Cocaina

Tre storie nere che più diverse non si potrebbe.

Tre paia d’occhi e tre diversi sguardi sul mondo.

Tre racconti che, a dispetto delle differenze d’approccio e di stile, fanno un romanzo.

La forza di Cocaina, pregevole trittico noir firmato da un terzetto di autentici “pesi massimi” della narrativa italiana contemporanea, risiede in primo luogo in questa sua compattezza, in una felicissima – e sorprendente – continuità di narrazione.

E’ come se un filo impalpabile, una “sottile linea bianca”, cucisse il primo racconto al successivo e questo all’altro ancora, legandoli inscindibilmente. Il tema, come recita il titolo, è la sostanza che più profondamente ha segnato la società dagli anni Ottanta ai giorni nostri, che ha travolto destini e generazioni; la droga trasversale e apparentemente “pulita” che un silenzio complice ha finito col normalizzare e rendere invisibile. Il risultato è un noir magistrale che si legge d’un fiato (saranno sufficienti un paio di “tirate”, provare per credere) ma lascia tracce indelebili e fa quel che un pur validissimo trattato in materia non sarebbe in grado e condizione di fare: coinvolge cuore e cervello, tocca le corde più profonde della nostra coscienza.

E’ la (buona) letteratura, bellezza.

La pista di Campagna, di Massimo Carlotto

Picchiettò l’indice sulla pagina de “Il Mattino di Padova”. – Leggi qua, Campagna. L’ispettore girò il quotidiano e sbirciò il titolo. Padova capitale veneta del consumo di cocaina.

In questo bel racconto, che apre la raccolta, Massimo Carlotto torna a scavare nel cuore nero dell’Italia industrializzata e lo fa riportando sulla scena l’ispettore Giulio Campagna, cane sciolto dell’Antidroga padovana già protagonista di “Little dream” (in Crimini italiani – Einaudi, 2008) qui alle prese con un’indagine che potrebbe costargli la vita e una carriera da sempre in bilico.

E’ lo stesso Carlotto a raccontare, in una recente intervista, la gestazione dell’opera: «ho girato all’alba, quando le donne delle pulizie smettono di lavorare e trovano un po’ di consolazione nella striscia consumata in fretta nei locali di periferia dove prendono il caffè. Un tiro e le paure di una vita sempre più precaria sembrano svanire. Lo stesso nei grandi parcheggi dove si ritrovano i lavoratori giornalieri dell’edilizia. O negli autogrill dove gli spacciatori aspettano i camionisti e i piccoli padroncini che si fermano per fare il pieno di benzina e di polvere bianca. Durante il boom era la droga dell’euforia, ora con la crisi è la droga della consolazione».

La droga di tutti che scorre a fiumi negli scarichi dell’operoso Nordest, dietro la facciata perbene del motore d’Italia. La panacea che ha fatto saltare le regole e cambiato per sempre il volto del crimine (e non solo): “da quando la cocaina è dilagata” si sfoga l’ispettore Campagna nella prima parte del racconto, “si sono rotti gli argini e un esercito di incensurati si è arruolato nelle bande criminali. E allora un poliziotto deve scegliere chi bisogna castigare e chi si merita di non finire in galera perché è meno pericoloso degli altri o perché è diventato un informatore prezioso.”.

Navigare a vista, insomma, con la consapevolezza che il traffico di cocaina – “una marmellata che come la tocchi ti sporchi le dita” – non lascia innocenti, dietro di sé.

Un racconto duro, formalmente impeccabile, che non deluderà gli estimatori di Massimo Carlotto.

La velocità dell’angelo, di Gianrico Carofiglio

Ecco, io ero una bambina che correva coprendosi gli occhi e andava troppo veloce perché il suo angelo custode riuscisse a starle dietro.

Un caffè in riva al mare, uno scrittore in crisi e una donna carica di mistero che non si cura di nascondere le proprie cicatrici: questi i principali ingredienti del racconto di Gianrico Carofiglio. Il dialogo fra i due personaggi – monadi alla deriva tratteggiate con grande cura e sensibilità – porta alla luce un’intensa storia d’amore e dipendenza, di dannazione e riscatto. Una vicenda intima e al tempo stesso universale che il “papà” dell’avvocato Guerrieri sceglie di narrare in punta di penna; un viaggio denso e doloroso che ci costringe a riflettere su quella che potremmo definire l’insostenibile leggerezza dell’essere umano, sulla impossibilità di tracciare il confine tra colpa e innocenza, tra la vittima e il suo carnefice.

Ballo in polvere, di Giancarlo De Cataldo

La vita era salire, salire, salire sempre più in alto. La coca, sia benedetta, era l’ascensore.

“Ballo in polvere” è un autentico gioiello della narrativa noir, felicità di narrazione allo stato puro. Un Giancarlo De Cataldo in stato di grazia ci racconta il percorso di una partita di cocaina dalla foglia alla finanza, dai trafficanti del Cartél de Sinaloa alle bolge profumate della “Milano bene” verso la sua destinazione naturale e finale: il denaro. Nel descrivere il cammino della “neve”, l’autore dell’indimenticabile Romanzo criminale sembra volerci ricordare una volta di più, se mai ce ne fosse bisogno, che alle origini del male non vi è la sostanza in sé quanto piuttosto il suo utilizzo da parte dell’uomo, la sua trasformazione in merce.

Il racconto – lungo e articolato, quasi un romanzo breve – ha la struttura di un vorticoso e ubriacante giro di pista dove, come sottolinea lo stesso De Cataldo in un’intervista recentemente pubblicata sul web, “a ogni passo qualcuno perde qualcosa”: apre le danze una bellissima e struggente “suite messicana” e quindi via di minuetto, giga, sarabanda, gran finale (che lascia, com’è giusto che sia, un bel po’ di amaro in bocca).

Chapeau.

 Simona Tassara
(recensione originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe Crime)
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