Morte in mare aperto

… e altre indagini del giovane Montalbano

Inutile girarci intorno: per chi ama la letteratura poliziesca di qualità l’uscita in libreria di un “nuovo Montalbano” non può non essere una festa.

L’anno appena archiviato, che segna il ventennale della prima indagine del commissario di Vigàta (“La forma dell’acqua”, 1994), ha portato con sé un paio di novità a dir poco golose: un romanzo, “La piramide di fango”, che affonda il dito nella piaga dell’abusivismo edilizio, e la deliziosa raccolta di racconti che mi accingo a commentare. Otto storie ognuna delle quali costituisce, a ben guardare, un romanzo in miniatura sorretto da una compiuta e impeccabile trama gialla.

Protagonista assoluto è un giovane Salvo Montalbano – coglie nel segno Salvatore Silvano Nigro nel definirlo, in quarta di copertina, “aspramente giovane”, “strabordante e pieno di slanci” – che macina inchieste con maigrettiana umanità e una fresca, tenace esuberanza che rappresenta la cifra più bella e significativa degli scritti in parola. Continua a leggere “Morte in mare aperto”

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Che la ‘ntricata foresta

dintra alla quali lui e Livia si erano venuti ad attrovari, senza sapiri né pircome né pirchì, fosse virgini non c’era nisciun dubbio pirchì ‘na decina di metri narrè avivano viduto un cartello di ligno ‘nchiovato al tronco di un àrbolo supra il quali ci stava scrivuto con littre marchiate a foco: foresta vergine. Parivano Adamo ed Eva in quanto erano tutti e dù completamenti nudi e si cummigliavano le cosiddette vrigogne, le quali, a pinsarici bono, non avivano nenti di vrigognoso, con le classiche foglie di fico che si erano accattate da ‘na bancarella all’entrata a un euro l’una ed erano fatte di plastica. Siccome erano rigide, davano tanticchia di fastidio. Ma quello che più fastidiava era il caminare a pedi nudi. A mano a mano che Montalbano procidiva, sempri cchiù si faciva pirsuaso che in quel posto c’era già stato ‘na vota. Ma quanno? La testa di un lioni ‘ntravista ‘n mezzo all’àrboli, che non erano àrboli ma felci gigantesche, gli fornì la spiegazioni.

Andrea Camilleri, Un covo di vipere (Sellerio, 2013)

Un covo di vipere

di Andrea Camilleri

Editore: Sellerio
La memoria n. 929

È l’alba a Marinella e il sonno di Montalbano viene interrotto dal canto di un usignolo. 

O almeno così pare al commissario, salvo poi scoprire che si tratta del fischiettare di un vagabondo che ha trovato rifugio nella verandina durante un temporale di fine estate. Un barbone sui generis però, perché parla un italiano perfetto e si vede che ha conosciuto tempi migliori. Confessa di abitare in una grotta poco distante ma non c’è tempo di approfondire la questione perché Montalbano deve correre in commissariato dove Catarella gli annuncia l’assassinio del ragionier Cosimo Barletta.
Nel villino lungo la strada che costeggia il mare nessun segno di effrazione, nessuna traccia di lotta: l’uomo è stato colpito alla nuca da un colpo di pistola mentre seduto in cucina stava bevendo un caffè.
Un tipo strano il ragioniere, una vita solo in apparenza rispettabile: vedovo, benestante, casa in paese e villino sul mare, due figli, Arturo e Giovanna, entrambi sposati. Dalle loro parole però emerge un ritratto dell’uomo non proprio edificante. Malo carattere, qualche affare immobiliare che fa sospettare prestiti ai limiti del lecito, cosa altro ancora? Se lo chiede il commissario quando foto equivoche e lettere nascoste in un doppio fondo della scrivania della vittima svelano una passione malata.
L’autopsia poi mette a nudo un particolare inquietante che costringe a cambiare marcia nell’indagine, tanto più che entrambi i figli di Barletta parlano di un testamento – che non si trova – che il padre intendeva rivedere. Livia arriva a Vigàta proprio quando l’inchiesta sta entrando nel vivo e mentre il commissario si attarda tra interrogatori di testimoni e perquisizioni, lei conosce Mario, l’uomo della grotta, e ne vuole carpire il segreto.

La verità lentamente si fa strada ma è una soluzione che Montalbano non vorrebbe ammettere neanche a se stesso.

Oggi in libreria

Capodanno in giallo

Aykol, Andrea Camilleri, Gian Mauro Costa, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Francesco Recami

Sellerio editore Palermo

Gli investigatori più popolari dei «gialli» Sellerio e il Capodanno.

La sfida, o la scommessa è quella di provare la personalità dei protagonisti: quanto sono capaci, per così dire, di una vita autonoma in cui la realtà della loro esistenza non sia solo lo sfondo delle imprese criminologiche.

I racconti di questa raccolta hanno per protagonisti alcuni degli investigatori più popolari dei «gialli» Sellerio, e precisamente: Salvo Montalbano da Vigàta, il commissario di Andrea Camilleri; il pensionato Amedeo Consonni, il dilettante del crimine che agisce nella Casa di Ringhiera immaginata da Francesco Recami; Rocco Schiavone, poliziotto tormentato dei noir di Antonio Manzini (un nuovo romanzo uscirà presto per i nostri tipi); Kati Hirschel, libraia turco-tedesca che ne combina di tutti i colori qui e là per la fascinosa Istanbul, venuta dalla penna della scrittrice turca Esmahan Aykol; l’elettrotecnico Enzo Baiamonte che risolve delitti di quartiere nella Palermo di Gian Mauro Costa; Massimo il Barrista del BarLume, investigatore dalla linguaccia pronta del toscano (e si vede) Marco Malvaldi. Eroi che in questo volume animano con le loro storie una specie di officina di scrittura. L’editore, in continuità con un analogo progetto dell’anno scorso (Un Natale in giallo, Sellerio 2011), ha chiesto agli autori di scrivere un racconto a soggetto. Soggetto: un Capodanno dell’investigatore. 
La sfida, o la scommessa è quella di provare la personalità delle loro creature: quanto sono capaci, per così dire, di una vita autonoma in cui la realtà della loro esistenza non sia solo lo sfondo delle imprese criminologiche. Viceversa, in questi racconti, una giornata tipica – per quanto, come il Capodanno rivelatrice sul piano psicologico, anzi proprio per questo – diventa l’interesse primario della narrazione mentre un delitto accade e un’inchiesta si sviluppa.

Articolo “Scelto per voi” da Paperblog Italia 

Andrea Camilleri vince il CWA International Dagger

Andrea Camilleri si è aggiudicato l’edizione 2012 del prestigioso CWA (Crime Writers’ Association) International Dagger con il romanzo Il campo del vasaio (pubblicato nel Regno Unito dalla casa editrice Mantle con il titolo The Potter’s Field, traduzione di Stephen Sartarelli).

L’annuncio della vittoria è stato dato al mitico One Birdcage Walk di Londra.

Ecco la motivazione del premio:

I romanzi di Montalbano dimostrano quanto si possa ottenere quando uno scrittore riesce a rendere il senso della vita in un luogo reale e riconoscibile. Camilleri mescola personaggi, trame e riflessioni sulle questioni politiche e sociali italiane con una satira beffarda – mai amara. In questo romanzo si allungano le ombre della sera; Montalbano inizia a sentire l’età.

Camilleri era già entrato nella shortlist dell’International Dagger per ben tre volte:

Una lama di luce

Per chi ama i buoni romanzi e i buoni polizieschi, l’uscita di “un nuovo Montalbano” è una festa.

Le investigazioni del commissario di Vigàta costituiscono ormai, per noi appassionati, un appuntamento attesissimo e irrinunciabile, una sorta di Christie for Christmas di casa nostra.

Una-lama-di-luce-di-Andrea-CamilleriCon questo spirito ho letto Una lama di luce, avventura nuova di zecca approdata in libreria il 7 giugno scorso, a un anno esatto dalla pubblicazione de Il gioco degli specchi.

E’ bene precisare subito che non ho avuto per le mani una copia qualsiasi bensì una (preziosissima) copia firmata dal Maestro girgentino di pirsona pirsonalmenti! Eccitazione – e aspettative – alle stelle, ça va sans dire.

L’incipit del romanzo è, come di consueto, di una bellezza fulminante: un vicolo fuori mano, una bara di legno grezzo con un telo bianco che fa capolino da sotto il coperchio e Catarella che, udite udite, s’è messo a parlare in latino!

Poi la magia, inspiegabilmente, si rompe. Montalbano è sempre Montalbano: d’umore nivuro se il cielo è nivuro, divora i manicaretti di Adelina e passeggia molo molo per favorire la digestione e, con essa, la risoluzione dell’enigma. Ci si sente a casa, insomma. Ma la storia non decolla, e sorge il sospetto che sia lo stesso Montalbano a volerlo, invischiato com’è nelle pene d’amore. La relazione eterna e burrascosa con Livia è infatti minacciata dal prorompere di una femme fatale – la gallerista Marian – che ha la forza distruttrice di un uragano. Il commissario ha “un còri asinu e un còri liuni”: non sa scegliere, temporeggia. E noi tentenniamo con lui, ci perdiamo nella maglie di un racconto che non convince del tutto.

L’intreccio, sia chiaro, è solido e ben congegnato; la costruzione, tuttavia, appare meno brillante del solito e si trascina un po’ stancamente, sorretta più dalla forza dei personaggi che popolano Vigàta e il suo pittoresco commissariato che dall’originalità della trama. Il feuilleton, poi, non entusiasma: Marian, la nuova fiamma, suscita ancor meno simpatia di Livia (il che è tutto dire) e in ogni caso, diciamolo pure, il buon commissario lo vorremmo tutte felicemente e definitivamente sfidanzato, libero come l’aria.

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Luca Zingaretti nei panni del commissario Montalbano.

Il finale è un altro paio di maniche. Perché Camilleri è Camilleri, e quando decide di mettere “il carrico da unnici” non ce n’è per nessuno. Sorprendenti e dolorose, liriche, le ultime pagine del romanzo commuoveranno e conquisteranno anche il lettore più smaliziato.

Lettura consigliata, dunque. Straconsigliata ai montalbaniani più irriducibili perché potranno godersi il ritorno di un personaggio nportanti assà…

Ucciderò Sherlock Holmes

E non se ne vogliono andare!lamentava un bel film di Giorgio Capitani del 1988. 

Ha ragione Carlo Lucarelli quando afferma che “la vera vita del personaggio non è come la pensi tu nella tua testa: è come il personaggio vive dentro le parole, dentro la storia”? Dobbiamo credere che nel processo creativo giunga sempre il momento in cui anche il personaggio più malleabile “prende un’altra piega, decide lui quel che farà”? “Arrivi in fondo e ti sei fatto raccontare la storia dal tuo personaggio”, ammette Lucarelli in un’intervista pubblicata sul portale Rai Educational Scrittori per un anno.

Ma è davvero così? Che rapporto intercorre fra un autore e i suoi personaggi? Chi scrive è un dio onnipotente o si perde nell’illusione – del tutto legittima ma anche del tutto errata – di poter comandare le sorti dei propri “figli di carta”?  Continua a leggere “Ucciderò Sherlock Holmes”