Tanto gentile e tanto onesta pare?

Madamina – si potrebbe intonare, mozartianamente – il catalogo è questo:

  • Anne Tyler: The Taming of the Shrew
  • Jeanette Winterson: The Winter’s Tale
  • Margaret Atwood: The Tempest
  • Howard Jacobson: The Merchant of Venice
  • Jo Nesbø: Macbeth

La Hogarth Press, impresa editoriale del gruppo Penguin Random House, ha affidato a una compagine di noti scrittori il compito di rivisitare con l’armamentario stilistico del romanzo moderno alcune fra le opere più celebri di William Shakespeare. Non me ne vogliano gli altri romanzieri prescelti ma la notizia nella notizia, per gli appassionati di crime fiction, è che Jo Nesbø, sovrano indiscusso della narrativa poliziesca scandinava, si appresta a rielaborare – leggasi: riscrivere – in chiave crime noir la tragedia più breve e più sanguinaria del Bardo di Stratford-upon-Avon.

Senza voler entrare nel merito di un’operazione dai contorni ancora sfumati (i romanzi saranno pubblicati a partire dal 2016, in concomitanza con il 400° anniversario della morte di Shakespeare) e destinata, stando a quanto si è potuto apprendere, ad arricchirsi di nuovi titoli e nuovi autori, è lecito domandarsi se sia proprio necessario offrire ai lettori una nuova versione di capolavori senza tempo che meglio scritti – e più crime!, nel caso di Macbeth – non si potrebbe; se un’opera perfetta, divenuta a pieno titolo un classico della letteratura mondiale, abbia bisogno di sciacquarsi i panni tra i fiordi nesbiani per conservare o addirittura ritrovare una qualche forma di appeal commerciale. Continua a leggere “Tanto gentile e tanto onesta pare?”

… e vidi cosa ch’io avrei paura,

sanza più prova, di contarla solo;

se non che coscïenza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom francheggia
sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ‘l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;

e ‘l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com’ esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ‘l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,

che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.

E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.

Io feci il padre e ‘l figlio in sé ribelli;
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch’ io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.

Così s’osserva in me lo contrapasso.

Dante Alighieri, La Divina Commedia
Inferno, Canto XXVIII

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia. 
Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco! 
vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto. 
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così. 
Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma, 
quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.

 
Dante Alighieri, La Divina Commedia
Inferno, Canto XXVIII