Gialli d’estate

Editore: Einaudi

Una ragazza che sparisce dopo un falò. Una cena all’aperto che potrebbe rivelarsi fatale. Un ladro che firma il proprio colpo con un Sette di cuori. Un uomo ucciso con un coltello per l’arrosto durante il picnic del 4 luglio. E attorno a un nido di vespe l’indagine perfetta, quella che non ha bisogno di spargimento di sangue per arrivare a una soluzione.

Undici maestri del mistero portano alla luce del sole ciò che di solito rimane avvolto nell’ombra.

Undici racconti per un’estate che si tinge di giallo.

*

  • Agatha Christie, Nido di vespe
  • Arthur Conan Doyle, L’avventura della scatola di cartone
  • Ellery Queen, L’avventura dell’angelo caduto
  • Marcello Fois, Dove?
  • Jacques Futrelle, Il problema della rosa rossa
  • Émile Gaboriau, Il vecchietto delle Batignolles
  • Maurice Leblanc, Il Sette di cuori
  • Catherine Louisa Pirkis, Il fantasma di Fountain Lane
  • Edgar Allan Poe, Il mistero di Marie Rogêt
  • Rex Stout, Il picnic del 4 luglio
  • Fred Vargas, Salute e libertà.
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L’assassinio di rue Saint-Roch

Chi è l’autore del primo racconto poliziesco della storia?

Questa mattina verso le tre gli abitanti di rue Saint-Roch furono svegliati da un lungo seguito di grida orribili che sembravano venire dal quarto piano della casa al numero 7 che si sapeva abitata unicamente da Madame L’Espanaye e sua figlia Mademoiselle Camille L’Espanaye, dopo qualche ritardo occasionato da sforzi infruttuosi per fare aprire all’amichevole, il portone fu forzato con una leva, e otto-dieci vicini entrarono accompagnati da due sergenti di città…

… vi ricorda qualcosa?

Se vi è capitato di frequentare la prosa di Edgar Allan Poe avrete sicuramente riconosciuto la storia, a dispetto dell’innegabile sciatteria della traduzione.

Il problema – se così lo si può chiamare, anche se la vicenda ha piuttosto i contorni di un giallo (non solo letterario) – è che il paragrafo in questione non è tratto dai celeberrimi Murders in the Rue Morgue e, particolare ancor più sorprendente, non è uscito dalla piuma del visionario autore statunitenseIl racconto da cui lo abbiamo estratto, se dobbiamo dirla tutta, esiste in poche copie al mondo e non è mai stato edito in volume né esaminato dalla critica.

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Lasciate che mi chiami, per il momento, William Wilson

La pagina vergine che mi sta davanti non dev’essere insudiciata dal mio vero nome, che troppo spesso è stato oggetto di disprezzo, di orrore, di ripulsione per tutta la razza umana. I venti sdegnati non ne hanno forse divulgato fino alle più remote regioni del mondo l’incomparabile infamia?

Ohimé, fra tutti i paria il più negletto! Non sei tu dunque morto per sempre alla vita?, ai suoi onori, ai suoi fiori, alle sue radiose aspirazioni?

Una nube densa, sgomentevole e sterminata non pende forse perpetua a frapporsi tra le tue speranze e il cielo?

Edgar Allan Poe, William Wilson (1839)

Questo è vero,

sono un uomo nervoso, spaventosamente nervoso, e lo sono sempre stato;

ma perché pretendete che io sia pazzo?

La malattia ha acuito i miei sensi, ma non li ha distrutti, non li ha soffocati. Particolarmente affinato in me era il senso dell’udito, e tutto ho sentito del cielo e delle terra. Anche dell’inferno ho sentito parecchio. Com’è dunque che sarei pazzo? State attenti!

E osservate con quanto senno, con quale calma sono capace di raccontarvi tutta la storia.

Edgar Allan Poe, Il cuore rivelatore (1843)

Per tutta una fosca giornata,

oscura e sorda, d’autunno, col cielo greve e basso di nuvole, avevo cavalcato da solo traverso a una campagna singolarmente lugubre fino a che mi trovai, mentre già cadeva l’ombra della sera, in vista della malinconica casa degli Usher. Non so come, ma appena l’ebbi guardata una sensazione d’insopportabile tristezza mi prese l’anima. Insopportabile, dico, già che non le si univa il sentimento poetico e perciò quasi piacevole che accompagna in genere le immagini naturali anche quando siano le più cupe della desolazione e del terrore. Guardavo la scena che mi stava davanti: e lo spettacolo della casa e del paesaggio all’intorno, le fredde mura, le finestre come vuote orbite, i radi filari di giunchi e alcuni bianchi tronchi rinsecchiti, mi davano un avvilimento così estremo che potrei paragonarlo soltanto allo stato del mangiatore d’oppio durante l’amaro ritorno alla realtà quotidiana, l’orribile momento in cui il velo dilegua. Era un gelo nel cuore; e una oppressione, un malessere, e nella mente un invincibile orrore, che la rendeva inerte ad ogni stimolo della fantasia. Che cosa, dunque, mi soffermai a pensare, rendeva tanto penosa la contemplazione della casa degli Usher?

Edgar Allan Poe, Il crollo della casa degli Usher

Racconti neri

Riascoltiamo insieme i Racconti neri di Giancarlo Giannini?

Quattordici puntate (trasmesse a partire dal 2 febbraio 2006 su Fox Crime), quattordici STRAORDINARIE interpretazioni del più grande attore italiano – ebbene sì, ci prendiamo la responsabilità di affermarlo! – che vi lasceranno letteralmente senza fiato…

Impia tortorum longas

Impia tortorum longas hic turba furores / Sanguinis innocuinon satiata, aluit. / Sospite nunc patria, fracto nunc funeris antro, / Mors ubi dira fuit vita salusquepatent.
Qui un’insaziabile folla di torturatori nutrì i propri duraturi furori con sangue innocente. Ora che la patria è salva e il funesto antro distrutto, dove infuriava la morte compaiono vita e salute.
[Quartina composta per l’ingresso in un mercato destinato a essere costruito dove aveva sede il circolo dei Giacobini a Parigi]

Ero ammalato – ammalato fino alla morte per quella lenta agonia; e come alfine essi mi sciolsero e potei sedere, mi sentii venir meno. 

La sentenza – la paurosa sentenza di morte fu l’ultimo accento distinto che m’arrivasse all’orecchio. Dipoi le voci degli inquisitori sembrarono perdersi in un sognante e indefinito ronzio. Il suono che udivo ridestava, in me, l’idea di una rotazione ma soltanto, forse, perché nella mia immaginazione  si associava al ritmo d’una macina da mulino. 

Tutto questo durò pochissimo tempo: in capo ad alcuni minuti non udii più nulla.  E nondimeno vidi ancora, per qualche istante, vidi – ma per quale orribile deformazione del mio organo? – vidi le labbra dei giudici vestiti di nero. Esse mi parvero bianche, più bianche ancora del foglio ov’io segno, al presente, queste parole; e sottili, ancora mi parvero, sottili fino a diventar grottesche, sottili per l’ostinazione e profondità della loro dura espressione, per l’irrevocabile decisione che tradivano, per il severo spregio dell’umano dolore che esse ostentavano.
Così ch’io vidi uscire da quelle labbra i decreti di ciò che, per me, era il Fato.

Edgar Allan Poe, Il pozzo e il pendolo (1842)

Per il racconto stranissimo

eppure casalingo che mi metto a stendere per iscritto, non mi aspetto né chiedo di essere creduto.
Sarebbe pazzia pretenderlo trattandosi di un caso nel quale i miei sensi rifiutano di prestar fede a loro stessi.
Eppure pazzo non sono; e certissimamente non sogno.
Ma domani morrò e oggi vorrei liberarmi l’anima di questo peso…

Edgar Allan Poe, Il gatto nero (1843)