Oggi la mamma è morta.

O forse ieri, non so.

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Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Questo non dice nulla: è stato forse ieri.

L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera.

Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: “Non è colpa mia.” Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo.

Albert Camus, Lo straniero (1942)

Al suo tavolo da lavoro, Pablo Simò

disegna il profilo di un edificio che non esisterà mai. Come se fosse condannato a fare lo stesso sogno ogni notte, da anni rifà quel bozzetto: un palazzo di undici piani rivolto a nord. Conserva in una cartella la serie di disegni identici, non sa quanti siano, ha perso il conto da tempo; più di cento, meno di mille. Non li numera, però li firma: architetto Pablo Simò, e ci mette la data. Per sapere in quale giorno ha disegnato il primo bozzetto dovrebbe cercarlo sotto la pila di fogli, ma non lo fa; l’ultimo porta la data di quel giorno: 15 marzo 2007. Si ripromette di contarli, prima o poi; disegni dello stesso palazzo, sullo stesso terreno, con la stessa quantità di finestre e balconi alla stessa distanza precisa, sempre con la stessa prospettiva, lo stesso giardino davanti e intorno all’edificio, gli stessi alberi, uno su ciascun lato del portone d’ingresso. Pablo pensa che se contasse uno per uno i mattoni che disegna a mano libera sulla facciata scoprirebbe che in ogni bozzetto la quantità è identica. E’ per questo che non li conta, perché ha paura che sia proprio così, ha paura di scoprire che il disegno non lo ripete di sua volontà ma è qualcosa di inevitabile.

Claudia Piñeiro, La crepa (Feltrinelli, 2013)

La mattina del sabato

9 gennaio 1993, mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. Gabriel aveva cinque anni, la stessa età di Antoine Romand. Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro. Ho trascorso da solo, nel mio studio, il pomeriggio del sabato e l’intera domenica, in genere dedicati alla vita familiare, perché stavo finendo un libro al quale lavoravo da un anno; la biografia dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick. L’ultimo capitolo raccontava i giorni che lo scrittore aveva passato in coma prima di morire. Ho finito il martedì sera, e il mercoledì mattina ho letto il primo articolo di “Libération” sul caso Romand.

Emmanuel Carrère: L’Avversario (Adelphi, 2013)

L’avversario

avversariodi Emmanuel Carrère

Editore italiano: Adelphi
Traduzione di Eliana Vicari Fabris

«Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo. «Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell’uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un’autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi».

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