Le ragioni dello scrivere – (I) Maurizio De Giovanni

Mi sono imbattuta, qualche tempo fa, in una splendida video-intervista pubblicata sul portale Rai www.scrittoriperunanno.rai.it.

Un sorridente Antonio Tabucchi rispondeva con garbo e simpatia alla domanda delle domande, “inevitabile … per uno scrittore”: perché si scrive? Ecco il ventaglio delle sue – acute, bellissime – risposte: si scrive perché si ha paura della morte, o perché si ha paura della vita. Si scrive perché si ha nostalgia dell’infanzia. Si scrive perché “il tempo è passato troppo alla svelta, o sta passando troppo alla svelta, e noi vorremmo anche un po’ fermarlo o che andasse più piano”. Si scrive per rimpianto, o per rimorso. Si scrive “perché si è qui ma vorremmo essere là, o perché si è andati là ma tutto sommato era meglio se si restava qui”, si scrive per poter essere in entrambi i luoghi. Del resto, come aveva intuito Baudelaire, la vita non è che un ospedale dove ogni malato vorrebbe cambiare di letto…

Ascoltando Tabucchi ho avvertito subito il desiderio di raccogliere altri punti di vista, di rivolgere ad alcuni scrittori contemporanei (italiani e non) la domanda delle domande… di interrogarli, insomma, sulle ragioni del leggere e dello scrivere.

A costo di sentirmi rispondere, à la Bukowski, “scrivo solo per portarmi a letto le ragazze dopo le presentazioni”: la più raffinata – e spudorata – bugia che mi sia mai capitato di leggere!

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Apre le danze Maurizio De Giovanni, “grande scrittore napoletano” (faccio mie senza esitazione le parole dell’altrettanto grande Toni Servillo) e “papà” del commissario Ricciardi e dell’ispettore Lojacono:

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“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985) Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Ti rispondo con un pezzetto che mi chiesero qualche tempo fa sullo stesso argomento, per un giornale. All’identica domanda, scrissi:

1b658-maurizio_de_giovanni1“Scrivo perché mi scappa. Perché se no suppura qualcosa all’interno, e prima o poi scoppia e inonda l’anima di amarezza. Scrivo come si apre un rubinetto, per fare uscire un flusso che sommerga, perché c’è e se serve è lì, a disposizione. Scrivo come ci si spoglia prima di fare l’amore: perché è urgente, perché è necessario nei pomeriggi assolati, con la luce che filtra dalle tapparelle e ferisce gli occhi. Scrivo perché lo so fare, e mi piace vedere negli occhi di chi legge la sorpresa, la commozione, il divertimento, perfino il dolore: io creo i sentimenti, e mi sento creatore, ed è esaltante. Scrivo perché leggo, e il virus altrui si propaga attraverso me, e infetta il mondo, e va bene così. Scrivo come parlo, per raggiungere e lasciare una traccia, che sia indelebile il più possibile, e se la cancellano bravi loro, e comunque chi se ne frega. Scrivo perché ho il coraggio di farlo, perché non mi vergogno del colore delle mie interiora, in cui custodisco un sacco di cose belle e brutte, oggi fuori tutto, offerta speciale. Scrivo perché ho paura, e allora meglio urlare, per sentire almeno una voce. Scrivo perché sono vivo: preoccupatevi, quando non mi leggerete più.”

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Alcuni scrittori di romanzi neri asseriscono che noi siamo proprio quelli che hanno più paura del buio che c’è nell’animo umano, e che la scrittura sia un modo per esorcizzare questa fobia. Io credo che ognuno, semplicemente, abbia le sue storie; e che venga naturale raccontare in un modo piuttosto che in un altro quello che realmente interessa a tutti, e cioè l’evoluzione delle passioni e dei sentimenti. Che al centro di una narrazione ci sia un grande amore, un abbandono o un omicidio non toglie o aggiunge dignità a una storia; sono l’originalità, il linguaggio e la caratterizzazione dei personaggi, oltre naturalmente all’ambientazione, a conferire interesse a una storia, e a favorire il necessario processo di immedesimazione del lettore.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Semplicemente, quando il lettore comincia a leggere ha bisogno di abbreviare il più possibile il viaggio. Si deve “entrare” in una storia, andare in un altro mondo, divertirsi in senso proprio, etimologico, di-vertere, andare altrove. Ovviamente, più la realtà descritta dal narratore è vicina alla propria, minore sarà lo sforzo del lettore di cambiare la prospettiva alla quale è abituato. Il romanzo nero non abbellisce e non migliora la realtà, anzi. E’ solo un viaggio più breve.

degiovannivicolo

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