Intervista a Claudio Paglieri

63270-_dsc4711Ciao Claudio, benvenuto! Antonio Tabucchi sosteneva che la domanda della domande, inevitabile per uno scrittore, è la seguente: perché si scrive? “Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri” si domandava da par suo Gesualdo Bufalino “si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?”. E io mi arrischio a domandarlo a te: perché?

Perché ne ho bisogno, mentalmente e anche fisicamente. Perché nei giorni buoni, quando sono seduto alla scrivania e capisco che il libro sta crescendo, e funziona, vivo ore di pura felicità. Perché scrivere mi permette di vivere le vite che non ho potuto o saputo vivere. E anche perché è la cosa che so fare meglio.

Giornalista, scrittore, appassionato viaggiatore. “Ha sempre cercato di avere più Paesi del mondo visitati che anni di vita”, rivela il risvolto di copertina dell’edizione Bestseller dei tuoi romanzi, “e fino ai 37 ci è riuscito, ma ora è sotto di tre”. Ecco profilarsi, dunque, un’altra domanda inevitabile: numero attuale dei Paesi visitati? Cosa rappresenta, per te, il viaggio?

Sono passati un po’ di anni da allora, e l’ansia di piantare bandierine ha lasciato il posto a una considerazione semplice: meglio tornare in un posto dove sono stato bene, piuttosto che andare in uno che mi attira poco. E’ un po’ così anche per i libri: una volta facevo a gara per leggerne il più possibile in un anno, ora preferisco concentrarmi sugli autori che amo e a volte rileggerli. Sono arrivato a quota 40 Paesi, e non rincorro più la mia età. Viaggiare mi piace ancora moltissimo, e le mie mete preferite sono le isole: per sentirmi lontano da tutto.

Di te stesso dici: “Sono una Bilancia perfetta, nel senso che ho tutte le caratteristiche del segno. E sono un ligure totale, nel senso che ho tutti i pregi e difetti tipici dei liguri”. Da ligure – e, ahimè, Capricorno – totale a ligure totale: quale pensi possa essere il difetto peggiore? E il miglior pregio? Cos’è che più di tutto ti fa sentire figlio della tua terra?

Il difetto peggiore di noi liguri è la diffidenza nei confronti degli altri, la mancanza di ospitalità. Esploriamo volentieri il mondo, da sempre, sulle nostre navi, ma vorremmo che nel nostro non penetrasse nessuno. Io mi sforzo di essere aperto, ma sotto sotto sono esattamente così, e fare lo scrittore in fondo è anche questo: andare alla scoperta degli altri ma poi chiudersi a riccio, senza distrazioni, senza intromissioni, per scavare il più a fondo possibile nella propria anima. Comunque non toccatemi la mia Liguria, solo noi indigeni possiamo parlarne male!

Terra musona e ricca di spine, la Liguria: sembra nata per racchiudere grandi misteri. Leggendo i tuoi romanzi l’ho ritrovata pienamente e in un certo senso riscoperta… Quanto è importante che uno scrittore sia “dei suoi posti”, per citare Isaac B. Singer, che scriva di ciò che conosce davvero bene? E quanto è importante l’ambientazione per la buona riuscita di un romanzo poliziesco?

Non mi piace sentirmi definire giallista genovese, o ligure. Come non mi piace sentir dire che uno è uno scrittore omosessuale, o ebreo. Uno è scrittore e basta, se lo è davvero. Detto questo, sono d’accordo sul fatto che bisogna scrivere di ciò che si conosce, e io la Liguria un po’ la conosco. I lettori sono attenti e se scrivi qualcosa di poco verosimile se ne accorgono subito. L’ambientazione aiuta a catturare i lettori, non solo quelli della regione stessa ma soprattutto gli altri, i foresti, gli stranieri. In Germania i miei libri vanno molto bene e credo sia dovuto al fatto di poter fare un viaggio in Italia, scoprire o rivivere le nostre atmosfere. Così come noi leggiamo Larsson per immergerci nelle nevi svedesi.

cover (1)Facciamo un viaggio nel tuo universo letterario, e cominciamo dalla fine: il 14 maggio scorso è stato pubblicato L’enigma di Leonardo (Edizioni Piemme), la quarta indagine del commissario Marco Luciani. Ci racconti la genesi e la gestazione di questo romanzo? Ho letto che la sua preparazione è andata di pari passo con quella della Maratona di New York…

La storia nasce da uno spunto reale: un ritratto a sanguigna, ritrovato a Genova, che secondo le perizie chimiche e il parere di alcuni esperti sarebbe opera di Leonardo da Vinci. Anzi, sarebbe addirittura un autoritratto firmato. Me ne sono occupato come giornalista e poi ho pensato che sarebbe stato bello lasciare che a indagare fosse Marco Luciani. Intorno al ritratto ruotano molte morti misteriose e molte storie, l’intreccio è complesso e anche per questo  l’anno in cui l’ho scritto è stato molto faticoso: oltre a lavorare dovevo appunto costruire il giallo e prepararmi per la Maratona di New York, che a differenza del libro non sono riuscito a finire. Ma un giorno o l’altro ci riproverò.

Ne “L’enigma di Leonardo” Marco Luciani, poliziotto anoressico e ombroso dotato di quello che si può senz’altro definire un adorabile caratteraccio, è alle prese con le “gioie” della paternità e matura, in molti sensi, come personaggio… strano a dirsi, per un tipo come lui, ma si ammorbidisce persino un po’. Ci racconti com’è nato, cresciuto – pasciuto non direi! – uno dei commissari più irresistibili della letteratura poliziesca italiana?

Luciani nasce un po’ per reazione verso gli investigatori gourmet che cucinano come Gordon Ramsay e stappano bottiglie costosissime, che i veri commissari non potrebbero permettersi. E per reazione verso i commissari politicamente corretti che dicono sempre la frase “giusta” e assomigliano più a degli assistenti sociali. Ho immaginato un personaggio che dice verità scomode e non accetta compromessi, e che è sorretto da un grande senso di giustizia; severo ma giusto potremmo dire, un po’ alla Tex Willer vecchia maniera. Sì, nell’ultimo libro doversi occupare di un bambino lo costringe ad ammorbidirsi un po’, ma spero non troppo!

Le vicende del romanzo ruotano intorno a un disegno (una testa di profilo d’uomo che sembra raffigurare “tutti gli uomini, la nostra parte più profonda, la nostra coscienza che ci osserva dallo specchio”) che potrebbe portare la firma di Messer Leonardo: impossibile non pensare all’autore de “Il codice da Vinci” (del resto “L’enigma di Leonardo” e “Inferno” sono usciti in libreria lo stesso giorno, vorrà pur dire qualcosa) e a questa bellissima dedica: Se ti avessi dato retta, oggi sarei Dan Brown (in epigrafe a “Il vicolo delle cause perse”, Piemme, 2007). Ti va di spiegarla ai nostri lettori?

E’ una dedica al mio amico Riccardo che un giorno mi regalò “Il Santo Graal” di Baigent, Leigh e Lincoln, consigliandomi di leggerlo perché era una storia bellissima. Io lo lasciai in standby per troppo tempo, mentre Dan Brown, più bravo e più sveglio di me, lo divorò. Poi, romanzandolo, lo fece diventare un bestseller mondiale. Capii di avere perso un treno importante, ma un altro treno guidato da Leonardo, come in “Non ci resta che piangere”, è passato e questa volta ci sono saltato su. Siamo partiti dalla stazione nello stesso giorno ma Dan Brown è un frecciarossa, io un accelerato… diciamo che mi godo con calma il paesaggio.

In “Domenica nera” (Edizioni Piemme, 2005), romanzo per molti versi profetico che si svolge nel mondo tutt’altro che dorato del pallone, attribuisci a Marco Luciani una considerazione che sospetto essere largamente condivisa: “L’aveva amato totalmente, quel gioco, e ora altrettanto totalmente lo odiava, e compativa la folla che vedeva sciamare sui marciapiedi con quelle assurde sciarpe troppo colorate al collo, uomini tristi con la sigaretta in bocca e i capelli tagliati male, forse dalla moglie in cucina, donne anziane che parlavano da sole ad alta voce e bambini che stringevano la mano dei padri e camminavano orgogliosi con una bandierina in mano. Carne da macello (…)”. Da giornalista sportivo pensi che la letteratura possa contribuire a denunciare le storture, il lato oscuro del mondo del calcio e contribuire, in qualche misura, a “depurarlo”? Te lo domando perché sono rimasta molto colpita da una tua dichiarazione che mi è capitato di leggere recentemente sul web: in buona sostanza affermavi che se avessi scritto un saggio, sull’argomento, “probabilmente non se lo sarebbe filato nessuno”. E un romanzo – oltre a deliziare gli appassionati di storie nere, ben inteso – cosa può fare?

Non sono sicuro che un libro possa cambiare la vita di una persona, figuriamoci se può cambiare un mondo… e a dire il vero ho perso tutte le speranze di veder “depurare” il calcio. Le scommesse gli hanno tolto l’ultima parvenza di credibilità. La letteratura fa quello che può, ma anche quando “denuncia” (o semplicemente descrive) le miserie umane questo non basta per correggerle. Se però sono riuscito a far riflettere qualcuno ho già raggiunto un buon risultato.

Marco Luciani è un personaggio forte, originale, che buca letteralmente la pagina… in una parola: riuscitissimo. Ci saranno altre indagini? Ho letto – con ammirazione ma anche con un pizzico di sgomento – che non intendi diventare un “serial writer”. Però, vedi, ai tipi come Marco Luciani ci si affeziona…

Non so se ci sarà un altro giallo con protagonista Luciani, dipende se avrò qualcosa di importante da dire, e una storia forte che faccia da supporto, e il tempo per metterla insieme… non è facile. Ogni libro che esce conquista nuovi lettori, e questo mi dà grandi stimoli, ma non voglio farne uno nuovo tanto per farlo. Ho sempre puntato sulla qualità più che sulla quantità, e continuerò su questa strada. Magari facendo anche cose completamente diverse ma che in quel momento mi interessano di più. Quello a cui punto davvero è la gloria postuma.

questionario-di-proustDirettamente dal questionario di Proust:
 
  • gli autori che prediligo: Kurt Vonnegut, John Fante, Amin Maalouf, il primo Stefano Benni, Georges Simenon, Dennis Lehane…
  • i miei eroi nella finzione: Tex Willer
  • i miei eroi nella vita reale: mio padre
  • quel che detesto più di tutto: i lavori mal fatti
  • vorrei vivere in un Paese dove… i parchi sono puliti e i treni arrivano puntuali

Fuori questionario: che rapporto hai con la lettura? Che libro tieni sul comodino, in questo momento?

Adoro leggere, sia romanzi sia saggi. In genere però se sto scrivendo leggo poco, e viceversa. Ho appena finito la trilogia di The Hunger Games e sto leggendo la trilogia di Enrico Brizzi, in cui si immagina che l’Italia fascista abbia vinto la guerra.

… e tornando alle domande inevitabili: stai lavorando ad un nuovo romanzo? Possiamo provare a estorcerti una piccola anticipazione?

Sto lavorando anch’io a una trilogia ambientata nel prossimo futuro. Un mix di Bibbia, Lost e Particelle elementari.

Grazie infinite, Claudio. 

Per la disponibilità e per il tempo che hai dedicato alla nostra rivista. Un grosso in bocca al lupo per la tua vita e per la tua avventura di scrittore.

 
Simona Tassara
 
(intervista originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe Crime. Foto di Gloria Ghiara)
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L’enigma di Leonardo

“… sulla strada dei criminali deve camminare un uomo che non è un criminale, che non è un tarato, che non è un vigliacco. Nel poliziesco realistico quest’uomo è il detective. E’ l’eroe, è tutto. Un uomo completo, un uomo comune, eppure un uomo come se ne incontrano pochi. Dev’essere, per usare un’espressione un poco abusata, un uomo d’onore.”
Raymond Chandler, The Atlantic Monthly (1944)

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Ogni volta che mi concedo il piacere di (ri)leggere un’avventura di Marco Luciani, il burbero commissario della polizia di Genova nato dalla penna dello scrittore e giornalista Claudio Paglieri, la mente corre immancabilmente a queste parole. Non perché, chiariamolo subito, vi siano particolari punti di contatto fra il commissario e Philip Marlowe – il commissario Luciani, bontà sua ma soprattutto del suo “papà” letterario, non somiglia a nessun altro investigatore di carta in circolazione – bensì in ragione del fatto che, pur tenendosi alla larga dagli stereotipi più sfruttati del genere poliziesco, Luciani incarna alla perfezione l’ideale di detective così come lo teorizzava Raymond Chandler (uno che in materia la sapeva lunga, avendo messo nero su bianco, per usare le parole di Oreste Del Buono, “il meno probabile realisticamente, anche se il più convincente artisticamente, dei grandi detectives”): un uomo “comune” fatto di pregi, difetti, debolezze; eppure un uomo “come se ne incontrano pochi”: centonovantasette centimetri di onesta severità, senso profondo della giustizia e puro talento investigativo. Un donchisciotte moderno e certamente, senz’alcuna retorica, un uomo d’onore. Anoressico, per giunta (il che già di per sé costituisce un merito… non pare anche a voi che la schiera dei detective gourmet che smontano alibi a prova di bomba tra un risotto alla menta e un budino d’uva fragola abbia fatto il suo tempo?), allergico al lusso e agli sprechi.

Ecco qua: voglio parlare di un romanzo e finisco con l’imbastire una dichiarazione d’amore in piena regola… Continua a leggere “L’enigma di Leonardo”