… ma altolà. Clare?

Il resto sarebbe stato facile toglierselo dalla testa, ma non la bionda dagli occhi neri. L’ho già detto e so che mi toccherà ripeterlo: le donne non sono altro che guai, qualunque cosa uno dica o faccia.

Benjamin Black, La bionda dagli occhi neri – Un’indagine di Philip Marlowe (Guanda, 2014)

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Foto di Walter Piana © Walter Piana Photography

Requiem per la Ligera

di Omar Gatti

La Ponga Edizioni

Milano 1952. 
Sul pavimento di un bar sono distesi quattro cadaveri. 
Un uomo, una donna e due bambini. 
Sono ciò che rimaneva della famiglia di Sciresa, il vecchio capo della ligera. 
Qualcuno ha voluto sferrare il colpo di grazia alla malavita milanese. 
Toccherà a Cinghei, uomo di fiducia di Sciresa, scoprire il mandante dell’esecuzione. 
Tra rapinatori di banche, ruffiani marsigliesi, mafiosi siciliani e frasi in dialetto meneghino, Omar Gatti trasporta sui Navigli milanesi la scrittura rapida e rabbiosa della scuola hard-boiled di Hammett e Chandler, in un romanzo avvincente ed esplosivo come una scarica di mitra.

Da oggi in libreria . . . 
. . . e dal 2 agosto in eBook a soli € 1,99!

La semplice arte del delitto: Philip Marlowe

( Dall’introduzione di Oreste Del Buono)


Chi non conosce Philip Marlowe?

È l’eroe di romanzi polizieschi celebri come “II grande sonno”, “La donna nel lago”, “Addio, mia amata”, “II lungo addio”. Sullo schermo ha avuto di volta in volta i tratti di Dick Powell, George Montgomery, Bob Montgomery e persino Humphrey Bogart. 

È il meno probabile realisticamente, anche se il più convincente artisticamente, dei grandi detectives. Davanti alla simpatia che è capace di suscitare, non solo il cavaliere Auguste C. Dupin di Edgar Allan Poe appare un fegatoso maniaco, non solo il poliziotto Lecoq di Emile Gaboriau appare un grossolano piedipiatti, non solo il sergente Cuff di Wilkie Collins appare un insopportabile sputasentenze, non solo l’infallibile Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle appare un’odiosa e arbitraria macchina calcolatrice, ma persino il padre Brown di Gilbert Keith Chesterton appare un’artificiosa macchietta, ma persino l’ispettore French di Freeman Wills Croft appare una mediacre nullità ma persino il commissario Maigret di Georges Simenon appare una specie di stucchevole sentina di bonomia e patetismo: la simpatia suscitata da Philip Marlowe sa di tenerezza e ammirazione, insieme, di rimpianto e compassione. Continua a leggere “La semplice arte del delitto: Philip Marlowe”

La ragazza dei cocktail

di James M. Cain

Isbn Edizioni

Hyattsville, Maryland, primi anni ’60. 

Joan Medford è giovane, sexy e vedova. Suo marito è morto in un incidente automobilistico, le cui circostanze restano misteriose. Con il fiato sul collo di polizia e familiari, un bambino da crescere e il mutuo da pagare, Joan è costretta a rimboccarsi le maniche e a trovarsi un lavoro. Al Garden of Roses cercano una ragazza bella e disinvolta che serva ai tavoli in hot pants e camicetta scollata, e lei sa che le mance dei clienti più facoltosi potranno aiutarla a rimettere insieme i pezzi della sua vita. Nel bar incontra due uomini: un giovanotto attraente, ambizioso e sfrontato che le fa ribollire il sangue nelle vene, e un uomo anziano, molto malato ma dannatamente ricco, in grado di darle la sicurezza che vuole per sé e per suo figlio. La “ragazza dei cocktail” deve prendere una decisione, ma quando tutto sembra andare per il verso giusto, si troverà incastrata in una trappola mortale.

In un romanzo ruvido e sensuale, ritrovato trentacinque anni dopo la sua morte e finora inedito in tutto il mondo, James Mallahan Cain dà voce – e corpo – all’ultima dark lady della letteratura americana.

James M. Cain (1892-1977), autore di romanzi e racconti come Il postino suona sempre due volteLa morte paga doppio Mildred Pierce, è considerato un maestro della letteratura hard boiled americana, al pari di Raymond Chandler e Dashiell Hammett.

I suoi libri hanno ispirato alcuni tra i più grandi film noir di tutti i tempi, tra cui Ossessione di Luchino Visconti, La fiamma del peccato di Billy Wilder e la recente miniserie televisiva della HBO Mildred Pierce, vincitrice di cinque Emmy. Il ritrovamento della Ragazza dei cocktail, l’ultimo romanzo «perduto» di Cain, è stato definito da Stephen King l’evento letterario dell’anno.

Oggi in libreria

Erano pressappoco

le undici del mattino, mezzo ottobre, sole velato, e una minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline. Portavo un completo blu scuro, cravatta e fazzolettino assortiti, scarpe nere e calzini di lana neri con un disegno a orologini blu scuro. Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse. Dalla testa ai piedi ero il figurino del privato elegante. Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari.

Raymond Chandler, Il grande sonno (1939)

Il primo raggio

di sole riuscì a penetrare il fitto intreccio di rami di pini, lecci secolari e illuminò debolmente la sagoma di un capriolo finemente cesellata sulla culatta di un fucile. L’uomo che lo imbracciava vi batté sopra l’unghia dell’indice per attirare la mia attenzione.
“Se il cervo rappresenta la maestosità e il cinghiale la forza” sussurrò, “il capriolo è il simbolo della grazia e della delicatezza… La caccia a palla per eccellenza, la più difficile ed emozionante, perché si tratta dell’animale più diffidente del bosco: l’udito il suo senso più sviluppato, poi l’olfatto, quindi la vista. Se il frastuono di un aereo lo lascia del tutto indifferente, il ‘crac’ di un ramo spezzato lo mette immediatamente in allarme. I cacciatori devono trovarsi in un luogo scelto per l’appostamento prima dell’alba, avendo cura di mettersi sottovento. Il capriolo appare all’improvviso, come un fantasma nell’incerta luce del mattino, e bisogna decidere nello spazio di un solo secondo se valga la pena di abbatterlo… “.

Massimo Carlotto, Il mistero di Mangiabarche (1997)

Uno studio in nero

La letteratura poliziesca tra spiagge dorate e giungle d’asfalto.

L’area della letteratura poliziesca che definiamo “noir” (ammesso che abbia ancora un senso applicare etichette ai generi letterari e perdersi nel maelström  dei sottogeneri) porta un nome francese ma vanta natali a stelle e strisce. La genesi del noir è legata alle opere di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, capiscuola indiscussi del genere – e già ricadiamo nel girone infernale delle classificazioni! – hard-boiled.

Raymond Chandler

Nel saggio La semplice arte del delitto (1944)Chandler getta le basi del romanzo poliziesco realistico e riconosce a Hammett il merito di aver tolto il delitto dal vaso di cristallo del poliziesco all’inglese per buttarlo in mezzo alla strada, restituendolo così alla gente che lo commette per un motivo – e non semplicemente per fornire un cadavere a lettori oziosi, e con mezzi accessibili – non con pistole da duello intarsiate, curaro e pesci tropicali. Un lungo e ponderato addio al giallo tradizionale, insomma, per intingere la penna in qualcosa di più nero dell’inchiostro: il cuore violento di una società profondamente ingiusta. Il delitto, da Chandler in avanti, cesserà di costituire un mero problema di logica, un innocuo puzzle da ricomporre per ristabilire un ordine ad esso preesistente. 

A partire dal filone hard-boiled  la letteratura nordamericana sfornerà alcuni fra i più grandi capolavori del genere: romanzi neri accomunati dalla presa di coscienza di una realtà nella quale il confine tra legalità e illegalità è sfumato e la rabbia degli ultimi si scontra con la glaciale indifferenza degli “arrivati”. Sandro Ferri (editore e/o) osserva giustamente che in questo tipo di narrazioni non vi è nulla di consolatorio: il caos regna prima e dopo, indipendentemente dall’esito dell’inchiesta perché vi è la consapevolezza che la regola – e non già l’eccezione – del mondo è la violenza. Continua a leggere “Uno studio in nero”

La carogna dell’alligatore

galleggiava a pancia all’aria. Era stato abbattuto perché aveva iniziato ad avvicinarsi troppo all’accampamento e nessuno voleva rimetterci un braccio o una gamba. La puzza dolciastra della decomposizione si mescolava a quella della selva. La prima capanna distava da quella radura un centinaio di metri. L’italiano chiacchierava tranquillo con Huberto.

Avvertì la mia presenza. Si voltò e mi sorrise. Gli strizzai l’occhio e lui riprese a parlare. Mi portai alle sue spalle, respirai a fondo e gli sparai alla nuca.

Si afflosciò sull’erba. Lo afferrammo per i piedi e le braccia e lo buttammo a fianco dell’alligatore.

Il rettile a pancia all’aria e lui a faccia in giù.

Massimo Carlotto, Arrivederci amore, ciao 

(Edizioni e/o, 2001)