Le ragioni dello scrivere – (VI) Grazia Verasani

Ed eccoci all’ultimo appuntamento con Le ragioni dello scrivere (ma sarà davvero, poi, l’ultimo?). E’ il caso di dire – consentitemi una nota personale – dulcis in fundo: nutro grande ammirazione per Grazia Verasani e sono molto felice che abbia percorso un tratto di strada con noi.

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“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Non so se vale per tutti i narratori, ma io credo che in chi scrive nasca presto, nell’infanzia, la necessità di creare un mondo altro, per contrastare la realtà e attenuarne gli effetti più dolorosi. In questo modo l’immaginazione diventa la migliore difesa. Eppure non si scrive per opporsi al reale, semmai per tentare di comprenderlo in modo più profondo. E non si scrive, credo, nemmeno perché si è particolarmente solitari o fantasiosi o più sensibili di altri. In me la necessità di scrivere è nata perché leggevo molto, e leggere mi riempiva la vita. Il passaggio dalla lettura alla scrittura è stato naturale e inevitabile. Si scrive se se ne ha voglia e bisogno, e spesso per dare voce a perdite e assenze. E ogni narratore ha un lettore ideale a cui si rivolge, e anche se scrive per se stesso è con quel lettore che cerca avidamente di comunicare.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Perché in questo momento storico preciso la narrativa nera sembra l’unica in grado di interpretare il presente, un presente sempre più ambiguo e confuso. L’unica che rende lo scrittore testimone di qualche verità. L’unica che sollecita dubbi e domande e che si discosta da un intimismo fine a se stesso. Scrivere un romanzo noir è raccontare innanzitutto un’atmosfera, è districarsi in un manipolo di contraddizioni, infrazioni, fragilità. Dostoevskij si lasciò ispirare da un fatto di cronaca per scrivere “Delitto e castigo”, e anche oggi vale la regola di un’indagine sul mistero “uomo”. Il “successo” di questa narrativa è che è basica, nel senso che racconta una storia di fantasia senza perdere di vista le luci e le ombre della realtà. Ne delucida aspetti grazie a delle intuizioni e a un forte spirito di osservazione e di empatia. E ha il privilegio, quando è buona letteratura, di essere avvincente.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”?

Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Sì, è esattamente così, e come spiegavo prima. Io non amo i thriller, non mi divertono nemmeno. Se tutto si riduce a un crimine e alla ricerca del colpevole, mi annoio mortalmente. Io credo che i lettori di noir siano molto attenti al mondo, e che oltre al piacere di una lettura apparentemente evasiva cerchino, come dire, dei fari antinebbia per capire meglio le cose, anche da un punto di visto introspettivo o psicologico. Il noir racconta un’umanità fallibile e vulnerabile e questo non è consolatorio, ma ci fa sentire certamente parte di qualcosa che esula dalle nostre ambasce personali.

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Desidero ringraziare, di cuore, gli autori che si sono resi disponibili per l’intervista: grazie della cortesia, del tempo dedicato alla nostra rivista, delle parole preziose.

Un grazie e un abbraccio speciale vanno a Joe Lansdale e a Matthew Pearl, che hanno dovuto superare lo scoglio più terribile: il mio personalissimo – e incredibilmente arrugginito – inglese.

Simona Tassara

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