Notorious, l’amante perduta

Ingrid Bergman nacque a Stoccolma il 29 agosto di cent’anni fa e il 29 agosto del 1982, sessantasette anni dopo, morì.

Quarta più grande attrice della storia del cinema secondo l’American Film Institute, la Bergman conquistò tre Oscar – come miglior attrice protagonista per il thriller Angoscia (nel 1945) e Anastasia (nel 1957) e come attrice non protagonista per Assassinio sull’Orient Express (ricordate l’ipersensibile missionaria svedese devota a San Cristoforo?) – e il cuore di milioni di cinefili in tutto il mondo.

Interprete cara al Maestro del Brivido – recitò in Io ti salverò (Spellbound, 1945), Notorious, l’amante perduta (Notorious, 1946) e Il peccato di Lady Considine (Under Capricorn, 1949) – la ricordiamo oggi “rivedendo” insieme a voi la pellicola che François Truffaut definì “la quintessenza di Hitchcock”: Continua a leggere “Notorious, l’amante perduta”

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Venti regole per scrivere romanzi polizieschi

Il romanzo poliziesco è un gioco intellettuale; anzi uno sport addirittura. Per scrivere romanzi del genere ci sono leggi molto precise: non scritte, forse, ma non per questo meno rigorose, e ogni scrittore poliziesco, rispettabile e che si rispetti, le deve seguire.

Nel 1928, lo scrittore e critico d’arte statunitense S.S. Van Dine (pseudonimo di Willard Huntington Wright), “papà” del detective Philo Vance, pubblicò su The American Magazine un articolo destinato ad entrare nella storia della letteratura poliziesca: Twenty Rules For Writing Detective Stories, una sorta di galateo del perfetto scrittore di gialli in venti semplici – e quasi tutte sacrosante! – regole (in rosso troverete le mie annotazioni): Continua a leggere “Venti regole per scrivere romanzi polizieschi”

Ha dunque un debole per le bionde?

Quando la gente mi chiede: “Signor Hitchcock, perché le protagoniste dei suoi film son sempre bionde? Ha dunque un debole per le bionde?”. Io rispondo non so, dev’essere un caso. (…) Io il debole non ce l’ho per nessuno, né per le bionde né per le rosse né per le brune, e le donne sexy… Lo sa quali sono le donne più sexy, insomma più legate al sesso? Le nordiche. Si vede che il freddo le scalda. Consideri le inglesi: sembrano tutte maestre di scuola, ma guai al poveretto che se ne trova una in un tassì. Come minimo ne esce spogliato… Continua a leggere “Ha dunque un debole per le bionde?”

Ahi, povero Yorick.

L’ho conosciuto, Orazio, un uomo d’un brio inesauribile, d’una fantasia senza pari. M’ha portato in spalla mille volte, e adesso… è repellente a pensarci. Lo stomaco mi si rivolta. Qui erano appese le labbra che ho baciato non so quante volte.

Dove sono adesso i tuoi lazzi, le tue capriole, i tuoi canti, i tuoi lampi d’allegria che a tavola alzavano scrosci di risate? Non c’è nessuno ora che si metta a sfottere il tuo ghigno? Ti sono cascate le ganasce?

Va adesso in camera di Madama e dille, si dia pure un palmo di fardo, a questo deve ridursi.

William Shakespeare, Amleto (Atto V)

Per me un film è finito

al novantanove per cento quando è scritto. A volte preferirei non doverlo girare. Ci si immagina il film, poi tutto comincia ad andare a rotoli. Gli attori ai quali si è pensato non sono liberi, non si può avere un buon cast. Sogno una macchina IBM nella quale inserire la sceneggiatura da una parte e vedere il film dall’altra. Finito e a colori.

Alfred Hitchcock (intervistato da Pierre Billard per “L’Express”)

A New Year Carol

Il 2013 se ne va, è tempo di bilanci. Vi risparmio il rituale un po’ stucchevole delle classifiche di fine anno: stilare classifiche – da che pulpito, poi? – è un esercizio che non amo, anche se in un paio di occasioni ho ceduto alla tentazione.

Però c’è un però.

Il passaggio sulla piattaforma WordPress e la faticosa attività di restyling del blog mi hanno consentito di osservare la mia “creatura” con occhi nuovi. Quanti elogi, battimani e cotillon, mi sono detta… possibile che non si trovi una recensione negativa a pagarla oro? “Sei troppo buona”, mi ha fatto notare lo Spirito del Natale Passato che è in me brandendo un ramo d’agrifoglio.

E ho deciso di porre rimedio. Continua a leggere “A New Year Carol”

La fatica di scrivere

mi aiuta a non divagare e una certa parsimonia nell’enunciazione mi sembra una caratteristica indispensabile in un romanzo poliziesco. Il lettore non ha nessuna voglia di sentire le stesse cose rimasticate due o tre volte… Certo, in seguito si potranno operare dei tagli, ma farlo è spiacevole e rischia di rovinare il flusso della narrazione. Perché non approfittare della nostra naturale pigrizia per limitare le parole a quelle strettamente necessarie?

Agatha Christie, La mia vita (Mondadori, 1978)

*

La lettura de “La verità sul caso Harry Quebert” – macinate 360 pagine su un poderoso totale di 770 – mi ha riportato alla mente alcuni brani dell’autobiografia della Regina del Giallo in merito al problema della lunghezza ideale di un romanzo o di un racconto poliziesco.

“Personalmente” scrive Dame Agatha “ritengo che la lunghezza ideale di un romanzo poliziesco si aggiri sulle cinquantamila parole. So che gli editori la considerano troppo breve e forse gli stessi lettori potrebbero sentirsi truffati di ottenere così poco in cambio del loro denaro; in generale è quindi consigliabile attenersi a una misura oscillante tra le sessanta e le settantamila parole. In ogni caso, meglio un romanzo più breve che uno più lungo. Ventimila parole, invece sono l’ideale per un racconto lungo. Sfortunatamente è un tipo di produzione che non ha un grande mercato e rischia di essere pagata poco, il che spesso invoglia l’autore a sviluppare la sua creazione fino a trasformarla in un romanzo.”.

La mia modestissima opinione è che scrivere un’opera di crime fiction di 770 pagine rappresenti un grosso azzardo, se non ci si chiama Stephen King. E che sia buona norma considerare, in ogni fase della scrittura, il punto di vista del lettore che è dentro di noi: “Pensa a quel che eviti quando leggi un romanzo” è il saggio consiglio di Elmore Leonard “Scommetto che non hai mai saltato un dialogo” (E. Leonard: Easy on the Adverbs, Exclamation Points and Especially Hooptedoodle. The New York Times, 16 luglio 2001).

Che poi “La verità sul caso Harry Quebert” pecchi di verbosità pur tenendosi alla larga dalle lunghe descrizioni di ambienti e personaggi e sfornando dialoghi a spron battuto… bé, come si suol dire: è un’altra storia. E avrò un’intera recensione per raccontarla 😉

Viaggiare è il mio peccato (una trilogia esotica)

“Vuoi andare da sola in Medio Oriente? E’ un mondo che non conosci affatto.”

“Oh, andrà tutto bene. A volte è necessario fare qualcosa da soli, no?” Era la prima volta che mi capitava e, per la verità, non ne avevo nemmeno tanta voglia, ma mi ero imposta: “Ora o mai più. Devi deciderti. Se non approfitti di quest’occasione per acquistare un po’ d’autonomia e sviluppare il tuo spirito d’iniziativa, finirai per adagiarti in un ritmo sonnolento e senza sorprese”.

Fu così che cinque giorni più tardi partivo per Bagdad.

(…) Avevo compiuto il giro del mondo con Archie, ero stata alle Canarie con Carlo e Rosalind ed ora stavo andandomene per conto mio. Dovevo scoprire che persona ero e se davvero avrei finito per dipendere dagli altri come temevo. Potevo abbandonarmi al gusto di esplorare luoghi nuovi… tutti quelli che volevo. Potevo cambiare idea da un momento all’altro, come avevo fatto quando avevo preferito Bagdad alle Indie Occidentali. Dovevo tener conto solo di me stessa e non sapevo se mi sarebbe piaciuto. Finora mi ero comportata esattamente come i cani, che escono solo se qualcuno li porta fuori. Forse era destino che restassi così, ma io mi auguravo il contrario.

Agatha Christie, La mia vita (Mondadori, 1978)

Non era destino, evidentemente.

La Regina del Giallo fu una viaggiatrice appassionata, curiosa, amante dell’avventura: lo testimoniano la sua divertente autobiografia, il bellissimo resoconto di viaggi “Come, Tell Me How You Live” (tradotto in Italia con il titolo Viaggiare è il mio peccato), pubblicato nel 1946, e, da ultimo, Il giro del mondo. Album di lettere e fotografie (titolo originale: “The Grand Tour. Letters and Photographs from the British Empire Expedition”), straordinaria raccolta di parole e immagini dai luoghi più suggestivi dell’Impero Britannico che, come annota giustamente Mathew Prichard, adorato nipote di Dame Agatha e curatore del volume, “offre uno spaccato della vita degli anni Venti che desta nostalgia e curiosità”. E lo testimonia, con altrettanta forza, la sua sconfinata produzione letteraria: la Christie ambientò infatti numerosi romanzi in “terra straniera” – L’uomo vestito di marrone (1924) attinge a piene mani dall’esperienza narrata in Grand Tour, ma già in Aiuto, Poirot!, dell’anno precedente, l’autrice aveva spedito il detective belga e il fedele Hastings in un “posticino tranquillo ma elegante, tra Boulogne e Calais”, in Francia… e che dire della strabiliante indagine a bordo dell’Orient Express? – e incastonò alcune fra le sue trame più memorabili nei luoghi più suggestivi del pianeta. L’esempio più fulgido è costituito dalla cosiddetta “trilogia esotica”: tre formidabili gialli in salsa mediorientale che hanno fatto la storia della letteratura poliziesca…

Non c’è più scampo

Isolati in una località sperduta della Mesopotamia alcuni archeologi, uomini e donne, stanno lavorando per riportare alla luce le rovine di un’antica città. 
Sulla piccola comunità di europei (una compagnia in verità molto eterogenea) aleggia però un’atmosfera di paura e di sospetto. Louise Leidner, la bellissima moglie del capo della missione archeologica, e ossessionata da oscure allucinate visioni. 
Quasi tutti i compagni la considerano malata di nervi ma forse, nel passato della donna si nasconde qualcosa di terribile, qualcosa o qualcuno vuole portare a termine una tremenda vendetta. 
In un crescendo drammatico la tensione che grava sui membri della spedizione sfocia in un orrendo delitto. 
Le autorità coloniali brancolano nel buio e il mistero sembra destinato a rimanere tale finché non arriva Poirot, che, dopo aver esaminato tutti i sospetti, riuscirà a risolvere in maniera inaspettata (ma in fondo logica) l’intricata vicenda.

Assassinio sul Nilo

Il destino ha riunito un eterogeneo gruppo di viaggiatori sul lussuoso battello da crociera Karnak, in navigazione sul Nilo.
Tra di essi la personalità dominante è senz’altro rappresentata dall’affascinante Linnet Ridgeway, la ragazza più ricca d’Inghilterra, abituata a essere sempre al centro dell’attenzione. Attorno a lei gravitano un fidanzato respinto e diversi accaniti ammiratori che se ne contendono i favori.
Ciascuno dei personaggi ha però una sua storia e un suo segreto da custodire, accuratamente nascosto sotto un’inappuntabile facciata di rispettabilità e di perbenismo.
Fra i turisti c’è anche Hercule Poirot, una volta tanto in vacanza, ma anche in questa occasione il suo ozio è destinato a durare poco. Nel giro di poche ore, infatti, a bordo del Karnak si consumano ben due delitti, e la tranquilla crociera si trasforma in una disperata caccia ad un assassino diabolicamente astuto.

Lois Chiles (Linnet Doyle) e Angela Lansbury (Mrs. Otterbourne) in una scena di “Assassinio sul Nilo”, di John Guillermin (1978).

La domatrice

Petra è un’affascinante città carovaniera della Transgiordania. In questa località il destino ha riunito un eterogeneo gruppo di turisti: un famoso psichiatra francese, una graziosa neolaureata in medicina, un’energica lady membro del Parlamento inglese, una signorina di mezz’età e una numerosa famiglia americana che gravita intorno alla «domatrice», un’onnipotente matrona che ama esercitare il suo potere sui familiari. 

Quando uno dei membri della comitiva viene ritrovato cadavere, affiora subito il sospetto che si sia trattato di un delitto. 

L’assassino però ha fatto male i suoi conti. 

Non ha infatti previsto la presenza di Hercule Poirot, che anche questa volta non si farà sfuggire il colpevole…

Hercule Poirot disse:

corpi-al-soleIl mio lavoro è un po’ come il suo rompicapo, signora. 

Si mettono insieme i pezzi del mosaico… pezzi d’ogni forma e d’ogni colore… e ognuno deve combaciare con gli altri.

Alle volte, poi, succede quel che è successo a lei, un momento fa, con quel pezzetto bianco. Si riesce a sistemare un gran numero di pezzi… si fa la selezione dei colori, ma tutt’a un tratto salta fuori un pezzo che per la forma e il colore dovrebbe adattarsi… diciamo… a una pelle di orso, e invece si adatta alla coda di un micio.

Hercule Poirot a Mrs Gardener

Agatha Christie, Corpi al sole (Evil Under the Sun, 1941)

… e vidi cosa ch’io avrei paura,

sanza più prova, di contarla solo;

se non che coscïenza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom francheggia
sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ‘l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;

e ‘l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com’ esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ‘l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,

che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.

E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.

Io feci il padre e ‘l figlio in sé ribelli;
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch’ io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.

Così s’osserva in me lo contrapasso.

Dante Alighieri, La Divina Commedia
Inferno, Canto XXVIII

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia. 
Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco! 
vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto. 
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così. 
Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma, 
quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.

 
Dante Alighieri, La Divina Commedia
Inferno, Canto XXVIII

Nell’arte occorre sempre

un principio di redenzione. Può essere pura tragedia se è alta tragedia, può essere ironia, pietà o l’aspro riso del forte. Ma sulla strada dei criminali deve camminare un uomo che non è un criminale, che non è un tarato, che non è un vigliacco. Nel poliziesco realistico quest’uomo è il detective.

E’ l’eroe, è tutto. Un uomo completo, un uomo comune, eppure un uomo come se ne incontrano pochi. Dev’essere, per usare un’espressione un poco abusata, un uomo d’onore per istinto, per necessità, per impossibilità a tralignare. Dev’esserlo senza pensarci e, certamente, senza mai parlarne troppo. Il miglior uomo di questo mondo è abbastanza buono anche per qualsiasi altro mondo…

Humphrey Bogart nei panni di Philip Marlowe
Raymond Chandler (The Atlantic Monthly, 1944)

La semplice arte del delitto: Philip Marlowe

( Dall’introduzione di Oreste Del Buono)


Chi non conosce Philip Marlowe?

È l’eroe di romanzi polizieschi celebri come “II grande sonno”, “La donna nel lago”, “Addio, mia amata”, “II lungo addio”. Sullo schermo ha avuto di volta in volta i tratti di Dick Powell, George Montgomery, Bob Montgomery e persino Humphrey Bogart. 

È il meno probabile realisticamente, anche se il più convincente artisticamente, dei grandi detectives. Davanti alla simpatia che è capace di suscitare, non solo il cavaliere Auguste C. Dupin di Edgar Allan Poe appare un fegatoso maniaco, non solo il poliziotto Lecoq di Emile Gaboriau appare un grossolano piedipiatti, non solo il sergente Cuff di Wilkie Collins appare un insopportabile sputasentenze, non solo l’infallibile Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle appare un’odiosa e arbitraria macchina calcolatrice, ma persino il padre Brown di Gilbert Keith Chesterton appare un’artificiosa macchietta, ma persino l’ispettore French di Freeman Wills Croft appare una mediacre nullità ma persino il commissario Maigret di Georges Simenon appare una specie di stucchevole sentina di bonomia e patetismo: la simpatia suscitata da Philip Marlowe sa di tenerezza e ammirazione, insieme, di rimpianto e compassione. Continua a leggere “La semplice arte del delitto: Philip Marlowe”

La donna che visse due volte

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta delle opere letterarie che hanno ispirato i capolavori di Sir Alfred Hitchcock.

E non ci occupiamo di una pellicola qualunque bensì di quello che è stato definito il miglior film di tutti i tempiLa donna che visse due volte (Vertigo, 1958) guida infatti, dall’agosto dello scorso anno, la classifica stilata ogni due lustri dalla rivista cinematografica Sight & Sound. Che si tratti o meno del miglior film di tutti i tempi (classifiche di questo genere – per quanto affascinanti e, nel caso di Sight & Sound, indiscutibilmente autorevoli – lasciano il proverbiale tempo che trovano) siamo di fronte a una delle massime vette del cinema hitchcockiano: un’opera che conserva intatto il proprio fascino da oltre mezzo secolo e che è quasi ingeneroso paragonare al romanzo da cui trae – molto liberamente – origine.

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James Stewart e Kim Novak in una scena del film.

La leggenda vuole che Pierre Boileau e Thomas Narcejac, apprezzata coppia di giallisti francesi autrice del fortunato Les Diaboliques (Celle qui n’était plus), abbiano scritto il noir sentimentale D’entre les morts (Sueurs froids) * a metà degli anni ’50 del secolo scorso confidando in una trasposizione sul grande schermo per mano di Sir Alfred. Quel che è certo, il romanzo affronta tutti i nodi tematici cari al Maestro del Brivido: la vertigine fisica ed emotiva, i sentieri – anch’essi vertiginosi – dell’inconscio, il peccato, il senso di colpa. Ma soprattutto il tema del doppio, che qui beffardamente e genialmente si esaspera in un continuo gioco di specchi e diviene caleidoscopico: Renée che interpreta Madeleine che a sua volta “interpreta” Pauline Lagerlac…

Continua a leggere “La donna che visse due volte”

Il delitto perfetto

Una buona sceneggiatura è tutto.

Se si dovesse poi disporre di un’ottima sceneggiatura – un eccellente testo teatrale, poniamo il caso, firmato da quell’autentico genio della drammaturgia che è stato Frederick Knott – si correrebbe perfino il rischio di mettere in scena il miglior giallo che si sia mai visto sul grande schermo. Certo bisognerebbe cavar fuori dal cilindro una coppia d’attori del calibro di Ray Milland e Grace Kelly, e una regia sapiente, misurata, fedele al testo e al contempo velata di originalità. Pochi – ma indispensabili – ingredienti, in fin dei conti, e Il delitto perfetto è servito.

Dial M for Murder
Robert Cummings (Mark), Ray Milland (Tony) e Grace Kelly (Margot) sul set del film.

Continua a leggere “Il delitto perfetto”

Gli uccelli

Mai giudicare un libro dal film che ne è stato tratto, ammoniva J.W. Egan: un ottimo consiglio (nove volte su dieci, ammettiamolo, la visione del film ci strappa di bocca il classico “certo che il libro è un’altra cosa”, e tanto peggio per chi, non resistendo al fascino delle immagini, finisce per guastarsi la lettura)… che ci prendiamo il lusso di non seguire! Perché può capitare che una trasposizione cinematografica non soltanto regga il confronto ma finanche superi in qualità ed eleganza la sua pur pregevole fonte letteraria. 

E’ il caso di The Birds, capolavoro hitchcockiano ispirato all’omonimo racconto della scrittrice britannica Daphne Du MaurierContinua a leggere “Gli uccelli”

I dieci migliori romanzi di Agatha Christie

… secondo Agatha Christie!

In risposta alla lettera di un ammiratore giapponese, nel 1972 la Regina del Giallo stilò la sua personale classifica:

 

Ed ecco la mia – altrettanto personale, anzi personalissima – top ten:

  • Il ritratto di Elsa Greer: pirandelliana e intrigante retrospettiva di un omicidio.
  • Dieci piccoli indiani: un capolavoro – IL capolavoro? – della letteratura poliziesca (“una bella sfida che mi ha dato soddisfazione” ebbe a dichiarare in proposito la – modestissima – Dame Agatha “e credo di essermela cavata bene”)
  • L’assassinio di Roger Ackroyd: un meccanismo criminale a orologeria tra i pettegolezzi e le marmellate fatte in casa di King’s Abbott; indimenticabile il personaggio di Caroline Sheppard, “gazzettino” ufficiale del villaggio.
  • Assassinio sul Nilo: geniale, semplicemente perfetto… il giallo che tutti i giallisti vorrebbero aver scritto.
  • Corpi al sole: trama ingegnosa, ambientazione idilliaca (ma gli agathiani più smaliziati sanno benissimo che il Male “si annida dovunque, sotto il sole”); Poirot gigioneggia e giganteggia.
  • Assassinio sull’Orient Express: affascinante, meravigliosamente improbabile. Piaccia o non piaccia a Raymond Chandler!
  • Addio Miss Marple: elegante, a tratti onirica esplorazione di un passato che non è veramente passato. E che nasconde una verità atroce. Miss Marple al suo meglio.
  • C’era una volta: 2000 a.C., arsenico e vecchi merletti all’ombra delle piramidi… assai prima che il thriller storico diventasse una moda! Un classico imperdibile.
  • Il mondo è in pericolo: fresco, avventuroso, deliziosamente esotico (e ci ricorda, se mai ve ne fosse bisogno, che Lucifero è stato il più seducente degli angeli)
  • Sipario: l’ultimo inchino del più grande investigatore di tutti i tempi. Strepitoso.

Le allitterazioni allettano gli allocchi

“Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.
  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  40. Una frase compiuta deve avere

Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani (2000)

Mezzo secolo e non dimostrarlo

… ma signora, “assalire” è una parola un po’ grossa: gli uccelli non hanno mica l’abitudine di assalire la gente senza motivo.

Esattamente cinquant’anni fa, il 28 marzo del 1963, debuttava nelle sale cinematografiche newyorchesi uno dei più grandi e celebri capolavori del Maestro del Brivido: Gli Uccelli (The Birds).

La pellicola, liberamente tratta dall’omonimo racconto di Daphne Du Maurier (la sceneggiatura porta la prestigiosa firma di Evan Hunter, meglio conosciuto dal grande pubblico con lo pseudonimo di Ed McBain), sarebbe giunta in Italia il 31 ottobre di quello stesso anno.

Protagonista assoluta la modella Tippi Hedren, che lo stesso regista scritturò e trasformò in un’attrice professionista (la ritroveremo l’anno seguente in Marnie, altra pietra miliare del cinema hitchcockiano).

39 Steps to Hitchcock

Carte in tavola

Ci fu un attimo di silenzio. La signora Oliver disse:
– Un angelo è passato… ma non tenevo i piedi incrociati… deve essere l’angelo della morte!

1124488Shaitana è un raffinato collezionista le cui origini restano avvolte nel mistero: “Nessuno sapeva con esattezza se … fosse argentino, portoghese o greco, oppure di qualche altra nazionalità, doverosamente disprezzata dall’isolano britannico. Tuttavia tre fatti erano assolutamente certi:
Conduceva un’esistenza agiata e piena di magnificenze in uno stupendo appartamento di Park Lane.
Dava ricevimenti grandiosi… grandi piccoli, macabri, perbene (…)

Era un uomo di cui quasi tutti avevano un po’ paura”.

Nel suo museo privato figura tutto quanto vi sia di meglio in ogni singolo campo; e dal momento che in campo criminale il meglio è rappresentato da coloro che l’hanno fatta franca e “che trascorrono una vita serena e piacevole, non sfiorata dal minimo sospetto”, Shaitana decide di riunirne ben quattro esemplari intorno a un tavolo da bridge. Quattro assassini a piede libero, sfuggiti alla giustizia…
Pubblicato nel 1936, Carte in tavola è la dodicesima avventura di Hercule Poirot, la prima in tandem con la svagata e simpaticissima giallista Ariadne Oliver. Un “Christie d’annata”, atipico e godibilissimo… assolutamente da consigliare.

Christie for Christmas

A Natale impera lo spirito di buona volontà. Vecchi litigi vengono dimenticati, coloro che si trovano in disaccordo fanno la pace… Sia pure provvisoriamente le famiglie che sono state separate per tutto l’anno si raccolgono ancora una volta… In queste condizioni, amico mio, dovete ammettere che i nervi possono venir sottoposti a dura prova. Persone che non hanno alcuna voglia di essere amabili fanno uno sforzo per apparirlo… C’è in loro molta ipocrisia, a natale, onorevole ipocrisia, senza dubbio, ipocrisia pour le bon motif, ma sempre ipocrisia. E lo sforzo per essere buoni e amabili crea un malessere che può riuscire in definitiva pericoloso. Chiudete le valvole di sicurezza del vostro contegno e presto o tardi la caldaia scoppierà provocando un disastro…

Agatha Christie, Il Natale di Poirot (1938)

Ah!– esclamò il signor Jesmond, –ma il Natale in Inghilterra è una grande istituzione e vi assicuro che a Kings Lacey ne potrete godere i suoi aspetti migliori. Si tratta di una casa antica, stupenda, sapete? Figuratevi che un’ala dell’edificio risale addirittura al quattordicesimo secolo. Poirot rabbrividì ancor di più. Il pensiero di una casa patrizia inglese, che risaliva al quattordicesimo secolo, lo riempiva di apprensione. Troppo spesso gli era capitato di soffrire in certe case di campagna della vecchia Inghilterra! Lanciò un’occhiata compiaciuta e soddisfatta intorno a sé, a quell’appartamento accogliente e moderno con i suoi termosifoni e tutte le ultime invenzioni brevettate per evitare ogni corrente d’aria. D’inverno– disse con fermezza –io non lascio mai Londra. Ho l’impressione, monsieur Poirot, che non abbiate ancora compreso che si tratta di una faccenda molto seria…

Agatha Christie, L’avventura del dolce di Natale e altre storie (1960)

«Questo libro è come un pranzo di Natale preparato da un vero chef. E lo chef sono io!»

Trappola per topi

Circa in quel periodo (1947, n.d.R.) la BBC mi telefonò e mi chiese se volevo scrivere una breve commedia radiofonica per l’allestimento di un programma in onore della Regina Mary. Era stata la regina in persona, che amava i miei libri, a esprimere questo desiderio. Potevo buttar giù qualcosa in fretta? L’idea mi attirava. Ci pensai seriamente, camminando in su e in giù per un bel po’, e infine ritelefonai rispondendo affermativamente. Mi era venuta un’idea che pensavo potesse andar bene e che sviluppai in un breve sceneggiato intitolato Three Blind Mice, accolto con favore dalla regina madre. Tutto sembrava finito lì, ma poco tempo dopo mi fu suggerito di trasformarlo in una novella. Forte del successo della Tana (The Hollow, adattamento teatrale del romanzo conosciuto in Italia con un titolo che non rende giustizia alla genialità dell’intreccio: Poirot e la salma, n.d.R.), messa in scena da Saunders, e ricordando il piacere che avevo provato a scriverla, pensai di proseguire nei miei tentativi come commediografa. Perché non scrivere una commedia al posto di un libro? Era più divertente. (…) Più ci pensavo e più mi convincevo che Three Blind Mice, da sceneggiato radiofonico di venti minuti, poteva benissimo diventare un dramma in tre atti. Bastava aggiungere un paio di personaggi, precisare meglio il retroscena e l’intreccio e sviluppare lentamente la situazione fino al suo punto di massima tensione. Penso che uno dei vantaggi di Trappola per topi – come fu intitolata la versione teatrale dello sceneggiato – ha avuto rispetto alle altre commedie è quello di essere cresciuta su una struttura preesistente che aveva solo bisogno di essere ampliata. (…) 

Ambassadors Theatre, 1958. Agatha Christie regala un topolino e una trappola d’oro a Richard Attenborough, storico interprete del sergente Trotter. Sulla sinistra: Sir John Mills.

Non immaginavo assolutamente di avere tra le mani un grosso successo. Mi pareva un buon lavoro ma ricordo che, non so più se alla prima o forse all’inizio della tournée, a Oxford, quando andai a vederla con alcuni amici, mi rammaricai al pensiero di aver fatto un buco nell’acqua. Avevo ecceduto nelle situazioni comiche, si rideva troppo, e ciò non poteva che nuocere alla tensione drammatica. Ero proprio depressa.  Peter Saunders, invece, con un cenno d’intesa mi disse: “Non preoccuparti! Starà su per più di un anno, vedrai se non è vero” “Stai esagerando. Non resterà in cartellone più di otto mesi” gli risposi. Ora, mentre scrivo (nel 1965, n.d.R.), sta proprio per scadere il tredicesimo anno di repliche (…). L’Ambassadors Theatre ha dovuto sostituire i sedili e mettere un nuovo sipario. Mi hanno detto che ha dovuto rifare anche la scena perché quella vecchia stava andando in pezzi. E la gente va ancora a vedere lo spettacolo. La cosa mi suscita molte perplessità. Come è possibile che una commedia, pur piacevole e leggera, tenga il cartellone per ben tredici anni? Non c’è dubbio, i miracoli avvengono.

Agatha Christie, La mia vita (Mondadori, 1978)

La commedia tiene il cartellone, ininterrottamente, da sessant’anni – il 18 novembre scorso il St Martin’s Theatre ha festeggiato la 25.000esima recita consecutiva! – e può ritenersi un’istituzione nazionale alla stregua della Torre di Londra e di Madame Tussauds. Miracolo? Fortuna? Nelle umane vicende, si sa, la fortuna e le traiettorie insondabili del caso giocano un ruolo fondamentale. La stessa Dame Agatha, a chi le domandava le ragioni del clamoroso successo di Trappola per topi, era solita rispondere: “E’ una questione di fortuna!”, salvo poi precisare, nella sua autobiografia, che “la vera ragione di questo successo è dovuta al fatto che nel dramma c’è qualcosa per tutti, ecco perché la gente più disparata per età e sensibilità riesce ad apprezzarla e a divertirsi. (…) sono convinta che nel suo genere sia una commedia ben costruita, dotata anche di un certo senso dell’umorismo e di una buona atmosfera da giallo. La vicenda si svolge in modo tale che si vorrebbe sapere cosa succede, mentre non si riesce a capire dove l’azione va a parare. (…) mi sembra che le persone che si vedono agire sul palcoscenico, in Trappola per topi, potrebbero essere tutte reali. Mi ricordo di un caso realmente avvenuto in cui tre bambini, affidati dal tribunale dei minorenni a una famiglia di contadini, erano stati trascurati e maltrattati; uno di essi era morto e questo aveva fatto nascere la preoccupazione che un altro di loro, che già manifestava tendenze criminali, potesse crescere portandosi nell’animo un forte desiderio di vendetta.“. Una clap-trap da manuale, insomma: un’intrigante trappola per applausi che incontra il gusto di grandi e piccini.

*

Sette persone isolate in una locanda. Tra loro si nasconde un assassino psicopatico che ha già ucciso una persona a Londra. Ma sotto quale travestimento si maschera l’assassino? Ciascuno dei presenti sembra avere qualcosa da nascondere. Toccherà al sergente Trotter, inviato sul posto, risolvere l’enigma.

Dalla commedia radiofonica è stato tratto anche un omonimo racconto breve. 

Pubblicato per la prima volta dalla rivista Cosmopolitan (1948), il racconto è stato successivamente inserito nella raccolta di nove racconti intitolata Three Blind Mice and Other Stories (edita, sempre negli Stati Uniti, nel 1950).

Una curiosità: nel Regno Unito il racconto non è mai stato pubblicato in forma di volume.

Giorno dei morti

Perché diavolo Rosemary Barton – una donna a cui la vita sembra aver dato tutto: bellezza, fascino, indicibili ricchezze – avrebbe dovuto suicidarsi? La sera del suo compleanno, per giunta, mentre stava seduta a tavola insieme ai parenti e agli amici più cari? Perché versare del cianuro in una coppa di champagne ed esibire una morte così violenta e teatrale, mettere in scena la propria agonia?

Al ristorante Luxembourg, a ben vedere, le cose potrebbero essere andate in maniera diversa e George, l’inconsolabile marito di Rosemary, ha intenzione di dimostrarlo…

Pubblicato nel 1945, Giorno dei morti (titolo originale: Sparkling Cyanide) è un giallo psicologico estremamente elegante e ingegnoso.

Come annota John Curran ne I quaderni segreti di Agatha Christie – Nell’officina della signora del giallo, il lettore scopre il personaggio di Rosemary attraverso gli occhi dei suoi potenziali assassini; ogni capitolo è un piccolo quadro che ci consente di vederla nei diversi ruoli che la vita le ha imposto: sorella, moglie, amante, amica.

E vittima, naturalmente.
Una gaia, sfrontata, incantevole vittima predestinata.

Una curiosità: 

Giorno dei morti costituisce una libera rielaborazione del racconto Iris gialli, inserito nella raccolta In tre contro il delitto (edita per la prima volta in Italia nel 1939).

Hallowe’en Party

halloween-partyLa gioventù di Woodleigh Common è in fermento: in occasione della ricorrenza dell’Hallowe’en le signore più dinamiche del villaggio hanno organizzato uno splendido ricevimento nella casa in cui risiede la bella e ricca vedova Rowena Drake. Tra zucche e manici di scopa, specchi magici e chicchi d’uva passita tutto sembra filare per il meglio e la festa si rivela un successo. Ma nella notte di Jack-o’lantern non si dormono sonni tranquilli, e lo spirito dell’astuto fabbro irlandese non tarda a reclamare il suo tributo di sangue: Joyce Reynolds, una ragazzina di soli tredici anni, viene trovata assassinata, affogata nel pesante secchio di zinco utilizzato per il “gioco delle mele”.
La chiave dell’enigma potrebbe risiedere nelle parole pronunciate dalla giovane vittima qualche ora prima dell’omicidio: “Una volta” aveva infatti annunciato Joyce nel bel mezzo dei preparativi della festa “ho visto commettere un assassinio”…

Poirot e la strage degli innocenti (titolo originale: Hallowe’en Party) è un bell’esempio di quello che si potrebbe definire “artigianato di genio”: un perfetto puzzle a incastro ricco di atmosfera, sottotrame e colpi di scena.
Protagonista del romanzo, oltre a un Hercule Poirot in forma smagliante, è un’esuberante scrittrice di gialli, Ariadne Oliver, che può essere considerata a pieno titolo un alter ego dell’autrice: entrambe amano le mele, detestano i discorsi in pubblico e hanno dato vita a un ingombrante investigatore straniero con il quale faticano terribilmente a convivere!

Zoe Wanamaker interpreta Ariadne Oliver nella serie tv britannica Agatha Christie’s Poirot

Il personaggio della signora Oliver, presentato per la prima volta ne Il caso del militare scontento (racconto incluso nella raccolta Parker Pyne indaga, del 1934), comparirà successivamente nei romanzi: Carte in tavola (1936), Fermate il boia (1952), La sagra del delitto (1956), Un cavallo per la strega (1961), Sono un’assassina? (1966) e Gli elefanti hanno buona memoria (1972).

Poirot e la strage degli innocenti, pubblicato nel 1969, costituisce pertanto la penultima, scoppiettante avventura di questo delizioso – e fortunatissimo – character.

Eccone la prima descrizione:

Parker Pyne lasciò il suo ufficio e salì due rampe di scale. Qui, in una stanza proprio in cima alla casa, stava la signora Oliver, famosa scrittrice di romanzi d’avventura, ormai entrata in pianta stabile a far parte dei collaboratori del signor Pyne. Parker Pyne bussò delicatamente alla porta ed entrò. La signora Oliver era seduta davanti a un tavolo sul quale si trovavano una macchina da scrivere, parecchi blocchi di appunti, una certa confusione di fogli scritti sparsi qua e là, nonché un grosso sacchetto di mele. “Un’ottima storia, signora Oliver” disse Parker Pyne con aria compiaciuta.

Agatha Christie, Il caso del militare scontento, in Parker Pyne indaga, Arnoldo Mondadori Editore, 1982.

Psycho

Inauguriamo la rubrica Il club dei 39 – trentanove spunti di riflessione per celebrare Sir Alfred Hitchcock, il solo e unico Maestro del Brivido – con un capolavoro assoluto dell’arte cinematografica: Psycho, film del 1960 basato sull’omonimo romanzo di Robert Bloch.

Siamo lieti di pubblicare (per gentilissima concessione dell’autore) e condividere con voi la pregevole recensione di Aniello Troiano, fondatore e direttore della rivista letteraria Fralerighe:

Psycho – Alfred Hitchcock (1960)

di Aniello Troiano

Psycho è un vero e proprio cult movie, uno di quei film che “devi” vedere, che tutti conoscono, almeno per sentito dire. Un film che non ha bisogno di presentazioni, insomma. Dopo averne sentito parlare fino allo sfinimento, mi sono deciso a vederlo.

Phoenix, Arizona. 

Marion Crane lavora in una società immobiliare e ama un uomo divorziato, Sam Loomis. I due vorrebbero vivere insieme, ma Sam ha problemi economici e per questo è costretto a rimandare sempre la loro convivenza. Marion, pur a malincuore, capisce e sopporta la situazione. Ma quando le vengono affidati 40.000 dollari dal suo direttore, non ci pensa due volte: quei soldi sono l’opportunità della sua vita. Invece di depositarli in banca, si mette in viaggio per raggiungere il suo Sam e realizzare il loro progetto amoroso. Ma il viaggio è lungo, arriva la sera, e Marion deve dormire. Si imbatte nel Bates Motel, una struttura solitaria e deserta gestita dal timido Norman, che vive in una casa vicino al motel con la sua vecchia madre.

Quella sera, Marion riflette su ciò che ha fatto e si pente. Decide di porre fine a quella situazione e di restituire i soldi. L’indomani si metterà in viaggio per tornare a Phoenix. Ma adesso deve dormire. E prima deve fare una doccia… Continua a leggere “Psycho”

La serie infernale

… Alice Ascher assassinata in una tabaccheria di Andover…

… Betty Barnard strangolata in riva al mare a Bexhill…

… Sir Carmichael Clarke colpito a morte nella brughiera di Churston…

9780007527533… e il prossimo “incidente” avrà luogo l’11 settembre,

a Doncaster!

*

Riuscirà Hercule Poirot a fermare “i delitti dell’ABC”?

Agatha ChristieLa serie infernale (1936)

Delitto in cielo

Delitto in cielo (titolo originale: Death in the Clouds, 1935) può senz’altro annoverarsi fra le migliori opere della Regina del Giallo ed è, sotto molteplici punti di vista, un romanzo straordinario…

  • innanzitutto perché si svolge, letteralmente, fra le nuvole (l’aereo di linea Prometheus  decolla dall’aeroporto di Le Bourget e atterra a Croydon con un cadavere di troppo) offrendoci un rompicapo “ad alta quota” intrigante e ingegnoso;
  • in secondo luogo perché dimostra che un giallo di qualità può occuparsi di frecce avvelenate e cerbottane al curaro senza scivolare, nemmeno per un istante, nel ridicolo;
  • in terzo luogo perché, in esso, il più grande investigatore di tutti i tempi – un Poirot in forma smagliante, leggere per credere – finisce, una volta tanto, nella fatidica rosa dei sospettati!

Tragedia in tre atti

Sir Charles Cartwright, il “re delle scene”, si è ritirato a vita privata ma continua a far parlare di sé: durante un ricevimento nel suo “eremo” a picco sul mare della Cornovaglia, uno degli ospiti – un timido pastore protestante – piomba a terra e muore dopo aver sorseggiato un aperitivo. Non è che il primo, stupefacente atto di una tragedia alla quale soltanto il genio di Hercule Poirot saprà porre fine…

Pubblicato nel 1934 negli Stati Uniti e l’anno successivo in Inghilterra, Tragedia in tre atti (titolo originale: Three Act Tragedy) è un romanzo dal taglio spiccatamente cinematografico; “quasi al limite del copione brillante”, come annota Claudio Savonuzzi nella postfazione all’edizione italiana.

Tanto che, a nostro avviso, il film che ne è stato tratto – Delitto in tre atti (1986), con l’adorabile Peter “Poirot” Ustinov e uno strepitoso Tony Curtis nel ruolo di Charles Cartwright – supera di gran lunga il suo (pur intrigante e godibile) “progenitore” letterario.

Tony Curtis (Charles Cartwright), Peter Ustinov (Hercule Poirot) ed Emma Samms (Egg) sul set di Agatha Christie’s – Murder in Three Acts (1986).

Una curiosità:

John Barrymore interpreta Sherlock
Holmes in un film muto del 1922.

nel dare vita al personaggio di Sir Charles la regina del Giallo potrebbe essersi ispirata al noto attore teatrale e cinematografico statunitense John Barrymore (1882-1942), soprannominato “il Grande Profilo” per l’incredibile avvenenza e presenza scenica.

Nato John Sidney Blythe, adotterà (proprio come Charles Cartwright!) un cognome d’arte decisamente più romantico.

Eccellente interprete scespiriano, Barrymore è stato definito dal grande Orson Welles “il miglior Amleto che abbia mai visto… un uomo di genio”.
E se lo dice un genio altrettanto sublime non abbiamo che da fidarci, voi che ne pensate?

Buona lettura…

… e buona visione!

Siete felici?

Se la risposta è no, consultate Mr. Parker Pyne, Richmond Street, 17.

Agatha Christie, Parker Pyne indaga (Parker Pyne Investigates, 1934)

Dodici sorprendenti racconti tra giallo e romance.

Dodici casi per il paffuto signor Parker Pyne, raffinato dottore dell’anima che classifica il mal de vivre  in cinque misteriose voci e riesce (quasi) sempre a individuare il rimedio giusto.

Dodici storie di ordinaria infelicità che la Regina del Crimine racconta da par suo.

Segnaliamo in particolare il penultimo racconto della raccolta, Morte sul Nilo (ebbene sì, la crociera con delitto sul Karnak si avvicina a grandi passi!): la ricca e scontrosa Lady Grayle sospetta che il marito, l’insipido Sir George, la stia avvelenando… si tratta di semplici fantasie partorite da una mente eccitabile o vi è un fondo di verità?

Perché non l’hanno chiesto a Evans?

disse.
A un tratto il suo corpo fu scosso da un tremito, le palpebre si abbassarono, la mascella cedette. 
Lo sconosciuto era morto.

Golfista per caso, il quarto figlio del vicario di Marchbolt ha sempre temuto la diciassettesima buca.
Che lo tradisce anche questa volta: un tiro maldestro ed ecco che la palla rotola via fino a scomparire nel vuoto di un precipizio…

Pubblicato nel 1934, Perché non l’hanno chiesto a Evans? (titolo originale: Why Didn’t They Ask Evans?) è uno dei migliori romanzi di Agatha Christie e non esitiamo a collocarlo nella nostra personalissima top ten: divertente e avventuroso, esso coniuga alla perfezione gli ingredienti del giallo tradizionale con una prosa vivace e brillantissima.

Le indagini sono affidate a una coppia di irresistibili investigatori dilettanti: Bobby Jones, un giovane con “una faccia simpatica e un’espressione aperta e leale” e Lady Frances Derwent (Frankie), l’intraprendente figlia di Lord Marchington.

E un consiglio: non date troppa importanza alle preposizioni…

Una curiosità: nell’omonimo sceneggiato televisivo del 1980, Bobby e Frankie hanno il volto di James Warwick e Francesca Annis, “storici” interpreti di un’altra celebre coppia agathiana: Tommy e Tuppence Beresford. Nel cast anche Sir John Gielgud (nei panni del Reverendo Jones) e Joan “Miss Marple” Hickson (Mrs. Rivington).

… le traduzioni, a volte, giocano brutti scherzi!

Orient Express

Lo dico subito, a scanso di equivoci: ho un debole per Assassinio sull’Orient Express.

Non è il più bello, né il più ingegnoso, fra i romanzi della Regina del Giallo, eppure ha sempre esercitato su di me, per qualche misteriosa ragione, un fascino irresistibile. La Christie non ne fa menzione, nella sua autobiografia (che del resto si sofferma assai sporadicamente sull’attività letteraria dell’autrice); in compenso racconta l’emozione – vissuta un gran numero di volte – di viaggiare su un treno che, solo a pronunciarne il nome, evoca panorami esotici e avventure da togliere il fiato:

Avevo sempre sognato di viaggiare con l’Orient-Express. Durante i miei viaggi in Francia, in Spagna o in Italia, l’avevo spesso visto fermo a Calais, e avevo dovuto reprimere l’impulso a salirvi. Simplon – Orient Express – Milan, Belgrade, Stamboul… nomi magici, tappe incantate.

La stanza 441 dell’Hotel Pera Palas di Istanbul in cui Agatha Christie ha scritto Assassinio sull’Orient Express.

Dame Agatha adorava viaggiare, aveva una spiccata “predilezione per i treni (… è triste che oggi nessuno provi più per loro sentimenti d’amicizia”) e molte delle sue storie poliziesche si svolgono, in tutto o in parte, su un treno (Il mistero del Treno Azzurro, Istantanea di un delitto, L’espresso per Plymouth) o comunque ruotano intorno a un mezzo di trasporto (Avversario segreto, L’uomo vestito di marrone, Assassinio sul Nilo, Delitto in cielo, Un problema in alto mare, Morte sul Nilo). L’Orient Express, tuttavia, le era particolarmente caro in quanto rappresentava il suo primo, autentico passo verso l’indipendenza:

… mi precipitai da Cook, annullai il biglietto per le Indie Occidentali e al suo posto acquistai quello per Istanbul, completo di prenotazione sull’Orient-Express. Sarei poi proseguita fino a Damasco, da dove, attraversando il deserto, avrei raggiunto Bagdad. … Avevo compiuto il giro del mondo con Archie (il colonnello Archibald Christie, da cui divorzia nel 1928, n.d.R.), ero stata alle Canarie con Carlo (Charlotte Fisher, la governante-segretaria, n.d.R.) e Rosalind (la figlia, n.d.R.) e ora stavo andandomene per conto mio. Dovevo scoprire che persona ero e se avrei davvero finito per dipendere dagli altri come credevo. … Dovevo tener conto solo di me stessa e non sapevo se mi sarebbe piaciuto. Finora mi ero comportata esattamente come i cani, che escono solo se qualcuno li porta fuori. Forse era destino che restassi così, ma io mi auguravo il contrario.

Agatha Christie, La mia vita (1977)

Sono in pochi, forse, a ricordare che l’episodio su cui si basa Assassinio sull’Orient Express – il rapimento e l’uccisione della piccola Daisy Armstrong – si ispira alla terribile tragedia che, nel 1932, colpì l’aviatore statunitense Charles Lindbergh, il cui figlioletto di un anno e mezzo venne sequestrato e barbaramente assassinato. Il rapimento di Baby Lindbergh e le indagini che portarono alla cattura e alla condanna a morte del rapitore (un immigrato tedesco, ex detenuto, che tuttavia si proclamò sempre innocente) sono al centro di J.Edgar, il bellissimo – e poteva essere altrimenti? – film di Clint Eastwood dedicato alla vita e alla carriera del direttore dell’FBI J.Edgar Hoover. La pellicola mostra come Hoover abbia letteralmente rivoluzionato le tecniche investigative dell’FBI, promuovendo un utilizzo via via più consapevole e specialistico della scienza e di tutti i mezzi tecnologici a disposizione; la risoluzione del caso Lindbergh, ad esempio, si deve in gran parte all’impiego di banconote tracciabili per il pagamento del riscatto.

Nella finzione romanzesca veniamo a sapere relativamente presto che la vittima – il ricco uomo d’affari americano Samuel Edward Ratchett – era implicata nel rapimento della piccola Armstrong; l’omicidio, pertanto, potrebbe essere in qualche misura collegato ai suoi trascorsi criminali.

La soluzione del mistero è di quelle che non si dimenticano; così stupefacente da guadagnarsi una (pungente) riflessione nel bel saggio di Raymond Chandler intitolato La semplice arte del delitto:

Avviso importante per chi non avesse ancora letto il libro: l’estratto che andiamo a pubblicare svela l’identità del colpevole, sentitevi liberi di saltarlo a piè pari!

“Immagino che il problema principale del giallo tradizionale o classico o deduttivo o logico-deduttivo stia nel fatto che per raggiungere la perfezione avrebbe bisogno di un cocktail di qualità che non è facile trovare in un solo scrittore. Quello che sa impostare costruzioni lucide e solide non è in grado di fornire personaggi vivaci e dialogo brillante: non ha senso del ritmo né profondità di osservazione. Il romanziere dotato di una logica ferrea ha tanto senso dell’atmosfera quanto una patata lessa. L’investigatore-scienziato possiede un bel laboratorio tutto nuovo e scintillante; ma, ohimé, non riesco mai a ricordare che faccia abbia. Il tipo in grado di sfornare una prosa vivace e colorita rifiuta categoricamente di sottoporsi alla massacrante fatica di smontare gli alibi a prova di bomba. Il maestro di rara sapienza vive, psicologicamente, all’epoca delle crinoline.

sempliceSe sapete tutto quello che è bene sapere a proposito dell’arte ceramica e dei ricami egizi non sapete niente della polizia. Se sapete che il platino rifiuta di fondere al di sotto dei 2800 gradi Fahrenheit, ma sapete che fonderà al primo sguardo di due limpidi occhi azzurri, se posto al contatto di un pane di stagno, allora ignorate come fanno all’amore i giovanotti del XX secolo. E se siete abbastanza documentato intorno all’elegante flanerie della riviera francese d’anteguerra da ambientare la vostra vicenda in quei paraggi, allora ignorate che un paio di grosse capsule di barbitalio non solo non uccidono un uomo, ma non lo addormentano neppure, se lotta un poco contro la sonnolenza…  

C’è poi un libro di Agatha Christie … imperniato su Hercule Poirot, l’ingegnoso belga che parla come una traduzione letterale dal francese eseguita da uno scolaretto delle medie. Qui, dopo aver fatto debitamente funzionare le sue “piccole cellule grigie”, il signor Poirot decide che nessuno, su una certa vettura letto, può aver compiuto il delitto da solo, e perciò tutti l’hanno commesso insieme, suddividendo il processo in una serie di operazioni semplici, come il montaggio di uno sbattiuova. Questo è il genere di intreccio che senza dubbio metterà fuori combattimento le intelligenze più poderose. Solo un deficiente potrebbe indovinare come sono andate le cose.” (Raymond Chandler: La semplice arte del delitto, 1944).

*** FINE SPOILER ***

Come annota giustamente Oreste Del Buono nella sua prefazione all’edizione italiana del romanzo, Chandler ha torto e ragione al medesimo tempo. Ci gioca un bel tiro, Dame Agatha, ma lo fa a carte scoperte, mostrandoci con lealtà – e diabolica maestria, ça va sans dire – il cammino da seguire per battere sul tempo le cellule grigie di Poirot. Se non vi riusciamo, e il mistero rimane irrisolto finché un omino dai baffi impomatati non vi getta sopra la luce… ebbene: nostra culpa!

La prima trasposizione cinematografica del romanzo (Assassinio sull’Orient Express, 1974 – regia di Sidney Lumet) realizzò un piccolo, grande miracolo.

Michael York e Jacqueline Bisset interpretano in Conte e la Contessa Andrenyi

La Regina del Giallo non aveva mai particolarmente gradito gli adattamenti delle sue opere, e aveva sempre giudicato gli interpreti di Poirot e Miss Marple curiosamente inadatti al ruolo. Possiamo dunque immaginare con quale spirito presenziò alla prima londinese del film… lei che non amava apparire in pubblico e che aveva dovuto assistere, nel corso degli anni, al completo stravolgimento di molte delle sue “creature”.

Il genio attoriale di Albert Finney, tuttavia, ci mise lo zampino. Illustre terza scelta (prima di lui erano stati contattati, per il ruolo del detective belga, Paul Scofield e Alec Guinness), egli diede voce e corpo a un Hercule Poirot a dir poco memorabile. “Perfetto”, si sbilanciò la Christie (che sfortunatamente non ebbe mai modo di assistere alle straordinarie interpretazioni di David Suchet, protagonista della serie televisiva britannica Agatha Christie’s Poirot).

La pellicola è fedele al romanzo e ne conserva intatto il fascino, con il valore aggiunto di un cast che possiamo tranquillamente definire “stellare”:

Amleto

Amleto, sì, avete capito bene.
La tragica storia del principe di Danimarca, di William Shakespeare.

Non arricciate il naso – alcuni di voi lo hanno fatto, ne siamo sicuri! – perché stiamo parlando del miglior autore noir, thriller & pulp sulla piazza…

… e siamo in grado di dimostrarlo.

Come?

Attraverso il racconto di alcune opere straordinarie di cui tutti hanno sentito parlare ma che non tutti, forse, hanno letto con attenzione. Con la mente libera dal pensiero di un’interrogazione, dal ricordo di attori amatoriali strangolati in improbabili gorgiere, dal disagio (soggezione?) di affrontare un mostro sacro della letteratura mondiale. Proveremo a guardarlo con altri occhi, insomma.

E siamo pronti a scommettere che ve ne innamorerete.

Atto primo

Tutta la terra non basterà a seppellire un delitto.

Alla fine, lo si scoprirà.

Lungo le mura di Elsinore lo spirito del defunto sovrano di Danimarca rivela al giovane principe Amleto la verità sulla morte improvvisa dell’adorato genitore…

Johann Heinrich Fussli: Amleto e il fantasma del padre.

FANTASMA: … Se davvero hai amato tuo padre…
AMLETO: Oh Dio!
FANTASMA: Vendica il suo assassinio orribile, mostruoso.
AMLETO: Assassinio!
FANTASMA: Assassinio orribile com’è sempre, ma questo ributtante, inaudito, mostruoso. … Han detto che mentre dormivo nel giardino mi morse un serpe – così l’orecchio di tutti è ingannato vilmente da una falsa storia della mia morte – ma sappi, nobile giovane, il serpente che morse la vita di tuo padre ne porta la corona.

Divenuto l’amante della regina Gertrude, infatti, Claudio aveva deciso di sbarazzarsi del fratello ed usurparne il trono; ne sposerà la vedova nel volgere di un mese (“Le carni cotte per il funerale hanno fornito, fredde, le tavole nuziali”, sarà il commento di Amleto).

AMLETO: O anima presaga! Mio zio!
FANTASMA: … Tuo zio violò la mia ora di pace. Aveva una fiala di succo del maledetto giusquiamo, e versò nella conca dei miei orecchi quell’essenza lebbrosa, il cui effetto è tanto avverso al sangue umano, che corre rapido come l’argento vivo per le porte e i sentieri del corpo, e con rabbia furiosa apprende e caglia, come le gocce d’acido nel latte, il sangue lieve e sano. Così fece dentro di me, e una scabbia improvvisa rivestì di croste turpi e immonde come a Lazzaro tutto il mio corpo liscio. Così, nel sonno, per mano d’un fratello persi di colpo vita, corona, regina.

All’udire queste parole, Amleto comincia a pianificare la sua vendetta; avverte persino l’amico Orazio e le sentinelle della Guardia del Re che d’ora in avanti potrà sembrargli opportuno “di fare il matto”.
“Il tempo è scardinato”, sospira il giovane principe rientrando al castello. “O sorte maledetta, che proprio io sia nato per rimetterlo in sesto”!

Kate Winslet interpreta Ofelia nella bellissima trasposizione di Kenneth Branagh (Hamlet, 1996).

Atto secondo

Però il mio babbo-zio e la mia mamma-zia si sbagliano.
GUILDENSTERN: In che cosa, caro signore?
AMLETO: Sono pazzo solo fra tramontana e maestrale. Quando soffia da scirocco distinguo un falco da un falcetto.

La “follia” del principe Amleto mette in subbuglio l’intera Corte. Re Claudio manda a chiamare Rosencrantz e  Guildenstern, due vecchi compagni di scuola di Amleto, affinché indaghino sul suo improvviso cambiamento e ne scoprano la causa.
Il consigliere di Stato Polonio, dal canto suo, ha già bell’e pronta una spiegazione per lo stravagante contegno del principe: è innamorato di Ofelia, la sua giovane e bella figliola.
E’ ben altra forma d’amore, tuttavia, a muovere il nostro eroe, e la comparsa di una compagnia viaggiante di attori gli dà l’occasione di compiere un ulteriore passo verso la sua vendetta. Lo spettro sulle mura, a ben vedere, avrebbe potuto essere un diavolo, “e il diavolo può prendere un aspetto gradevole, sì”… serve una prova, una base più consistente:

AMLETO: Ho sentito che certi criminali che ascoltavano un dramma sono stati colpiti fin dentro all’anima dall’arte astuta della rappresentazione e subito hanno confessato i loro delitti. Perché l’assassinio parla, anche senza aver lingua, attraverso una bocca miracolosa. Ora io farò recitare a questi attori davanti a mio zio, qualcosa di simile al massacro di mio padre. E starò a guardarlo. Lo sonderò fin dentro l’anima. Se ha un sussulto, so cosa fare. … Questo spettacolo è la trappola che acchiappa la coscienza del re”.

Atto terzo

Essere o non essere, è questo che mi chiedo.

La pazzia dei grandi, come si sa, non può non essere sorvegliata. Dopo la recita è bene che il giovane principe respiri un po’ d’aria nuova in Inghilterra…

RE: Come si chiama il dramma?
AMLETO: La trappola per topi. E che tropo, per la Madonna! Il dramma riproduce un omicidio compiuto a Vienna… E’ una gran canagliata ma che importa? Vostra maestà e tutti noi che abbiamo la coscienza pulita, non ci tocca.

Quanto l’attore versa il veleno nell’orecchio al dormiente, re Claudio si alza indignato e la recita viene interrotta.
La regina convoca immediatamente Amleto nelle sue stanze e Polonio si nasconde dietro un arazzo per ascoltare la loro conversazione…

REGINA: Amleto, hai molto offeso tuo padre.
AMLETO: Madre, avete molto offeso mio padre.
REGINA: Andiamo, andiamo, mi dai risposte senza senso.
AMLETO: Andate, andate, mi fate domande senza vergogna.
REGINA: Come? Che ti prende, Amleto? … Hai dimenticato chi sono?
AMLETO: No, per la santa croce! Siete la regina, moglie del fratello di vostro marito, e siete, così non fosse, mia madre.
REGINA: Ah, vado a chiamare qualcuno che ti saprà parlare.
AMLETO: Andiamo, andiamo! Sedetevi! Non vi muoverete. Non uscirete di qui prima che v’abbia messo davanti uno specchio in cui vi vedrete fino in fondo all’anima.
REGINA: Che vuoi fare? Uccidermi? Ah, aiuto.
POLONIO (dietro l’arazzo): Oh oh! Aiuto!
AMLETO: Che c’è? Un topo! Un ducato che è morto, morto!


Affonda la spada nell’arazzo.

POLONIO: Ah, mi ha ucciso!
REGINA: Ahimè, che cosa hai fatto?
AMLETO: Non lo so, non lo so. E’ il re?

 
Solleva l’arazzo e scopre Polonio morto.

REGINA: Che atto assurdo, sanguinoso!

AMLETO: Sì, sanguinoso. Perverso, buona madre, quasi come uccidere un re e sposarne il fratello.

Atto quarto

… da questo momento il mio pensiero sia “sangue!”, o non varrà niente.

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Ecco per voi la nigella, e l’aquilegia. Per voi della ruta. E un poco per me. Erbagrazia, possiamo chiamarla, di domenica. Ma voi la ruta dovete portarla in modo diverso da me. Qui, una margherita. Volevo darvi delle violette, ma son tutte appassite quando morì mio padre. Dicono che ha fatto una buona fine. 

Come osserva giustamente re Claudio, “i dispiaceri non vengono come esploratori isolati ma a battaglioni”: sconvolta dall’assassinio del padre Polonio, la povera Ofelia perde la ragione. Laerte, suo fratello maggiore, torna dalla Francia per chiedere conto della tragica fine del genitore e apprende che è stato trafitto a morte da Amleto; nel frattempo, il re ha dato disposizioni affinché quest’ultimo venga ucciso sul suolo inglese.
Il giovane principe, tuttavia, ha ben più di una freccia, al proprio arco: sventato il piano criminoso dello zio, egli fa ritorno a Elsinore dove lo attendono i proclami di vendetta di Laerte…

LAERTE: Ho comprato da un ambulante un veleno così mortale, che basta una lama appena intinta, e dove cava sangue non c’è impiastro che valga, anche se tratto da tutte le erbe che hanno una virtù sotto la luna, a salvare dalla morte chi ne è scalfito. Ungerò la mia punta con quella peste, e se appena lo tocco sarà morto.
RE: … Aspetta, vediamo. Faremo una scommessa solenne sul più bravo… Quando, in azione, avrete caldo e sete, – e perciò tu attacca con più violenza – e lui chiede da bere, gli farò preparare per l’occasione un calice di cui basterà un sorso, se per caso sfuggisse alla stoccata, e il nostro affare è fatto.
Aspetta, che c’è ora?

Entra la Regina.

Regina: Una sventura pesta le calcagna dell’altra, così fitte che vengono. Tua sorella è annegata Laerte.

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C’è un salice che cresce di sghembo sul ruscello e specchia le sue
foglie canute nel fluido vetro.
Con esse ella intrecciava ghirlande fantastiche di ortiche, di
violacciocche, di margherite, e lunghe orchidee rosse a cui i pastori
sboccati danno un nome più basso, ma le nostre fredde vergini
chiamano dita di morto… lì mentre s’arrampicava per appendere ai rami penduli i serti d’erba, un ramoscello maligno si spezzò, e giù i trofei verdi e lei stessa caddero nel ruscello querulo. Le vesti le si gonfiarono intorno, e come una sirena la sorressero un poco, che cantava brani di laudi antiche, come una che non sa quale rischio la tenga, o come una creatura nata e formata per quell’elemento.

Atto quinto

Buona notte, dolce principe.

BECCHINO: E avrà sepoltura cristiana, una che di proposito attenta alla propria morte?

ALTRO: Ti dico di sì, per cui scava la fossa e spicciati…

BECCHINO: Ma come può essere, a meno che non s’è affogata per legittima difesa? … Permetti. Qui c’è l’acqua – bene. Se l’uomo va all’acqua e s’affoga, fatto è, volere o volare, che ci va, mi segui? Ma se l’acqua va a lui e l’affoga, non è lui che affoga lui stesso. Erga, chi non ha colpa della sua morte non accorcia la sua vita.

ALTRO: Ma è questa, la legge?

BECCHINO: Corpo! Legge dell’inchiesta del giudice.

ALTRO: Vuoi sapere la verità? Se non era una signora, la sbattevano fuori dal camposanto.

Al cimitero, Amleto filosofeggia contemplando il teschio di Yorick, buffone del re, mentre i becchini preparano la sepoltura di una nobildonna che si è tolta la vita. Il principe non sa che si tratta di Ofelia, il suo amore perduto…

Ahi, povero Yorick. 
L’ho conosciuto, Orazio, un uomo d’un brio inesauribile, d’una fantasia senza pari. M’ha portato in spalla mille volte, e adesso… è repellente a pensarci. Lo stomaco mi si rivolta. Qui erano appese le labbra che ho baciato non so quante volte. Dove sono adesso i tuoi lazzi, le tue capriole, i tuoi canti, i tuoi lampi d’allegria che a tavola alzavano scrosci di risate? Non c’è nessuno ora che si metta a sfottere il tuo ghigno? Ti sono cascate le ganasce? Va adesso in camera di Madama e dille, si dia pure un palmo di fardo, a questo deve ridursi.

Il corteo funebre della povera ragazza è occasione di scontro fra Amleto e Laerte, che di lì a poco lancerà un guanto di sfida mortale all’assassino di suo padre.

Il duello finale è un crescendo di sangue e morte, nella migliore delle tradizioni pulp: la regina Gertrude porta alle labbra per errore la coppa di vino – avvelenato, ça va sans dire – destinata ad Amleto; i duellanti finiscono con lo scambiarsi le spade e si feriscono vicendevolmente con la punta che Laerte aveva intinto nel veleno; a re Claudio toccherà la medesima sorte, raggiunto alfine dalla vendetta del nipote-figliastro. 

Che muore sereno tra le braccia di Orazio, l’amico di una vita. Se avessi tempo, ha giusto il tempo di mormorare, potrei dirvi… ma la morte è uno sbirro inesorabile se ci agguanta.

Poco male, pazienza.

Ci penserà Orazio, a raccontare al mondo la verità di un principe sfortunato.
Tutto il resto, cari lettori, è silenzio.

Hamlet 2000: dubbi esistenziali all’Hotel Elsinore (con Ethan Hawke)

Buon compleanno, Mr Hitchcock!

Il 13 agosto 1899 nasceva a Leytonstone (Londra) Sir Alfred Joseph Hitchcock, il maestro del brivido.

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A distanza di ben centotredici anni Uno Studio In Giallo inaugura Il club dei 39: trentanove spunti di riflessione per celebrare i capolavori di un geniale – e amatissimo – artista. 

I 39 scalini (o Il club dei trentanove – titolo originale The 39 Steps) è un film del 1935 basato sull’omonimo romanzo di John Buchan (1915); nel 1999 il British Film Institute ha inserito la pellicola al quarto posto della lista dei migliori cento film britannici del XX secolo.

Il pericolo senza nome

… fu un altro dei romanzi che lasciarono in me una traccia così esigua da farmi dubitare di averlo scritto. Forse avevo già elaborato la vicenda in precedenza, com’era mia abitudine, il che però mi rende spesso difficile ricordare quando ho scritto un libro o me l’hanno pubblicato. La verità è che le idee mi vengono nei momenti più impensati. Mentre cammino per la strada, o guardo una vetrina mi capita di essere colpita da un’improvvisa ispirazione. “Ecco un’ottima idea per coprire il delitto in maniera che nessuno capisca cosa c’è dietro” mi dico.

(Agatha Christie, La mia vita)

Negli anni Trenta del secolo scorso la Regina del Giallo ha prodotto le sue “salsicce” migliori (la Christie era solita definire la sua vastissima produzione poliziesca “la mia fabbrica di salsicce”). Il pericolo senza nome (titolo originale: Peril at End House), pubblicato nel 1932, è il primo di questa lunga e celebrata serie di passi nel mistero.

Raramente citato fra i migliori titoli dell’opera agathiana, il romanzo rielabora i principali ingredienti della detective story di stampo classico in un mix di trovate ingegnose e al tempo stesso incredibilmente semplici e lineari: una bella ragazza in pericolo, colpi di pistola che si perdono tra gli scoppi dei fuochi d’artificio in una sera d’estate, un elegante scialle scarlatto e uno scambio fatale…

Gli appassionati del giallo a enigma apprezzeranno in particolare il capitolo IX, nel quale un Hercule Poirot al top della forma attribuisce a ciascuno dei sospettati una lettera dell’alfabeto delineando – con ordine e metodo, ça va sans dire! – tutte le circostanze a loro sfavore:

A. Ellen
B. Il marito giardiniere.
C. Il loro bambino.
D. Il signor Croft.
E. La signora Croft.
F. La signora Rice.
G. Il signor Lazarus.
H. Il Comandante Challenger.
I. Il signor Charles Vyse.

L?

Un messaggio dagli spiriti

-Non vorrai dire che Trevelyan è morto?-
Un colpetto molto secco. -Sì-
Qualcuno si lasciò sfuggire un’esclamazione. Ci fu un lieve movimento tutt’intorno al tavolino. La voce di Ronnie, mentre riprendeva le sue domande, adesso era venata da una sfumatura differente… un accento inquieto e impaurito.
-Vuoi dire… che il capitano Trevelyan è morto?-
-Sì-
Ci fu una pausa. Come se nessuno sapesse cos’altro domandare o come accettare quella piega inaspettata degli avvenimenti. Poi, durante la pausa, il tavolino ricominciò a ballare. Ritmicamente, con lentezza. Ronnie si mise a pronunciare ad alta voce una lettera dopo l’altra…
-A-S-S-A-S-S-I-N-A-T-O…-

Una seduta spiritica, anche se allestita al semplice scopo di ingannare il tempo nella desolazione della brughiera, può riservare brutte sorprese. E’ ciò che accade a Sittaford House: quello che doveva essere un gioco innocente si trasforma in un terribile incubo…

*

Un messaggio dagli spiriti (titolo originale: The Sittaford Mystery, 1931) è un romanzo avvincente. Come suggerisce Alex Falzon nella sua lunga prefazione intitolata “Agatha Christie e Conan Doyle”, si tratta di una sorta di rilettura in chiave “agathiana” de Il mastino dei Baskerville (1902), capolavoro di Sir Arthur Conan Doyle e pietra miliare della letteratura poliziesca.

Gli ingredienti, del resto, ci sono tutti: Dartmoor e la sua ostile brughiera avvolta nelle nebbie, un pericoloso evaso, i segnali nel buio della notte… Uno dei personaggi, il giornalista Charles Enderby, arriva persino a menzionare Sir Arthur sottolineando la natura “holmesiana” della vicenda che lo vede protagonista.

Un Christie d’annata, insomma. 

Dame Agatha, naturalmente, ci mette del suo, ed ecco che una coltre di neve (Assassinio sull’Orient Express si avvicina a grandi passi!) restringe inesorabilmente la rosa dei possibili colpevoli in un giro di vite mozzafiato…

Un mistero oscuro e intrigante degno della (sola e unica) “Imperatrice del Giallo”.

The Alphabet Murders

C’è gente che continua a scrivermi, proponendomi di farli incontrare. E perché poi? Sono convinta che non si divertirebbero affatto. Quell’egocentrico di Poirot non gradirebbe di farsi dare delle lezioni da un’anziana zitella come Miss Marple. Lui, l’investigatore di professione, si troverebbe completamente spaesato nel mondo di Miss Marple. No, a loro modo sono due divi e io non li farò mai incontrare a meno di non sentirne d’un tratto un insopprimibile bisogno.

(Agatha Christie, La mia vita, Mondadori 1978)

 

La Regina del Giallo manterrà fede ai suoi propositi.

I due “divi”, tuttavia, s’incontreranno ugualmente…

… al cinema!

Nel film The Alphabet Murders (Poirot e il caso Amanda, 1965), rivisitazione in chiave umoristica del romanzo La serie infernale

… con la partecipazione straordinaria della mitica Margaret Rutherford, per l’ultima volta nel ruolo di Miss Marple!

 

Il misterioso signor Quin

La quantità della mia produzione negli anni che vanno dal 1929 al 1932 – scrive Agatha Christie nella sua autobiografia – è di tutto rispetto; oltre ai romanzi, infatti, ho pubblicato due raccolte di racconti, in una delle quali compariva il personaggio del signor Quin (l’altra, Partners in Crime, è una divertente serie di racconti ispirata ai più famosi investigatori dell’epoca, n.d.R.). Questi racconti erano quelli che preferivo; non li scrivevo spesso, anzi, tra l’uno e l’altro passavano anche tre o quattro mesi, se non di più. Le riviste li volevano e anche a me piacevano, ma rifiutai qualsiasi offerta a scriverne una serie. Volevo scriverli solo quando andava a me.

Il personaggio del signor Quin rientrava nello stesso filone delle mie poesie giovanili su Arlecchino e Colombina. La sua presenza in una storia aveva unicamente una funzione catalizzatrice e influenzava le azioni degli altri personaggi. Da un piccolo fatto, da una frase irrilevante, si intuiva la sua vera natura; una figura d’uomo che si stagliava nella luce variopinta di una finestra, un essere che appariva o spariva improvvisamente. Il signor Quin arrivava a difendere l’amore, dove era già stata la morte. Anche il signor Satterthwaite, che era in un certo senso il suo emissario, diventò uno dei miei personaggi preferiti.

Il misterioso signor Quin (The Mysterious Mr Quin, 1930) comprende dodici racconti che costituiscono un vero e proprio unicum nella produzione della Regina del Giallo: dodici misteri particolarissimi risolti grazie dall’intervento quasi metafisico di Harley Quin, affascinante e inafferrabile “investigatore dell’amore”.

Il signor Quin compare altresì nel racconto Il servizio da tè arlecchino (The Harlequin Tea Set), pubblicato per la prima volta nel 1971 in Winter’s Crimes (MacMillan, 1971) e successivamente inserito nelle raccolte Problem at Pollensa Bay and Other Stories e The Harlequin Tea Set and Other Stories. 

The Marple Club Murders

La morte del villaggio fu pubblicato nel 1930, annota Agatha Christie nella sua autobiografiama della sua stesura non ricordo assolutamente niente, né dove, come, quando o perché io sia arrivata a scriverlo. Non ricordo nemmeno chi mi abbia suggerito di affidare il ruolo dell’investigatore all’inconsueta figura di Miss Marple. Allora non sapevo che anche lei, come Poirot, mi sarebbe rimasta appiccicata per tutta la vita.

Come (quasi) tutti gli avvenimenti epocali, insomma, la nascita dell’investigatrice più popolare dell’orbe terracqueo è stata assolutamente casuale…

Miss Marple si intrufolò così silenziosamente nella mia vita, che quasi non mi accorsi del suo arrivo. Scrissi una serie di racconti per una rivista, immaginando che in un villaggio sei persone si riunissero una volta alla settimana per raccontare qualche caso rimasto insoluto (scritti e pubblicati in diverse riviste tra il 1927 e il 1932, quindi inseriti nella raccolta Miss Marple e i tredici problemi, titolo originale The Thirteen Problems (1932). La raccolta uscirà l’anno seguente negli Stati Uniti con il titolo The Tuesday Club MurdersIl primo racconto in cui compare ufficialmente il personaggio di Miss Marple è Il Club del martedì sera, titolo originale The Tuesday Night Club, pubblicato dalla rivista The Sketch nel 1927, n.d.R.).

Iniziai con Miss Jane Marple, un tipo di anziana signora che avevo visto frequentemente in casa di zia-nonnina (la seconda moglie del suo nonno paterno, n.d.R.), a Ealing…

Miss Marple era molto più zitellesca e ansiosa di zia-nonnina, ma aveva una cosa in comune con lei: nonostante la sua cordialità si aspettava sempre il peggio da tutto e da tutti e le sue previsioni si dimostravano quasi sempre esatte. (…) Non era cattiva, Miss Marple, solo non si fidava della gente.

Venuta al mondo, come si diceva, per pura casualità, la perspicace zitella sferruzzerà e risolverà intricati omicidi per ben dodici romanzi e venti racconti. La morte nel villaggio (titolo originale: The Murder at the Vicarage), la sua prima avventura, fu un trionfo e la catapultò subito nell’Olimpo dei detective letterari. Fu l’ambientazione della vicenda, forse, a determinare un successo così folgorante: il villaggio di St. Mary Mead e il suo gruppo di instancabili comari sono descritti con cura magistrale e ci appaiono ancor oggi, a distanza di oltre ottant’anni, più freschi e vitali che mai.

Inizialmente soddisfatta, con il passare degli anni Agatha Christie mutò sensibilmente opinione, in merito a quest’opera:

Adesso la morte nel villaggio non mi trova più così osannante, anzi, mi sembra che abbia troppi personaggi e una rete intricata di vicende minori. Ma la storia principale funziona e il villaggio è vivo come era allora e simile a tanti villaggi della realtà.

La morte nel villaggio è il primo fra i romanzi di Agatha Christie ad essere pubblicato nella prestigiosa Collins Crime Club (serie di polizieschi d’autore selezionati dalla casa editrice Collins).

The Marple Club

Il personaggio di Miss Marple è stato interpretato da diverse attrici, sia sul grande che sul piccolo schermo. La prima fu la simpaticissima Margaret Rutherford:

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Margaret Rutherford in una scena di “Assassinio sul Treno” (conosciuto anche come “Istantanea di un Delitto”). Nel film appare la giovane Joan Hickson la quale, decenni dopo, interpreterà Miss Marple nell’adattamento televisivo dello stesso romanzo (e di altri ancora).

Ma la Jane Marple preferita di Uno Studio In Giallo sarà sempre LEI, la mitica Angela Lansbury

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Eccola in The Mirror Crack’d (1980), pregevole adattamento cinematografico di Assassinio allo specchio (1962).

Regia: Guy Hamilton.

Cast (che è quasi riduttivo definire “stellare”: Elizabeth Taylor, Rock Hudson, Kim Novak, Geraldine Chaplin, Tony Curtis…

… e un giovanissimo Pierce Brosnan!

Black Coffee

Avevo scritto anch’io una commedia gialla, non ricordo quando, ma alla Hughes Massie (Ltd, agenzia letteraria, n.d.R.) non l’avevano molto apprezzata, anzi, mi avevano proposto di dimenticarmene e io non avevo più insistito.

L’avevo intitolata Black Coffee (Caffé Nero, n.d.R.) ed era una storia di spionaggio piuttosto convenzionale, che a me personalmente non sembrava affatto male. A un certo momento, tuttavia, riuscì anche lei a trovare la sua strada.

(Agatha Christie, An Autobiography, 1977)

Insoddisfatta dell’adattamento teatrale de L’assassinio di Roger Ackroyd (Alibi, di Michael Morton), Agatha Christie decise, come spesso le capitava, di affrontare la questione “di petto” e scrisse lei stessa una sceneggiatura originale. Completata nell’estate del 1929, la commedia debuttò l’anno seguente all’Embassy Theatre di Swiss Cottage.

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Neppure David Suchet, il mitico Poirot televisivo, ha saputo resistere al fascino di questa commedia!

Il ruolo di Poirot venne affidato a Francis L. Sullivan, attore le cui caratteristiche fisiche erano quasi del tutto incompatibili con quelle (assai peculiari, bisogna ammetterlo!) del piccolo belga. La stessa Christie scriverà nella sua autobiografia: E’ abbastanza strano che gli interpreti di Poirot siano sempre stati degli uomini dalle dimensioni ragguardevoli. Charles Laughton (Poirot in Alibi, n.d.R.) aveva una ciccia straripante e Francis Sullivan era altissimo e ben piazzato…

Vista l’accoglienza favorevole, lo spettacolo venne trasferito al prestigioso St. Martin’s Theatre, nel West End, per alcuni mesi. Nel 1931 Leslie Hiscott ne fece addirittura un film (con Austin Trevor nei panni di Poirot: Trevor aveva già prestato il volto all’eccentrico detective nella versione cinematografica di Alibi, sempre nel 1931).

Nel 1956 lo scrittore, critico teatrale e musicale, giornalista e poeta australiano Charles Osborne si trovò a recitare la parte del dottor Carelli in un allestimento estivo a Tunbridge Wells. Quasi quarant’anni dopo, nel ricordo di quell’esperienza, Osborne propose alla Agatha Christie Limited di regalare al mondo un nuovo novel crime  targato Agatha Christie trasformando la fortunata pièce  in un romanzo. Il risultato è un fantastico vintage Christie che fa rivivere le situazioni e le atmosfere care alla Regina del Giallo e ne richiama perfettamente lo stile.

Un romanzo che, per dirla con le parole di Mathew Prichard (figlio di Rosalind Hicks e unico nipote della scrittrice), nonna “Agatha sarebbe orgogliosa di aver scritto”.

Di Charles Osborne vi consigliamo altresì The Life and Crimes of Agatha Christie, pubblicato nel 2012.

Il mistero del Treno Azzurro

Dall’autobiografia di Agatha Christie:

Una giovane giornalista indiana … mi aveva chiesto: “Ha mai pubblicato un libro che considera veramente brutto?”. Replicai indignata che non era mai accaduto. Nessun libro era proprio come avrei voluto che fosse e di nessuno ero mai completamente soddisfatta, ma se avessi ritenuto che un libro era veramente brutto, mi sarei rifiutata di pubblicarlo. Ci sono andata vicina, comunque, con Il mistero del Treno Azzurro. Ogni volta che lo rileggo, lo trovo pieno di luoghi comuni e di ovvietà e persino la vicenda mi pare tutt’altro che interessante. Purtroppo a molta gente è piaciuto.

Scritto quasi interamente durante un soggiorno alle Isole Canarie, Il mistero del Treno Azzurro (The Mystery of the Blue Train, 1928) non ha mai incontrato i favori della sua autrice.

Scrivevo … senza provare gioia alcuna. La vicenda non era originale; avevo, infatti, parzialmente riadattato un altro mio lavoro (il racconto L’espresso per Plymouth, inserito poi nella raccolta I primi casi di Poirot, n.d.R.). Sapevo a cosa miravo, ma non riuscivo a vedermelo davanti né a dar vita ai personaggi. (…) Ho sempre odiato  Il mistero del Treno Azzurro.

Diciamolo subito: il romanzo in parola non rientra fra le opere migliori della Regina del Giallo. Tuttavia, come si sa, raramente uno scrittore è il miglior giudice dei propri scritti e Il mistero del Treno Azzurro non è certamente un “brutto” libro. Risente, piuttosto, della mancanza di entusiasmo dell’autrice: il suo primo matrimonio (con il colonnello Archibald Christie) si era concluso da poco in maniera drammatica e la figlia Rosalind aveva un costante bisogno di attenzioni.

“L’unica spinta a scrivere” racconta la Christie in An Autobiography, “era costituita dalla necessità di produrre un altro libro che mi permettesse di guadagnare dei soldi. Fu quello il momento in cui mi trasformai da scrittrice dilettante in una vera professionista, a cui tocca di scrivere anche quando non ne ha voglia, quando quello che scrive non la entusiasma o quando è convinta di farlo male”.

E dire che gli ingredienti lasciavano ben sperare: il “treno dei miliardari” che nottetempo unisce Londra con la Côte d’Azur, la giovane (e infedele) moglie di un lord corrotto, un affascinante ladro internazionale.

Ma il Treno Azzurro non è l’Orient Express e non basta l’acume infallibile di Monsieur Poirot a rendere indimenticabile questo romanzo.

Curiosità: Katherine Grey, uno dei personaggi principali, è originaria di un minuscolo paesino del Kent: St. Mary Mead…

Poirot e i quattro

Ci piace presentare questo romanzo (titolo originale: The Big Four) con le parole di Laura Grimaldi, la grande scrittrice, traduttrice e critica letteraria recentemente scomparsa (dal catalogo storico Arnoldo Mondadori Editore: Agatha Christie – Poirot e i quattro – traduzione di Marco Tropea – prefazione e postfazione di Laura Grimaldi – Milano: Mondadori, 1995 – IX (Oscar narrativa 1452):

In Inghilterra vengono gettate le basi del Commonwealth. A Roma un’anziana signorina, Violet Gibson, attenta alla vita di Mussolini. A Shangai scoppia l’insurrezione operaia. Dalla Cina inizia il massiccio esodo degli europei, dopo il boicottaggio antibritannico iniziato dal governo di quel paese. Charles Lindbergh effettua la traversata transoceanica a bordo del suo Spirit of St. Louis. L’Inghilterra rompe le relazioni con l’Unione Sovietica. A Canton, l’insurrezione viene repressa dalle truppe nazionaliste. Questo il mondo degli anni in cui Agatha Christie scrive e dà alle stampe Poirot e i quattro: 1926 e 1927.

Si ha la sensazione, comunque, che Agatha Christie li sfogli appena, i giornali. L’ipotesi che Trotzky e Lenin siano semplici pedine in mano all’uomo che da Pechino, con la sua mente superiore, intreccia trame inaudite, è quantomeno azzardata. (…)

Romanzo d’intrigo internazionale … perché del romanzo di spionaggio mancano le vere connotazioni, fra le quali il realismo, l’azione, la violenza.

La Christie ha sempre considerato inutile e sgradevole descrivere i particolari fisici di un reato violento, o l’agonia mentale sofferta, poniamo, dalla vittima di uno stupro. Nutre estremo interesse per i crimini e per i metodi che al crimine portano, ma raramente questo interesse va oltre i limiti del buongusto della borghesia inglese. … E’ il plot che l’affascina, non il suo fine, spesso sgradevole. Il romanzo di spionaggio, invece, è spesso il contrario: si ha la sensazione che l’autore si identifichi più con l’azione che con il plot. Forse è per questo che Agatha Christie scrive un romanzo che mantiene la metodologia del giallo pur sconfinando nella politica internazionale: i servizi segreti appaiono solo fugacemente, sotto le vesti di un agente che ha il ruolo di comparsa, e l’antagonista non è rappresentato da una rete spionistica, né da un governo, ma da un gruppo di uomini che agiscono a livello individuale.

Così, Poirot può battersi con i metodi di sempre, tallonato dal fedele capitano Hastings che qui ancor più che altrove desta nel lettore qualcosa di molto simile alla pietà. E, di nuovo, qui ancor più che altrove la Christie rivela il modello al quale (l’ha ammesso lei stessa) si è sempre ispirata: Sherlock Holmes. Non ha mai ammesso, invece, di aver letto con attenzione anche Edgar Allan Poe; risulta invece evidentissimo… Che poi Conan Doyle si fosse a sua volta ispirato a Poe, è di secondaria importanza. Il risultato è che i tre padri del giallo hanno in comune molte cose.

Leggiamolo dunque con attenzione “questo giallo che giallo non è, eppure è ancor più misterioso e avvincente di un vero giallo”. E, se ce ne capita l’occasione, leggiamo ogni parola che l’indimenticabile Laura Grimaldi ha scritto.

L’assassinio di Roger Ackroyd

Editore nuovo, vita nuova.

Nel 1926 Agatha Christie comincia a scrivere per William Collins: non si lasceranno più. Il primo frutto di questo sodalizio è un romanzo che farà la storia della letteratura poliziesca: L’assassinio di Roger Ackroyd (The Murder of Roger Ackroyd, 1926), pubblicato in Italia anche con il titolo Dalle nove alle dieci.

Roger Ackroyd  ha vagato un bel po’ nella mia testa prima che riuscissi a elaborare tutti i particolari”, rivela la Christie nella sua autobiografia; il risultato di tante riflessioni è un’autentica pietra miliare del genere, un giallo da capogiro.

La vicenda si svolge a King’s Abbot, paesino sperduto in una contea dell’Inghilterra nord-occidentale in cui l’unico diversivo alla monotonia è il pettegolezzo. Quando la lama di un pugnale tunisino manda all’altro mondo Roger Ackroyd – il signorotto locale, “la vita e l’anima di King’s Abbot” – il misterioso affittuario del Villino dei Larici – un parrucchiere in pensione, si vocifera – prende in mano la situazione.

Nessuno sa chi sia – annota spiritosamente il dottor James Sheppard, narratore della storia – Stavolta l’ufficio informazioni ha fatto fiasco. Evidentemente il vicino deve pur comprare il latte, la verdura, la carne, proprio come tutti gli altri mortali, ma nessuno dei fornitori sembra sia riuscito a ottenere una qualche informazione attendibile. Pare che il suo nome sia Poirot, e che si occupi della coltivazione delle zucche.

Roger AckroydVeramente il sonno di King’s Abbot è profondo, osserva Leonardo Sciascia nella sua splendida introduzione all’edizione italiana, se nemmeno il dottor Sheppard, che è il più sveglio di tutti, sa nulla di Hercule Poirot. (…) Poirot noi invece lo conosciamo benissimo: e appena, al terzo capitolo, il dottor Sheppard con noncuranza ne fa il nome, sappiamo che alla fine del week-end quel piccolo uomo … ci consegnerà, come una macchina elettronica che abbia assimilato dei dati per noi invisibili o illeggibili, la (strabiliante, n.d.R.) soluzione del mistero, l’identità del colpevole.

La caratterizzazione più riuscita è sicuramente quella di Caroline Sheppard, sorella del dottore e “gazzettino” ufficiale di King’s Abbot.

Forse, scrive la Christie nella sua autobiografia, il personaggio di Miss Marple è un’emanazione della figura della sorella del dottor Sheppard … che tanto mi ero divertita a tratteggiare: una zitella inacidita, piena di curiosità, a cui non sfugge niente, una specie di servizio investigativo domestico. (…)

Anche se non lo sapevo, in quel momento a St. Mary Mead stava nascendo Miss Marple, e con lei, Miss Hartnell, Miss Wetherby e il colonnello e la signora Bantry. Erano già tutti lì, appena sotto il livello della coscienza, pronti a prendere vita.

ON STAGE

Quando il romanzo viene adattato per il palcoscenico (L’assassinio di Roger Ackroyd  è la prima opera di Agatha Christie ad essere rappresentata in teatro) il personaggio di Caroline, con grande rammarico dell’autrice, scompare.

Lo studio di Ackroyd (Prince of Wales Theatre, 1928)

Al dottore venne affibbiata un’altra sorella, molto più giovane, che doveva permettere a Poirot di esprimere il suo lato romantico, racconta Dame Agatha nella sua autobiografia.

Allora ignoravo il carico di sofferenza che un adattamento teatrale comporta per il povero autore letterario.

La gestazione di Alibi – questo il titolo della commedia – comincia del resto nel peggiore dei modi…

Sheppard e Poirot (Charles Laughton) scoprono il cadavere.

Mi scontrai subito con la sua (dello sceneggiatore Michael Morton, n.d.R.) proposta di ringiovanire Poirot di una ventina d’anni, di cambiargli il nome in Beau Poirot e di circondarlo di uno stuolo di estatiche fanciulle. Alla fine, con l’appoggio di Gerard Du Maurier, il regista, arrivammo al compromesso di eliminare Caroline.

La prima dello spettacolo aggiungerà poi un ulteriore carico di sofferenza:

Il testo vuole che il maggiordomo e il dottore bussino alla porta chiusa di uno studio, racconta la Christie, e che poi, non riuscendo ad aprirla, si riducano, con allarme crescente, a forzarla. La sera della prima, la porta dello studio non aspettò di essere forzata ma si aprì educatamente prima ancora che qualcuno l’avesse toccata con un dito, mostrando a tutti il cadavere che si preparava ad assumere la sua posizione definitiva. Da quel momento in poi, le porta chiuse a chiave, le luci che non svaniscono proprio nel momento in cui dovrebbero e le luci che non si accendono quando la scena lo richiederebbe mi rendono nervosa. Questi sono i veri tormenti del teatro.

Chimneys

Re e rivoluzioni, lettere d’amore e furti di gioielli: una trama insolita nella produzione della regina del giallo, tessuta, pare, al ritmo incalzante di un’operetta di Lehàr… (dalla quarta di copertina de Il segreto di Chimneys, Oscar Mondadori 136, traduzione del grande Alberto Tedeschi).

Agatha Christie sosteneva di avere un “genere leggero”: romanzi “facili da scrivere” che non richiedono “alcuna particolare elaborazione d’intreccio”.
Appartengono senz’altro a questo filone, secondo l’autrice, Il segreto di Chimneys (The Secret of Chimneys, 1925) e il suo straordinario sequelI sette quadranti (The Seven Dials Mystery, 1929), romanzi atipici che si potrebbero definire, con una buona dose di elasticità, dei thriller a sfondo spionistico.

L’ambientazione è classica: un’aristocratica dimora di campagna (Chimneys, per l’appunto), impeccabili maggiordomi e austeri titolati con il pallino del golf… Ma dietro la facciata mondana e frivola si nascondono segreti, bugie e – potevano forse mancare? – omicidi apparentemente insolubili.

Se siete in cerca di una lettura gradevole e spensierata (ma non priva di suspense… perché si tratta pur sempre di Agatha Christie!) imboccate senza paura la strada di Chimneys e godetevi lo spettacolo 😉

Hercule Poirot indaga

Raccolta di racconti pubblicata nel 1924 (titolo originale: Poirot Investigates).

Undici bellissime storie che vi terranno col fiato sospeso…

… leggere per credere!

*** DA NON PERDERE

L’uomo vestito di marrone

A quel punto (nel 1922, n.d.R.) la mia situazione era la seguente: avevo scritto tre libri, ero felicemente coniugata e desideravo con tutto il cuore trasferirmi in campagna. Quand’ecco ci capitò qualcosa di assolutamente imprevisto.

L’autobiografia di Agatha Christie è ricca di aneddoti divertenti.

La Regina del Giallo dedica una manciata di pagine i romanzi che l’hanno resa celebre in tutto il mondo e si dilunga invece moltissimo sulle sue esperienze di viaggio.

Viaggiare è il mio peccato, recita il titolo di uno dei suoi libri più interessanti e spiritosi (Mondadori – Oscar scrittori del Novecento, 2002); di sicuro è la grande passione della sua vita.

Nel 1922 la scrittrice parte per un giro intorno al mondo al seguito del Maggiore Belcher, un curioso personaggio di cui la Christie abbozza il seguente ritratto:

… una specie di virtuoso del bluff. Secondo quanto raccontava, le sue straordinarie doti in questo campo gli avevano procurato l’incarico di Ispettore delle Patate durante la guerra. Era impossibile dire quanto ci fosse di vero nelle sue storie…

Quella che il Maggiore Belcher chiama pomposamente “la Missione dell’Impero Britannico”, tuttavia, avrà luogo sul serio, e il primo frutto letterario sarà il delizioso The Man in the Brown Suit (L’uomo vestito di marrone, 1924): a metà strada fra la detective story e il romanzo di spionaggio, la quarta fatica della Christie mescola sapientemente omicidi, furti di gioielli, messaggi segreti e intrighi internazionali. Protagonisti (e narratori) la giovane Ann Beddingfield – un’orfana priva di mezzi ma dotata di sangue freddo e di un folle amore per l’avventura – e Sir Eustace Pedler, deputato e proprietario di Mill House (la scena di un misterioso delitto). Nel delineare il personaggio di Sir Eustace, l’autrice ammette di essersi ispirata proprio al Maggiore Belcher. Era stato quest’ultimo a insistere a più riprese affinché ambientasse un romanzo in casa sua:

-Il mistero della Mill House- aveva detto. -Niente male come titolo vero? … Ricordati però che, se lo scrivi, voglio che tu metta dentro anche me-

-Credo proprio che non mi sarà possibile- aveva risposto la Christie, piccata -Non riesco a usare delle persone reali, i miei personaggi devo inventarmeli-

-Sciocchezze- aveva ribattuto Belcher -Non importa che mi somigli, ma devi farlo-

Lo fece. Ma naturalmente – e provvidenzialmente!, aggiungiamo noi – la finzione letteraria finì per superare la realtà:

… non era più Belcher, anche se gli avevo messo in bocca molte delle sue espressioni e avevo inserito nel libro parecchie delle storie che era solito raccontare. … Ben presto Belcher si perse per strada e non ci fu che Sir Eustace Pedler a tenere la penna. Credo che sia stata l’unica volta in cui ho cercato di inserire una persona reale tra i miei personaggi, senza alcun successo, peraltro, perché Belcher si estinse subito, lasciando il posto a una creatura di fantasia.

Agatha Christie acquista una giraffa di legno
(lo farà anche Ann Beddingfeld, l’eroina del romanzo,
nel capitolo XXIII). L’immagine (inedita) è tratta da
I quaderni segreti di Agatha Christie – Nell’officina della
Signora del Giallo, di John Curran (Mondadori, 2010).

Aiuto, Poirot!

Il mio terzo libro fu Aiuto, Poirot! (1923, titolo originale: The Murder on the Links, n.d.R.), scritto probabilmente non molto tempo dopo la discussione di una cause célèbre, avvenuta in Francia. Alcuni uomini mascherati avevano fatto irruzione in una casa uccidendo il proprietario, legando e imbavagliando la moglie e provocando uno stato di catalessi anche nella suocera che si era strozzata inghiottendo la dentiera. La moglie, che aveva riferito il fatto, non era stata creduta, anzi, era stata accusata di aver ucciso il marito e di essere stata legata da un complice … Mi sembrò un buon punto di partenza per la mia storia; una donna misteriosa, prosciolta da un’accusa di omicidio alcuni anni prima, compare improvvisamente in una località imprecisata della Francia, dove avevo deciso di mantenere l’ambientazione. Visto il successo ottenuto da Hercule Poirot in Poirot a Styles Court, mi consigliarono di riutilizzarlo.

(A. Christie, La mia vita, Mondadori, 1978)

Ma convivere con il piccolo investigatore belga è tutt’altro che semplice…

Senza che me ne accorgessi, avevo finito per legarmi indissolubilmente al genere poliziesco e a due persone, Hercule Poirot e il suo Watson, il capitano Hastings. Ero contenta del capitano Hastings; era una figura stereotipata, ma era perfettamente complementare a Poirot e mi sembrava che, insieme, costituissero una coppia ideale. Dipendevo ancora molto dalla tradizione holmesiana, a cui erano facilmente riconducibili la figura dell’investigatore eccentrico, della sua spalla, dell’ispettore Japp, un funzionario di Scotland Yard della stessa stirpe di Lestrade e dell’ispettore Giraud della polizia francese (“antagonista” di Poirot nel romanzo in esame, n.d.R.), una specie di segugio umano, che considerava Poirot un vecchio sorpassato.

Aiuto, Poirot! è un romanzo gradevole e molto ben strutturato.
Come sottolinea la stessa Christie, esso si discosta sensibilmente dallo schema holmesiano “per avvicinarsi, in un certo senso, al Mistero della camera gialla (romanzo poliziesco di Gaston Leroux, l’autore de Il fantasma dell’opera, n.d.R.), soprattutto nello stile, più scorrevole e fantasioso. … mi sembra un libro piuttosto buono” prosegue “anche se a tratti cade nel melodrammatico”.
Alcuni risvolti sentimentali dell’intreccio, invero, appaiono alquanto stucchevoli.

Ma Poirot è in ottima forma (si sente così sicuro delle sue piccole cellule grigie da mettere in gioco nientemeno che il suo incredibile paio di baffi!) e il mistero oltremodo affascinante.

Un altro capolavoro del genere, insomma.
Il terzo di una lunga serie.

Avversario segreto

Giovani avventurieri offronsi qualsiasi lavoro, dovunque, dietro buon compenso. Offerte ragionevoli non cestinate.

Inizia così l’epopea di Tommy Beresford e Tuppence Cowley, soci fondatori della Giovani Avventurieri Ltd  (impresa “di rischio avventuroso” creata fra un pasticcino e una tazza di tè da Lyon’s mentre il mondo, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, si divideva in due blocchi contrapposti), senza un penny in tasca ma con uno spirito d’iniziativa a dir poco invidiabile…

Siamo nel 1922 e viene dato alle stampe Avversario segreto (The Secret Adversary), fortunata e brillante incursione di Agatha Christie nel mondo dello spionaggio a due anni dalla pubblicazione di Poirot a Styles Court, il suo romanzo d’esordio. Agenti segreti e detective per caso, Tommy e Tuppence compariranno in altri tre romanzi – Quinta colonna (N or M?, 1941), Sento i pollici che prudono (By the Pricking of my Thumbs, 1968), Le porte di Damasco (Postern of Fate, 1973) – e nella raccolta di racconti Tommy e Tuppence: in due si indaga meglio (Partners in Crime, 1929).
In Avversario segreto, i due sono alle prese con la sparizione di una giovane americana e di alcuni documenti scottanti: sullo sfondo, il tragico affondamento del Lusitania (il 7 maggio 1915 il transatlantico appartenente alla compagnia di navigazione britannica Cunard Line venne silurato dal sommergibile tedesco U-20).

Agatha Christie racconta la genesi di questo romanzo nella sua autobiografia (La mia vita, Mondadori, 1978):

Già, potevo scrivere un altro libro. E il soggetto? Non ne avevo uno in mente. La soluzione mi si prospettò un giorno che ero seduta in una sala da tè. A un tavolo vicino due persone stavano parlando di una certa Jane Fish. Il nome mi colpì; era buffo, uno di quei nomi che si imprimono facilmente nella memoria.

Mi parve un ottimo spunto per la mia vicenda; un nome sentito in una sala da tè, abbastanza insolito perché chi l’aveva udito non lo dimenticasse più. Potevo usare lo stesso nome, oppure no, forse Jane Finn andava meglio. Optai per quest’ultimo e mi misi subito al lavoro. Il titolo subì parecchi mutamenti, dall’iniziale  The Joyful Venture, a The Young Adventurers, fino ad  Avversario segreto, che rimase quello definitivo. … Avrei scritto un thriller, non un romanzo poliziesco. L’idea mi parve buona, non mi dispiaceva cambiare dopo il minuzioso lavoro di concatenazione che la stesura di  Poirot a Styles Court mi aveva richiesto.

In verità, come ha ben sintetizzato Lia Volpatti, più che di thriller sarebbe opportuno parlare di mystery-story “con un tocco di spy o viceversa”.
Una storia resa speciale da una coppia di protagonisti un po’ svitati e incoscienti ai quali è impossibile non affezionarsi.

Francesca Annis e James Warwick, i due interpreti “storici” di Tommy&Tuppence.

Murder … She Wrote

45827834Forse non tutti sanno che la popolare serie televisiva La signora in giallo (titolo originale: Murder, She Wrote *** ) pullula letteralmente di star: da Elliott Gould a Van Johnson, da June Allyson a Mickey Rooney, da Marisa Berenson a Tippi Hedren, da Andy Garcia a – tenetevi forte – George Clooney… un motivo in più per seguire le investigazioni dell’ineffabile Jessica Fletcher! Ma c’è di più… 

Uno Studio in Giallo – hitchcockiano fino al midollo – ha deciso di regalare agli ammiratori del “maestro del brivido” altre curiosità a dir poco succulente…

Il cast della serie annovera altresì Janet Leigh e Vera Miles, protagoniste di Psycho accanto ad Anthony Perkins e Martin Balsam. Janet Leigh, divenuta celebre soprattutto grazie all’indimenticabile scena della doccia, ha il ruolo di Cornelia Montaigne Harper nell’episodio Camera con delitto (Doom with a View).

Vera Miles, la coraggiosa Lila Crane del capolavoro hitchcockiano, ha partecipato a ben tre episodi della serie: Jessica dietro le sbarre (Jessica Behind Bars), nei panni della direttrice di un carcere femminile, Finché morte non vi separi (See You in Court, Baby) e Un figlio dal passato (Thursday’s child).

E come non menzionare La casa delle tenebre (Incident in Lot 7)? Jessica vola a Hollywood e si trova coinvolta in un mistero che ha il più straordinario e terrificante degli scenari: Casa Bates…

*** il titolo originale della serie richiama il personaggio di Miss Marple (che la stessa Angela Lansbury ha interpretato in Assassinio allo specchio):

l’adattamento cinematografico del romanzo Istantanea di un delitto (4.50 from Paddington), diretto da George Pollock, si intitolava infatti Murder, She Said.