Gialli d’estate

Editore: Einaudi

Una ragazza che sparisce dopo un falò. Una cena all’aperto che potrebbe rivelarsi fatale. Un ladro che firma il proprio colpo con un Sette di cuori. Un uomo ucciso con un coltello per l’arrosto durante il picnic del 4 luglio. E attorno a un nido di vespe l’indagine perfetta, quella che non ha bisogno di spargimento di sangue per arrivare a una soluzione.

Undici maestri del mistero portano alla luce del sole ciò che di solito rimane avvolto nell’ombra.

Undici racconti per un’estate che si tinge di giallo.

*

  • Agatha Christie, Nido di vespe
  • Arthur Conan Doyle, L’avventura della scatola di cartone
  • Ellery Queen, L’avventura dell’angelo caduto
  • Marcello Fois, Dove?
  • Jacques Futrelle, Il problema della rosa rossa
  • Émile Gaboriau, Il vecchietto delle Batignolles
  • Maurice Leblanc, Il Sette di cuori
  • Catherine Louisa Pirkis, Il fantasma di Fountain Lane
  • Edgar Allan Poe, Il mistero di Marie Rogêt
  • Rex Stout, Il picnic del 4 luglio
  • Fred Vargas, Salute e libertà.
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Novella degli scacchi, di Stefan Zweig

Fra i due si instaurò di colpo un rapporto diverso; una pericolosa tensione, un odio appassionato. Ormai non erano piú due persone che volevano mettere alla prova la propria perizia nel gioco, erano due nemici che avevano giurato di distruggersi a vicenda.

Chi è lo sconosciuto in grado di tenere testa al grande Czentovič, il campione del mondo di scacchi? Dice il vero, quando sostiene di non giocare da piú di venti anni? Quale mistero nasconde in realtà quest’enigmatico giocatore?

Scritto pochi mesi prima che Zweig si suicidasse nella città brasiliana di Petrópolis, Novella degli scacchi è una inquietante favola, «un piccolo contributo … a questa nostra epoca cosí grande e soave».

Racconto bellissimo. Molto, molto, molto consigliato.

Su questo mia madre insiste fermamente:

lei parla un bel russo, io parlo un bel russo, Nana parlava un russo spaventoso.

Eppure era Nana a parlarmi in russo, non mia madre.

E’ stata lei a cantarmi la ninna nanna cosacca. E’ la sua voce che rivive in me quando me la canto da solo, a bassa voce.

E’ lei che io ho ucciso.

Emmanuel Carrère, La vita come un romanzo russo (2007)

Chi ben comincia…

Primo giorno dell’anno, primo acquisto in libreria:

Emmanuel Carrère: La vita come un romanzo russo (Einaudi)

«Follia e orrore hanno ossessionato la mia vita. Di questo e nient’altro trattano i libri che ho scritto. Dopo L’avversario non ne potevo più. Ho voluto sottrarmi.
Ho creduto di poterlo fare amando una donna e intraprendendo un’indagine.
L’indagine riguardava il mio nonno materno, che dopo un’esistenza tragica scomparve nell’autunno del 1944: ucciso, molto probabilmente, in quanto collaborazionista. È il segreto di mia madre, il fantasma che tormenta la nostra famiglia.
Per esorcizzare quel fantasma ho scelto un percorso aleatorio. Un percorso che mi ha condotto fino a una sperduta cittadina della provincia russa dove sono rimasto a lungo, all’erta, in attesa che accadesse qualcosa. E qualcosa è accaduto: un feroce delitto.
Follia e orrore mi riagguantavano.
Mi hanno riagguantato anche nella vita sentimentale. Ho scritto per la donna che amavo un racconto erotico che avrebbe dovuto fare irruzione nella realtà, e la realtà ha sventato i miei piani. Ci ha scaraventati in un incubo che somigliava ai miei peggiori libri e ha devastato la nostra esistenza e il nostro amore.
Ecco di cosa si parla qui: delle sceneggiature che costruiamo per tenere sotto controllo la realtà e del modo spaventoso con cui essa reagisce».

Emmanuel Carrère

Maurizio De Giovanni vince la X edizione del Premio Camaiore

Il prestigioso Albo d’Oro del Premio Camaiore di Letteratura Gialla si arricchisce di un titolo molto speciale: Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi (Einaudi, 2012), romanzo di Maurizio De Giovanni già finalista al Premio Bancarella 2013, ha vinto infatti la decima edizione del concorso. De Giovanni si era aggiudicato l’edizione 2011 con Il giorno dei morti (Fandango, 2010), quarta indagine del commissario Luigi Alfredo Ricciardi.

Congratulazioni all’autore, che è nel cuore di Uno Studio In Giallo (ci piace, ci piace assai!), e un plauso ai valorosi finalisti: Piergiorgio Pulixi con il bellissimo romanzo Una brutta storia (Edizioni E/O, 2012) e il duo Giovanni Cocco – Amneris Magella con Ombre sul lago (Guanda, 2012).

E dimmi: lo sai, tu

, cos’è l’amore?

Tu che lo vendi a due lire a incontro, cinque minuti per respirarti addosso, nemmeno il tempo di guardarti negli occhi, di mormorare il tuo nome, pensi di sapere che cos’è l’amore?

Che ne sai tu delle lunghe attese, dei silenzi sospesi nell’ansia di una parola, di un sorriso?

Maurizio De Giovanni: Vipera (Einaudi, 2012)

I Bastardi di Pizzofalcone

di Maurizio De Giovanni

Editore: Einaudi

Collana: Stile libero Big

Non hanno neanche il tempo di fare conoscenza, i nuovi investigatori del commissariato di Pizzofalcone. Mandati a sostituire altri poliziotti colpevoli di un grave reato, devono subito affrontare un delicato caso di omicidio nell’alta società. Le indagini vengono affidate all’uomo di punta della squadra, l’ispettore Giuseppe Lojacono, siciliano con un passato chiacchierato ma reduce dal successo nella caccia a un misterioso assassino, il Coccodrillo, che per giorni ha precipitato Napoli nel terrore. E mentre Lojacono, assistito dal bizzarro agente scelto Aragona, si sposta tra gli appartamenti sul lungomare e i circoli nautici della città, squassata da una burrasca fuori stagione, i suoi colleghi Romano e Di Nardo cercano di scoprire come mai una giovane, bellissima ragazza non esca mai di casa, e il vecchio Pisanelli insegue la propria ossessione per una serie di suicidi sospetti.

***


Sono poliziotti. Devono ricostruire l’immagine di un commissariato che ha una macchia difficile da cancellare. Li hanno scelti perché sono sicuri che falliranno.

Per tutti sono i “Bastardi di Pizzofalcone”.

Luigi Palma, detto Gigi: commissario.
Che vorrebbe crederci, e ci crede

Giorgio Pisanelli, detto il Presidente: sostituto commissario.
Che non crede a chi se ne vuole andare

Giuseppe Lojacono, detto il Cinese: ispettore.
Che cerca sé stesso in un altro posto

Francesco Romano, detto Hulk: assistente capo.
Che ha un altro sé stesso nella testa

Ottavia Calabrese, detta Mammina: vicesovrintendente.
Che sembra una, e invece no

Alessandra Di Nardo, detta Alex: agente assistente. Che cammina su due strade Marco Aragona, vorrebbe essere detto Serpico: agente scelto.
Che sembra uno, e invece sí.

Ognuno di loro ha qualcosa da nascondere. O da farsi perdonare.

Oggi in libreria

Cocaina

Tre storie nere che più diverse non si potrebbe.

Tre paia d’occhi e tre diversi sguardi sul mondo.

Tre racconti che, a dispetto delle differenze d’approccio e di stile, fanno un romanzo.

La forza di Cocaina, pregevole trittico noir firmato da un terzetto di autentici “pesi massimi” della narrativa italiana contemporanea, risiede in primo luogo in questa sua compattezza, in una felicissima – e sorprendente – continuità di narrazione.

E’ come se un filo impalpabile, una “sottile linea bianca”, cucisse il primo racconto al successivo e questo all’altro ancora, legandoli inscindibilmente. Il tema, come recita il titolo, è la sostanza che più profondamente ha segnato la società dagli anni Ottanta ai giorni nostri, che ha travolto destini e generazioni; la droga trasversale e apparentemente “pulita” che un silenzio complice ha finito col normalizzare e rendere invisibile. Il risultato è un noir magistrale che si legge d’un fiato (saranno sufficienti un paio di “tirate”, provare per credere) ma lascia tracce indelebili e fa quel che un pur validissimo trattato in materia non sarebbe in grado e condizione di fare: coinvolge cuore e cervello, tocca le corde più profonde della nostra coscienza.

E’ la (buona) letteratura, bellezza.

La pista di Campagna, di Massimo Carlotto

Picchiettò l’indice sulla pagina de “Il Mattino di Padova”. – Leggi qua, Campagna. L’ispettore girò il quotidiano e sbirciò il titolo. Padova capitale veneta del consumo di cocaina.

In questo bel racconto, che apre la raccolta, Massimo Carlotto torna a scavare nel cuore nero dell’Italia industrializzata e lo fa riportando sulla scena l’ispettore Giulio Campagna, cane sciolto dell’Antidroga padovana già protagonista di “Little dream” (in Crimini italiani – Einaudi, 2008) qui alle prese con un’indagine che potrebbe costargli la vita e una carriera da sempre in bilico.

E’ lo stesso Carlotto a raccontare, in una recente intervista, la gestazione dell’opera: «ho girato all’alba, quando le donne delle pulizie smettono di lavorare e trovano un po’ di consolazione nella striscia consumata in fretta nei locali di periferia dove prendono il caffè. Un tiro e le paure di una vita sempre più precaria sembrano svanire. Lo stesso nei grandi parcheggi dove si ritrovano i lavoratori giornalieri dell’edilizia. O negli autogrill dove gli spacciatori aspettano i camionisti e i piccoli padroncini che si fermano per fare il pieno di benzina e di polvere bianca. Durante il boom era la droga dell’euforia, ora con la crisi è la droga della consolazione».

La droga di tutti che scorre a fiumi negli scarichi dell’operoso Nordest, dietro la facciata perbene del motore d’Italia. La panacea che ha fatto saltare le regole e cambiato per sempre il volto del crimine (e non solo): “da quando la cocaina è dilagata” si sfoga l’ispettore Campagna nella prima parte del racconto, “si sono rotti gli argini e un esercito di incensurati si è arruolato nelle bande criminali. E allora un poliziotto deve scegliere chi bisogna castigare e chi si merita di non finire in galera perché è meno pericoloso degli altri o perché è diventato un informatore prezioso.”.

Navigare a vista, insomma, con la consapevolezza che il traffico di cocaina – “una marmellata che come la tocchi ti sporchi le dita” – non lascia innocenti, dietro di sé.

Un racconto duro, formalmente impeccabile, che non deluderà gli estimatori di Massimo Carlotto.

La velocità dell’angelo, di Gianrico Carofiglio

Ecco, io ero una bambina che correva coprendosi gli occhi e andava troppo veloce perché il suo angelo custode riuscisse a starle dietro.

Un caffè in riva al mare, uno scrittore in crisi e una donna carica di mistero che non si cura di nascondere le proprie cicatrici: questi i principali ingredienti del racconto di Gianrico Carofiglio. Il dialogo fra i due personaggi – monadi alla deriva tratteggiate con grande cura e sensibilità – porta alla luce un’intensa storia d’amore e dipendenza, di dannazione e riscatto. Una vicenda intima e al tempo stesso universale che il “papà” dell’avvocato Guerrieri sceglie di narrare in punta di penna; un viaggio denso e doloroso che ci costringe a riflettere su quella che potremmo definire l’insostenibile leggerezza dell’essere umano, sulla impossibilità di tracciare il confine tra colpa e innocenza, tra la vittima e il suo carnefice.

Ballo in polvere, di Giancarlo De Cataldo

La vita era salire, salire, salire sempre più in alto. La coca, sia benedetta, era l’ascensore.

“Ballo in polvere” è un autentico gioiello della narrativa noir, felicità di narrazione allo stato puro. Un Giancarlo De Cataldo in stato di grazia ci racconta il percorso di una partita di cocaina dalla foglia alla finanza, dai trafficanti del Cartél de Sinaloa alle bolge profumate della “Milano bene” verso la sua destinazione naturale e finale: il denaro. Nel descrivere il cammino della “neve”, l’autore dell’indimenticabile Romanzo criminale sembra volerci ricordare una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, che alle origini del male non vi è la sostanza in sé quanto piuttosto il suo utilizzo da parte dell’uomo, la sua trasformazione in merce.

Il racconto – lungo e articolato, quasi un romanzo breve – ha la struttura di un vorticoso e ubriacante giro di pista dove, come sottolinea lo stesso De Cataldo in un’intervista recentemente pubblicata sul web, “a ogni passo qualcuno perde qualcosa”: apre le danze una bellissima e struggente “suite messicana” e quindi via di minuetto, giga, sarabanda, gran finale (che lascia, com’è giusto che sia, un bel po’ di amaro in bocca).

Chapeau.

 Simona Tassara
(recensione originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe Crime)

Chi è morto alzi la mano

– Pierre, in giardino c’è qualcosa che non va – , disse Sophia.

Comincia così, con un faggio spuntato incomprensibilmente nel giardino della cantante lirica Sophia Siméonidis, la prima avventura dei tre “evangelisti”, i simpatici e surreali investigatori per caso scaturiti dalla talentuosa, originalissima penna di Fred Vargas. Ai piedi dell’albero un cerchio di terra dissodata di fresco, nel volgere di una notte. Nessun biglietto. Certo, potrebbe trattarsi di una bizzarria di poco conto: il gesto plateale di un ammiratore desideroso di mettersi in mostra, ad esempio. Eppure…

Eppure, a ben guardarla, quella pianta enorme interrata accanto al muro di cinta ha un che di morboso e di sinistro: che tipo di persona può decidere di trapiantare un albero gigantesco in un giardino privato, di notte, all’insaputa dei padroni di casa? Quale messaggio si può nascondere, dietro un gesto del genere? Continua a leggere “Chi è morto alzi la mano”

Spalatori di nuvole

Laggettivo che ricorre più frequentemente nell’ormai cospicua e variegata letteratura sul “fenomeno Vargas” è atipico

Che Fred Vargas sia un personaggio alquanto sui generis, del resto, lo dice in primo luogo il suo nom de plume: maschile, latineggiante, dal sapore avventuroso. Frédérique Audouin-Rouzeau, questo il vero nome della regina del noir d’oltralpe, lo ha adottato in omaggio alla sorella gemella Joëlle, pittrice contemporanea meglio conosciuta come Jo Vargas (Vargas, a proposito di scelte atipiche, è il cognome del personaggio interpretato da Ava Gardner nel film “La contessa scalza”). Ricercatrice di archeozoologia presso il Centro Nazionale Francese per le Ricerche Scientifiche (C.N.R.S.) ed esperta in medievistica, Fred Vargas si è occupata a lungo dei meccanismi di trasmissione della peste – la Morte Nera, sì, avete capito bene – dagli animali all’uomo; altra scelta singolare ma di sicura rilevanza ove si consideri che, come ha avuto modo di ricordare la stessa scrittrice in un’intervista rilasciata qualche tempo fa, “per mille anni nessuno ha messo in dubbio che la peste fosse stata inviata sulla terra da Dio per punire i nostri peccati”. Come a dire: ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…

Continua a leggere “Spalatori di nuvole”

Un consiglio non richiesto

da Philip Roth, Operazione Shylock: una confessione (1993).

Un romanzo che è insieme thriller politico, meditazione sull’identità, confessione psicosessuale. Proprio mentre sta per recarsi a Gerusalemme, lo scrittore apprende che in quella città si aggira un uomo che ha la sua stessa età, gli somiglia in modo impressionante e si fa chiamare Philip Roth. Questo sosia o doppio diffonde idee provocatorie come quella che lo Stato d’Israele dovrebbe autodissolversi e tutti gli ebrei tornare nei paesi da cui sono arrivati. Così il confronto si trasforma in incubo. Gerusalemme si popola di una folla di personaggi reali e immaginari, che discutono, agiscono, complottano senza tregua, divisi in tutto, ma pronti a darsi battaglia. Il romanzo diventa la metafora delle ferite delle contraddizioni e delle nevrosi che agitano il mondo d’oggi.

Leggete Operazione Shylock. Leggete tutto quello che Philip Roth ha scritto.

Vipera

Da oggi in libreria!

Da oggi in libreria!

Vipera


Einaudi 

Stile Libero Big

Napoli, 1932: manca una settimana alla Pasqua. Al “Paradiso”, esclusiva casa di tolleranza nella centralissima via Chiaia, la prostituta più famosa è ritrovata morta. Maria Rosaria, detta Vipera, vanto e principale attrazione del bordello per la sua straordinaria bellezza, è stata soffocata con un cuscino. L’ultimo cliente sostiene di averla lasciata ancora viva, il successivo di averla trovata già morta.

Maurizio De Giovanni

Al commissario Ricciardi, che ha il dono terribile di vedere i morti ammazzati e ascoltare le loro ultime parole, il fantasma di Vipera ripete: “il mio frustino, il mio frustino”. L’oscura frase potrebbe riferirsi al soprannome dell’ultimo cliente, l’ambulante di frutta e verdura Peppe ‘a frusta, o ai gusti sessuali di Alfonso, il commerciante di arredi sacri con tendenze sadomasochiste che ha scoperto il cadavere. Ma molti sono i personaggi che ruotavano intorno alla donna e potevano avere un motivo per ucciderla: avidità, frustrazione, invidia, bigottismo. Mentre la primavera accende i sensi e la Quaresima li avvilisce, il commissario Ricciardi si districa nel dedalo di strade e menzogne di una Napoli indimenticabile, ritratta con la potenza narrativa a cui la scrittura di De Giovanni ci ha abituati.

Quando l’alba

tirò fuori dalla notte e dalla pioggia i contorni delle cose, se qualcuno fosse passato avrebbe visto il cane e il bambino ai piedi dello scalone monumentale che portava a Capodimonte. Ma sarebbe stata necessaria grande attenzione: a stento si distinguevano, nella luce incerta del primo mattino.

Se ne stavano là, fermi, indifferenti alle grosse gocce fredde che cadevano incessanti dal cielo. Erano seduti su uno scalino di pietra, una sorta di panca nella rientranza ornamentale dopo i primi gradini. La scale erano un torrente in piena che trasportava rami e foglie dal bosco della reggia.

Se qualcuno fosse passato e si fosse fermato a guardare, si sarebbe forse chiesto come mai il flusso dell’acqua e dei detriti che cadeva incessante a valle sembrasse rispettare il cane e il bambino, passando loro accanto senza toccarli se non per qualche schizzo occasionale. La rientranza offriva un po’ di riparo, anche dalla pioggia: solo il pelo sul dorso del cane ogni tanto aveva un fremito, come un brivido di vento.

Maurizio De Giovanni, Il giorno dei morti – L’autunno del commissario Ricciardi

51.41°N 30.6°E

I lupi passarono sotto la grande ruota panoramica dirigendosi sottovento verso la giostra dell’autoscontro. Correvano veloci e sicuri nell’erba alta che iniziava a ingiallirsi per l’arrivo dell’autunno. Presto il giallo avrebbe virato al rosso insano dei tronchi degli alberi e a quello scuro, come sangue raggrumato, della ruggine che copriva la ferraglia del luna park. Solo la neve avrebbe avuto pietà di quel parco abbandonato, ricoprendolo di una coltre candida per alcuni lunghi mesi. I lupi si acquattarono fra le vecchie automobiline elettriche osservando i cervi che si abbeveravano a una grande vasca. Un tempo, doveva essere stata una fontana ricca di spruzzi e giochi d’acqua. I maschi ogni tanto alzavano il capo adornato da lunghe corna per annusare l’aria e fiutare i predatori, ma si riempivano le narici di un venticello di ponente, greve di odori della città fantasma di Pripjat’.

Massimo Carlotto, Respiro corto (2012)

Massimo Carlotto a "Città del Noir"

20 marzo 2012. Genova, Palazzo Ducale.

La rassegna Città del Noir – La letteratura racconta l’Italia apre i battenti e ospita una triade da pelle d’oca: Bruno Morchio, “papà” dell’investigatore genovese Bacci Pagano e curatore della manifestazione, incontra Massimo Carlotto e il giallista internazionale Veit Heinichen. Tema della serata: “Il Nordest: Padova e Trieste”…

… bando agli indugi, l’occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire!

Supero in qualche modo la timidezza e chiedo a Massimo Carlotto, vera e propria colonna portante del noir italiano, la cortesia di rispondere ad alcune domande: ricevo un sì infinitamente generoso e disponibile (del quale non mi stancherò mai di ringraziarlo) e la chiacchierata può cominciare…

Benvenuto a Genova, signor Carlotto.

Grazie!

Genova e le “città del noir”… Lei ha raccontato come nessun altro il cuore nero del Nordest e ha avuto modo di affermare in diverse occasioni che il territorio è un personaggio, che conoscere i luoghi di cui si ha in animo di scrivere è fondamentale. Quali altre caratteristiche deve avere, secondo lei, un buon noirista? E un buon romanziere in generale?

Secondo me un buon noirista deve conoscere molto bene il territorio in cui ambienta le storie. Anche perché è una cosa che ci siamo già… voglio dire, “divisi” tempo fa: l’idea che ognuno scriva del luogo dove vive e dove lavora presuppone il fatto di essere dei profondi conoscitori del luogo, al punto che bisogna saperne interpretare anche i profumi, i sapori… Questa è una dimensione che ci deve essere nel romanzo, perché è proprio vero che il luogo dev’essere un personaggio, non è più possibile che sia solo lo sfondo… dev’essere un personaggio che si muove all’interno della narrazione. E questa tra l’altro è stata la cifra che ha fatto conoscere e apprezzare il poliziesco e il noir italiano a livello internazionale.

In un intervento pubblicato sul Manifesto nel maggio dell’anno scorso ha descritto il genere italiano come “un pentolone di idee” in continuo e multiforme subbuglio. E’ sempre grande la confusione sotto il cielo? (ride, N.d.I.) Detto altrimenti: che cos’è il noir?, e fino a che punto lo si conosce? La sensazione è che la gente comune, anche i lettori cosiddetti “forti”, abbiano un’idea abbastanza vaga, a riguardo.

C’è un’idea vaga e confusa che secondo me è suggerita da un’arretratezza della critica che non riesce a interpretare quello che sta accadendo, nel senso che ci sono delle modificazioni profonde a livello letterario che non vengono percepite… cioè di fatto vengono più percepite dai lettori, anche se in maniera confusa, che dalla critica. E questo ha portato a una serie di errori secondo me “di definizione”, e questo come effetto collaterale ha purtroppo l’effetto che c’è confusione, spesso, tra i lettori meno attenti; e quindi c’è anche un discorso di capacità di apprezzare meno un genere che in Italia sta producendo molto, al di là del soliti nomi.

Un genere che ha altresì una funzione sociale?

Assolutamente ha una funzione sociale, che è quella di raccontare il reale in maniera molto, molto precisa. E questa, voglio dire… una cosa che si evince sempre di più è che proprio c’è un uso anche sociale dei romanzi, nel senso che molte volte vengono usati proprio per raccontare delle situazioni, anche da parte di istanze popolari.

A proposito di questo, ci sarebbe tanto da dire su Perdas de fogu (romanzo frutto di una lunga inchiesta condotta da Massimo Carlotto e da un gruppo di scrittori uniti nella sigla Mama Sabot, fortemente voluto dai cittadini che vivevano nei pressi del poligono del Salto di Quirra, N.d.I.), se solo avessimo più tempo…

Il punto è che il lettore ha sempre un doppio binario davanti a sé, la possibilità di andare oltre la lettura d’intrattenimento. Dopo aver raccontato la crisi, la sfida del noir sarà sempre più quella di raccontare il conflitto.

Oltre a quella di anticipare la realtà…

Il noir anticipa sempre. E’ proprio la caratteristica più importante del noir la capacità di anticipare quello che verrà raccontato dopo due o tre anni, è sempre così. Perché di fatto, usando gli strumenti del giornalismo investigativo, si arriva ad analizzare e indovinare alcune cose che accadranno dopo…

… questo dipende anche dal fatto che il giornalismo d’inchiesta ha abdicato alla propria funzione?

Il giornalismo d’inchiesta non esiste più, purtroppo, rispetto alla criminalità. E questo sta provocando questi guasti… che noi noiristi stiamo cercando di colmare, insomma (ride, N.d.I.). Con fatica.

Lei ha affermato che “il cosiddetto noir non è affatto l’unica letteratura in grado di raccontare il reale” e che la letteratura “più che di generi è fatta di contenuti”. La nuova collana editoriale da lei curata, Collezione Sabot/AGE (diretta da Colomba Rossi per Edizioni e/o, N.d.I.), va in questa direzione? Nella direzione cioè di superare gli steccati di genere per “sabotare” la menzogna e occuparsi delle storie che nessuno ha il coraggio di raccontare?

Esattamente. Io sono profondamente convinto che oggi non esiste un genere in grado di raccontare la realtà nella sua complessità e che bisogna affidarsi a più generi e a più forme espressive, e credo che questo abbia portato a uno sviluppo diverso, molto forte e robusto di alcune concezioni proprio rispetto all’uso della realtà nel romanzo. Questo ha portato alla collana Sabotage o Sabot Age (pronuncia francese o inglese, N.d.I.) – è uguale, sono due modi diversi di vedere la stessa cosa[1]– e questo però ci conforta molto perché stanno arrivando dei romanzi, che verranno anche pubblicati, dal fantapolitico al romanzo più “bianco” e però così profondamente ancorati alla realtà e ai contenuti che sembrano quasi dei romanzi di genere.

Il romanzo poliziesco classico – à la Agatha Christie, per intenderci – è morto e sepolto?

No, perché Agatha Christie continua a vendere poco meno della Bibbia… quindi non è così! E anche guardando le classifiche si vede che è un tipo di romanzo che piace molto. D’altra parte è un romanzo che risponde alle domande come-dove-quando…

… senza curarsi troppo del “perché”…

(annuisce, N.d.I.) ed è comunque profondamente consolatorio, e la gente giustamente in questo periodo ha tutto il diritto di consolarsi rispetto agli effetti collaterali della crisi dal punto di vista umano, che sono veramente forti e difficili da vivere.

Lei ha scoperto e promosso diversi autori esordienti. Nel primo numero di “Fralerighe” abbiamo intervistato Matteo Strukul, che con la sua “ballata di Mila” inaugura la Collezione Sabot/age. Cosa consiglia a uno scrittore alle prime armi che vorrebbe pubblicare?

Pubblicare è difficilissimo, sempre più difficile. Bisogna credere fermamente nel proprio lavoro, questa è la prima regola: crederci così tanto che alla fine si riesce a spuntarla. Io credo che però bisogna anche avere la capacità di ascoltare molto: ascoltare i buoni consigli che in questo mestiere sono fondamentali.

E leggere molto?

Ah beh, sì. Solo i forti lettori possono essere dei buoni scrittori.

Manifestazioni come Città del noir sembrerebbero testimoniare il contrario ma in Italia si legge poco. Perché, secondo lei? Come si potrebbe motivare la gente a leggere di più? Mi riferisco in particolare alle giovani generazioni cresciute a pane, tv e tecnologia.

Il problema di fondo è che in questo Paese si stanno chiudendo molte librerie, soprattutto nei paesi, dove al limite resiste una cartolibreria. Se non hai familiarità con l’oggetto libro non hai familiarità con la lettura, e questa è una cosa che nessun e-book può colmare. E credo che la questione della lettura proprio rappresenti questo, cioè c’è una difficoltà enorme da questo punto di vista perché le librerie, soprattutto quelle indipendenti, stanno soffrendo moltissimo all’interno di un mercato sempre più spietato. Però noi ci stiamo giocando la cultura di un Paese, al di là dei generi e delle passioni. Ci stiamo proprio giocando la cultura di un Paese. Questo è un Paese dove si dimenticano sempre i classici… ormai alcuni classici fondamentali non vengono nemmeno più ristampati: questa è veramente una vergogna.

E-book in fabula. “Fralerighe” è una rivista in formato esclusivamente digitale: qual è la sua opinione in merito agli e-book? In che modo stanno cambiando il volto dell’editoria?

Mah, l’e-book… io leggo molti e-book. Nel senso che ormai leggo e-book, leggo cartaceo… anche se la mia generazione è più legata al cartaceo; è una cosa assolutamente normale. Penso però che l’e-book non sia automatico come passaggio ma sia il passaggio invece a un formato più agile da parte di un lettore già affermato, ma che il passaggio iniziale sia sempre attraverso il cartaceo. Io credo che almeno in questo momento storico sia così.

Nel prossimo numero di “Fralerighe” recensiremo Arrivederci amore, ciao e Alla fine di un giorno noioso: ci descrive brevemente la parabola di Giorgio Pellegrini?

(ride di gusto, N.d.I.) Se lo recensite lo sapete meglio di me! Comunque è una storia di formazione criminale nel primo romanzo e una storia invece di affermazione criminale nel secondo. Sono due momenti a distanza di dieci anni nella vita di un criminale quasi perfetto.

Provo ad estorcerle qualche anteprima sul nuovo romanzo targato Einaudi, Respiro corto, in uscita il prossimo 10 aprile. Ho letto sul suo sito ufficiale che la vicenda si svolgerà fra i vicoli della vecchia Marsiglia: dici Marsiglia e il pensiero corre subito a Jean-Claude Izzo…

Sì, ma la Marsiglia di Izzo non esiste più… quindi io racconto un’altra Marsiglia completamente diversa. Però non c’è solo Marsiglia ma c’è anche l’India, c’è la Russia, c’è il Paraguay… è una dimensione di criminalità molto diversa. Diciamo che i destini di alcune persone s’incrociano a Marsiglia, Marsiglia che oggi è sempre di più il crocevia di una criminalità sempre più globalizzata, una città dove è in atto uno scontro quasi militare molto, molto accentuato.

Il mondo è di chi corre veloce quanto il denaro?

Assolutamente sì. Nella criminalità chi corre più veloce vince. Una cosa che una volta non c’era, la dimensione della velocità nel crimine, oggi invece è fondamentale.

Dobbiamo salutarci in fretta e furia, l’incontro sul Nordest sta per iniziare…

La mano scivola inavvertitamente sul pulsante di “stop” e la videocamera perde per sempre la cascata di ringraziamenti che faccio in tempo a snocciolare.

La vera e propria colonna portante del noir italiano deve aver captato qualcosa, tuttavia, perché si volta e mi regala un ultimo sorriso: “grazie a te”, mi dice allontanandosi.

Grazie a te, signor Carlotto. A nome mio e di tutta la Redazione di “Fralerighe”.

Simona Tassara

(intervista originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe)


[1] Il nome della collana contiene infatti un doppio significato: sabotaggio (se letto alla francese) o “Era del Sabot” (Sabot Age, in inglese); il “sabot” è lo zoccolo di legno che gli operai esausti lanciavano negli ingranaggi delle macchine ai tempi della rivoluzione industriale.