Volevo che tu imparassi una cosa:

volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano.

Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda.

Harper Lee, Il buio oltre la siepe (1960)

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Ti ricordi, Bärlach,

la nostra discussione nella muffa di quell’osteria, nel sobborgo di Tofano, in mezzo al fumo delle sigarette turche? La tua tesi era questa: che l’imperfezione umana, il fatto che le azioni degli altri non sono mai del tutto prevedibili e che del resto non possiamo mai, nei nostri calcoli, tener conto del caso, il quale tuttavia ha la sua parte in tutto, fosse il motivo per cui la maggior parte dei delitti vengono immancabilmente in luce. Dicevi che era una sciocchezza commettere un delitto, perché ti sembrava impossibile usare la gente come le pedine degli scacchi. Io invece più per contraddirti che per convinzione, sostenevo la tesi che proprio la confusione dei rapporti umani rendeva possibili delitti che non potevano essere scoperti, e che proprio per questo motivo la maggior parte dei delitti restavano non soltanto impuniti ma anche insospettati. E continuammo a lungo a bisticciare, animati dal fuoco della grappa che l’oste ebreo ci versava e poi, forse trascinati dalla nostra giovinezza, nell’euforia, abbiamo fatto una scommessa, mentre la luna tramontava sull’Asia Minore, una scommessa di cui chiamammo a testimone il cielo…

Friedrich Dürrenmatt: “Il giudice e il suo boia” (1952)

Gli uomini erano sempre uguali,

sia che alla domenica andassero alle funzioni nella Basilica di Santa Sofia o nel Duomo di Berna. I grossi mascalzoni facevano quello che volevano e i poveri cristi finivano in galera. C’era un sacco di delitti a cui non si badava, soltanto perché più delicati, più distinti di un assassinio, così antiestetico, e che, oltretutto, esce sui giornali; eppure gli uni valevano l’altro, bastava considerarli dal giusto punto di vista e con un po’ di fantasia. La fantasia, ecco, la fantasia! Per pura mancanza di fantasia un bravo commerciante poteva combinare tra l’aperitivo e la colazione, con qualche affare spettacoloso, un vero e proprio delitto, e nessuno se ne accorgeva, tanto meno il commerciante stesso, perché nessuno aveva la fantasia sufficiente per accorgersene. La trascuratezza, la manica larga, ecco cosa rendeva il mondo insopportabile; per trascuratezza il mondo stava andando in malora.

Friedrich Dürrenmatt: “Il sospetto” (1953)

Un requiem per il romanzo giallo

Trama originale:

Promisi sulla mia coscienza di trovare l’assassino, solo per non essere costretto a vedere ancora il dolore di quei genitori…

… e ora devo mantenere la mia promessa.

Il freddo e infallibile investigatore, il commissario Matthäi, è vincolato all’impegno preso e obbligato a risolvere il caso di una bambina di sette anni brutalizzata e uccisa in un bosco. Ma La promessa, “antiromanzo giallo”, liquida con un massimo di crudeltà e finezza il genere poliziesco colpendolo proprio alla radice, cioè nella sua favolosa e assoluta consequenzialità. Gli elementi del genere ci sono tutti: i colleghi, ottusi o altezzosi, che si rifiutano di prestare fede alle sorprendenti intuizioni del commissario; un delitto raccapricciante con drammatici precedenti; un presunto colpevole; e la sorpresa finale, con lo scioglimento del mistero e la rivelazione dell’autentico assassino. Tutto viene però parodisticamente distorto e deformato nella celebrazione funebre del personaggio del detective e del racconto giallo tradizionali. Dürrenmatt sostituisce alla morale pratica di ogni poliziotto (il delitto non paga) una morale metafisica in cui regna l’assurdo: il razionale non prevale affatto sul caos, o almeno non fatalmente, e chi fa affidamento sulla razionalità finisce per esserne la prima incompresa vittima.

*

La dichiarazione di intenti è contenuta nel sottotitolo e si dispiega con rara franchezza nelle primissime pagine di questo romanzo che non esito a definire eccezionale. Continua a leggere “Un requiem per il romanzo giallo”

Il gioco di Ripper

di Isabel Allende

Editore: Feltrinelli – Collana: I Narratori

Per Amanda e i suoi amici Ripper era solo un gioco. Ma quando San Francisco è scossa da una serie di misteriosi omicidi, Amanda sembra l’unica in grado di risolvere l’enigma.

Le donne della famiglia Jackson, Indiana e Amanda, madre e figlia, sono molto legate pur essendo diverse come il giorno e la notte. Indiana, guaritrice in una clinica olistica, è una donna libera e fiera della propria vita. Sposata e poi separatasi molto giovane dal padre di Amanda, è riluttante a lasciarsi coinvolgere sentimentalmente, che sia con Alan, ricco erede di una delle famiglie dell’alta borghesia di San Francisco, o con Ryan, enigmatico e affascinante ex navy seal, ferito durante la sua ultima missione. Mentre la madre vede soprattutto il lato buono delle persone, Amanda, come suo padre, ispettore capo della Sezione Omicidi della polizia di San Francisco, è affascinata dal lato oscuro della natura umana. Brillante e introversa, appassionata lettrice, dotata di un eccezionale talento per le indagini criminali, si diletta a giocare a Ripper, un gioco online ispirato a Jack the Ripper, Jack lo Squartatore, in cui bisogna risolvere casi misteriosi. Quando la città è scossa da una serie di efferati omicidi, Amanda si butta a capofitto nelle indagini, scoprendo, prima della polizia, che i delitti potrebbero avere un legame fra loro. Ma il caso diventa fin troppo personale quando sparisce Indiana. La scomparsa della madre è collegata al serial killer? Ora la giovane detective si ritrova ad affrontare il mistero più complesso che le sia mai capitato, e deve risolverlo prima che sia troppo tardi.

In libreria dal 4 dicembre 2013

Al suo tavolo da lavoro, Pablo Simò

disegna il profilo di un edificio che non esisterà mai. Come se fosse condannato a fare lo stesso sogno ogni notte, da anni rifà quel bozzetto: un palazzo di undici piani rivolto a nord. Conserva in una cartella la serie di disegni identici, non sa quanti siano, ha perso il conto da tempo; più di cento, meno di mille. Non li numera, però li firma: architetto Pablo Simò, e ci mette la data. Per sapere in quale giorno ha disegnato il primo bozzetto dovrebbe cercarlo sotto la pila di fogli, ma non lo fa; l’ultimo porta la data di quel giorno: 15 marzo 2007. Si ripromette di contarli, prima o poi; disegni dello stesso palazzo, sullo stesso terreno, con la stessa quantità di finestre e balconi alla stessa distanza precisa, sempre con la stessa prospettiva, lo stesso giardino davanti e intorno all’edificio, gli stessi alberi, uno su ciascun lato del portone d’ingresso. Pablo pensa che se contasse uno per uno i mattoni che disegna a mano libera sulla facciata scoprirebbe che in ogni bozzetto la quantità è identica. E’ per questo che non li conta, perché ha paura che sia proprio così, ha paura di scoprire che il disegno non lo ripete di sua volontà ma è qualcosa di inevitabile.

Claudia Piñeiro, La crepa (Feltrinelli, 2013)

Ma oggi sa anche cosa si prova

a essere una canaglia. E se lo fosse sempre stato? Non sarà che era condannato a diventare una canaglia dalla nascita? E si può smettere di essere una canaglia dopo esserlo stato almeno una volta?

Si chiede se possa dipendere da qualcosa di latente, come una sorta di malattia genetica che aspetta un evento fortuito per manifestarsi. Se così fosse, la propensione a diventare una canaglia sarebbe rimasta in incubazione dentro di lui, mentre conduceva la sua vita senza sospettarne la presenza, finché a un certo punto, qualunque fosse la causa scatenante, avrebbe preso il sopravvento, in modo innegabile, brutale, come è accaduto poco dopo l’incontro con Nelson Jara nel suo studio per discutere di quella crepa.

Claudia Piñeiro, La crepa (Feltrinelli, 2013)

Oggi in libreria

Editore: Feltrinelli
Traduzione di Pino Cacucci

Nella vita da uomo qualunque dell’architetto Pablo Simó c’è una fessura inconfessabile, una crepa che gli tormenta la coscienza: Nelson Jara.

Forse era solo un piccolo truffatore, una “canaglia”, ma anche Pablo Simó sa di essere una canaglia, nonostante l’apparenza di irreprensibile professionista e buon padre di famiglia.

Come una crepa che si allunga e si allarga, tutte le piccole certezze quotidiane di Pablo si sgretolano: una giovane donna che sembra sapere chissà cosa su Jara scatena in lui un’attrazione dirompente, la famiglia va in frantumi, il lavoro diventa insopportabile, e passo dopo passo la tentazione di essere canaglia fino in fondo lo travolge.

Ancora una volta Claudia Piñeiro ci narra i piccoli inferni di una variegata umanità, nella monumentale Buenos Aires invasa dal cemento delle speculazioni edilizie dove l’apparenza, più che mai, inganna.

Educarsi alla felicità

(Genova abbraccia Roberto Saviano)

A una settimana di distanza torno sul “luogo del delitto” e lascio che i ricordi risalgano in superficie.

Sono passati sette giorni dal mio incontro con Roberto Saviano, e se non fosse per la dedica tracciata col pennarello nero, a tutta pagina, sul frontespizio del libro che sto leggendo, sarei portata a ritenerlo un sogno. Desideravo stringergli la mano e dirgli grazie per ciò che scrivi, per come lo scrivi. Lo desideravo da tanti anni e…

… l’ho fatto? E’ accaduto davvero? Continua a leggere “Educarsi alla felicità”

Coca # 1

zerozerozeroLa coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale.

Fa uso di coca chi ti è più vicino.

Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio.

Se non è tuo figlio, è il tuo capoufficio.

O la sua segretaria che tira solo il sabato per divertirsi.

Se non è il tuo capo, è sua moglie che lo fa per lasciarsi andare.

Se non è sua moglie è la sua amante, a cui la regala lui al posto degli orecchini e meglio dei diamanti.

Roberto Saviano, Zero Zero Zero (Feltrinelli, 2013)

ZeroZeroZero

Sette anni dopo Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra, il nuovo romanzo-verità di Roberto Saviano (Feltrinelli – I Narratori):

Un viaggio di 450 pagine nell’inferno della cocaina: non guarderete più il mondo con gli stessi occhi.

Scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni, e quelle che trovi sono succulente, non ne puoi più fare a meno. Sei addicted. Anche quando sono riconducibili a uno schema generale che hai già capito, queste storie affascinano per i loro particolari. E ti si ficcano in testa, finché un’altra – incredibile, ma vera – prende il posto della precedente. Davanti vedi l’asticella dell’assuefazione che non fa che abbassarsi e preghi di non andare mai in crisi di astinenza. Per questo continuo a raccoglierne fino alla nausea, più di quanto sarebbe necessario, senza riuscire a fermarmi. Sono botte di adrenalina che mi sparo direttamente in vena. Fiammate che divampano accecanti. Assordanti pugni nello stomaco. Ma perché questo rumore lo sento solo io? Più scendo nei gironi imbiancati dalla coca, e più mi accorgo che la gente non sa. C’è un fiume che scorre sotto le grandi città, un fiume che nasce in Sudamerica, passa dall’Africa e si dirama ovunque. Uomini e donne passeggiano per via del Corso e per i boulevard parigini, si ritrovano a Times Square e camminano a testa bassa lungo i viali londinesi. Non sentono niente? Come fanno a sopportare tutto questo rumore?

Oggi in libreria

La bella di Buenos Aires, di Manuel Vázquez Montalbán

Copertina-de-La-bella-di-Buenos-Aires-Feltrinelli-2012Un ragazza bonaerense bellissima, destinata a diventare l’Emmanuelle argentina, fugge in Spagna inseguita dai militari. Anni dopo, il cadavere di una barbona assassinata viene ritrovato a Barcellona. Carvalho insieme con Biscuter, ormai diventato suo socio, dovrà chiarire una serie di misteri che coinvolgono dal giudice Garzon, all’ispettore-semiologo Lifante, a tutta una serie di emarginati e a un nucleo di alleanze segrete tra diversi Stati. La Barcellona crepuscolare del Barrio Chino sta ormai diventando la città del design mentre, un po’ dappertutto, nuovi cadaveri spuntano come funghi avvelenati. E, sempre presente, il tango. Carvalho riassume, tra un libro bruciato nel caminetto e una nuova ricetta di cucina, avendo ormai scoperto l’intera trama del Male: “Chi è l’assassino? La Storia, la guerra sporca. Il passato. Il passato è il luogo dove si trovano le cause, vale a dire, i colpevoli. Vogliono un mondo senza colpevoli e quando questo diventa impossibile, quando il passato risuscita la colpa, i colpevoli uccidono di nuovo, ridiventano quello che erano sempre stati. Assassini”.

A dieci anni dalla scomparsa dell’autore, una nuova avventura di Pepe Carvalho. Oggi in libreria.