Il delitto perfetto

Una buona sceneggiatura è tutto.

Se si dovesse poi disporre di un’ottima sceneggiatura – un eccellente testo teatrale, poniamo il caso, firmato da quell’autentico genio della drammaturgia che è stato Frederick Knott – si correrebbe perfino il rischio di mettere in scena il miglior giallo che si sia mai visto sul grande schermo. Certo bisognerebbe cavar fuori dal cilindro una coppia d’attori del calibro di Ray Milland e Grace Kelly, e una regia sapiente, misurata, fedele al testo e al contempo velata di originalità. Pochi – ma indispensabili – ingredienti, in fin dei conti, e Il delitto perfetto è servito.

Dial M for Murder
Robert Cummings (Mark), Ray Milland (Tony) e Grace Kelly (Margot) sul set del film.

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Trappola per topi

Circa in quel periodo (1947, n.d.R.) la BBC mi telefonò e mi chiese se volevo scrivere una breve commedia radiofonica per l’allestimento di un programma in onore della Regina Mary. Era stata la regina in persona, che amava i miei libri, a esprimere questo desiderio. Potevo buttar giù qualcosa in fretta? L’idea mi attirava. Ci pensai seriamente, camminando in su e in giù per un bel po’, e infine ritelefonai rispondendo affermativamente. Mi era venuta un’idea che pensavo potesse andar bene e che sviluppai in un breve sceneggiato intitolato Three Blind Mice, accolto con favore dalla regina madre. Tutto sembrava finito lì, ma poco tempo dopo mi fu suggerito di trasformarlo in una novella. Forte del successo della Tana (The Hollow, adattamento teatrale del romanzo conosciuto in Italia con un titolo che non rende giustizia alla genialità dell’intreccio: Poirot e la salma, n.d.R.), messa in scena da Saunders, e ricordando il piacere che avevo provato a scriverla, pensai di proseguire nei miei tentativi come commediografa. Perché non scrivere una commedia al posto di un libro? Era più divertente. (…) Più ci pensavo e più mi convincevo che Three Blind Mice, da sceneggiato radiofonico di venti minuti, poteva benissimo diventare un dramma in tre atti. Bastava aggiungere un paio di personaggi, precisare meglio il retroscena e l’intreccio e sviluppare lentamente la situazione fino al suo punto di massima tensione. Penso che uno dei vantaggi di Trappola per topi – come fu intitolata la versione teatrale dello sceneggiato – ha avuto rispetto alle altre commedie è quello di essere cresciuta su una struttura preesistente che aveva solo bisogno di essere ampliata. (…) 

Ambassadors Theatre, 1958. Agatha Christie regala un topolino e una trappola d’oro a Richard Attenborough, storico interprete del sergente Trotter. Sulla sinistra: Sir John Mills.

Non immaginavo assolutamente di avere tra le mani un grosso successo. Mi pareva un buon lavoro ma ricordo che, non so più se alla prima o forse all’inizio della tournée, a Oxford, quando andai a vederla con alcuni amici, mi rammaricai al pensiero di aver fatto un buco nell’acqua. Avevo ecceduto nelle situazioni comiche, si rideva troppo, e ciò non poteva che nuocere alla tensione drammatica. Ero proprio depressa.  Peter Saunders, invece, con un cenno d’intesa mi disse: “Non preoccuparti! Starà su per più di un anno, vedrai se non è vero” “Stai esagerando. Non resterà in cartellone più di otto mesi” gli risposi. Ora, mentre scrivo (nel 1965, n.d.R.), sta proprio per scadere il tredicesimo anno di repliche (…). L’Ambassadors Theatre ha dovuto sostituire i sedili e mettere un nuovo sipario. Mi hanno detto che ha dovuto rifare anche la scena perché quella vecchia stava andando in pezzi. E la gente va ancora a vedere lo spettacolo. La cosa mi suscita molte perplessità. Come è possibile che una commedia, pur piacevole e leggera, tenga il cartellone per ben tredici anni? Non c’è dubbio, i miracoli avvengono.

Agatha Christie, La mia vita (Mondadori, 1978)

La commedia tiene il cartellone, ininterrottamente, da sessant’anni – il 18 novembre scorso il St Martin’s Theatre ha festeggiato la 25.000esima recita consecutiva! – e può ritenersi un’istituzione nazionale alla stregua della Torre di Londra e di Madame Tussauds. Miracolo? Fortuna? Nelle umane vicende, si sa, la fortuna e le traiettorie insondabili del caso giocano un ruolo fondamentale. La stessa Dame Agatha, a chi le domandava le ragioni del clamoroso successo di Trappola per topi, era solita rispondere: “E’ una questione di fortuna!”, salvo poi precisare, nella sua autobiografia, che “la vera ragione di questo successo è dovuta al fatto che nel dramma c’è qualcosa per tutti, ecco perché la gente più disparata per età e sensibilità riesce ad apprezzarla e a divertirsi. (…) sono convinta che nel suo genere sia una commedia ben costruita, dotata anche di un certo senso dell’umorismo e di una buona atmosfera da giallo. La vicenda si svolge in modo tale che si vorrebbe sapere cosa succede, mentre non si riesce a capire dove l’azione va a parare. (…) mi sembra che le persone che si vedono agire sul palcoscenico, in Trappola per topi, potrebbero essere tutte reali. Mi ricordo di un caso realmente avvenuto in cui tre bambini, affidati dal tribunale dei minorenni a una famiglia di contadini, erano stati trascurati e maltrattati; uno di essi era morto e questo aveva fatto nascere la preoccupazione che un altro di loro, che già manifestava tendenze criminali, potesse crescere portandosi nell’animo un forte desiderio di vendetta.“. Una clap-trap da manuale, insomma: un’intrigante trappola per applausi che incontra il gusto di grandi e piccini.

*

Sette persone isolate in una locanda. Tra loro si nasconde un assassino psicopatico che ha già ucciso una persona a Londra. Ma sotto quale travestimento si maschera l’assassino? Ciascuno dei presenti sembra avere qualcosa da nascondere. Toccherà al sergente Trotter, inviato sul posto, risolvere l’enigma.

Dalla commedia radiofonica è stato tratto anche un omonimo racconto breve. 

Pubblicato per la prima volta dalla rivista Cosmopolitan (1948), il racconto è stato successivamente inserito nella raccolta di nove racconti intitolata Three Blind Mice and Other Stories (edita, sempre negli Stati Uniti, nel 1950).

Una curiosità: nel Regno Unito il racconto non è mai stato pubblicato in forma di volume.

Oscura immensità

Il Teatro Goldoni di Venezia, diretto da Alessandro Gassmann, inaugura oggi la sua interessante stagione di prosa con uno spettacolo imperdibile per gli amanti del noir: Oscura immensità, tratto dal – bellissimo – romanzo L’oscura immensità della morte, di Massimo Carlotto

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NOTE DELL’AUTORE

Giustizia, vendetta, perdono, pena.

Questi sono i temi universali dell’Oscura immensità, un progetto narrativo nato come romanzo e che ora trova una sua articolazione naturale (e molto richiesta) come testo teatrale. Quando venne pubblicato in Italia, il romanzo provocò nel senso migliore del termine, un intenso e lacerante dibattito tra autore e lettori, che mi ha poi coinvolto nei paesi dove  è stato tradotto: Francia, Germania, Stati Uniti… 

In questa pièce, a differenza del romanzo, sono fortemente presenti i sentimenti contrastanti che ho potuto cogliere negli anni. Oscura immensità  non lascia scampo. Alla fine ognuno è costretto a prendere posizione, a non eludere le domande che i due personaggi, Raffaello Beggiato e Silvano Contin, carnefice e vittima, pongono con la forza disarmante dei destini contrapposti e ineluttabili. Chi deve perdonare colui che ha commesso un delitto e che sta scontando una pena detentiva o è rinchiuso nel braccio della morte? I familiari della vittima o lo Stato? O entrambi? 

La ragione, la politica, la religione, la filosofia non sono ancora riuscite a dare una risposta esauriente e in grado di soddisfare coloro che hanno sofferto il danno irreparabile della perdita di un loro caro, per mano assassina, perché prevalgono sentimenti ancestrali che offuscano, accecano, trasformando l’esistenza in una oscura immensità. La nostra società è incapace di lenire il dolore di coloro che hanno subìto tale torto. La comunità in cui vivono tende a escluderli, a condannarli a un ergastolo di dolore, solitudine e livore perché la punizione del reo non è mai soddisfacente.La vendetta, la più dura e terribile, rimane come unica soluzione di razionalizzazione del lutto, di possibile via a un futuro diverso. Proprio quella vendetta che porta persone miti ad assistere all’esecuzione di un uomo e a uscire dal carcere con un sorriso stampato sulle labbra. 

Non vi è nulla di inventato nell’Oscura immensità. Per costruire i due personaggi ho incontrato decine di parenti di vittime, di condannati. La necessità di una realtà implacabile, che abbattesse il muro dell’ipocrisia, mi ha costretto a un viaggio nell’oscurità di dolori immensi. Solo una signora, dopo aver letto il romanzo, mi ha contattato e mi ha raccontato la sua vicenda di figlia di un uomo buono e amato, ammazzato a pugni da un giovane. Alla fine si sono incontrati, parlati e questa donna ha trovato il coraggio di perdonare e seguire questo giovane assassino nel suo reinserimento sociale. Una vicenda umana straordinaria. Una. Perché il cuore spezzato di Silvano Contin è ormai incapace di ritrovare il filo di un’esistenza fondata su valori positivi. Questa è la durissima lezione di queste storie. Raffaello Beggiato è l’altra faccia della medaglia. Reo di un delitto odioso ha diritto a una seconda possibilità? La giurisprudenza sostiene che solo lo Stato potrebbe forse dare una risposta sensata a nome della collettività ma escludendo il dolore delle vittime. 

Scrivere questa pièce è stata un’avventura professionale e umana importante e coinvolgente. Mi sono ritrovato davanti alla pagina bianca con il timore di “liberare” la carica di emozioni, raccolte negli anni in giro per il mondo. Per fortuna la magia della scrittura teatrale che ti catapulta in un palco immaginario ha estratto parola dopo parola dall’oscura immensità per riuscire a raccontarla. Quando l’amico Ruggero Sintoni mi ha telefonato per trasmettermi il suo entusiasmo e la volontà di portarla in scena, ho capito che poteva realmente trasformarsi in un grande progetto. Ora che é nelle mani sapienti di Alessandro Gassmann ne ho la certezza.

Massimo Carlotto

Poco prima che s’alzi il sipario

le luci in platea si affievoliscono lentamente fino al buio completo e attacca la canzoncina dei Tre topolini ciechi. 

All’alzarsi del sipario, il palcoscenico è immerso nel buio. La musica si spegne e subentra qualcuno che fischietta lo stesso motivo con toni aspri, acuti. 

D’un tratto un grido lacerante di donna, seguito da un vocìo confuso: 
“Oh Dio, cos’è stato?” “E’ andato per di là!” “Oh mamma mia! Mamma mia!”. Poi risuona il fischietto di una guardia, seguito da molti altri, che dopo un istante si spengono a uno a uno nel silenzio.

Voce della radio. … e, secondo Scotland Yard, il delitto ha avuto luogo a Paddington, in Culver Street ventiquattro…

Agatha Christie, Trappola per topi (1952)

Black Coffee

Avevo scritto anch’io una commedia gialla, non ricordo quando, ma alla Hughes Massie (Ltd, agenzia letteraria, n.d.R.) non l’avevano molto apprezzata, anzi, mi avevano proposto di dimenticarmene e io non avevo più insistito.

L’avevo intitolata Black Coffee (Caffé Nero, n.d.R.) ed era una storia di spionaggio piuttosto convenzionale, che a me personalmente non sembrava affatto male. A un certo momento, tuttavia, riuscì anche lei a trovare la sua strada.

(Agatha Christie, An Autobiography, 1977)

Insoddisfatta dell’adattamento teatrale de L’assassinio di Roger Ackroyd (Alibi, di Michael Morton), Agatha Christie decise, come spesso le capitava, di affrontare la questione “di petto” e scrisse lei stessa una sceneggiatura originale. Completata nell’estate del 1929, la commedia debuttò l’anno seguente all’Embassy Theatre di Swiss Cottage.

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Neppure David Suchet, il mitico Poirot televisivo, ha saputo resistere al fascino di questa commedia!

Il ruolo di Poirot venne affidato a Francis L. Sullivan, attore le cui caratteristiche fisiche erano quasi del tutto incompatibili con quelle (assai peculiari, bisogna ammetterlo!) del piccolo belga. La stessa Christie scriverà nella sua autobiografia: E’ abbastanza strano che gli interpreti di Poirot siano sempre stati degli uomini dalle dimensioni ragguardevoli. Charles Laughton (Poirot in Alibi, n.d.R.) aveva una ciccia straripante e Francis Sullivan era altissimo e ben piazzato…

Vista l’accoglienza favorevole, lo spettacolo venne trasferito al prestigioso St. Martin’s Theatre, nel West End, per alcuni mesi. Nel 1931 Leslie Hiscott ne fece addirittura un film (con Austin Trevor nei panni di Poirot: Trevor aveva già prestato il volto all’eccentrico detective nella versione cinematografica di Alibi, sempre nel 1931).

Nel 1956 lo scrittore, critico teatrale e musicale, giornalista e poeta australiano Charles Osborne si trovò a recitare la parte del dottor Carelli in un allestimento estivo a Tunbridge Wells. Quasi quarant’anni dopo, nel ricordo di quell’esperienza, Osborne propose alla Agatha Christie Limited di regalare al mondo un nuovo novel crime  targato Agatha Christie trasformando la fortunata pièce  in un romanzo. Il risultato è un fantastico vintage Christie che fa rivivere le situazioni e le atmosfere care alla Regina del Giallo e ne richiama perfettamente lo stile.

Un romanzo che, per dirla con le parole di Mathew Prichard (figlio di Rosalind Hicks e unico nipote della scrittrice), nonna “Agatha sarebbe orgogliosa di aver scritto”.

Di Charles Osborne vi consigliamo altresì The Life and Crimes of Agatha Christie, pubblicato nel 2012.