Le verità di Bébé Donge

Bébé! Che idea chiamarla Bébé! Dopo dieci anni di matrimonio non si era ancora abituato…

Il nomignolo suonerà familiare agli estimatori di Georges Simenon e del poliziesco d’autore: perla noir di rara – e alquanto sottovalutata – bellezza, La vérité sur Bébé Donge (1942) costituisce una delle vette più alte della produzione simenoniana.

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Il racconto si sviluppa intorno all’avvelenamento del facoltoso uomo d’affari François Donge: in una tranquilla domenica d’estate sua moglie, l’eterea e raffinata Bébé, gli versa una dose letale di arsenico nel caffé. Scampato alla morte per un soffio, François avrà modo di riflettere sul gesto – freddo e premeditato – della moglie e di scandagliare gli abissi più profondi della sua enigmatica personalità. Continua a leggere “Le verità di Bébé Donge”

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Accade, talvolta

, che un microscopico moscerino increspi la superficie di una pozzanghera più della caduta di un enorme sasso. E’ ciò che avvenne quella domenica alla Châtaigneraie. Altre domeniche, nella memoria dei Donge, erano rimaste in un certo senso storiche, come la domenica della bufera, quando il faggio si era schiantato al suolo “appena tre minuti dopo che era passata la mamma”, oppure la domenica della grande litigata, che aveva raffreddato per parecchi anni i rapporti fra le due coppie.

Quella domenica, che si potrebbe chiamare la domenica del grande dramma, trascorse invece con la limpidezza e la calma di un ruscello in pianura.

Georges Simenon, La verità su Bébé Donge (1942)

Aveva lasciato andare il giornale,

che prima gli si era aperto sulle ginocchia e poi era scivolato lentamente fino al parquet lucido di cera. Non fosse stato per la sottile fessura che di tanto in tanto gli si disegnava fra le palpebre, si sarebbe detto che dormiva.

Chissà se la moglie ci era cascata… Se ne stava a sferruzzare, nella sua poltrona bassa, dall’altro lato del camino. Sembrava sempre che non lo guardasse neanche, ma lui sapeva da tempo che in realtà nulla le sfuggiva, nemmeno il più impercettibile fremito di un muscolo.

Fuori, le ganasce d’acciaio di una benna piombavano dall’alto della gru e atterravano pesantemente, vicino alla betoniera, con un frastuono di ferraglia. Ogni volta il colpo faceva tremare la casa, e ogni volta la donna sussultava portandosi una mano al petto come se quel rumore, per quanto ormai familiare, la ferisse nel più profondo dei suoi visceri.

Georges Simenon, Il gatto (1967)

Può capitare che un uomo,

in casa propria, vada su e giù, faccia i gesti abituali, i gesti di tutti i giorni, con l’espressione distesa di chi è solo, e poi, alzando gli occhi all’improvviso, si accorga che le tende non sono state tirate e che qualcuno, da fuori, lo sta osservando.
Per Spencer Ashby fu un po’ così. Non del tutto, però, dato che in realtà, quella sera, nessuno gli prestò attenzione. Poté disporre di quella solitudine che tanto gli piaceva, compatta, impenetrabile ai rumori esterni, persino con la neve che aveva preso a cadere a larghe falde e sembrava materializzare il silenzio.
Poteva forse prevedere, lui come chiunque altro, che quella sera l’avrebbero poi analizzata meticolosamente, che gliel’avrebbero fatta quasi letteralmente rivivere, osservandolo come un insetto al microscopio?

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Georges Simenon, La morte di Belle (1952)

Quando Julius de Coster jr. si ubriaca al Petit Saint Georges

, e l’impossibile infrange d’un tratto le dighe della vita quotidiana

Per quel che riguarda personalmente Kees Popinga, si deve convenire che alle otto di sera c’era ancora tempo, perché a ogni buon conto il suo destino non era segnato.

Ma tempo per che cosa? E poteva lui agire diversamente da come avrebbe poi agito, persuaso com’era che i suoi gesti non fossero più importanti di quelli di mille altri giorni del suo passato?

Georges Simenon, L’uomo che guardava passare i treni (1938)

L’assassino, di Georges Simenon

E’ un martedì qualunque, nel paesino olandese di Sneek, il primo del mese.

Come tutti i primi martedì del mese, il dottor Hans Kuperus prende un treno per Amsterdam dove lo attendono la pingue signora Kramm e la riunione dell’Associazione di Biologia: il martedì qualunque di un uomo qualunque.

Per tutta la vita il dottor Hans Kuperus si è comportato “come l’uomo più banale del mondo, un olandese identico a tutti gli altri, un dottore come tutti gli altri dottori di provincia, un marito come tutti i mariti”: ha una moglie debitamente impellicciata, una casa conforme al suo rango sociale, un salotto alla moda quanto quello dei vicini Van Malderen. Ha una rispettabile vita qualunque, il dottor Kuperus, e la vive nel rispetto di tutti i rituali, degli schemi precostituiti: lo fa perché così dev’essere, perché la strada giusta è la strada che seguono tutti.

Certo gli è capitato di annoiarsi; lo ha colto alla gola, milioni di volte, la smania di buttare via tutto: quella casa così perbene, il salotto fin troppo nuovo… Non ha fatto nulla, tuttavia, per uscire dai binari della sua vita tranquilla.

Fino a quel giorno.

E’ il primo martedì del mese ma il dottor Kuperus non fa visita alla signora Kramm, che pure lo attende nell’elegante quartiere del Giardino Botanico, né presenzia alla riunione dell’Associazione di Biologia; imbocca invece la via principale che porta al quartiere dei teatri e acquista una pistola automatica.

Ha impiegato un anno, a decidersi. Un anno da quando ha ricevuto il biglietto anonimo che lo informa della relazione che Alice, sua moglie, intrattiene con il conte Schutter, l’uomo più facoltoso di Sneek. Schutter, che prende ciò che vuole e fa quel che gli pare e piace; che ha ottenuto, senza nemmeno dover chiedere, ciò che in cuor suo il dottor Hans Kuperus maggiormente desidera: la Presidenza dell’Accademia del Biliardo.

Ma non è per gelosia, o per vendicare l’onore ferito, che Kuperus acquista la pistola e decide di agire: lo fa per sopire l’insensatezza che lo circonda, la mancanza di senso che descrive i suoi gesti quotidiani. Lo fa, in ultima analisi, per porre fine all’inganno, perché non crede più nella bottiglia di Borgogna in bella mostra accanto al camino e perché quella che riteneva essere la “armoniosa costruzione” della sua vita si è rivelata fasulla.

Il programma è semplice: sorprendere i due amanti nella casa in riva al lago in cui sono soliti incontrarsi ogni primo martedì del mese e fare fuoco su entrambi prima di togliersi la vita.

Ma la ruota – come il più delle volte accade – girerà in maniera alquanto diversa…

*

Romanzo giovanile di Georges Simenon (scritto nel 1935 a Combloux, nell’Alta Savoia), L’assassino è stato pubblicato da Adelphi nel 2011.

Si tratta di una vera e propria perla della letteratura noir, che colpisce anzitutto per la modernità e la limpidezza della scrittura. In essa Simenon sviluppa con la consueta maestria il tema che più gli sta a cuore: la discesa agli inferi di un uomo comune che percorre la strada del crimine per sfuggire al grigiore dell’esistenza quotidiana. Sebbene narrato in terza persona, il romanzo ha in realtà la forma di una lunga confessione e racconta la parabola discendente dell’antieroe come la tragedia di un individuo che non si rivela all’altezza del proprio gesto, che si vede restituire il guanto di sfida che ha provocatoriamente lanciato alla società e assiste impotente alla propria sconfitta.

Nello stile asciutto ed estremamente evocativo che caratterizzerà tutta la sua produzione letteraria, Simenon tratteggia paesaggi cupi e dolenti e analizza con lucida precisione la psicologia del protagonista, il drammatico avvitamento delle riflessioni criminali di un “assassino per noia”: lo scrittore belga regala al lettore la cronaca di un delitto solo apparentemente perfetto che costringe il suo esecutore, e noi tutti, a fare i conti con l’incommensurabile tragicità del vivere.

Recensione originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe.

Fuori dal blu

Viaggio nell’universo nero di Georges Simenon

Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) ha lasciato molto, dietro di sé: guadagni da capogiro, innumerevoli amanti, un’insaziabile voglia di grandiosità. E una vastissima, sconfinata produzione letteraria: circa duecento romanzi firmati con il proprio nome e altrettanti sotto vari pseudonimi, un migliaio di articoli e centinaia di racconti, oltre a volumi di dettature e memorie. Viveur formidabile, scriveva al ritmo di ottanta pagine al giorno e tre libri al mese, e collezionava pipe con identica frenesia.

A lungo snobbato dalla critica, Simenon ha ricevuto numerosi attestati di stima dagli intellettuali più autorevoli del XX secolo: per Jean Luc Godard, “in Simenon si realizza la felice unione tra Dostoevskij e Balzac”; il Premio Nobel André Gide, che l’autore belga considerava un maestro, lo giudicò “un grande romanziere, forse il più grande e autentico che la letteratura francese abbia oggi”. Se non il più grande, di sicuro Simenon è stato lo scrittore più prolifico della sua generazione: lavorava per sei editori differenti e la tiratura globale delle sue opere ha superato il traguardo del miliardo di copie. Si narra di una telefonata di Alfred Hitchcock il quale, informato dalla segretaria dello scrittore che “Monsieur è impegnato nella stesura di un romanzo” e conoscendo l’incredibile velocità di scrittura di Simenon, pare abbia risposto con un folgorante: “Ok, signorina, attendo in linea”! Ipertrofico in tutto, anche nelle contraddizioni, Simenon suscita da sempre opinioni e giudizi assai discordanti: vi è chi lo ritiene un “semplice”, ancorché abilissimo, scrittore di gialli, e chi lo considera invece – con qualche buona ragione – uno dei massimi autori di prosa del Novecento.

Il nome e il successo di Georges Simenon sono legati principalmente alle inchieste del Commissario Maigret, veri e propri gioielli della letteratura poliziesca che, discostandosi dall’impianto tradizionale del whodunit (il giallo deduttivo o giallo classico all’inglese), spostano il fuoco dell’attenzione dal “chi è stato” (who done it, per l’appunto) al “perché lo ha fatto”.

L’indagine psicologica assume, nei romanzi e racconti di cui si tratta, una rilevanza del tutto particolare: Maigret è interessato alle vicende umane che conducono al crimine più che al crimine in sé e alla sua risoluzione; ciò che conta, ai suoi occhi, è il percorso che porta il colpevole ad essere colpevole e la vittima ad essere vittima. Maigret è un conoscitore d’anime che utilizza il “non metodo” (come lo definisce lui stesso) dell’intuito e dell’immedesimazione, un indagatore del lato oscuro dei cuori. Il colpevole viene sospettato e talvolta persino individuato assai presto, nell’intreccio, e l’inchiesta non è che il disvelamento del suo dramma interiore e delle circostanze che lo hanno provocato; lungi dall’essere riparatrice o consolatoria, dunque, la risoluzione del mistero si rivela essere piuttosto un anelito di comprensione: Maigret dubita, s’interroga, si sforza di conoscere. E non giudica. E’ un investigatore profondamente umano, insomma, con le sue storture e le sue debolezze… e una pietà infinita per chi si perde sulla strada del male: una figura pressoché unica nel panorama letterario poliziesco, saturo di super-detective onniscienti e paladini del Bene con la B maiuscola.

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La nostra recensione de L’assassino

Ma è nei romanzi che Simenon stesso definiva “seri” – romanzi in corso di traduzione e pubblicazione da Adelphi sin dal 1985 – che si nascondono le sorprese più ghiotte: L’assassino, La verità su Bébé Donge, Il fidanzamento del signor Hire, L’uomo che guardava passare i treni, per citarne alcuni, sono opere sorprendenti che fanno di Simenon il punto di riferimento imprescindibile per ogni scrittore noir.

“Simenon per la scrittura noir è come Shakespeare per il teatro: non si può fare a meno di lui” : parola di Giancarlo De Cataldo, autore di spicco del noir italiano che sottolinea uno degli aspetti più importanti dell’eredità dello scrittore belga: l’aver saputo superare la dicotomia tra scrittura di genere e scrittura “alta”, imponendosi come autore senza etichette e restituendo dignità letteraria al poliziesco e al noir. In un certo senso si può dire che attraverso l’opera di Georges Simenon il noir diventa noir d’autore, e sbalordisce ancor oggi per la sua contemporaneità.

I romanzi simenoniani raccontano una discesa verso l’abisso, una caduta inarrestabile verso il male e le sue conseguenze. Non vi sono misteri o problemi logici da risolvere, né assassini da smascherare: il protagonista è in genere un uomo qualunque che “passa la linea” e percorre il cammino della dannazione nel convincimento – illusorio – di conquistare con la devianza criminale una forma di emancipazione dalle pochezze dell’esistenza quotidiana. A ben vedere le opere non prettamente poliziesche di Simenon descrivono tutte questa parabola discendente, questa incrinatura irreversibile; esse indagano il delitto, se non con indulgenza, con una lucida e glaciale impotenza: quasi che il nostro antieroe non potesse far altro che invischiarsi nella ragnatela del male e precipitare in un baratro in cui, lungi dal riscattarsi, ritrova i fantasmi da cui ha tentato disperatamente di fuggire.

Fuori dal blu e dentro al nero, verrebbe da dire prendendo in prestito le parole di Neil Young: un infinito spleen declinato in piccole e penetranti storie nere. Non (non solo) perché un certo numero di personaggi, fatalmente, muore; ma perché si racconta la tragedia umana del vivere.

Se Barry Gifford non era lontano dal vero quando sosteneva che il noir “é soltanto una storia che inizia male e finisce peggio”, allora Simenon può considerarsi a pieno titolo uno dei più grandi romanzieri noir del secolo scorso nonché un maestro assoluto del genere.

Se è vero poi, come scrisse il giornalista e critico cinematografico Giorgio Gosetti, che il noir, al pari del blues, non è un genere bensì “un colore, uno stato d’animo, una sensazione”, possiamo affermare senza timore di smentita che Simenon ha colorato di nero ogni singolo scritto regalandoci un retrogusto d’amaro in bocca e una miriade di piccoli e grandi capolavori di questo genere letterario.

Simona Tassara

Articolo originariamente pubblicato dalla rivista letteraria Fralerighe.