e non lesina sorprese: capita perfino di vedersi recapitare una copia in anteprima assoluta di un romanzo che forse non mi sarei presa la briga di acquistare… e male avrei fatto! Perché quanto il (bel) titolo promette – alzi la mano chi non ha mai subito il fascino romantico e vagamente piratesco di un messaggio affidato all’arbitrio delle correnti – , il romanzo mantiene: l’indagine principale – piratesca quanto basta ma niente affatto romantica, ben inteso, a meno di non nutrire un forte penchant per le ossessioni maniaco depressive – prende infatti le mosse dal ritrovamento d’una richiesta di aiuto scritta col sangue e sigillata in una bottiglia di vetro per accompagnarci, in un crescendo di tensione (preparatevi a fare le ore piccole!), nell’inquietante sottobosco del fanatismo religioso.

Ritmi serrati, cadenze d’inganno sapientemente dosate, personaggi credibili che si scolpiscono nella memoria: un thriller coi controfiocchi, insomma, impreziosito dalla disarmante, eccentrica follia dell’intero “reparto speciale della polizia di Copenhagen per i casi irrisolti” (la sezione Q, per l’appunto). Non mi resta che cercare conforto nella massima lowelliana secondo la quale solo ai defunti e agli stupidi non capita mai di mutare opinione, e procurarmi in gran fretta i primi due capitoli della serie.

L’enigma di Leonardo

“… sulla strada dei criminali deve camminare un uomo che non è un criminale, che non è un tarato, che non è un vigliacco. Nel poliziesco realistico quest’uomo è il detective. E’ l’eroe, è tutto. Un uomo completo, un uomo comune, eppure un uomo come se ne incontrano pochi. Dev’essere, per usare un’espressione un poco abusata, un uomo d’onore.”
Raymond Chandler, The Atlantic Monthly (1944)

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Ogni volta che mi concedo il piacere di (ri)leggere un’avventura di Marco Luciani, il burbero commissario della polizia di Genova nato dalla penna dello scrittore e giornalista Claudio Paglieri, la mente corre immancabilmente a queste parole. Non perché, chiariamolo subito, vi siano particolari punti di contatto fra il commissario e Philip Marlowe – il commissario Luciani, bontà sua ma soprattutto del suo “papà” letterario, non somiglia a nessun altro investigatore di carta in circolazione – bensì in ragione del fatto che, pur tenendosi alla larga dagli stereotipi più sfruttati del genere poliziesco, Luciani incarna alla perfezione l’ideale di detective così come lo teorizzava Raymond Chandler (uno che in materia la sapeva lunga, avendo messo nero su bianco, per usare le parole di Oreste Del Buono, “il meno probabile realisticamente, anche se il più convincente artisticamente, dei grandi detectives”): un uomo “comune” fatto di pregi, difetti, debolezze; eppure un uomo “come se ne incontrano pochi”: centonovantasette centimetri di onesta severità, senso profondo della giustizia e puro talento investigativo. Un donchisciotte moderno e certamente, senz’alcuna retorica, un uomo d’onore. Anoressico, per giunta (il che già di per sé costituisce un merito… non pare anche a voi che la schiera dei detective gourmet che smontano alibi a prova di bomba tra un risotto alla menta e un budino d’uva fragola abbia fatto il suo tempo?), allergico al lusso e agli sprechi.

Ecco qua: voglio parlare di un romanzo e finisco con l’imbastire una dichiarazione d’amore in piena regola… Continua a leggere “L’enigma di Leonardo”

La donna che visse due volte

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta delle opere letterarie che hanno ispirato i capolavori di Sir Alfred Hitchcock.

E non ci occupiamo di una pellicola qualunque bensì di quello che è stato definito il miglior film di tutti i tempiLa donna che visse due volte (Vertigo, 1958) guida infatti, dall’agosto dello scorso anno, la classifica stilata ogni due lustri dalla rivista cinematografica Sight & Sound. Che si tratti o meno del miglior film di tutti i tempi (classifiche di questo genere – per quanto affascinanti e, nel caso di Sight & Sound, indiscutibilmente autorevoli – lasciano il proverbiale tempo che trovano) siamo di fronte a una delle massime vette del cinema hitchcockiano: un’opera che conserva intatto il proprio fascino da oltre mezzo secolo e che è quasi ingeneroso paragonare al romanzo da cui trae – molto liberamente – origine.

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James Stewart e Kim Novak in una scena del film.

La leggenda vuole che Pierre Boileau e Thomas Narcejac, apprezzata coppia di giallisti francesi autrice del fortunato Les Diaboliques (Celle qui n’était plus), abbiano scritto il noir sentimentale D’entre les morts (Sueurs froids) * a metà degli anni ’50 del secolo scorso confidando in una trasposizione sul grande schermo per mano di Sir Alfred. Quel che è certo, il romanzo affronta tutti i nodi tematici cari al Maestro del Brivido: la vertigine fisica ed emotiva, i sentieri – anch’essi vertiginosi – dell’inconscio, il peccato, il senso di colpa. Ma soprattutto il tema del doppio, che qui beffardamente e genialmente si esaspera in un continuo gioco di specchi e diviene caleidoscopico: Renée che interpreta Madeleine che a sua volta “interpreta” Pauline Lagerlac…

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Il delitto perfetto

Una buona sceneggiatura è tutto.

Se si dovesse poi disporre di un’ottima sceneggiatura – un eccellente testo teatrale, poniamo il caso, firmato da quell’autentico genio della drammaturgia che è stato Frederick Knott – si correrebbe perfino il rischio di mettere in scena il miglior giallo che si sia mai visto sul grande schermo. Certo bisognerebbe cavar fuori dal cilindro una coppia d’attori del calibro di Ray Milland e Grace Kelly, e una regia sapiente, misurata, fedele al testo e al contempo velata di originalità. Pochi – ma indispensabili – ingredienti, in fin dei conti, e Il delitto perfetto è servito.

Dial M for Murder
Robert Cummings (Mark), Ray Milland (Tony) e Grace Kelly (Margot) sul set del film.

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Gli uccelli

Mai giudicare un libro dal film che ne è stato tratto, ammoniva J.W. Egan: un ottimo consiglio (nove volte su dieci, ammettiamolo, la visione del film ci strappa di bocca il classico “certo che il libro è un’altra cosa”, e tanto peggio per chi, non resistendo al fascino delle immagini, finisce per guastarsi la lettura)… che ci prendiamo il lusso di non seguire! Perché può capitare che una trasposizione cinematografica non soltanto regga il confronto ma finanche superi in qualità ed eleganza la sua pur pregevole fonte letteraria. 

E’ il caso di The Birds, capolavoro hitchcockiano ispirato all’omonimo racconto della scrittrice britannica Daphne Du MaurierContinua a leggere “Gli uccelli”

Cocaina

Tre storie nere che più diverse non si potrebbe.

Tre paia d’occhi e tre diversi sguardi sul mondo.

Tre racconti che, a dispetto delle differenze d’approccio e di stile, fanno un romanzo.

La forza di Cocaina, pregevole trittico noir firmato da un terzetto di autentici “pesi massimi” della narrativa italiana contemporanea, risiede in primo luogo in questa sua compattezza, in una felicissima – e sorprendente – continuità di narrazione.

E’ come se un filo impalpabile, una “sottile linea bianca”, cucisse il primo racconto al successivo e questo all’altro ancora, legandoli inscindibilmente. Il tema, come recita il titolo, è la sostanza che più profondamente ha segnato la società dagli anni Ottanta ai giorni nostri, che ha travolto destini e generazioni; la droga trasversale e apparentemente “pulita” che un silenzio complice ha finito col normalizzare e rendere invisibile. Il risultato è un noir magistrale che si legge d’un fiato (saranno sufficienti un paio di “tirate”, provare per credere) ma lascia tracce indelebili e fa quel che un pur validissimo trattato in materia non sarebbe in grado e condizione di fare: coinvolge cuore e cervello, tocca le corde più profonde della nostra coscienza.

E’ la (buona) letteratura, bellezza.

La pista di Campagna, di Massimo Carlotto

Picchiettò l’indice sulla pagina de “Il Mattino di Padova”. – Leggi qua, Campagna. L’ispettore girò il quotidiano e sbirciò il titolo. Padova capitale veneta del consumo di cocaina.

In questo bel racconto, che apre la raccolta, Massimo Carlotto torna a scavare nel cuore nero dell’Italia industrializzata e lo fa riportando sulla scena l’ispettore Giulio Campagna, cane sciolto dell’Antidroga padovana già protagonista di “Little dream” (in Crimini italiani – Einaudi, 2008) qui alle prese con un’indagine che potrebbe costargli la vita e una carriera da sempre in bilico.

E’ lo stesso Carlotto a raccontare, in una recente intervista, la gestazione dell’opera: «ho girato all’alba, quando le donne delle pulizie smettono di lavorare e trovano un po’ di consolazione nella striscia consumata in fretta nei locali di periferia dove prendono il caffè. Un tiro e le paure di una vita sempre più precaria sembrano svanire. Lo stesso nei grandi parcheggi dove si ritrovano i lavoratori giornalieri dell’edilizia. O negli autogrill dove gli spacciatori aspettano i camionisti e i piccoli padroncini che si fermano per fare il pieno di benzina e di polvere bianca. Durante il boom era la droga dell’euforia, ora con la crisi è la droga della consolazione».

La droga di tutti che scorre a fiumi negli scarichi dell’operoso Nordest, dietro la facciata perbene del motore d’Italia. La panacea che ha fatto saltare le regole e cambiato per sempre il volto del crimine (e non solo): “da quando la cocaina è dilagata” si sfoga l’ispettore Campagna nella prima parte del racconto, “si sono rotti gli argini e un esercito di incensurati si è arruolato nelle bande criminali. E allora un poliziotto deve scegliere chi bisogna castigare e chi si merita di non finire in galera perché è meno pericoloso degli altri o perché è diventato un informatore prezioso.”.

Navigare a vista, insomma, con la consapevolezza che il traffico di cocaina – “una marmellata che come la tocchi ti sporchi le dita” – non lascia innocenti, dietro di sé.

Un racconto duro, formalmente impeccabile, che non deluderà gli estimatori di Massimo Carlotto.

La velocità dell’angelo, di Gianrico Carofiglio

Ecco, io ero una bambina che correva coprendosi gli occhi e andava troppo veloce perché il suo angelo custode riuscisse a starle dietro.

Un caffè in riva al mare, uno scrittore in crisi e una donna carica di mistero che non si cura di nascondere le proprie cicatrici: questi i principali ingredienti del racconto di Gianrico Carofiglio. Il dialogo fra i due personaggi – monadi alla deriva tratteggiate con grande cura e sensibilità – porta alla luce un’intensa storia d’amore e dipendenza, di dannazione e riscatto. Una vicenda intima e al tempo stesso universale che il “papà” dell’avvocato Guerrieri sceglie di narrare in punta di penna; un viaggio denso e doloroso che ci costringe a riflettere su quella che potremmo definire l’insostenibile leggerezza dell’essere umano, sulla impossibilità di tracciare il confine tra colpa e innocenza, tra la vittima e il suo carnefice.

Ballo in polvere, di Giancarlo De Cataldo

La vita era salire, salire, salire sempre più in alto. La coca, sia benedetta, era l’ascensore.

“Ballo in polvere” è un autentico gioiello della narrativa noir, felicità di narrazione allo stato puro. Un Giancarlo De Cataldo in stato di grazia ci racconta il percorso di una partita di cocaina dalla foglia alla finanza, dai trafficanti del Cartél de Sinaloa alle bolge profumate della “Milano bene” verso la sua destinazione naturale e finale: il denaro. Nel descrivere il cammino della “neve”, l’autore dell’indimenticabile Romanzo criminale sembra volerci ricordare una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, che alle origini del male non vi è la sostanza in sé quanto piuttosto il suo utilizzo da parte dell’uomo, la sua trasformazione in merce.

Il racconto – lungo e articolato, quasi un romanzo breve – ha la struttura di un vorticoso e ubriacante giro di pista dove, come sottolinea lo stesso De Cataldo in un’intervista recentemente pubblicata sul web, “a ogni passo qualcuno perde qualcosa”: apre le danze una bellissima e struggente “suite messicana” e quindi via di minuetto, giga, sarabanda, gran finale (che lascia, com’è giusto che sia, un bel po’ di amaro in bocca).

Chapeau.

 Simona Tassara
(recensione originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe Crime)

Chi è morto alzi la mano

– Pierre, in giardino c’è qualcosa che non va – , disse Sophia.

Comincia così, con un faggio spuntato incomprensibilmente nel giardino della cantante lirica Sophia Siméonidis, la prima avventura dei tre “evangelisti”, i simpatici e surreali investigatori per caso scaturiti dalla talentuosa, originalissima penna di Fred Vargas. Ai piedi dell’albero un cerchio di terra dissodata di fresco, nel volgere di una notte. Nessun biglietto. Certo, potrebbe trattarsi di una bizzarria di poco conto: il gesto plateale di un ammiratore desideroso di mettersi in mostra, ad esempio. Eppure…

Eppure, a ben guardarla, quella pianta enorme interrata accanto al muro di cinta ha un che di morboso e di sinistro: che tipo di persona può decidere di trapiantare un albero gigantesco in un giardino privato, di notte, all’insaputa dei padroni di casa? Quale messaggio si può nascondere, dietro un gesto del genere? Continua a leggere “Chi è morto alzi la mano”

La stretta del lupo

di Francesca Battistella

Editore: Scrittura & Scritture
Collana: Catrame

“Morta colei che mi facea parlare, declamò con voce rotta, et che si stava de’ pensier miei in cima, non posso, et non ò più sì dolce lima, rime aspre et fosche far soavi et chiare. Petrarca, Il Canzoniere” esalò.

Un serial killer insanguina, forse da molti anni, le rive apparentemente tranquille del lago d’Orta: questa la conclusione a cui giunge l’ispettrice Costanza Ravizza, criminal profiler in forze alla Questura di Novara, indagando sul brutale assassinio di una studentessa. Un individuo feroce e al tempo stesso metodico che lascia dietro di sé un unico, quasi impalpabile, indizio (da buon lupo che perde il pelo dedicandosi al vizio dissemina inconsapevolmente delle piume d’oca sui luoghi dei delitti) e una scia di cadaveri orribilmente seviziati e violati post mortem con un coltello. Un soggetto – il famigerato S.I. (Soggetto Ignoto) che abbiamo imparato a conoscere anche grazie a serie televisive di successo come Criminal Minds e Profiling – “di buona cultura ma, nel caso di una donna, con un odio violento per le sue simili, nel caso di un uomo, con grandi difficoltà di relazionarsi con l’altro sesso. … Non sopporta gli atteggiamenti aggressivi e autoritari … si sente inadeguato, sfoga la sua rabbia su dei corpi ormai inermi, fa sparire i loro oggetti personali la qual cosa unita alla necrofilia che manifesta è indice di feticismo… “: un ritratto che fa tremar le vene e i polsi, per dirla col Sommo Poeta. Le quattro persone su cui si concentrano i sospetti – il coltissimo Professor Barberis, l’affascinante dottor Marchesani, la bella barista Esterina e l’ambiguo Claudio Serventi – sembrano aver perduto anche il favore degli astri: pur essendo nati in giorni, ore e anni diversi risultano infatti marchiati dalla terribile “quaterna dell’orrore”: Marte nell’ottava casa, Saturno in Scorpione, Plutone in Leone (“Protagonismo, istrionismo, ma quando li abbini al Leone vuoi sapere cosa salta fuori? … Hitler”, illustra l’astrologa Consolata a un attonito interlocutore) e Giunone in Scorpione.

Una miscela infernale, insomma. Che potrebbe esplodere in qualsiasi momento… Continua a leggere “La stretta del lupo”

Re di bastoni, in piedi

di Francesca Battistella

Editore: Scrittura & Scritture
Collana: Catrame

“Quella mano di carte, comunque, s’inabissò nella memoria fino all’ultima domenica di ottobre del 1986 in cui l’asso di spade comparve al sedicesimo posto preceduto dal fante di pari seme, a significare che Don Cecè sarebbe morto.”

Maricò legge il futuro nei sogni e nelle carte: un dono che costituisce al tempo stesso “la sua fortuna e la sua maledizione”. E se la buona sorte, nelle vicende umane, tende a manifestarsi con una certa parsimonia, le maledizioni non tardano a presentare il conto franandoci addosso quando meno ne avremmo bisogno: ecco dunque che, nel volgere di un paio di mesi, il destino di Don Cecè Tarallo detto o’ femmeniello si compirà gettando sulle spalle dell’incolpevole sognatrice, proprietaria della pensione “Casa Serena” e protagonista del romanzo in commento, un’eredità pesantissima: l’eco di un segreto a dir poco inconfessabile e una vicenda tenebrosa – il rapimento e la successiva scomparsa del nipote di Vittorio Amitrano, spietato boss della camorra – che dal passato domanda a gran voce la sua vendetta. Lo sfondo è una Napoli “a due facce”: la Napoli chiassosa e trionfale del primo scudetto, delle prodezze miracolistiche di Maradona, e la Napoli insanguinata e ferita a morte dalla criminalità organizzata. Una città di grande fascino che sente il peso delle proprie cicatrici ma sa regalarsi – e regalarci – più di un sorriso (spiraglio commediesco nella tragedia, le camere in affitto di “Casa Serena” offrono gustosi siparietti e persino una fresca, romanticissima, storia d’amore). Continua a leggere “Re di bastoni, in piedi”

Il castigo di Attila

S’incamminò verso via Condotti.
Si era innervosito.
Aveva voglia di fare due passi.
Si girò.
 “No, non è possibile”.
Anche la scalinata di Trinità dei Monti
era stata pitturata dai tifosi della Roma.
Un gradino giallo, uno rosso,
uno giallo, uno rosso

Roma è sul tetto del mondo: ventotto anni dopo la bruciante sconfitta di Liverpool, i giallorossi hanno trionfato in Champions League aggiudicandosi una finale al cardiopalma proprio contro il mitico squadrone inglese. La Nemesi del calcio – assunte, come spesso accade, le sembianze di un tiro dagli undici metri – ha restituito la beffa al mittente.

Continua a leggere “Il castigo di Attila”

La trilogia Millennium, di Stieg Larsson

“Non hai niente da scrivere?” gli ho chiesto.

“No, ma stavo pensando a quel testo che ho scritto nel 1997, quello del vecchio che ogni Natale riceve un fiore, te lo ricordi?”

“Certamente!”

“Vorrei sapere cosa gli è successo”

Eva Gabrielsson, Stieg e io. La storia d’amore da cui è nata la Millennium Trilogy (Marsilio Editori – Gli specchi, 2012)

Il vecchio in questione è il potente industriale svedese Henrik Vagner e l’innocente scambio di battute appena citato documenta la genesi di un fenomeno editoriale unico nel suo genere. La bozza di testo a cui si fa riferimento diverrà infatti lo straordinario, folgorante prologo di Uomini che odiano le donne, primo capitolo della trilogia Millennium.

Metto le mani avanti e confesso, a scanso di equivoci: amo profondamente questo trittico di romanzi e considero l’opera di Stieg Larsson un bell’esempio di quel che si potrebbe definire “artigianato di genio”. Sarebbe dunque preferibile abbandonare l’impresa, guardarsi bene dal recensire: raccontare un amore e provare ad analizzarne le ragioni espone l’incauto commentatore al rischio del giudizio iperbolico, dell’eccessiva partigianeria. Con tutto ciò ho deciso di tentare ugualmente, abbarbicandomi alla speranza che un impeto emozionale sincero possa assurgere, anche solo per un momento, al rango di analisi.

Non sono sola, in quest’avventura nel profondo nord: seguo la nobile impronta di Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la letteratura nel 2010, il quale dichiara di aver letto la trilogia larssoniana “con la stessa febbrile eccitazione con la quale da bambino e adolescente lessi Dumas, Dickens e Victor Hugo“. Il paragone non ha nulla di blasfemo ove si consideri che, con buona pace dei detrattori e sotto molteplici punti di vista, la saga in commento è già un classico e occupa un posto di sicuro rilievo nel panorama letterario mondiale.

Proviamo a vedere perché.

Continua a leggere “La trilogia Millennium, di Stieg Larsson”

The Black Album

Il noir tra cronaca e romanzo

Negli ultimi anni il noir è stato capace di raccontare – più e meglio degli altri generi letterari – il lato oscuro del nostro paese, fra corruzione, malavita organizzata e devastazione ambientale. Nel noir abbiamo visto riflesse le storture e le contraddizioni del nostro tempo, e virtualmente cancellati i confini tra cronaca e racconto.

In questa lunga conversazione con Marco AmiciMassimo Carlotto – fra i principali scrittori noir italiani – ripercorre i temi nodali del genere e gli aspetti centrali della sua scrittura, in cui troviamo rappresentati i profondi cambiamenti avvenuti nell’universo criminale e il ruolo dell’Italia nei traffici illeciti che attraversano l’Europa.

*

Lunga, interessantissima conversazione sulla letteratura di genere e sul percorso narrativo di uno dei principali rappresentanti della narrativa noir in Italia: Massimo Carlotto. Breve (ma prezioso) saggio che racconta con estrema chiarezza le origini e l’attuale geografia del noir – “problema complesso”, avverte Carlotto, “visto che adesso tutto viene definito come noir. … Anche il più puro romanzo poliziesco viene etichettato come noir.”.
A giudizio dello scrittore padovano, la progressiva depoliticizzazione del genere ha fatto sì che questo – inteso sia come poliziesco che come noir – fosse sempre meno efficace nell’assolvere il proprio compito fondamentale: raccontare la realtà e fornire al lettore gli strumenti per comprenderla. “Il noir non è altro che letteratura della realtà e per questo si muove sempre tra cronaca e romanzo, tra verità e narrazione.”. Se di fatto, anche grazie all’impiego degli elementi tipici del giornalismo investigativo, il noir è stato per lungo tempo il mezzo più idoneo a esplorare e problematizzare la realtà, si può d’altro canto affermare che, in virtù della sua funzione anticipatrice, tale genere letterario ha già raccontato la crisi che stiamo vivendo.
Occorre dunque cambiare prospettiva, passare da una letteratura della crisi a una letteratura del conflitto per esplorare e anticipare le conseguenze della crisi, per raccontare “come ci si scontrerà a tutti i livelli all’interno della società”. Il conflitto si manifesta oggi con tale complessità da rendere necessario, a parere di Carlotto, il superamento della letteratura di genere a favore di una letteratura dei contenuti aperta alla sperimentazione. Non solo noir, in altri termini: tutti i generi “hanno dignità di raccontare questa particolare dimensione a patto che partano da storie reali, da storie negate, storie poco conosciute, storie che abbiano un senso collettivo.”

L’ultimo romanzo di Massimo Carlotto, Respiro corto (Einaudi, 2012), rappresenta il primo passo in questa direzione.

Dopo quello che viene felicemente definito “l’hard-boiled dell’Alligatore” – filone che gli aveva consentito di superare l’impianto “consolatorio” del poliziesco tradizionale e di salvaguardare alcune storie che rischiavano di finire nel dimenticatoio – , e dopo la scelta (dichiaratamente politica) di abbandonare l’hard-boiled per il noir puro di Arrivederci amore, ciao, Alla fine di un giorno noioso, “Niente più niente al mondo”, “L’oscura immensità della morte” (sovvertendo peraltro la prospettiva classica del genere: non-è-vero-che-il-crimine-non-paga!, grida a gran voce Giorgio Pellegrini), Carlotto torna a Marsiglia per mettere il punto sull’esperienza del noir mediterraneo nel luogo in cui esso è nato e spingersi oltre; per raccontare la “grande novità criminale di questi anni”, ovvero la zona grigia, il “terziario della criminalità” che fa da ponte tra le organizzazioni criminali e la società.

Il fascino del saggio-conversazione in commento è notevole, e risiede, come si è detto, nella limpidezza dell’esposizione e nel rigore con cui vengono affrontate e sviscerate anche le tematiche più complesse e scivolose (ad esempio, il passaggio relativo alla mancanza di pluralità nel mercato editoriale e al problema di democrazia che ne consegue: “L’accentramento della distribuzione e della vendita dei libri sta provocando anche l’accentramento della scelta dei libri. Sta portando alla morte delle librerie indipendenti, e al fatto che scomparirà o verrà accorpata ai grandi gruppi anche la piccola e media editoria, che è la spina dorsale del buon romanzo … “).

Una lettura indispensabile, insomma, per tastare il polso della letteratura di genere (e non solo) nel nostro Paese.

Psycho

Inauguriamo la rubrica Il club dei 39 – trentanove spunti di riflessione per celebrare Sir Alfred Hitchcock, il solo e unico Maestro del Brivido – con un capolavoro assoluto dell’arte cinematografica: Psycho, film del 1960 basato sull’omonimo romanzo di Robert Bloch.

Siamo lieti di pubblicare (per gentilissima concessione dell’autore) e condividere con voi la pregevole recensione di Aniello Troiano, fondatore e direttore della rivista letteraria Fralerighe:

Psycho – Alfred Hitchcock (1960)

di Aniello Troiano

Psycho è un vero e proprio cult movie, uno di quei film che “devi” vedere, che tutti conoscono, almeno per sentito dire. Un film che non ha bisogno di presentazioni, insomma. Dopo averne sentito parlare fino allo sfinimento, mi sono deciso a vederlo.

Phoenix, Arizona. 

Marion Crane lavora in una società immobiliare e ama un uomo divorziato, Sam Loomis. I due vorrebbero vivere insieme, ma Sam ha problemi economici e per questo è costretto a rimandare sempre la loro convivenza. Marion, pur a malincuore, capisce e sopporta la situazione. Ma quando le vengono affidati 40.000 dollari dal suo direttore, non ci pensa due volte: quei soldi sono l’opportunità della sua vita. Invece di depositarli in banca, si mette in viaggio per raggiungere il suo Sam e realizzare il loro progetto amoroso. Ma il viaggio è lungo, arriva la sera, e Marion deve dormire. Si imbatte nel Bates Motel, una struttura solitaria e deserta gestita dal timido Norman, che vive in una casa vicino al motel con la sua vecchia madre.

Quella sera, Marion riflette su ciò che ha fatto e si pente. Decide di porre fine a quella situazione e di restituire i soldi. L’indomani si metterà in viaggio per tornare a Phoenix. Ma adesso deve dormire. E prima deve fare una doccia… Continua a leggere “Psycho”

Una brutta storia

9c07c-una-brutta-storiadi Piergiorgio Pulixi

E’ sulle strade di una metropoli senza nome che si dipana “Una brutta storia”, il nuovo – folgorante – romanzo del trentenne Piergiorgio Pulixi.

Brutta storia davvero: di quelle che seducono e colpiscono, e non ti lasciano più.

Storia d’amore e di morte, se vogliamo ridurla all’osso, giocata sulle contrapposizioni, sul chiaro e lo scuro che avvolgono sempre i casi della vita e si avvicendano nel fondo di ogni coscienza. ErosThanatos, come nella migliore delle tradizioni (non solo) letterarie. Fra gli estremi c’è tutto quello che possiamo chiedere a un ambizioso dramma corale: intrighi, passioni, segreti inconfessabili e girandole di tradimenti.

E violenza, tanta. Continua a leggere “Una brutta storia”

La trilogia di Fabio Montale

di Jean-Claude Izzo

In un breve saggio contenuto nella raccolta edita in Italia con il titolo Aglio, menta e basilico – Marsiglia, il noir e il Mediterraneo (Edizioni e/o), Jean-Claude Izzo lo mette nero su bianco: “Non penso di essere uno scrittore che desta unanimi consensi. (…) Non faccio concessioni, né nel merito né nella forma”.

L’affermazione è a prova di smentita.

L’opera del noirista francese, che si caratterizza per una potente prosa lirica mai disgiunta dall’impegno politico, ha lasciato il segno nel panorama della letteratura poliziesca proprio in virtù dell’estrema limpidezza tematica e stilistica. Izzo ha vissuto e scritto in simbiosi con i suoi ideali, e il trittico di romanzi in commento – la cosiddetta “trilogia marsigliese” – ne dà piena testimonianza.

La prosa è agile, ritmata, priva di abbellimenti. Come ricorda Nadia Dhoukar nella sua introduzione, l’autore ha mosso i primi passi come poeta: ciò conferisce alla sua scrittura una particolare concisione evocativa e un’enfasi quasi lirica; gli enunciati brevi, talvolta brevissimi, abbozzano più che descrivere e – forse per tale ragione – finiscono col restituire immagini sorprendentemente nitide. La penna di Izzo scolpisce, riduce all’osso. Il risultato è un mix sapiente di toni aspri e amabili, un linguaggio puro e al tempo stesso ricercato che non rinuncia alla delicatezza anche nella rappresentazione dei crimini più feroci: Izzo, insomma, mette in scena la violenza con una sensibilità che costituisce un unicum  nell’universo noir. Continua a leggere “La trilogia di Fabio Montale”

Una lama di luce

Per chi ama i buoni romanzi e i buoni polizieschi, l’uscita di “un nuovo Montalbano” è una festa.

Le investigazioni del commissario di Vigàta costituiscono ormai, per noi appassionati, un appuntamento attesissimo e irrinunciabile, una sorta di Christie for Christmas di casa nostra.

Una-lama-di-luce-di-Andrea-CamilleriCon questo spirito ho letto Una lama di luce, avventura nuova di zecca approdata in libreria il 7 giugno scorso, a un anno esatto dalla pubblicazione de Il gioco degli specchi.

E’ bene precisare subito che non ho avuto per le mani una copia qualsiasi bensì una (preziosissima) copia firmata dal Maestro girgentino di pirsona pirsonalmenti! Eccitazione – e aspettative – alle stelle, ça va sans dire.

L’incipit del romanzo è, come di consueto, di una bellezza fulminante: un vicolo fuori mano, una bara di legno grezzo con un telo bianco che fa capolino da sotto il coperchio e Catarella che, udite udite, s’è messo a parlare in latino!

Poi la magia, inspiegabilmente, si rompe. Montalbano è sempre Montalbano: d’umore nivuro se il cielo è nivuro, divora i manicaretti di Adelina e passeggia molo molo per favorire la digestione e, con essa, la risoluzione dell’enigma. Ci si sente a casa, insomma. Ma la storia non decolla, e sorge il sospetto che sia lo stesso Montalbano a volerlo, invischiato com’è nelle pene d’amore. La relazione eterna e burrascosa con Livia è infatti minacciata dal prorompere di una femme fatale – la gallerista Marian – che ha la forza distruttrice di un uragano. Il commissario ha “un còri asinu e un còri liuni”: non sa scegliere, temporeggia. E noi tentenniamo con lui, ci perdiamo nella maglie di un racconto che non convince del tutto.

L’intreccio, sia chiaro, è solido e ben congegnato; la costruzione, tuttavia, appare meno brillante del solito e si trascina un po’ stancamente, sorretta più dalla forza dei personaggi che popolano Vigàta e il suo pittoresco commissariato che dall’originalità della trama. Il feuilleton, poi, non entusiasma: Marian, la nuova fiamma, suscita ancor meno simpatia di Livia (il che è tutto dire) e in ogni caso, diciamolo pure, il buon commissario lo vorremmo tutte felicemente e definitivamente sfidanzato, libero come l’aria.

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Luca Zingaretti nei panni del commissario Montalbano.

Il finale è un altro paio di maniche. Perché Camilleri è Camilleri, e quando decide di mettere “il carrico da unnici” non ce n’è per nessuno. Sorprendenti e dolorose, liriche, le ultime pagine del romanzo commuoveranno e conquisteranno anche il lettore più smaliziato.

Lettura consigliata, dunque. Straconsigliata ai montalbaniani più irriducibili perché potranno godersi il ritorno di un personaggio nportanti assà…

Uno studio in Sherlock

E’ con cuore pesante che prendo la penna per scrivere queste parole, le ultime con le quali avrò mai più occasione di ricordare al mondo le straordinarie capacità che il mio amico Sherlock Holmes possedeva.
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Comincia così, con questa sconcertante rivelazione del dottor Watson, L’ultima avventura (titolo originale: The Final Problem), racconto pubblicato sullo Strand Magazine nel dicembre del 1893 e successivamente inserito nelle ormai celeberrime Memorie di Sherlock Holmes (1894).

Si tratta, sotto molti aspetti, di una raccolta memorabile, e il gioco di parole è d’obbligo: essa consegna infatti al lettore un ritratto insolito, e di conseguenza particolarmente prezioso, del detective più famoso di tutti i tempi. Ne Il mistero della Gloria Scott Il rituale dei Musgrave, un giovane e timido Sherlock Holmes muove i primi passi nel mondo dell’investigazione al servizio di due compagni di scuola. In altri racconti (si veda, ad esempio, La faccia gialla), il nostro eroe appare in una forma tutt’altro che smagliante: tituba, latita e commette perfino qualche errore – veniale, ben inteso, affinché la verità trionfi come in ogni giallo deduttivo che si rispetti. Nelle Memorie, insomma, Holmes si scrolla di dosso un po’ di quell’aura di saccente intangibilità che lo avvolge da Uno studio in rosso (1887) in avanti. Ne L’interprete greco veniamo inoltre a conoscenza di un legame di cui non si trova traccia negli scritti che precedono la raccolta in esame: Sherlock ha un fratello maggiore, l’indolente e intelligentissimo Mycroft. Ha il sapore di una beffa, questa fratellanza tardiva, soprattutto ove si consideri che, nelle intenzioni originarie di Sir Conan Doyle, le Memorie costituiscono il canto del cigno dell’amata-odiata creatura.

A collocare definitivamente la silloge di cui si tratta nell’olimpo della letteratura poliziesca è tuttavia la presenza de L’ultima avventura, classico imperdibile e vero e proprio unicum nell’universo holmesiano. La vicenda è lineare: il pomeriggio del 24 aprile 1891 uno Sherlock Holmes “ancor più pallido e magro del solito” e in uno stato di profonda alterazione nervosa si materializza nell’ambulatorio del dottor Watson dopo un misterioso soggiorno in Francia. E’ scampato a ben tre attentati, quel giorno: il mandante è il geniale professor Moriarty, “il Napoleone del crimine” che “se ne sta immobile come un ragno al centro della sua tela” ed è responsabile di quasi tutte le imprese malvagie che affliggono la città; “se vi è un crimine da compiere, un documento da rubare, poniamo, una casa da svaligiare, una persona da eliminare – si passa parola al professore, e l’impresa viene organizzata e portata a termine”. Talvolta gli esecutori materiali vengono catturati e arrestati; ma lui, il diabolico deus ex machina, non viene mai neppure sfiorato dai sospetti. I tempi stanno per cambiare, tuttavia: Sherlock Holmes ha finalmente raccolto tutte le prove che occorrono per consegnarlo alla giustizia: entro tre giorni la rete si stringerà intorno al professor Moriarty e alla sua organizzazione… Continua a leggere “Uno studio in Sherlock”

L’assassino, di Georges Simenon

E’ un martedì qualunque, nel paesino olandese di Sneek, il primo del mese.

Come tutti i primi martedì del mese, il dottor Hans Kuperus prende un treno per Amsterdam dove lo attendono la pingue signora Kramm e la riunione dell’Associazione di Biologia: il martedì qualunque di un uomo qualunque.

Per tutta la vita il dottor Hans Kuperus si è comportato “come l’uomo più banale del mondo, un olandese identico a tutti gli altri, un dottore come tutti gli altri dottori di provincia, un marito come tutti i mariti”: ha una moglie debitamente impellicciata, una casa conforme al suo rango sociale, un salotto alla moda quanto quello dei vicini Van Malderen. Ha una rispettabile vita qualunque, il dottor Kuperus, e la vive nel rispetto di tutti i rituali, degli schemi precostituiti: lo fa perché così dev’essere, perché la strada giusta è la strada che seguono tutti.

Certo gli è capitato di annoiarsi; lo ha colto alla gola, milioni di volte, la smania di buttare via tutto: quella casa così perbene, il salotto fin troppo nuovo… Non ha fatto nulla, tuttavia, per uscire dai binari della sua vita tranquilla.

Fino a quel giorno.

E’ il primo martedì del mese ma il dottor Kuperus non fa visita alla signora Kramm, che pure lo attende nell’elegante quartiere del Giardino Botanico, né presenzia alla riunione dell’Associazione di Biologia; imbocca invece la via principale che porta al quartiere dei teatri e acquista una pistola automatica.

Ha impiegato un anno, a decidersi. Un anno da quando ha ricevuto il biglietto anonimo che lo informa della relazione che Alice, sua moglie, intrattiene con il conte Schutter, l’uomo più facoltoso di Sneek. Schutter, che prende ciò che vuole e fa quel che gli pare e piace; che ha ottenuto, senza nemmeno dover chiedere, ciò che in cuor suo il dottor Hans Kuperus maggiormente desidera: la Presidenza dell’Accademia del Biliardo.

Ma non è per gelosia, o per vendicare l’onore ferito, che Kuperus acquista la pistola e decide di agire: lo fa per sopire l’insensatezza che lo circonda, la mancanza di senso che descrive i suoi gesti quotidiani. Lo fa, in ultima analisi, per porre fine all’inganno, perché non crede più nella bottiglia di Borgogna in bella mostra accanto al camino e perché quella che riteneva essere la “armoniosa costruzione” della sua vita si è rivelata fasulla.

Il programma è semplice: sorprendere i due amanti nella casa in riva al lago in cui sono soliti incontrarsi ogni primo martedì del mese e fare fuoco su entrambi prima di togliersi la vita.

Ma la ruota – come il più delle volte accade – girerà in maniera alquanto diversa…

*

Romanzo giovanile di Georges Simenon (scritto nel 1935 a Combloux, nell’Alta Savoia), L’assassino è stato pubblicato da Adelphi nel 2011.

Si tratta di una vera e propria perla della letteratura noir, che colpisce anzitutto per la modernità e la limpidezza della scrittura. In essa Simenon sviluppa con la consueta maestria il tema che più gli sta a cuore: la discesa agli inferi di un uomo comune che percorre la strada del crimine per sfuggire al grigiore dell’esistenza quotidiana. Sebbene narrato in terza persona, il romanzo ha in realtà la forma di una lunga confessione e racconta la parabola discendente dell’antieroe come la tragedia di un individuo che non si rivela all’altezza del proprio gesto, che si vede restituire il guanto di sfida che ha provocatoriamente lanciato alla società e assiste impotente alla propria sconfitta.

Nello stile asciutto ed estremamente evocativo che caratterizzerà tutta la sua produzione letteraria, Simenon tratteggia paesaggi cupi e dolenti e analizza con lucida precisione la psicologia del protagonista, il drammatico avvitamento delle riflessioni criminali di un “assassino per noia”: lo scrittore belga regala al lettore la cronaca di un delitto solo apparentemente perfetto che costringe il suo esecutore, e noi tutti, a fare i conti con l’incommensurabile tragicità del vivere.

Recensione originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe.