Sottomissione, di Michel Houellebecq

È la sottomissione. L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta.

Parigi, 7 gennaio 2015: un attentato terroristico in seguito rivendicato dal braccio yemenita di Al-Qāʿida insanguina la sede del periodico satirico “Charlie Hebdo” durante la riunione settimanale di redazione, provocando la morte di dodici persone (fra le quali il direttore Stéphane Charbonnier e i noti vignettisti Cabu, Tignous, Philippe Honoré e Georges Wolinski) e il ferimento di altre undici. In quello stesso giorno vede la luce in Francia il nuovo, attesissimo romanzo di Michel Houellebecq già protagonista – coincidenza nella coincidenza che dimostra una volta di più, se mai ve ne fosse bisogno, che la realtà supera sempre, di gran lunga, la fantasia – del n. 1177 del controverso “journal irrésponsable”, uscito in edicola poche ore prima della strage.

“Le predizioni del mago Houellebecq”, recita la vignetta in copertina. “Nel 2015 perdo i denti … nel 2022 faccio il Ramadan!”
“Le predizioni del mago Houellebecq”, recita la vignetta in copertina. “Nel 2015 perdo i denti … nel 2022 faccio il Ramadan!”

Aspramente criticato e tacciato di “islamofobia” prima ancora di venire al mondo (ha giocato un ruolo cruciale, in questo, la personalità a dir poco ingombrante dell’autore, provocatore nato finito sotto processo nel 2002 per aver definito l’Islam “la più stupida delle religioni”, “pericolosa fin dalla sua apparizione”), il lavoro in commento colpisce anzitutto per l’assoluta mancanza di passaggi o riferimenti anche solo vagamente ostili alla cultura islamica: quest’ultima, che pure è – intrigante, efficacissima – cornice e filo conduttore del romanzo (assistiamo, per il tramite di François, alle magnifiche sorti della Fratellanza musulmana, alla sua inarrestabile quanto pacifica ascesi alle vette del potere), non ne costituisce affatto l’argomento centrale. Potente e direi perfino coraggiosa narrazione distopica che può senz’altro annoverarsi tra le migliori opere di fantapolica mai scritte, “Sottomissione” racconta, a ben guardare, tutt’altro. Continua a leggere “Sottomissione, di Michel Houellebecq”

Bumerang!

di Aniello Troiano

Editore: Homo Scrivens

2013, Valle Caudina e dintorni (Campania)

Peppe “Montana” è un piccolo spacciatore di hashish e marijuana, cresciuto a pane e film di gangster. In particolare, ha un debole per Scarface – da cui il soprannome. Sogna di diventare un boss. Nel tentativo di compiere il grande passo, richiederà l’aiuto dei suoi amici di infanzia: Tonino “a Tiella” (la padella), aspirante chef che si arrangia lavorando come cameriere, afflitto da una sorta di complesso di inferiorità nei confronti di Gordon Ramsay; e Sergio, detto “Sergiolino”, studente universitario figlio di papà, pigro e ampiamente fuori corso, giocatore esperto di Play Station.

In parallelo, Luigi detto “Giggino ‘a Faina”, giunto al culmine dell’ossessione per la provocante e disinibita Angelica, chiederà una mano ai suoi “amici” per riuscire ad andarci a letto. Si tratta di Stefano “o Nanett”, metallaro complottista e ossessionato da massoneria e simili, e Michele “a Tipo”, amante dell’house e delle macchine modificate, come la sua Tipo rossa “tamarrata”. Gli unici due poveracci che in qualche modo gli vogliono bene, solo perché Faina, andando contro la sua natura, non li ha ancora fregati.

Due storie, due piani, due “gang”. Ma siamo sicuri che tutto filerà liscio?

Da oggi in libreria!

Parigi, 2011

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Quella primavera ho collaborato alla sceneggiatura di una serie televisiva.

Questo il soggetto: una notte, in un paese di montagna, tornano dei morti. Non si sa perché, né perché proprio quei morti e non altri. Loro stessi non sanno di essere morti. Lo capiscono dallo sguardo spaventato delle persone che amano, che li amavano, accanto alle quali vorrebbero riprendere il proprio posto.

Non sono zombie, non sono fantasmi, non sono vampiri. Non siamo in un film fantastico ma nella realtà.

Ci si chiede, seriamente: che cosa succederebbe se questo evento impossibile capitasse per davvero? Se entrando in cucina trovaste vostra figlia adolescente, morta da tre anni, che si sta preparando una scodella di cereali con la paura di essere sgridata perché è tornata a casa tardi e non ricorda assolutamente nulla di ciò che è accaduto la sera prima, voi come reagireste? In concreto: quali gesti fareste? Quali parole direste?

Emmanuel Carrère, Il Regno (Adelphi, 2015): da oggi in libreria!

I diabolici

di Pierre Boileau e Thomas Narcejac

Editore italiano: Adelphi

«Una sorta di interminabile attacco di cuore»: così è stato definito I diabolici, che – unanimemente considerato un classico della letteratura noir – non ha perso un grammo del suo torbido fascino: come dimostrano i commenti dei giovani blogger francesi, i quali scoprono stupefatti quanto l’attuale letteratura psicologica francese «à suspense» debba a un libro che ai loro occhi appare «di un’incredibile modernità», dotato di «un intrigo perfetto» e di «una tensione che fino all’ultimo non ti dà un attimo di tregua». Come nei migliori romanzi di Simenon, quello che conta qui è la progressiva perdita, da parte del protagonista, della percezione della realtà, il suo sprofondare sempre più allucinato in una vertigine di angoscia e di terrore in cui i deliri si accavallano ai ricordi d’infan­zia e a un lacerante senso di impotenza.

Nei Diabolici compaiono per la prima volta alcuni dei marchi di fabbrica della sterminata, formidabile produzione di Boileau e Narcejac: lo schema triangolare, l’am­bienta­zio­ne provinciale e piccoloborghese, il motivo del colpevole tormentato dal rimorso e dalla paura, la contiguità fra innocenza e colpa; e soprattutto l’inversione dei ruo­li: in un’autentica spirale di orrore, l’as­sassino si trasforma in una vittima braccata da «colei che non c’è più» – la donna che sa di aver ucciso. Non a caso Francis Lacassin (sceneggiatore di molti Maigret televisivi e grande studioso di Simenon) ha scritto che proprio grazie a Pierre Boileau e Thomas Narcejac «il romanzo poliziesco senza poliziotti è diventato una variante tragica del romanzo tout court».

In libreria

Hercule Poirot è tornato!

imagesSEULBAAUTre stanze per un delitto, di Sophie Hannah

Editore italiano: Mondadori

Dopo l’ennesimo caso risolto, Hercule Poirot ha finalmente deciso di prendersi una vacanza. E visto che viaggiare è molto stancante, quale migliore destinazione di Londra stessa? Così, senza dire nulla a nessuno, ha affittato una camera in una pensione cittadina, deciso a godersi il meritato riposo, al riparo dagli assalti di chi cerca il parere del detective più famoso del mondo. Ma se, per una volta, Poirot non insegue il mistero, è il mistero a inseguire lui.

Una sera, mentre è seduto a un tavolo di un piccolo locale, intento a gustare un delizioso caffè, irrompe una donna, sconvolta. Poirot le si avvicina, presentandosi come un poliziotto in pensione. La donna sembra spaventarsi ancora di più e gli chiede di assicurarle che non è più in servizio. Quando Poirot glielo conferma, lei gli confessa che sta per essere commesso un omicidio. La vittima è lei, e merita di essere uccisa. Per questo lui deve prometterle che non farà nulla per salvarla e non cercherà, successivamente, di trovare il colpevole. A quel punto la donna corre fuori dal locale e sparisce nella notte. Quanto c’è di vero in quel racconto? E i tre omicidi commessi a Londra quella stessa sera sono collegati alle parole della donna?

*

A trentanove anni dalla sua ultima apparizione letteraria, Hercule Poirot, il detective più famoso e amato del mondo, ritorna per risolvere tre delitti apparentemente inspiegabili. Per la prima volta gli eredi di Agatha Christie hanno autorizzato che il personaggio inventato dalla scrittrice britannica nel 1920 faccia la sua ricomparsa, interpretato dalla penna di una nuova autrice. E la scrittrice chiamata a questo compito è Sophie Hannah, maestra inglese del thriller psicologico, i cui romanzi hanno venduto, nel solo Regno Unito, centinaia di migliaia di copie, vincendo numerosi premi e venendo tradotti in più di venti paesi.

In libreria

Viviane Élisabeth Fauville

di Julia Deck

Editore italiano: Adelphi

In una stanza disperatamente vuota una donna culla su una sedia a dondolo una bambina di pochi mesi. Ha l’impressione di avere commesso qualcosa di terribile, ma non ne è certa, tutti i suoi ricordi sono sfocati. Contempla la piccola quasi si aspettasse da lei una risposta, una rivelazione. Poi, un bagliore: ha quarantadue anni e ha abbandonato il bel marito che l’ha lasciata per un’altra e lei si è rintanata lì, in un appartamento spoglio, in un quartiere popolato di bazar orientali dov’è una straniera. Il giorno prima ha ucciso a coltellate il suo analista, incapace di alleviare le crisi di terrore di cui soffre, in segreto, da tre anni. Di quel che è stata – ambiziosa direttrice della comunicazione con ufficio a due passi dagli Champs-Élysées, moglie e figlia devota – non le resta che un nome, Viviane Élisabeth Fauville, regale e fragile relitto di un’esistenza inappuntabile, della scrupolosa obbedienza alle leggi dell’abitudine e della necessità. Certa solo del delitto che ha commesso, e del colpo di grazia che non potrà tardare, per tutti allarmante e impenetrabile, ancorata alla realtà solo dal fardello della figlia, Viviane esce dai binari che guidavano il suo destino, si addentra in una Parigi oscura e parallela, affonda, e ci trascina, in un gorgo di insostenibile angoscia, di acuto disagio – sino all’esplosivo epilogo. Sorretto da una scrittura secca e minuziosa, capace di farci vivere dall’interno il frantumarsi di una personalità, Viviane Élisabeth Fauville è un noir che non dà tregua e insieme il ritratto, sconcertante, di una donna che si libera della sua fallace identità come si appende un abito a una gruccia, che accoglie la follia e la deriva come unica via di salvezza.

*

Il romanzo d’esordio della scrittrice francese Julia Deck è un piccolo capolavoro da non perdere.

Cronaca di una morte annunciata

coverSantiago Nasar morirà.

I gemelli Vicario hanno già affilato i loro coltelli nel negozio di Faustino Santos. A Manaure, “villaggio bruciato dal sale dei Caraibi”, lo sanno tutti: presto i fratelli della bella quanto svanita Ángela vendicheranno l’onore di quella verginità rubatale in modo misterioso dall’aitante Santiago, ricco rampollo della locale colonia araba.

Tutti lo sanno, ma nessuno fa alcunché per impedirlo…

E così la morte annunciata lo sorprende nel fulgore di una splendida mattinata tropicale. Ma non per agguato o per trappola: un destino bizzarro e crudele fa sì che la fine di Santiago si compia per un concorso di fatalità ed equivoci, mentre gli stessi assassini fanno di tutto perché qualcuno impedisca loro l’esecuzione.

*

“… proverò almeno a cominciare dall’inizio”, scrive Agatha Christie nell’introduzione alla sua deliziosa autobiografia.

Proverò a farlo anch’io, con passo tranquillo e la consapevolezza che alcuni autori – e Gabriel José de la Concordia García Márquez, detto Gabo, è certamente fra questi – predispongono naturalmente alla meravigliae sfidano con caparbia, disarmante eleganza ogni tentativo di razionalizzazione. Continua a leggere “Cronaca di una morte annunciata”

Gialli d’estate

Editore: Einaudi

Una ragazza che sparisce dopo un falò. Una cena all’aperto che potrebbe rivelarsi fatale. Un ladro che firma il proprio colpo con un Sette di cuori. Un uomo ucciso con un coltello per l’arrosto durante il picnic del 4 luglio. E attorno a un nido di vespe l’indagine perfetta, quella che non ha bisogno di spargimento di sangue per arrivare a una soluzione.

Undici maestri del mistero portano alla luce del sole ciò che di solito rimane avvolto nell’ombra.

Undici racconti per un’estate che si tinge di giallo.

*

  • Agatha Christie, Nido di vespe
  • Arthur Conan Doyle, L’avventura della scatola di cartone
  • Ellery Queen, L’avventura dell’angelo caduto
  • Marcello Fois, Dove?
  • Jacques Futrelle, Il problema della rosa rossa
  • Émile Gaboriau, Il vecchietto delle Batignolles
  • Maurice Leblanc, Il Sette di cuori
  • Catherine Louisa Pirkis, Il fantasma di Fountain Lane
  • Edgar Allan Poe, Il mistero di Marie Rogêt
  • Rex Stout, Il picnic del 4 luglio
  • Fred Vargas, Salute e libertà.

Il giorno che l’avrebbero ucciso,

Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d’uccelli. «Sognava sempre alberi, – mi disse Plácida Linero, sua madre, 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. – La settimana prima aveva sognato di trovarsi da solo su un aereo di carta stagnola che volava in mezzo ai mandorli senza mai trovare ostacoli», mi disse. Plácida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva riscontrato il minimo segno di malaugurio in quei due sogni di suo figlio, né negli altri sogni con alberi che lui le aveva riferito nei giorni che precedettero la sua morte.

Gabriel García Márquez, Cronaca di una morte annunciata (1981)

Iolanda era turbata.

Io non ti ho mai chiesto nulla, ma avevo capito che per Cordera quella partenza da Roma era una fuga. E’ un pederasta, e per quelli come lui le cose se so’ messe male. Er Capoccione nun vole né ebrei né zingari né froci. E fanno ‘na brutta fine. Me dispiace. Veramente.

Stefania Nardini, Alcazar ultimo spettacolo (2013)

La signora Kampf

entrò nello studio chiudendosi la porta alle spalle così bruscamente che tutte le gocce di cristallo del lampadario, mosse dalla corrente d’aria, tintinnarono d’un suono puro e leggero di sonagli.

Ma Antoinette aveva continuato a leggere, china sullo scrittoio tanto da sfiorare la pagina con i capelli.

Irène Némirovsky, Il ballo (1930)

Novella degli scacchi, di Stefan Zweig

Fra i due si instaurò di colpo un rapporto diverso; una pericolosa tensione, un odio appassionato. Ormai non erano piú due persone che volevano mettere alla prova la propria perizia nel gioco, erano due nemici che avevano giurato di distruggersi a vicenda.

Chi è lo sconosciuto in grado di tenere testa al grande Czentovič, il campione del mondo di scacchi? Dice il vero, quando sostiene di non giocare da piú di venti anni? Quale mistero nasconde in realtà quest’enigmatico giocatore?

Scritto pochi mesi prima che Zweig si suicidasse nella città brasiliana di Petrópolis, Novella degli scacchi è una inquietante favola, «un piccolo contributo … a questa nostra epoca cosí grande e soave».

Racconto bellissimo. Molto, molto, molto consigliato.

Fossi in voi correrei subito ad acquistare…

La settimana bianca, di Emmanuel Carrère

Editore italiano: Adelphi

«Ero solo, in una casetta in Bretagna, davanti al computer» ha raccontato una volta Emmanuel Carrère «e a mano a mano che procedevo nella storia ero sempre più terrorizzato». All’inizio, infatti, il piccolo Nicolas ha tutta l’a­ria di un bambino normale. Anche se allo chalet in cui trascorrerà la settimana bianca ci arriva in macchina, portato dal padre, e non in pullman insieme ai compagni. E anche se, rispetto a loro, appare più chiuso, più fragile, più bisognoso di protezione. Ben presto, poi, scopriamo che le sue notti sono abitate da incubi, che di nascosto dai genitori legge un libro, dal quale è morbosamente attratto, intitolato Storie spaventose, e che, con una sorta di torbido compiacimento, insegue altre storie, partorite dalla sua fosca immaginazione: storie di assassini, di rapimenti, di orfanità. E sentiamo, con vaga ma crescente angoscia, che su di lui incombe un’oscura minaccia – quella che i suoi incubi possano, da un momento al­l’altro, assumere una forma reale, travolgendo ogni possibile difesa, condannandolo a vivere per sempre nell’in­ferno di quei mostri infantili.

Questo perturbante, stringatissimo noir è da molti considerato il romanzo più perfetto di Emmanuel Carrère – l’ultimo da lui scritto prima di scegliere una strada diversa dalla narrativa di invenzione. 

In libreria

Gli uomini erano sempre uguali,

sia che alla domenica andassero alle funzioni nella Basilica di Santa Sofia o nel Duomo di Berna. I grossi mascalzoni facevano quello che volevano e i poveri cristi finivano in galera. C’era un sacco di delitti a cui non si badava, soltanto perché più delicati, più distinti di un assassinio, così antiestetico, e che, oltretutto, esce sui giornali; eppure gli uni valevano l’altro, bastava considerarli dal giusto punto di vista e con un po’ di fantasia. La fantasia, ecco, la fantasia! Per pura mancanza di fantasia un bravo commerciante poteva combinare tra l’aperitivo e la colazione, con qualche affare spettacoloso, un vero e proprio delitto, e nessuno se ne accorgeva, tanto meno il commerciante stesso, perché nessuno aveva la fantasia sufficiente per accorgersene. La trascuratezza, la manica larga, ecco cosa rendeva il mondo insopportabile; per trascuratezza il mondo stava andando in malora.

Friedrich Dürrenmatt: “Il sospetto” (1953)

Su questo mia madre insiste fermamente:

lei parla un bel russo, io parlo un bel russo, Nana parlava un russo spaventoso.

Eppure era Nana a parlarmi in russo, non mia madre.

E’ stata lei a cantarmi la ninna nanna cosacca. E’ la sua voce che rivive in me quando me la canto da solo, a bassa voce.

E’ lei che io ho ucciso.

Emmanuel Carrère, La vita come un romanzo russo (2007)

Sono un uomo artificiale

, generato in un laboratorio modello, guidato dai principi degli educatori e degli psichiatri, che il nostro paese ha prodotto insieme agli orologi di precisione, agli psicofarmaci, al segreto bancario e alla neutralità perenne. Sarei diventato un prodotto modello di questa stazione sperimentale, se non vi fosse mancata una cosa sola: il biliardo. Così fui immesso nel mondo senza poterlo capire…

Friedrich Dürrenmatt: Giustizia (Adelphi, 2011)

La panne, di Friedrich Dürrenmatt

Adelphi

Quattro pensionati – un giudice, un avvocato, un pubblico ministero e un boia – ammazzano il tem­po inscenando i grandi processi della storia: a So­crate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. Ma è certo più divertente quando alla sbarra finisce un impu­tato in carne e ossa: come Alfredo Traps, viag­gia­tore di commercio, che il fato conduce un giorno al­la villetta degli ex uomini di legge. La sua auto­mobile ha avuto una panne lì vicino, ma lui non se ne rammarica, anzi: pregusta già il lato piccante della situazione. Si ritrova invece fra i quattro vecchi signori simili a «immensi corvi», che gli il­lu­strano il loro passatempo. Traps è spiacente: non ha commesso, ahimè, nessun delitto. Niente pa­u­ra, lo rassicurano, «un reato si finiva sempre per tro­varlo». Bisogna confessare, dunque: «che lo si vo­glia o no, c’è sempre qualcosa da confessare».

Tra squi­site portate e vini d’annata, il gioco si fa sem­pre più allarmante, finché Traps scopre in sé l’ar­tefice di un delitto che merita «ammirazione, stu­pore, ri­spetto», degno, anzi, «d’essere an­no­ve­ra­to fra i più straordinari … del secolo» – un de­lit­to ca­pace di rendere «più difficile, più eroica, più preziosa» la sua meschina vita di imbrogli e adul­teri. Ora, per la prima volta, quella giustizia che ave­va sempre ritenuto «astratta cavillosità ves­sa­to­ria» illumina il suo limitato orizzonte «come un im­mane, inconcepibile sole».

*

Molto, molto, molto consigliato 😉

I fatti,

dai quali faremmo forse bene a cominciare, sono brutali: mercoledí 20 febbraio 1974, la vigilia del carnevale delle donne, una donna di ventisette anni esce dalla sua casa di città verso le ore 18,45 per recarsi a una festa da ballo privata.

Quattro giorni dopo, in seguito a uno sviluppo drammatico della situazione … sabato sera alla stessa ora – per essere più precisi alle 19,04 – essa suona alla porta del commissario Walter Moeding, intento a travestirsi da sceicco per ragioni non private ma di servizio, e fa mettere a verbale allo spaventatissimo Moeding che quel giorno stesso, nella propria abitazione, verso le ore 12,15 essa aveva ucciso a colpi di pistola il giornalista Werner Tötges; che perciò desse ordini di far forzare la porta e di “ritirare” il cadavere; quanto a lei personalmente, tra le 12,15 e le 19,00 era andata vagando per la città in cerca di rimorsi, ma non ne aveva trovati…

Heinrich Böll: L’onore perduto di Katharina Blum (1979)

«Agenti! – urlò. – Inseguite quel Babbo Natale!»

Manchiamo da un po’, nostra culpa! Ma non potevamo mancare l’appuntamento con i consigli per gli acquisti natalizi… regalate (e regalatevi) almeno un libro, vi sentirete subito meglio 😉

A Natale, secondo la tradizione, le famiglie che sono state separate tutto l’anno, dopo aver messo da parte ogni contrasto, si riuniscono per festeggiare. Tutto questo, però, a volte ha solo lo scopo di mascherare odi e rivalità feroci. Come fa notare un acuto osservatore del carattere umano come Poirot: “A Natale c’è molta ipocrisia… e lo sforzo per essere amabili crea un malessere che può essere in definitiva pericoloso.” Quasi a dimostrare la validità di questa riflessione la riunione familiare voluta dal vecchio e tirannico Simeon Lee, che ha chiamato attorno a sé tutti i figli e i nipoti, anche quelli che un tempo si erano ribellati a lui e lo avevano abbandonato, si trasforma ben presto in dramma. A farne le spese è proprio il vecchio patriarca, misteriosamente assassinato alla vigilia di Natale in una stanza chiusa dall’interno. Ma è possibile che l’assassino sia proprio un membro della famiglia?

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«Questo libro è come un pranzo di Natale preparato da un vero chef. E lo chef sono io!»

Così Agatha Christie presenta la sua raccolta in sei gustosissime portate: dall’antipasto al dessert, sei indagini dell’inossidabile Poirot e della solo apparentemente innocua Miss Marple, alle prese di volta in volta con rubini scomparsi, omicidi simulati o reali, inquietanti sogni premonitori, un cadavere ritrovato in una cassapanca, una coppia di sposi particolarmente litigiosa, un anziano signore dalla candida barba e dalle abitudini alimentari troppo prevedibili. E un cesto di erbe selvatiche che svela le trame di un assassino…
Sei impeccabili meccanismi narrativi che nella rapida misura del racconto trovano la loro perfetta espressione.

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Il bello di un regalo è la sorpresa, e in ogni sorpresa può nascondersi un segreto, un mistero, e, perché no, anche un delitto. Ora i nostri investigatori, i detective di casa Sellerio, si trovano alle prese con dei casi accomunati da un’unica questione: il regalo di Natale.

Il famoso “ultimo momento” è il tempo giusto per i regali di Natale. Lo sanno anche gli eroi dei gialli pubblicati dalla casa editrice Sellerio, noti ai nostri lettori per averli già incontrati nei romanzi. Costoro, però, siano (a seconda dei loro autori) poliziotti professionisti o investigatori capitati per avventura, per senso di giustizia o per carattere intrigante, incappano nell’ultima indagine festiva, proprio mentre sono in corsa per gli acquisti dei regali. Le complicazioni, le considerazioni amare e gli umori neri insiti nella vistosa contraddizione esistenziale: caccia al criminale/caccia al regalo, finiscono con l’accentuare, stilizzare, potenziare ancor di più i tratti caratteriali che li hanno resi più familiari ai lettori che li amano.

In questa raccolta, affrontano l’indagine del regalo di Natale gli investigatori: Petra Delicado e il vice Fermín Garzón (autrice: Alicia Giménez-Bartlett); Gelsomina Settembre, assistente sociale (che Maurizio de Giovanni ha appositamente immaginato per questa antologia); la Casa di Ringhiera (il caso e la necessità in versione mistero guidati da Francesco Recami); Rocco Schiavone (sempre più arruffato da Antonio Manzini); Harpur & Isles (la coppia angeli-demoni del gallese Bill James); e i vecchietti del BarLume (gli artisti del pettegolezzo investigativo inventati da Marco Malvaldi).

*

«Agenti! – urlò. – Inseguite quel Babbo Natale!»
Ellery Queen

Natale è il giorno dell’amore e della bontà, e sembra che nulla di male possa accadere. Basta ascoltare i canti gioiosi che le radio trasmettono, assaporare i dolci fatti in casa o leggere i biglietti d’auguri, sempre colorati e affettuosi. Ma chi ha detto che a Natale bisogna essere per forza tutti piú buoni? Da Arthur Conan Doyle ad Agatha Christie, da Thomas Hardy a Ellery Queen, da Rex Stout a Fred Vargas, dodici variazioni sul tema di una festa che ci mostra come i misteri possano celarsi ovunque: in uno strano puzzle a due facce o in un’oca rubata, in una bambola del Settecento o in un portasigari trovato su un treno, in un orologio lasciato in soffitta o perfino in un costume da Babbo Natale. Perché anche nella notte piú attesa dell’anno può nascondersi un segreto.

P.S. Propositi per il 2014: curare di più e meglio il blog… è una promessa!

Il terzo poliziotto

«Avete mai visto una bara di bicicletta?».

Lettore, questo è l’unico romanzo al mondo dove una domanda del genere può suonare perfino troppo ovvia. Come anche apparirà ovvio che un Sergente di polizia consideri gli umani compenetrati di bicicletta – un po’ come, secondo la teoria di un altro poliziotto, tutto l’universo è riducibile a una sostanza fondamentale, detta omnium.

Ma come si può giungere a un tale stato di cose?

Innanzitutto assistendo a un assassinio efferato. E poi accompagnando uno degli assassini in una stazione di polizia sperduta tra fradice torbiere. Qui la prosa ci avverte che siamo entrati in un luogo dove valgono, se valgono, nuove leggi della materia e dello spirito. Bianca, piatta, come dipinta su un cartellone, quella stazione di polizia sembra possedere una dimensione in meno del reale, «lasciando senza significato le rimanenti». Non solo: «tutta la mattina e tutto il mondo sembravano non avere altro scopo che quello di farle da cornice». Guardandola, l’assassino presagisce in quella casa «la più grande sorpresa che avessi incontrato, e ne ebbi paura». Giusta reazione.

Ma non guasteremo al lettore quella sorpresa. Mentre gli proponiamo, come viatico, alcune righe dello scienziato e metafisico de Selby, l’uomo che portò alla massima prossimità la demenza e il genio, e che qui fa da contrappunto a ogni avventura: «Giacché l’esistenza umana è un’allucinazione che contiene in sé la secondaria allucinazione del giorno e della notte (quest’ultima un’insalubre condizione dell’atmosfera dovuta ad accumulazioni di aria nera), all’uomo di senno non si addice preoccuparsi dell’illusorio approssimarsi di quella suprema allucinazione che è conosciuta col nome di morte».

Consigliatissimo!

La mattina del sabato

9 gennaio 1993, mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. Gabriel aveva cinque anni, la stessa età di Antoine Romand. Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro. Ho trascorso da solo, nel mio studio, il pomeriggio del sabato e l’intera domenica, in genere dedicati alla vita familiare, perché stavo finendo un libro al quale lavoravo da un anno; la biografia dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick. L’ultimo capitolo raccontava i giorni che lo scrittore aveva passato in coma prima di morire. Ho finito il martedì sera, e il mercoledì mattina ho letto il primo articolo di “Libération” sul caso Romand.

Emmanuel Carrère: L’Avversario (Adelphi, 2013)

Sei problemi per don Isidro Parodi

(…) H. Bustos Domecq è, costantemente, un attento servitore del suo pubblico. Nei suoi racconti non ci sono piani da dimenticare o orari da confondere. Ci risparmia ogni intoppo intermedio. Nuovo germoglio della tradizione di Edgar Poe, il patetico, del principesco M.P. Shiel e della baronessa Orczy, si attiene ai momenti cruciali dei suoi problemi: l’esposizione enigmatica e la soluzione illuminante. Semplici burattinai mossi dalla curiosità, quando non pressati dalla polizia, i personaggi accorrono in pittoresca schiera alla cella 273, ormai proverbiale. Durante la prima consultazione espongono il mistero che li affligge; nel corso della seconda, ascoltano la soluzione che lascia di stucco tutti, bambini e anziani. L’autore, mediante un artificio non meno sintetico che artistico, semplifica la prismatica realtà e accumula tutti gli allori del caso solo sulla fronte di Parodi. Il lettore meno accorto sorride: indovina l’omissione opportuna di qualche tedioso interrogatorio e l’omissione involontaria di più di un indizio geniale, fornito da un signore sui cui segni particolari risulterebbe indelicato insistere…

(…) Nella movimentata cronaca dell’indagine poliziesca, a Don Isidro va l’onore di essere il primo detective detenuto. Il critico dal celebre intuito può rilevare, tuttavia, più di un accostamento suggestivo. Senza uscire dal suo studio notturno del Faubourg St. Germain, il Cavaliere Augusto Dupin cattura l’inquietante scimmia che è all’origine delle tragedie della Rue Morgue; il principe Zaleski, dal suo ritiro (rifugio) nel remoto palazzo dove si confondono sontuosamente la gemma con il carillon, le anfore con il sarcofago, l’idolo con il toro alato, risolve gli enigmi di Londra; Max Carrados, not least, reca ovunque con sé la prigione portatile della cecità… Questi investigatori statici, questi curiosi voyageurs autour de la chambre, precorrono, se pure parzialmente, il nostro Parodi: figura forse inevitabile nello sviluppo della letteratura poliziesca…

Gervasio Montenegro, dell’Academia Argentina de Letras: Parola Preliminare.

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Fatevi un regalo e leggete al più presto questa geniale, divertente, dissacrante raccolta di racconti recentemente pubblicata da Adelphi (casa editrice per la quale non nasconderemo di certo il nostro penchant, se vogliamo utilizzare un’espressione cara a don Gervasio!):

 

Obeso, la testa rasata e gli occhi saggi, don Isidro Parodi prepara, lento ed efficiente, il mate: e intanto invita la pittoresca schiera dei suoi clienti a esporgli con chiarezza i misteri che li affliggono e che lui invariabilmente risolverà lasciandoli di stucco. Enigmi labirintici e inestricabili, di fronte ai quali qualsiasi altro investigatore avrebbe l’accortezza di battere in ritirata: come il caso del talismano di giada trafugato dal tempio della Fata del Terribile Risveglio nello Yunnan e approdato a Buenos Aires, dove gli danno la caccia il mago Tai An, la conturbante Madame Hsin e altri non meno improbabili personaggi. Ma a questo punto è forse il caso di precisare un dettaglio piuttosto rilevante: i colloqui hanno luogo nella cella 273 del Penitenziario Nazionale, dove il geniale e imperturbabile detective sta (ingiustamente) scontando ventun anni per omicidio. Come se non bastasse, a raccontarci le sue fantasmagoriche e sedentarie avventure è il dottor Honorio Bustos Domecq, torrenziale poligrafo clamorosamente inesistente. A muoverne la penna è infatti la beffarda, spumeggiante complicità dei sodali Borges e Bioy Casares, fautrice di parecchi e deplorevoli misfatti letterari, di cui – già lo sappiamo – non potremo più fare a meno.

Fossi in voi comincerei subito a leggere…

Ormai sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente.

Così comincia il breve, folgorante racconto dell’adolescenza di Bianca: ancora un personaggio, fra i tanti creati da Bolaño, che difficilmente dimenticheremo. Rimasti orfani dei genitori, Bianca e suo fratello scivolano a poco a poco in un’esistenza di ottusa marginalità, che li porterà a non uscire quasi più dall’appartamento in cui si sono rinchiusi, e dove passano nottate intere a guardare la televisione. A loro si aggregheranno due improbabili soggetti, «il bolognese» e «il libico», con i quali la ragazza dividerà a turno, svogliatamente, il letto – senza quasi sapere con chi lo sta facendo. Un giorno però entrerà nella loro vita un ex campione mondiale di culturismo, diventato cieco in seguito a un incidente, che tutti chiamano Maciste perché è stato un divo dei film cosiddetti mitologici. Uno che forse ha dei soldi, soldi che si potrebbero scovare e rubare. Con questo strano essere, che la attrae e la respinge al tempo stesso, Bianca vivrà una relazione che, nata sotto il segno della prostituzione e dell’inganno, si trasformerà invece in qualcosa di assai simile a ciò che chiamiamo «una storia d’amore».

Un romanzetto lumpen, di Roberto Bolaño

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Pensavo al grande vuoto bianco che si era scavato poco a poco dentro di lui fino a lasciare soltanto un simulacro di uomo vestito di nero, un baratro da cui proveniva la corrente d’aria gelida che faceva rabbrividire il disegnatore…

«Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo. Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell’uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un’autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi».

L’avversario, di Emmanuel Carrère

L’avversario

avversariodi Emmanuel Carrère

Editore italiano: Adelphi
Traduzione di Eliana Vicari Fabris

«Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo. «Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell’uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un’autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi».

In libreria

Il container dondolava

gomorramentre la gru lo spostava sulla nave.

Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento.

I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi.

Sembravano manichini.

Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti.

Congelati, tutti raccolti, l’uno sull’altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l’uno con l’altro.

Ecco dove erano finiti.

Roberto Saviano, Gomorra (Mondadori, 2006)

Il giro del mondo

cover (2)A cura di Mathew Prichard
Editore: Mondadori – Biografie e memoir

“Desideravo ardentemente vedere il mondo, e non credevo che sarebbe mai successo davvero. Girare il mondo fu una delle cose più straordinarie che mi siano mai capitate.”

 Agatha Christie

Nel gennaio del 1922 la Regina del Giallo partì per un viaggio attraverso tutto l’impero britannico, dal Sud Africa all’Australia, fino a Nuova Zelanda, Hawaii e Canada. Durante quei dieci mesi Dame Agatha scriveva settimanalmente alla madre e alla figlia, raccontando di quei mondi esotici, delle persone che incontrava, di sé. Questo volume raccoglie le lettere, le centinaia di fotografie che la Christie stessa scattò, le cartoline e i ritagli di giornale che conservò come ricordi.

Coca # 1

zerozerozeroLa coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale.

Fa uso di coca chi ti è più vicino.

Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio.

Se non è tuo figlio, è il tuo capoufficio.

O la sua segretaria che tira solo il sabato per divertirsi.

Se non è il tuo capo, è sua moglie che lo fa per lasciarsi andare.

Se non è sua moglie è la sua amante, a cui la regala lui al posto degli orecchini e meglio dei diamanti.

Roberto Saviano, Zero Zero Zero (Feltrinelli, 2013)

ZeroZeroZero

Sette anni dopo Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, il nuovo romanzo-verità di Roberto Saviano (Feltrinelli – I Narratori):

Un viaggio di 450 pagine nell’inferno della cocaina: non guarderete più il mondo con gli stessi occhi.

Scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni, e quelle che trovi sono succulente, non ne puoi più fare a meno. Sei addicted. Anche quando sono riconducibili a uno schema generale che hai già capito, queste storie affascinano per i loro particolari. E ti si ficcano in testa, finché un’altra – incredibile, ma vera – prende il posto della precedente. Davanti vedi l’asticella dell’assuefazione che non fa che abbassarsi e preghi di non andare mai in crisi di astinenza. Per questo continuo a raccoglierne fino alla nausea, più di quanto sarebbe necessario, senza riuscire a fermarmi. Sono botte di adrenalina che mi sparo direttamente in vena. Fiammate che divampano accecanti. Assordanti pugni nello stomaco. Ma perché questo rumore lo sento solo io? Più scendo nei gironi imbiancati dalla coca, e più mi accorgo che la gente non sa. C’è un fiume che scorre sotto le grandi città, un fiume che nasce in Sudamerica, passa dall’Africa e si dirama ovunque. Uomini e donne passeggiano per via del Corso e per i boulevard parigini, si ritrovano a Times Square e camminano a testa bassa lungo i viali londinesi. Non sentono niente? Come fanno a sopportare tutto questo rumore?

Oggi in libreria

Un consiglio non richiesto

da Philip Roth, Operazione Shylock: una confessione (1993).

Un romanzo che è insieme thriller politico, meditazione sull’identità, confessione psicosessuale. Proprio mentre sta per recarsi a Gerusalemme, lo scrittore apprende che in quella città si aggira un uomo che ha la sua stessa età, gli somiglia in modo impressionante e si fa chiamare Philip Roth. Questo sosia o doppio diffonde idee provocatorie come quella che lo Stato d’Israele dovrebbe autodissolversi e tutti gli ebrei tornare nei paesi da cui sono arrivati. Così il confronto si trasforma in incubo. Gerusalemme si popola di una folla di personaggi reali e immaginari, che discutono, agiscono, complottano senza tregua, divisi in tutto, ma pronti a darsi battaglia. Il romanzo diventa la metafora delle ferite delle contraddizioni e delle nevrosi che agitano il mondo d’oggi.

Leggete Operazione Shylock. Leggete tutto quello che Philip Roth ha scritto.

Oscura immensità

Il Teatro Goldoni di Venezia, diretto da Alessandro Gassmann, inaugura oggi la sua interessante stagione di prosa con uno spettacolo imperdibile per gli amanti del noir: Oscura immensità, tratto dal – bellissimo – romanzo L’oscura immensità della morte, di Massimo Carlotto

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NOTE DELL’AUTORE

Giustizia, vendetta, perdono, pena.

Questi sono i temi universali dell’Oscura immensità, un progetto narrativo nato come romanzo e che ora trova una sua articolazione naturale (e molto richiesta) come testo teatrale. Quando venne pubblicato in Italia, il romanzo provocò nel senso migliore del termine, un intenso e lacerante dibattito tra autore e lettori, che mi ha poi coinvolto nei paesi dove  è stato tradotto: Francia, Germania, Stati Uniti… 

In questa pièce, a differenza del romanzo, sono fortemente presenti i sentimenti contrastanti che ho potuto cogliere negli anni. Oscura immensità  non lascia scampo. Alla fine ognuno è costretto a prendere posizione, a non eludere le domande che i due personaggi, Raffaello Beggiato e Silvano Contin, carnefice e vittima, pongono con la forza disarmante dei destini contrapposti e ineluttabili. Chi deve perdonare colui che ha commesso un delitto e che sta scontando una pena detentiva o è rinchiuso nel braccio della morte? I familiari della vittima o lo Stato? O entrambi? 

La ragione, la politica, la religione, la filosofia non sono ancora riuscite a dare una risposta esauriente e in grado di soddisfare coloro che hanno sofferto il danno irreparabile della perdita di un loro caro, per mano assassina, perché prevalgono sentimenti ancestrali che offuscano, accecano, trasformando l’esistenza in una oscura immensità. La nostra società è incapace di lenire il dolore di coloro che hanno subìto tale torto. La comunità in cui vivono tende a escluderli, a condannarli a un ergastolo di dolore, solitudine e livore perché la punizione del reo non è mai soddisfacente.La vendetta, la più dura e terribile, rimane come unica soluzione di razionalizzazione del lutto, di possibile via a un futuro diverso. Proprio quella vendetta che porta persone miti ad assistere all’esecuzione di un uomo e a uscire dal carcere con un sorriso stampato sulle labbra. 

Non vi è nulla di inventato nell’Oscura immensità. Per costruire i due personaggi ho incontrato decine di parenti di vittime, di condannati. La necessità di una realtà implacabile, che abbattesse il muro dell’ipocrisia, mi ha costretto a un viaggio nell’oscurità di dolori immensi. Solo una signora, dopo aver letto il romanzo, mi ha contattato e mi ha raccontato la sua vicenda di figlia di un uomo buono e amato, ammazzato a pugni da un giovane. Alla fine si sono incontrati, parlati e questa donna ha trovato il coraggio di perdonare e seguire questo giovane assassino nel suo reinserimento sociale. Una vicenda umana straordinaria. Una. Perché il cuore spezzato di Silvano Contin è ormai incapace di ritrovare il filo di un’esistenza fondata su valori positivi. Questa è la durissima lezione di queste storie. Raffaello Beggiato è l’altra faccia della medaglia. Reo di un delitto odioso ha diritto a una seconda possibilità? La giurisprudenza sostiene che solo lo Stato potrebbe forse dare una risposta sensata a nome della collettività ma escludendo il dolore delle vittime. 

Scrivere questa pièce è stata un’avventura professionale e umana importante e coinvolgente. Mi sono ritrovato davanti alla pagina bianca con il timore di “liberare” la carica di emozioni, raccolte negli anni in giro per il mondo. Per fortuna la magia della scrittura teatrale che ti catapulta in un palco immaginario ha estratto parola dopo parola dall’oscura immensità per riuscire a raccontarla. Quando l’amico Ruggero Sintoni mi ha telefonato per trasmettermi il suo entusiasmo e la volontà di portarla in scena, ho capito che poteva realmente trasformarsi in un grande progetto. Ora che é nelle mani sapienti di Alessandro Gassmann ne ho la certezza.

Massimo Carlotto

Racconti neri

Riascoltiamo insieme i Racconti neri di Giancarlo Giannini?

Quattordici puntate (trasmesse a partire dal 2 febbraio 2006 su Fox Crime), quattordici STRAORDINARIE interpretazioni del più grande attore italiano – ebbene sì, ci prendiamo la responsabilità di affermarlo! – che vi lasceranno letteralmente senza fiato…

Nel diciottesimo secolo visse in Francia

un uomo, tra le figure più geniali e scellerate di quell’epoca non povera di geniali e scellerate figure. Qui sarà raccontata la sua storia.

Si chiamava Jean-Baptiste Grenouille, e se il suo nome, contrariamente al nome di altri mostri geniali quali de Sade, Saint-Just, Fouché, Bonaparte ecc., oggi è caduto nell’oblio, non è certo perché Grenouille stesse indietro a questi più noti figli delle tenebre per spavalderia, disprezzo degli altri, immoralità, empietà insomma, bensì perché il suo genio e unica ambizione rimase in un territorio che nella storia non lascia traccia: nel fugace regno degli odori. 

PATRICK SÜSKIND, IL PROFUMO (1985)

5 Minute Mysteries

Volete mettere alla prova le vostre capacità investigative?

Procuratevi un numero della serie 5 Minute Mysteries – I gialli da risolvere in 5 minuti (Morellini Editore) e risolvete i casi proposti…

… senza sbirciare le soluzioni!

A ciascun mistero è assegnato un numero di “punti detective”, da 1 a 3 a seconda della difficoltà della soluzione. Misurate il vostro punteggio e scoprite a quale investigatore somigliate di più:

  • Clouseau: fai solo pasticci
  • Coliandro: ogni tanto hai qualche intuizione, se ti applichi potrai migliorare
  • Marlowe: discrete intuizioni e suole consumate dal duro lavoro dell’investigatore
  • Colombo: non te la fa quasi nessuno (e qui avremmo qualcosa da obiettare, perché al tenente Colombo non gliela fa NESSUNO, senza il quasi!)
  • Poirot: sei un detective leggendario

Nel 2011 il meglio della collana è stato raccolto in un unico volume:

Autore: Ken Weber
Titolo: Il detective sei tu

Editore: Morellini
Pagine: 255
Pubblicazione: 2011
ISBN/EAN: 9788862981873

P.S. Ci è capitato fra le mani il numero 4 della serie, Caccia al ladro gentiluomo e altre 25 indagini per lettori detective (2011)… vi comunicheremo quanto prima il risultato delle nostre investigazioni!