Tre stanze per un delitto

di Sophie Hannah

coverEditore italiano: Mondadori

Hercule Poirot è tornato. A trentanove anni esatti dalla sua ultima, fatale indagine – Agatha Christie diede alle stampe Curtain. Poirot’s Last Case nel settembre del 1975 – il detective più amato nella storia della letteratura e le sue formidabili cellule grigie si rimettono all’opera fra gli stucchi e le finiture di pregio dell’Hotel Bloxham, nel cuore di Londra. Si tratta, conviene precisarlo subito, di una “resurrezione” squisitamente letteraria: le vicende del romanzo in commento vedono infatti protagonista un Poirot nel fiore degli anni e si svolgono alla fine degli anni Venti del secolo scorso, collocandosi temporalmente fra Il mistero del Treno Azzurro (1928) e Il pericolo senza nome (1932). Una rentrée fortemente voluta dagli eredi della Regina del Giallo e affidata alla penna esperta di Sophie Hannah, signora del thriller psicologico che ha studiato a fondo l’opera agathiana e non ha mai fatto mistero di considerarla alla stregua di un “testo sacro”. Quel che è certo è che, nel raccogliere un testimone a dir poco scottante, la scrittrice britannica maneggia con cura amorevole la creatura della sua beniamina, ponendola al centro di un enigma di grande fascino che non avrebbe sfigurato in quella che Dame Agatha amava definire “la mia fabbrica di salsicce”.

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Hercule Poirot è tornato!

imagesSEULBAAUTre stanze per un delitto, di Sophie Hannah

Editore italiano: Mondadori

Dopo l’ennesimo caso risolto, Hercule Poirot ha finalmente deciso di prendersi una vacanza. E visto che viaggiare è molto stancante, quale migliore destinazione di Londra stessa? Così, senza dire nulla a nessuno, ha affittato una camera in una pensione cittadina, deciso a godersi il meritato riposo, al riparo dagli assalti di chi cerca il parere del detective più famoso del mondo. Ma se, per una volta, Poirot non insegue il mistero, è il mistero a inseguire lui.

Una sera, mentre è seduto a un tavolo di un piccolo locale, intento a gustare un delizioso caffè, irrompe una donna, sconvolta. Poirot le si avvicina, presentandosi come un poliziotto in pensione. La donna sembra spaventarsi ancora di più e gli chiede di assicurarle che non è più in servizio. Quando Poirot glielo conferma, lei gli confessa che sta per essere commesso un omicidio. La vittima è lei, e merita di essere uccisa. Per questo lui deve prometterle che non farà nulla per salvarla e non cercherà, successivamente, di trovare il colpevole. A quel punto la donna corre fuori dal locale e sparisce nella notte. Quanto c’è di vero in quel racconto? E i tre omicidi commessi a Londra quella stessa sera sono collegati alle parole della donna?

*

A trentanove anni dalla sua ultima apparizione letteraria, Hercule Poirot, il detective più famoso e amato del mondo, ritorna per risolvere tre delitti apparentemente inspiegabili. Per la prima volta gli eredi di Agatha Christie hanno autorizzato che il personaggio inventato dalla scrittrice britannica nel 1920 faccia la sua ricomparsa, interpretato dalla penna di una nuova autrice. E la scrittrice chiamata a questo compito è Sophie Hannah, maestra inglese del thriller psicologico, i cui romanzi hanno venduto, nel solo Regno Unito, centinaia di migliaia di copie, vincendo numerosi premi e venendo tradotti in più di venti paesi.

In libreria

Un nuovo caso per Hercule Poirot

Le formidabili cellule grigie di Hercule Poirot si rimettono all’opera.

Il detective belga dalla testa a forma d’uovo e i mustacchi impomatati nato dalla prolifica penna di Agatha Christie sarà infatti protagonista del prossimo romanzo della scrittrice inglese Sophie Hannah, in uscita a settembre 2014.

A novantaquattro anni dalla sua prima avventura (Poirot a Styles Court, 1920) e trentanove anni dopo “Sipario – L’ultimo caso di Poirot” (1975), HarperCollins e gli eredi della Regina del Giallo imboccano la strada dell’apocrifo d’autore affidando a un’autrice di talento un’impresa ad alto rischio, per così dire, “emotivo”: come reagirà l’esercito agathiano alla “resurrezione” dell’investigatore più letto – e forse più amato – di tutti i tempi?

Resurrezione squisitamente letteraria, s’intende: stando alle prime, gustose anticipazioni pubblicate oggi dalla stampa inglese, l’azione del nuovo romanzo si svolgerà alla fine degli anni Venti, collocandosi temporalmente fra Il mistero del Treno Azzurro (1928) e Il pericolo senza nome (1932).

Sophie Hannah e Mathew Prichard, nipote di Agatha Christie e Presidente della Agatha Christie Ltd.

Che dire? I grandi personaggi letterari finiscono sempre per sottrarsi alla sfera d’influenza dei rispettivi autori divenendo quel che potremmo definire una sorta di “patrimonio culturale comune”. Era dunque, se non inevitabile, quantomeno prevedibile che, dopo Sherlock Holmes e James Bond, l’editoria moderna facesse rivivere un altro pilastro fondamentale della letteratura poliziesca, e il fatto che la scelta sia ricaduta su Sophie Hannah, ammiratrice e profonda conoscitrice dell’opera di Dame Agatha (che ammette di considerare alla stregua di un “testo sacro”), ha tutto il sapore di una garanzia.

“Non mi prenderò alcuna libertà” giura l’autrice, consapevole di dover maneggiare il testimone con estrema cautela; “non lo farò appassionare al windsurf o alle immersioni subacquee”… il piccolo e vanitoso detective belga, insomma, rimarrà se stesso e continuerà a fare quel che gli riesce meglio: strabiliarci una volta di più con il suo acume.

Viaggiare è il mio peccato (una trilogia esotica)

“Vuoi andare da sola in Medio Oriente? E’ un mondo che non conosci affatto.”

“Oh, andrà tutto bene. A volte è necessario fare qualcosa da soli, no?” Era la prima volta che mi capitava e, per la verità, non ne avevo nemmeno tanta voglia, ma mi ero imposta: “Ora o mai più. Devi deciderti. Se non approfitti di quest’occasione per acquistare un po’ d’autonomia e sviluppare il tuo spirito d’iniziativa, finirai per adagiarti in un ritmo sonnolento e senza sorprese”.

Fu così che cinque giorni più tardi partivo per Bagdad.

(…) Avevo compiuto il giro del mondo con Archie, ero stata alle Canarie con Carlo e Rosalind ed ora stavo andandomene per conto mio. Dovevo scoprire che persona ero e se davvero avrei finito per dipendere dagli altri come temevo. Potevo abbandonarmi al gusto di esplorare luoghi nuovi… tutti quelli che volevo. Potevo cambiare idea da un momento all’altro, come avevo fatto quando avevo preferito Bagdad alle Indie Occidentali. Dovevo tener conto solo di me stessa e non sapevo se mi sarebbe piaciuto. Finora mi ero comportata esattamente come i cani, che escono solo se qualcuno li porta fuori. Forse era destino che restassi così, ma io mi auguravo il contrario.

Agatha Christie, La mia vita (Mondadori, 1978)

Non era destino, evidentemente.

La Regina del Giallo fu una viaggiatrice appassionata, curiosa, amante dell’avventura: lo testimoniano la sua divertente autobiografia, il bellissimo resoconto di viaggi “Come, Tell Me How You Live” (tradotto in Italia con il titolo Viaggiare è il mio peccato), pubblicato nel 1946, e, da ultimo, Il giro del mondo. Album di lettere e fotografie (titolo originale: “The Grand Tour. Letters and Photographs from the British Empire Expedition”), straordinaria raccolta di parole e immagini dai luoghi più suggestivi dell’Impero Britannico che, come annota giustamente Mathew Prichard, adorato nipote di Dame Agatha e curatore del volume, “offre uno spaccato della vita degli anni Venti che desta nostalgia e curiosità”. E lo testimonia, con altrettanta forza, la sua sconfinata produzione letteraria: la Christie ambientò infatti numerosi romanzi in “terra straniera” – L’uomo vestito di marrone (1924) attinge a piene mani dall’esperienza narrata in Grand Tour, ma già in Aiuto, Poirot!, dell’anno precedente, l’autrice aveva spedito il detective belga e il fedele Hastings in un “posticino tranquillo ma elegante, tra Boulogne e Calais”, in Francia… e che dire della strabiliante indagine a bordo dell’Orient Express? – e incastonò alcune fra le sue trame più memorabili nei luoghi più suggestivi del pianeta. L’esempio più fulgido è costituito dalla cosiddetta “trilogia esotica”: tre formidabili gialli in salsa mediorientale che hanno fatto la storia della letteratura poliziesca…

Non c’è più scampo

Isolati in una località sperduta della Mesopotamia alcuni archeologi, uomini e donne, stanno lavorando per riportare alla luce le rovine di un’antica città. 
Sulla piccola comunità di europei (una compagnia in verità molto eterogenea) aleggia però un’atmosfera di paura e di sospetto. Louise Leidner, la bellissima moglie del capo della missione archeologica, e ossessionata da oscure allucinate visioni. 
Quasi tutti i compagni la considerano malata di nervi ma forse, nel passato della donna si nasconde qualcosa di terribile, qualcosa o qualcuno vuole portare a termine una tremenda vendetta. 
In un crescendo drammatico la tensione che grava sui membri della spedizione sfocia in un orrendo delitto. 
Le autorità coloniali brancolano nel buio e il mistero sembra destinato a rimanere tale finché non arriva Poirot, che, dopo aver esaminato tutti i sospetti, riuscirà a risolvere in maniera inaspettata (ma in fondo logica) l’intricata vicenda.

Assassinio sul Nilo

Il destino ha riunito un eterogeneo gruppo di viaggiatori sul lussuoso battello da crociera Karnak, in navigazione sul Nilo.
Tra di essi la personalità dominante è senz’altro rappresentata dall’affascinante Linnet Ridgeway, la ragazza più ricca d’Inghilterra, abituata a essere sempre al centro dell’attenzione. Attorno a lei gravitano un fidanzato respinto e diversi accaniti ammiratori che se ne contendono i favori.
Ciascuno dei personaggi ha però una sua storia e un suo segreto da custodire, accuratamente nascosto sotto un’inappuntabile facciata di rispettabilità e di perbenismo.
Fra i turisti c’è anche Hercule Poirot, una volta tanto in vacanza, ma anche in questa occasione il suo ozio è destinato a durare poco. Nel giro di poche ore, infatti, a bordo del Karnak si consumano ben due delitti, e la tranquilla crociera si trasforma in una disperata caccia ad un assassino diabolicamente astuto.

Lois Chiles (Linnet Doyle) e Angela Lansbury (Mrs. Otterbourne) in una scena di “Assassinio sul Nilo”, di John Guillermin (1978).

La domatrice

Petra è un’affascinante città carovaniera della Transgiordania. In questa località il destino ha riunito un eterogeneo gruppo di turisti: un famoso psichiatra francese, una graziosa neolaureata in medicina, un’energica lady membro del Parlamento inglese, una signorina di mezz’età e una numerosa famiglia americana che gravita intorno alla «domatrice», un’onnipotente matrona che ama esercitare il suo potere sui familiari. 

Quando uno dei membri della comitiva viene ritrovato cadavere, affiora subito il sospetto che si sia trattato di un delitto. 

L’assassino però ha fatto male i suoi conti. 

Non ha infatti previsto la presenza di Hercule Poirot, che anche questa volta non si farà sfuggire il colpevole…

La signorina Brewster

intervenne con uno dei suoi bruschi latrati.
“Niente corpi sull’Isola del Contrabbandiere.”
Poirot disse:
“Questo non è esatto.” E additava la spiaggia. “Guardateli là, allineati. Che cosa sono? Non sono uomini e donne. Non c’è nulla di personale in loro. Sono soltanto… corpi.”
“Bé, c’è qualche esemplare degno di nota… ” osservò il maggiore Barry.
E Poirot esclamò:
“Sì, ma dov’è il fascino del mistero? Io sono della vecchia scuola e tutti quei corpi allineati mi ricordano la Morgue, l’Obitorio di Parigi. Corpi… allineati su tavole di marmo… come carne da macello!”

Agatha Christie, Corpi al sole (1941)

Hercule Poirot disse:

corpi-al-soleIl mio lavoro è un po’ come il suo rompicapo, signora. 

Si mettono insieme i pezzi del mosaico… pezzi d’ogni forma e d’ogni colore… e ognuno deve combaciare con gli altri.

Alle volte, poi, succede quel che è successo a lei, un momento fa, con quel pezzetto bianco. Si riesce a sistemare un gran numero di pezzi… si fa la selezione dei colori, ma tutt’a un tratto salta fuori un pezzo che per la forma e il colore dovrebbe adattarsi… diciamo… a una pelle di orso, e invece si adatta alla coda di un micio.

Hercule Poirot a Mrs Gardener

Agatha Christie, Corpi al sole (Evil Under the Sun, 1941)

Carte in tavola

Ci fu un attimo di silenzio. La signora Oliver disse:
– Un angelo è passato… ma non tenevo i piedi incrociati… deve essere l’angelo della morte!

1124488Shaitana è un raffinato collezionista le cui origini restano avvolte nel mistero: “Nessuno sapeva con esattezza se … fosse argentino, portoghese o greco, oppure di qualche altra nazionalità, doverosamente disprezzata dall’isolano britannico. Tuttavia tre fatti erano assolutamente certi:
Conduceva un’esistenza agiata e piena di magnificenze in uno stupendo appartamento di Park Lane.
Dava ricevimenti grandiosi… grandi piccoli, macabri, perbene (…)

Era un uomo di cui quasi tutti avevano un po’ paura”.

Nel suo museo privato figura tutto quanto vi sia di meglio in ogni singolo campo; e dal momento che in campo criminale il meglio è rappresentato da coloro che l’hanno fatta franca e “che trascorrono una vita serena e piacevole, non sfiorata dal minimo sospetto”, Shaitana decide di riunirne ben quattro esemplari intorno a un tavolo da bridge. Quattro assassini a piede libero, sfuggiti alla giustizia…
Pubblicato nel 1936, Carte in tavola è la dodicesima avventura di Hercule Poirot, la prima in tandem con la svagata e simpaticissima giallista Ariadne Oliver. Un “Christie d’annata”, atipico e godibilissimo… assolutamente da consigliare.

Christie for Christmas

A Natale impera lo spirito di buona volontà. Vecchi litigi vengono dimenticati, coloro che si trovano in disaccordo fanno la pace… Sia pure provvisoriamente le famiglie che sono state separate per tutto l’anno si raccolgono ancora una volta… In queste condizioni, amico mio, dovete ammettere che i nervi possono venir sottoposti a dura prova. Persone che non hanno alcuna voglia di essere amabili fanno uno sforzo per apparirlo… C’è in loro molta ipocrisia, a natale, onorevole ipocrisia, senza dubbio, ipocrisia pour le bon motif, ma sempre ipocrisia. E lo sforzo per essere buoni e amabili crea un malessere che può riuscire in definitiva pericoloso. Chiudete le valvole di sicurezza del vostro contegno e presto o tardi la caldaia scoppierà provocando un disastro…

Agatha Christie, Il Natale di Poirot (1938)

Ah!– esclamò il signor Jesmond, –ma il Natale in Inghilterra è una grande istituzione e vi assicuro che a Kings Lacey ne potrete godere i suoi aspetti migliori. Si tratta di una casa antica, stupenda, sapete? Figuratevi che un’ala dell’edificio risale addirittura al quattordicesimo secolo. Poirot rabbrividì ancor di più. Il pensiero di una casa patrizia inglese, che risaliva al quattordicesimo secolo, lo riempiva di apprensione. Troppo spesso gli era capitato di soffrire in certe case di campagna della vecchia Inghilterra! Lanciò un’occhiata compiaciuta e soddisfatta intorno a sé, a quell’appartamento accogliente e moderno con i suoi termosifoni e tutte le ultime invenzioni brevettate per evitare ogni corrente d’aria. D’inverno– disse con fermezza –io non lascio mai Londra. Ho l’impressione, monsieur Poirot, che non abbiate ancora compreso che si tratta di una faccenda molto seria…

Agatha Christie, L’avventura del dolce di Natale e altre storie (1960)

«Questo libro è come un pranzo di Natale preparato da un vero chef. E lo chef sono io!»

Quel pomeriggio, Ariadne Oliver

era andata con Judith Butler, un’amica della quale era ospite, ad aiutare nei preparativi di una festa che avrebbe avuto luogo la sera stessa.
Quando le due signore arrivarono, la sala era un centro di attività frenetica. Donne efficienti e dinamiche andavano e venivano, spostando sedie, tavolini, vasi di fiori, e trasportando grandi quantità di zucche gialle che disponevano in punti strategici.
Quella era una festa dell’Hallowe’en riservata a ragazzi tra i dieci e i diciassette anni.
La signora Oliver si mise in disparte, si appoggiò a una parete e prese in mano una grossa zucca gialla, osservandola con aria pensosa.
“L’ultima volta che ne ho viste è stato l’anno scorso, negli Stati Uniti” disse, respingendo i capelli grigi dalla fronte sporgente. “Ce n’erano un’infinita, sparse in tutta la casa. Non me avevo mai viste tante. Per essere sincera” aggiunse “non so distinguere una Cucurbita pepo da una Cucurbita ovifera. Questa che cos’è?”
“Scusami, cara” disse la signora Butler, che l’aveva urtata, passando.
Ariadne Oliver si appiattì contro la parete.
“Colpa mia. Non faccio che starvi tra i piedi. Sai, era straordinario vedere in giro tante zucche verdi e gialle. Ce n’erano dovunque, nelle case e nei negozi, tutte scavate in modo da infilarvi dentro candele e lumini. Uno spettacolo molto suggestivo. Ma negli Stati Uniti non si celebrava la festa dell’Hallowe’en. No, era il Giorno del Ringraziamento. Io ho sempre associato le zucche con l’Hallowe’en che ricorre a fine ottobre. Il Giorno del Ringraziamento viene dopo, no? Non è in novembre, la terza settimana di novembre? Comunque, qui l’Hallowe’en ricorre sempre il 31 ottobre, vero? Prima viene l’Hallowe’en e poi… poi che cosa? Il Giorno dei Morti? A Parigi, lo si celebra andando nei cimiteri a mettere fiori sulle tombe. Ma non è una ricorrenza triste. Al cimitero, portano anche i bambini e loro si divertono. Prima si va ai mercati dei fiori e si comprano tanti splendidi fiori. Te l’assicuro, i fiori più belli li trovi in quei mercati di Parigi.

Agatha Christie, Poirot e la strage degli innocenti (1969)

Hallowe’en Party

halloween-partyLa gioventù di Woodleigh Common è in fermento: in occasione della ricorrenza dell’Hallowe’en le signore più dinamiche del villaggio hanno organizzato uno splendido ricevimento nella casa in cui risiede la bella e ricca vedova Rowena Drake. Tra zucche e manici di scopa, specchi magici e chicchi d’uva passita tutto sembra filare per il meglio e la festa si rivela un successo. Ma nella notte di Jack-o’lantern non si dormono sonni tranquilli, e lo spirito dell’astuto fabbro irlandese non tarda a reclamare il suo tributo di sangue: Joyce Reynolds, una ragazzina di soli tredici anni, viene trovata assassinata, affogata nel pesante secchio di zinco utilizzato per il “gioco delle mele”.
La chiave dell’enigma potrebbe risiedere nelle parole pronunciate dalla giovane vittima qualche ora prima dell’omicidio: “Una volta” aveva infatti annunciato Joyce nel bel mezzo dei preparativi della festa “ho visto commettere un assassinio”…

Poirot e la strage degli innocenti (titolo originale: Hallowe’en Party) è un bell’esempio di quello che si potrebbe definire “artigianato di genio”: un perfetto puzzle a incastro ricco di atmosfera, sottotrame e colpi di scena.
Protagonista del romanzo, oltre a un Hercule Poirot in forma smagliante, è un’esuberante scrittrice di gialli, Ariadne Oliver, che può essere considerata a pieno titolo un alter ego dell’autrice: entrambe amano le mele, detestano i discorsi in pubblico e hanno dato vita a un ingombrante investigatore straniero con il quale faticano terribilmente a convivere!

Zoe Wanamaker interpreta Ariadne Oliver nella serie tv britannica Agatha Christie’s Poirot

Il personaggio della signora Oliver, presentato per la prima volta ne Il caso del militare scontento (racconto incluso nella raccolta Parker Pyne indaga, del 1934), comparirà successivamente nei romanzi: Carte in tavola (1936), Fermate il boia (1952), La sagra del delitto (1956), Un cavallo per la strega (1961), Sono un’assassina? (1966) e Gli elefanti hanno buona memoria (1972).

Poirot e la strage degli innocenti, pubblicato nel 1969, costituisce pertanto la penultima, scoppiettante avventura di questo delizioso – e fortunatissimo – character.

Eccone la prima descrizione:

Parker Pyne lasciò il suo ufficio e salì due rampe di scale. Qui, in una stanza proprio in cima alla casa, stava la signora Oliver, famosa scrittrice di romanzi d’avventura, ormai entrata in pianta stabile a far parte dei collaboratori del signor Pyne. Parker Pyne bussò delicatamente alla porta ed entrò. La signora Oliver era seduta davanti a un tavolo sul quale si trovavano una macchina da scrivere, parecchi blocchi di appunti, una certa confusione di fogli scritti sparsi qua e là, nonché un grosso sacchetto di mele. “Un’ottima storia, signora Oliver” disse Parker Pyne con aria compiaciuta.

Agatha Christie, Il caso del militare scontento, in Parker Pyne indaga, Arnoldo Mondadori Editore, 1982.

La serie infernale

… Alice Ascher assassinata in una tabaccheria di Andover…

… Betty Barnard strangolata in riva al mare a Bexhill…

… Sir Carmichael Clarke colpito a morte nella brughiera di Churston…

9780007527533… e il prossimo “incidente” avrà luogo l’11 settembre,

a Doncaster!

*

Riuscirà Hercule Poirot a fermare “i delitti dell’ABC”?

Agatha ChristieLa serie infernale (1936)

Delitto in cielo

Delitto in cielo (titolo originale: Death in the Clouds, 1935) può senz’altro annoverarsi fra le migliori opere della Regina del Giallo ed è, sotto molteplici punti di vista, un romanzo straordinario…

  • innanzitutto perché si svolge, letteralmente, fra le nuvole (l’aereo di linea Prometheus  decolla dall’aeroporto di Le Bourget e atterra a Croydon con un cadavere di troppo) offrendoci un rompicapo “ad alta quota” intrigante e ingegnoso;
  • in secondo luogo perché dimostra che un giallo di qualità può occuparsi di frecce avvelenate e cerbottane al curaro senza scivolare, nemmeno per un istante, nel ridicolo;
  • in terzo luogo perché, in esso, il più grande investigatore di tutti i tempi – un Poirot in forma smagliante, leggere per credere – finisce, una volta tanto, nella fatidica rosa dei sospettati!

Tragedia in tre atti

Sir Charles Cartwright, il “re delle scene”, si è ritirato a vita privata ma continua a far parlare di sé: durante un ricevimento nel suo “eremo” a picco sul mare della Cornovaglia, uno degli ospiti – un timido pastore protestante – piomba a terra e muore dopo aver sorseggiato un aperitivo. Non è che il primo, stupefacente atto di una tragedia alla quale soltanto il genio di Hercule Poirot saprà porre fine…

Pubblicato nel 1934 negli Stati Uniti e l’anno successivo in Inghilterra, Tragedia in tre atti (titolo originale: Three Act Tragedy) è un romanzo dal taglio spiccatamente cinematografico; “quasi al limite del copione brillante”, come annota Claudio Savonuzzi nella postfazione all’edizione italiana.

Tanto che, a nostro avviso, il film che ne è stato tratto – Delitto in tre atti (1986), con l’adorabile Peter “Poirot” Ustinov e uno strepitoso Tony Curtis nel ruolo di Charles Cartwright – supera di gran lunga il suo (pur intrigante e godibile) “progenitore” letterario.

Tony Curtis (Charles Cartwright), Peter Ustinov (Hercule Poirot) ed Emma Samms (Egg) sul set di Agatha Christie’s – Murder in Three Acts (1986).

Una curiosità:

John Barrymore interpreta Sherlock
Holmes in un film muto del 1922.

nel dare vita al personaggio di Sir Charles la regina del Giallo potrebbe essersi ispirata al noto attore teatrale e cinematografico statunitense John Barrymore (1882-1942), soprannominato “il Grande Profilo” per l’incredibile avvenenza e presenza scenica.

Nato John Sidney Blythe, adotterà (proprio come Charles Cartwright!) un cognome d’arte decisamente più romantico.

Eccellente interprete scespiriano, Barrymore è stato definito dal grande Orson Welles “il miglior Amleto che abbia mai visto… un uomo di genio”.
E se lo dice un genio altrettanto sublime non abbiamo che da fidarci, voi che ne pensate?

Buona lettura…

… e buona visione!

Orient Express

Lo dico subito, a scanso di equivoci: ho un debole per Assassinio sull’Orient Express.

Non è il più bello, né il più ingegnoso, fra i romanzi della Regina del Giallo, eppure ha sempre esercitato su di me, per qualche misteriosa ragione, un fascino irresistibile. La Christie non ne fa menzione, nella sua autobiografia (che del resto si sofferma assai sporadicamente sull’attività letteraria dell’autrice); in compenso racconta l’emozione – vissuta un gran numero di volte – di viaggiare su un treno che, solo a pronunciarne il nome, evoca panorami esotici e avventure da togliere il fiato:

Avevo sempre sognato di viaggiare con l’Orient-Express. Durante i miei viaggi in Francia, in Spagna o in Italia, l’avevo spesso visto fermo a Calais, e avevo dovuto reprimere l’impulso a salirvi. Simplon – Orient Express – Milan, Belgrade, Stamboul… nomi magici, tappe incantate.

La stanza 441 dell’Hotel Pera Palas di Istanbul in cui Agatha Christie ha scritto Assassinio sull’Orient Express.

Dame Agatha adorava viaggiare, aveva una spiccata “predilezione per i treni (… è triste che oggi nessuno provi più per loro sentimenti d’amicizia”) e molte delle sue storie poliziesche si svolgono, in tutto o in parte, su un treno (Il mistero del Treno Azzurro, Istantanea di un delitto, L’espresso per Plymouth) o comunque ruotano intorno a un mezzo di trasporto (Avversario segreto, L’uomo vestito di marrone, Assassinio sul Nilo, Delitto in cielo, Un problema in alto mare, Morte sul Nilo). L’Orient Express, tuttavia, le era particolarmente caro in quanto rappresentava il suo primo, autentico passo verso l’indipendenza:

… mi precipitai da Cook, annullai il biglietto per le Indie Occidentali e al suo posto acquistai quello per Istanbul, completo di prenotazione sull’Orient-Express. Sarei poi proseguita fino a Damasco, da dove, attraversando il deserto, avrei raggiunto Bagdad. … Avevo compiuto il giro del mondo con Archie (il colonnello Archibald Christie, da cui divorzia nel 1928, n.d.R.), ero stata alle Canarie con Carlo (Charlotte Fisher, la governante-segretaria, n.d.R.) e Rosalind (la figlia, n.d.R.) e ora stavo andandomene per conto mio. Dovevo scoprire che persona ero e se avrei davvero finito per dipendere dagli altri come credevo. … Dovevo tener conto solo di me stessa e non sapevo se mi sarebbe piaciuto. Finora mi ero comportata esattamente come i cani, che escono solo se qualcuno li porta fuori. Forse era destino che restassi così, ma io mi auguravo il contrario.

Agatha Christie, La mia vita (1977)

Sono in pochi, forse, a ricordare che l’episodio su cui si basa Assassinio sull’Orient Express – il rapimento e l’uccisione della piccola Daisy Armstrong – si ispira alla terribile tragedia che, nel 1932, colpì l’aviatore statunitense Charles Lindbergh, il cui figlioletto di un anno e mezzo venne sequestrato e barbaramente assassinato. Il rapimento di Baby Lindbergh e le indagini che portarono alla cattura e alla condanna a morte del rapitore (un immigrato tedesco, ex detenuto, che tuttavia si proclamò sempre innocente) sono al centro di J.Edgar, il bellissimo – e poteva essere altrimenti? – film di Clint Eastwood dedicato alla vita e alla carriera del direttore dell’FBI J.Edgar Hoover. La pellicola mostra come Hoover abbia letteralmente rivoluzionato le tecniche investigative dell’FBI, promuovendo un utilizzo via via più consapevole e specialistico della scienza e di tutti i mezzi tecnologici a disposizione; la risoluzione del caso Lindbergh, ad esempio, si deve in gran parte all’impiego di banconote tracciabili per il pagamento del riscatto.

Nella finzione romanzesca veniamo a sapere relativamente presto che la vittima – il ricco uomo d’affari americano Samuel Edward Ratchett – era implicata nel rapimento della piccola Armstrong; l’omicidio, pertanto, potrebbe essere in qualche misura collegato ai suoi trascorsi criminali.

La soluzione del mistero è di quelle che non si dimenticano; così stupefacente da guadagnarsi una (pungente) riflessione nel bel saggio di Raymond Chandler intitolato La semplice arte del delitto:

Avviso importante per chi non avesse ancora letto il libro: l’estratto che andiamo a pubblicare svela l’identità del colpevole, sentitevi liberi di saltarlo a piè pari!

“Immagino che il problema principale del giallo tradizionale o classico o deduttivo o logico-deduttivo stia nel fatto che per raggiungere la perfezione avrebbe bisogno di un cocktail di qualità che non è facile trovare in un solo scrittore. Quello che sa impostare costruzioni lucide e solide non è in grado di fornire personaggi vivaci e dialogo brillante: non ha senso del ritmo né profondità di osservazione. Il romanziere dotato di una logica ferrea ha tanto senso dell’atmosfera quanto una patata lessa. L’investigatore-scienziato possiede un bel laboratorio tutto nuovo e scintillante; ma, ohimé, non riesco mai a ricordare che faccia abbia. Il tipo in grado di sfornare una prosa vivace e colorita rifiuta categoricamente di sottoporsi alla massacrante fatica di smontare gli alibi a prova di bomba. Il maestro di rara sapienza vive, psicologicamente, all’epoca delle crinoline.

sempliceSe sapete tutto quello che è bene sapere a proposito dell’arte ceramica e dei ricami egizi non sapete niente della polizia. Se sapete che il platino rifiuta di fondere al di sotto dei 2800 gradi Fahrenheit, ma sapete che fonderà al primo sguardo di due limpidi occhi azzurri, se posto al contatto di un pane di stagno, allora ignorate come fanno all’amore i giovanotti del XX secolo. E se siete abbastanza documentato intorno all’elegante flanerie della riviera francese d’anteguerra da ambientare la vostra vicenda in quei paraggi, allora ignorate che un paio di grosse capsule di barbitalio non solo non uccidono un uomo, ma non lo addormentano neppure, se lotta un poco contro la sonnolenza…  

C’è poi un libro di Agatha Christie … imperniato su Hercule Poirot, l’ingegnoso belga che parla come una traduzione letterale dal francese eseguita da uno scolaretto delle medie. Qui, dopo aver fatto debitamente funzionare le sue “piccole cellule grigie”, il signor Poirot decide che nessuno, su una certa vettura letto, può aver compiuto il delitto da solo, e perciò tutti l’hanno commesso insieme, suddividendo il processo in una serie di operazioni semplici, come il montaggio di uno sbattiuova. Questo è il genere di intreccio che senza dubbio metterà fuori combattimento le intelligenze più poderose. Solo un deficiente potrebbe indovinare come sono andate le cose.” (Raymond Chandler: La semplice arte del delitto, 1944).

*** FINE SPOILER ***

Come annota giustamente Oreste Del Buono nella sua prefazione all’edizione italiana del romanzo, Chandler ha torto e ragione al medesimo tempo. Ci gioca un bel tiro, Dame Agatha, ma lo fa a carte scoperte, mostrandoci con lealtà – e diabolica maestria, ça va sans dire – il cammino da seguire per battere sul tempo le cellule grigie di Poirot. Se non vi riusciamo, e il mistero rimane irrisolto finché un omino dai baffi impomatati non vi getta sopra la luce… ebbene: nostra culpa!

La prima trasposizione cinematografica del romanzo (Assassinio sull’Orient Express, 1974 – regia di Sidney Lumet) realizzò un piccolo, grande miracolo.

Michael York e Jacqueline Bisset interpretano in Conte e la Contessa Andrenyi

La Regina del Giallo non aveva mai particolarmente gradito gli adattamenti delle sue opere, e aveva sempre giudicato gli interpreti di Poirot e Miss Marple curiosamente inadatti al ruolo. Possiamo dunque immaginare con quale spirito presenziò alla prima londinese del film… lei che non amava apparire in pubblico e che aveva dovuto assistere, nel corso degli anni, al completo stravolgimento di molte delle sue “creature”.

Il genio attoriale di Albert Finney, tuttavia, ci mise lo zampino. Illustre terza scelta (prima di lui erano stati contattati, per il ruolo del detective belga, Paul Scofield e Alec Guinness), egli diede voce e corpo a un Hercule Poirot a dir poco memorabile. “Perfetto”, si sbilanciò la Christie (che sfortunatamente non ebbe mai modo di assistere alle straordinarie interpretazioni di David Suchet, protagonista della serie televisiva britannica Agatha Christie’s Poirot).

La pellicola è fedele al romanzo e ne conserva intatto il fascino, con il valore aggiunto di un cast che possiamo tranquillamente definire “stellare”:

Se morisse mio marito

Roger Ackroyd ha vagato un bel po’ nella mia testa prima che riuscissi a elaborare tutti i particolari. Dopo aver visto Ruth Draper – attrice e intellettuale statunitense specializzata nei monologhi della Commedia dell’Arte e del teatro drammatico, n.d.R. – a teatro, ebbi un’idea che mi portò a scrivere Se morisse mio maritoRuth Draper mi era sembrata bravissima e mi aveva colpito la facilità con cui sapeva trasformarsi da moglie brontolona a giovane contadina immersa nella preghiera.

Agatha Christie, La mia vita
Ruth Draper (1884 – 1966). Fiera oppositrice del fascismo, fu legata sentimentalmente allo scrittore e poeta antifascista italiano Lauro De Bosis.

Alla base di questo bellissimo romanzo, pubblicato nel 1933 e dunque in piena Età dell’Oro del poliziesco “all’inglese”, vi è effettivamente un caso di imitazione.

Come osserva giustamente il critico inglese Julian Symons nella sua nota prefazione, il lettore non avrà difficoltà a riconoscere Ruth Draper nel personaggio dell’attrice americana Carlotta Adams, “ma che altro si può dire senza correre il rischio di guastare il piacere della lettura?”.

Assolutamente nulla!

Del resto si tratta di un Christie d’annata e ogni ulteriore considerazione è superflua.
Poirot campeggia e gigioneggia e il fido capitano Hastings si rivela una volta di più un prezioso specchio in cui si riflette ciò che il delinquente di turno desidera farci credere.

Buona lettura, dunque…

… e attenzione a non cogliere la mela avvelenata!!!

*

Dal romanzo è stato tratto il film Tredici a tavola (1985), con Peter Ustinov (Poirot) e una strepitosa Faye Dunaway nel ruolo di Jane Wilkinson.

Una curiosità

l’ispettore Japp è interpretato dall’attore britannico David Suchet, futuro protagonista della serie Agatha Christie’s Poirot negli elegantissimi panni del detective belga.

Il pericolo senza nome

… fu un altro dei romanzi che lasciarono in me una traccia così esigua da farmi dubitare di averlo scritto. Forse avevo già elaborato la vicenda in precedenza, com’era mia abitudine, il che però mi rende spesso difficile ricordare quando ho scritto un libro o me l’hanno pubblicato. La verità è che le idee mi vengono nei momenti più impensati. Mentre cammino per la strada, o guardo una vetrina mi capita di essere colpita da un’improvvisa ispirazione. “Ecco un’ottima idea per coprire il delitto in maniera che nessuno capisca cosa c’è dietro” mi dico.

(Agatha Christie, La mia vita)

Negli anni Trenta del secolo scorso la Regina del Giallo ha prodotto le sue “salsicce” migliori (la Christie era solita definire la sua vastissima produzione poliziesca “la mia fabbrica di salsicce”). Il pericolo senza nome (titolo originale: Peril at End House), pubblicato nel 1932, è il primo di questa lunga e celebrata serie di passi nel mistero.

Raramente citato fra i migliori titoli dell’opera agathiana, il romanzo rielabora i principali ingredienti della detective story di stampo classico in un mix di trovate ingegnose e al tempo stesso incredibilmente semplici e lineari: una bella ragazza in pericolo, colpi di pistola che si perdono tra gli scoppi dei fuochi d’artificio in una sera d’estate, un elegante scialle scarlatto e uno scambio fatale…

Gli appassionati del giallo a enigma apprezzeranno in particolare il capitolo IX, nel quale un Hercule Poirot al top della forma attribuisce a ciascuno dei sospettati una lettera dell’alfabeto delineando – con ordine e metodo, ça va sans dire! – tutte le circostanze a loro sfavore:

A. Ellen
B. Il marito giardiniere.
C. Il loro bambino.
D. Il signor Croft.
E. La signora Croft.
F. La signora Rice.
G. Il signor Lazarus.
H. Il Comandante Challenger.
I. Il signor Charles Vyse.

L?

Un messaggio dagli spiriti

-Non vorrai dire che Trevelyan è morto?-
Un colpetto molto secco. -Sì-
Qualcuno si lasciò sfuggire un’esclamazione. Ci fu un lieve movimento tutt’intorno al tavolino. La voce di Ronnie, mentre riprendeva le sue domande, adesso era venata da una sfumatura differente… un accento inquieto e impaurito.
-Vuoi dire… che il capitano Trevelyan è morto?-
-Sì-
Ci fu una pausa. Come se nessuno sapesse cos’altro domandare o come accettare quella piega inaspettata degli avvenimenti. Poi, durante la pausa, il tavolino ricominciò a ballare. Ritmicamente, con lentezza. Ronnie si mise a pronunciare ad alta voce una lettera dopo l’altra…
-A-S-S-A-S-S-I-N-A-T-O…-

Una seduta spiritica, anche se allestita al semplice scopo di ingannare il tempo nella desolazione della brughiera, può riservare brutte sorprese. E’ ciò che accade a Sittaford House: quello che doveva essere un gioco innocente si trasforma in un terribile incubo…

*

Un messaggio dagli spiriti (titolo originale: The Sittaford Mystery, 1931) è un romanzo avvincente. Come suggerisce Alex Falzon nella sua lunga prefazione intitolata “Agatha Christie e Conan Doyle”, si tratta di una sorta di rilettura in chiave “agathiana” de Il mastino dei Baskerville (1902), capolavoro di Sir Arthur Conan Doyle e pietra miliare della letteratura poliziesca.

Gli ingredienti, del resto, ci sono tutti: Dartmoor e la sua ostile brughiera avvolta nelle nebbie, un pericoloso evaso, i segnali nel buio della notte… Uno dei personaggi, il giornalista Charles Enderby, arriva persino a menzionare Sir Arthur sottolineando la natura “holmesiana” della vicenda che lo vede protagonista.

Un Christie d’annata, insomma. 

Dame Agatha, naturalmente, ci mette del suo, ed ecco che una coltre di neve (Assassinio sull’Orient Express si avvicina a grandi passi!) restringe inesorabilmente la rosa dei possibili colpevoli in un giro di vite mozzafiato…

Un mistero oscuro e intrigante degno della (sola e unica) “Imperatrice del Giallo”.

The Alphabet Murders

C’è gente che continua a scrivermi, proponendomi di farli incontrare. E perché poi? Sono convinta che non si divertirebbero affatto. Quell’egocentrico di Poirot non gradirebbe di farsi dare delle lezioni da un’anziana zitella come Miss Marple. Lui, l’investigatore di professione, si troverebbe completamente spaesato nel mondo di Miss Marple. No, a loro modo sono due divi e io non li farò mai incontrare a meno di non sentirne d’un tratto un insopprimibile bisogno.

(Agatha Christie, La mia vita, Mondadori 1978)

 

La Regina del Giallo manterrà fede ai suoi propositi.

I due “divi”, tuttavia, s’incontreranno ugualmente…

… al cinema!

Nel film The Alphabet Murders (Poirot e il caso Amanda, 1965), rivisitazione in chiave umoristica del romanzo La serie infernale

… con la partecipazione straordinaria della mitica Margaret Rutherford, per l’ultima volta nel ruolo di Miss Marple!

 

Black Coffee

Avevo scritto anch’io una commedia gialla, non ricordo quando, ma alla Hughes Massie (Ltd, agenzia letteraria, n.d.R.) non l’avevano molto apprezzata, anzi, mi avevano proposto di dimenticarmene e io non avevo più insistito.

L’avevo intitolata Black Coffee (Caffé Nero, n.d.R.) ed era una storia di spionaggio piuttosto convenzionale, che a me personalmente non sembrava affatto male. A un certo momento, tuttavia, riuscì anche lei a trovare la sua strada.

(Agatha Christie, An Autobiography, 1977)

Insoddisfatta dell’adattamento teatrale de L’assassinio di Roger Ackroyd (Alibi, di Michael Morton), Agatha Christie decise, come spesso le capitava, di affrontare la questione “di petto” e scrisse lei stessa una sceneggiatura originale. Completata nell’estate del 1929, la commedia debuttò l’anno seguente all’Embassy Theatre di Swiss Cottage.

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Neppure David Suchet, il mitico Poirot televisivo, ha saputo resistere al fascino di questa commedia!

Il ruolo di Poirot venne affidato a Francis L. Sullivan, attore le cui caratteristiche fisiche erano quasi del tutto incompatibili con quelle (assai peculiari, bisogna ammetterlo!) del piccolo belga. La stessa Christie scriverà nella sua autobiografia: E’ abbastanza strano che gli interpreti di Poirot siano sempre stati degli uomini dalle dimensioni ragguardevoli. Charles Laughton (Poirot in Alibi, n.d.R.) aveva una ciccia straripante e Francis Sullivan era altissimo e ben piazzato…

Vista l’accoglienza favorevole, lo spettacolo venne trasferito al prestigioso St. Martin’s Theatre, nel West End, per alcuni mesi. Nel 1931 Leslie Hiscott ne fece addirittura un film (con Austin Trevor nei panni di Poirot: Trevor aveva già prestato il volto all’eccentrico detective nella versione cinematografica di Alibi, sempre nel 1931).

Nel 1956 lo scrittore, critico teatrale e musicale, giornalista e poeta australiano Charles Osborne si trovò a recitare la parte del dottor Carelli in un allestimento estivo a Tunbridge Wells. Quasi quarant’anni dopo, nel ricordo di quell’esperienza, Osborne propose alla Agatha Christie Limited di regalare al mondo un nuovo novel crime  targato Agatha Christie trasformando la fortunata pièce  in un romanzo. Il risultato è un fantastico vintage Christie che fa rivivere le situazioni e le atmosfere care alla Regina del Giallo e ne richiama perfettamente lo stile.

Un romanzo che, per dirla con le parole di Mathew Prichard (figlio di Rosalind Hicks e unico nipote della scrittrice), nonna “Agatha sarebbe orgogliosa di aver scritto”.

Di Charles Osborne vi consigliamo altresì The Life and Crimes of Agatha Christie, pubblicato nel 2012.

Il mistero del Treno Azzurro

Dall’autobiografia di Agatha Christie:

Una giovane giornalista indiana … mi aveva chiesto: “Ha mai pubblicato un libro che considera veramente brutto?”. Replicai indignata che non era mai accaduto. Nessun libro era proprio come avrei voluto che fosse e di nessuno ero mai completamente soddisfatta, ma se avessi ritenuto che un libro era veramente brutto, mi sarei rifiutata di pubblicarlo. Ci sono andata vicina, comunque, con Il mistero del Treno Azzurro. Ogni volta che lo rileggo, lo trovo pieno di luoghi comuni e di ovvietà e persino la vicenda mi pare tutt’altro che interessante. Purtroppo a molta gente è piaciuto.

Scritto quasi interamente durante un soggiorno alle Isole Canarie, Il mistero del Treno Azzurro (The Mystery of the Blue Train, 1928) non ha mai incontrato i favori della sua autrice.

Scrivevo … senza provare gioia alcuna. La vicenda non era originale; avevo, infatti, parzialmente riadattato un altro mio lavoro (il racconto L’espresso per Plymouth, inserito poi nella raccolta I primi casi di Poirot, n.d.R.). Sapevo a cosa miravo, ma non riuscivo a vedermelo davanti né a dar vita ai personaggi. (…) Ho sempre odiato  Il mistero del Treno Azzurro.

Diciamolo subito: il romanzo in parola non rientra fra le opere migliori della Regina del Giallo. Tuttavia, come si sa, raramente uno scrittore è il miglior giudice dei propri scritti e Il mistero del Treno Azzurro non è certamente un “brutto” libro. Risente, piuttosto, della mancanza di entusiasmo dell’autrice: il suo primo matrimonio (con il colonnello Archibald Christie) si era concluso da poco in maniera drammatica e la figlia Rosalind aveva un costante bisogno di attenzioni.

“L’unica spinta a scrivere” racconta la Christie in An Autobiography, “era costituita dalla necessità di produrre un altro libro che mi permettesse di guadagnare dei soldi. Fu quello il momento in cui mi trasformai da scrittrice dilettante in una vera professionista, a cui tocca di scrivere anche quando non ne ha voglia, quando quello che scrive non la entusiasma o quando è convinta di farlo male”.

E dire che gli ingredienti lasciavano ben sperare: il “treno dei miliardari” che nottetempo unisce Londra con la Côte d’Azur, la giovane (e infedele) moglie di un lord corrotto, un affascinante ladro internazionale.

Ma il Treno Azzurro non è l’Orient Express e non basta l’acume infallibile di Monsieur Poirot a rendere indimenticabile questo romanzo.

Curiosità: Katherine Grey, uno dei personaggi principali, è originaria di un minuscolo paesino del Kent: St. Mary Mead…

Poirot e i quattro

Ci piace presentare questo romanzo (titolo originale: The Big Four) con le parole di Laura Grimaldi, la grande scrittrice, traduttrice e critica letteraria recentemente scomparsa (dal catalogo storico Arnoldo Mondadori Editore: Agatha Christie – Poirot e i quattro – traduzione di Marco Tropea – prefazione e postfazione di Laura Grimaldi – Milano: Mondadori, 1995 – IX (Oscar narrativa 1452):

In Inghilterra vengono gettate le basi del Commonwealth. A Roma un’anziana signorina, Violet Gibson, attenta alla vita di Mussolini. A Shangai scoppia l’insurrezione operaia. Dalla Cina inizia il massiccio esodo degli europei, dopo il boicottaggio antibritannico iniziato dal governo di quel paese. Charles Lindbergh effettua la traversata transoceanica a bordo del suo Spirit of St. Louis. L’Inghilterra rompe le relazioni con l’Unione Sovietica. A Canton, l’insurrezione viene repressa dalle truppe nazionaliste. Questo il mondo degli anni in cui Agatha Christie scrive e dà alle stampe Poirot e i quattro: 1926 e 1927.

Si ha la sensazione, comunque, che Agatha Christie li sfogli appena, i giornali. L’ipotesi che Trotzky e Lenin siano semplici pedine in mano all’uomo che da Pechino, con la sua mente superiore, intreccia trame inaudite, è quantomeno azzardata. (…)

Romanzo d’intrigo internazionale … perché del romanzo di spionaggio mancano le vere connotazioni, fra le quali il realismo, l’azione, la violenza.

La Christie ha sempre considerato inutile e sgradevole descrivere i particolari fisici di un reato violento, o l’agonia mentale sofferta, poniamo, dalla vittima di uno stupro. Nutre estremo interesse per i crimini e per i metodi che al crimine portano, ma raramente questo interesse va oltre i limiti del buongusto della borghesia inglese. … E’ il plot che l’affascina, non il suo fine, spesso sgradevole. Il romanzo di spionaggio, invece, è spesso il contrario: si ha la sensazione che l’autore si identifichi più con l’azione che con il plot. Forse è per questo che Agatha Christie scrive un romanzo che mantiene la metodologia del giallo pur sconfinando nella politica internazionale: i servizi segreti appaiono solo fugacemente, sotto le vesti di un agente che ha il ruolo di comparsa, e l’antagonista non è rappresentato da una rete spionistica, né da un governo, ma da un gruppo di uomini che agiscono a livello individuale.

Così, Poirot può battersi con i metodi di sempre, tallonato dal fedele capitano Hastings che qui ancor più che altrove desta nel lettore qualcosa di molto simile alla pietà. E, di nuovo, qui ancor più che altrove la Christie rivela il modello al quale (l’ha ammesso lei stessa) si è sempre ispirata: Sherlock Holmes. Non ha mai ammesso, invece, di aver letto con attenzione anche Edgar Allan Poe; risulta invece evidentissimo… Che poi Conan Doyle si fosse a sua volta ispirato a Poe, è di secondaria importanza. Il risultato è che i tre padri del giallo hanno in comune molte cose.

Leggiamolo dunque con attenzione “questo giallo che giallo non è, eppure è ancor più misterioso e avvincente di un vero giallo”. E, se ce ne capita l’occasione, leggiamo ogni parola che l’indimenticabile Laura Grimaldi ha scritto.

L’assassinio di Roger Ackroyd

Editore nuovo, vita nuova.

Nel 1926 Agatha Christie comincia a scrivere per William Collins: non si lasceranno più. Il primo frutto di questo sodalizio è un romanzo che farà la storia della letteratura poliziesca: L’assassinio di Roger Ackroyd (The Murder of Roger Ackroyd, 1926), pubblicato in Italia anche con il titolo Dalle nove alle dieci.

Roger Ackroyd  ha vagato un bel po’ nella mia testa prima che riuscissi a elaborare tutti i particolari”, rivela la Christie nella sua autobiografia; il risultato di tante riflessioni è un’autentica pietra miliare del genere, un giallo da capogiro.

La vicenda si svolge a King’s Abbot, paesino sperduto in una contea dell’Inghilterra nord-occidentale in cui l’unico diversivo alla monotonia è il pettegolezzo. Quando la lama di un pugnale tunisino manda all’altro mondo Roger Ackroyd – il signorotto locale, “la vita e l’anima di King’s Abbot” – il misterioso affittuario del Villino dei Larici – un parrucchiere in pensione, si vocifera – prende in mano la situazione.

Nessuno sa chi sia – annota spiritosamente il dottor James Sheppard, narratore della storia – Stavolta l’ufficio informazioni ha fatto fiasco. Evidentemente il vicino deve pur comprare il latte, la verdura, la carne, proprio come tutti gli altri mortali, ma nessuno dei fornitori sembra sia riuscito a ottenere una qualche informazione attendibile. Pare che il suo nome sia Poirot, e che si occupi della coltivazione delle zucche.

Roger AckroydVeramente il sonno di King’s Abbot è profondo, osserva Leonardo Sciascia nella sua splendida introduzione all’edizione italiana, se nemmeno il dottor Sheppard, che è il più sveglio di tutti, sa nulla di Hercule Poirot. (…) Poirot noi invece lo conosciamo benissimo: e appena, al terzo capitolo, il dottor Sheppard con noncuranza ne fa il nome, sappiamo che alla fine del week-end quel piccolo uomo … ci consegnerà, come una macchina elettronica che abbia assimilato dei dati per noi invisibili o illeggibili, la (strabiliante, n.d.R.) soluzione del mistero, l’identità del colpevole.

La caratterizzazione più riuscita è sicuramente quella di Caroline Sheppard, sorella del dottore e “gazzettino” ufficiale di King’s Abbot.

Forse, scrive la Christie nella sua autobiografia, il personaggio di Miss Marple è un’emanazione della figura della sorella del dottor Sheppard … che tanto mi ero divertita a tratteggiare: una zitella inacidita, piena di curiosità, a cui non sfugge niente, una specie di servizio investigativo domestico. (…)

Anche se non lo sapevo, in quel momento a St. Mary Mead stava nascendo Miss Marple, e con lei, Miss Hartnell, Miss Wetherby e il colonnello e la signora Bantry. Erano già tutti lì, appena sotto il livello della coscienza, pronti a prendere vita.

ON STAGE

Quando il romanzo viene adattato per il palcoscenico (L’assassinio di Roger Ackroyd  è la prima opera di Agatha Christie ad essere rappresentata in teatro) il personaggio di Caroline, con grande rammarico dell’autrice, scompare.

Lo studio di Ackroyd (Prince of Wales Theatre, 1928)

Al dottore venne affibbiata un’altra sorella, molto più giovane, che doveva permettere a Poirot di esprimere il suo lato romantico, racconta Dame Agatha nella sua autobiografia.

Allora ignoravo il carico di sofferenza che un adattamento teatrale comporta per il povero autore letterario.

La gestazione di Alibi – questo il titolo della commedia – comincia del resto nel peggiore dei modi…

Sheppard e Poirot (Charles Laughton) scoprono il cadavere.

Mi scontrai subito con la sua (dello sceneggiatore Michael Morton, n.d.R.) proposta di ringiovanire Poirot di una ventina d’anni, di cambiargli il nome in Beau Poirot e di circondarlo di uno stuolo di estatiche fanciulle. Alla fine, con l’appoggio di Gerard Du Maurier, il regista, arrivammo al compromesso di eliminare Caroline.

La prima dello spettacolo aggiungerà poi un ulteriore carico di sofferenza:

Il testo vuole che il maggiordomo e il dottore bussino alla porta chiusa di uno studio, racconta la Christie, e che poi, non riuscendo ad aprirla, si riducano, con allarme crescente, a forzarla. La sera della prima, la porta dello studio non aspettò di essere forzata ma si aprì educatamente prima ancora che qualcuno l’avesse toccata con un dito, mostrando a tutti il cadavere che si preparava ad assumere la sua posizione definitiva. Da quel momento in poi, le porta chiuse a chiave, le luci che non svaniscono proprio nel momento in cui dovrebbero e le luci che non si accendono quando la scena lo richiederebbe mi rendono nervosa. Questi sono i veri tormenti del teatro.

Hercule Poirot indaga

Raccolta di racconti pubblicata nel 1924 (titolo originale: Poirot Investigates).

Undici bellissime storie che vi terranno col fiato sospeso…

… leggere per credere!

*** DA NON PERDERE

Aiuto, Poirot!

Il mio terzo libro fu Aiuto, Poirot! (1923, titolo originale: The Murder on the Links, n.d.R.), scritto probabilmente non molto tempo dopo la discussione di una cause célèbre, avvenuta in Francia. Alcuni uomini mascherati avevano fatto irruzione in una casa uccidendo il proprietario, legando e imbavagliando la moglie e provocando uno stato di catalessi anche nella suocera che si era strozzata inghiottendo la dentiera. La moglie, che aveva riferito il fatto, non era stata creduta, anzi, era stata accusata di aver ucciso il marito e di essere stata legata da un complice … Mi sembrò un buon punto di partenza per la mia storia; una donna misteriosa, prosciolta da un’accusa di omicidio alcuni anni prima, compare improvvisamente in una località imprecisata della Francia, dove avevo deciso di mantenere l’ambientazione. Visto il successo ottenuto da Hercule Poirot in Poirot a Styles Court, mi consigliarono di riutilizzarlo.

(A. Christie, La mia vita, Mondadori, 1978)

Ma convivere con il piccolo investigatore belga è tutt’altro che semplice…

Senza che me ne accorgessi, avevo finito per legarmi indissolubilmente al genere poliziesco e a due persone, Hercule Poirot e il suo Watson, il capitano Hastings. Ero contenta del capitano Hastings; era una figura stereotipata, ma era perfettamente complementare a Poirot e mi sembrava che, insieme, costituissero una coppia ideale. Dipendevo ancora molto dalla tradizione holmesiana, a cui erano facilmente riconducibili la figura dell’investigatore eccentrico, della sua spalla, dell’ispettore Japp, un funzionario di Scotland Yard della stessa stirpe di Lestrade e dell’ispettore Giraud della polizia francese (“antagonista” di Poirot nel romanzo in esame, n.d.R.), una specie di segugio umano, che considerava Poirot un vecchio sorpassato.

Aiuto, Poirot! è un romanzo gradevole e molto ben strutturato.
Come sottolinea la stessa Christie, esso si discosta sensibilmente dallo schema holmesiano “per avvicinarsi, in un certo senso, al Mistero della camera gialla (romanzo poliziesco di Gaston Leroux, l’autore de Il fantasma dell’opera, n.d.R.), soprattutto nello stile, più scorrevole e fantasioso. … mi sembra un libro piuttosto buono” prosegue “anche se a tratti cade nel melodrammatico”.
Alcuni risvolti sentimentali dell’intreccio, invero, appaiono alquanto stucchevoli.

Ma Poirot è in ottima forma (si sente così sicuro delle sue piccole cellule grigie da mettere in gioco nientemeno che il suo incredibile paio di baffi!) e il mistero oltremodo affascinante.

Un altro capolavoro del genere, insomma.
Il terzo di una lunga serie.

Hello David!!

L’attore britannico David Suchet, il più longevo Hercule Poirot della TV (lo interpreta – magistralmente – dal 1989), saluta Uno Studio In Giallo! E’ un grande, grandissimo onore!!

Ucciderò Sherlock Holmes

E non se ne vogliono andare!lamentava un bel film di Giorgio Capitani del 1988. 

Ha ragione Carlo Lucarelli quando afferma che “la vera vita del personaggio non è come la pensi tu nella tua testa: è come il personaggio vive dentro le parole, dentro la storia”? Dobbiamo credere che nel processo creativo giunga sempre il momento in cui anche il personaggio più malleabile “prende un’altra piega, decide lui quel che farà”? “Arrivi in fondo e ti sei fatto raccontare la storia dal tuo personaggio”, ammette Lucarelli in un’intervista pubblicata sul portale Rai Educational Scrittori per un anno.

Ma è davvero così? Che rapporto intercorre fra un autore e i suoi personaggi? Chi scrive è un dio onnipotente o si perde nell’illusione – del tutto legittima ma anche del tutto errata – di poter comandare le sorti dei propri “figli di carta”?  Continua a leggere “Ucciderò Sherlock Holmes”

A Styles Court

“Tanto vale che cominci”, scrive Agatha Christie nell’introduzione alla sua splendida autobiografia; “e anche se dubito di riuscire a osservare la continuità cronologica, proverò almeno a cominciare dall’inizio“.

Ci proviamo anche noi, a cominciare dall’inizio. E un blog che si occupa di narrativa gialla non può che dedicare il primo pensiero a LEI, la Regina del Crimine, e al suo romanzo d’esordio, Poirot a Styles Court (titolo originale: The Mysterious Affair at Styles, 1920).

Tra me e Madge  (la sorella maggiore, n.d.R.) – racconta la Christie – sorse una discussione che avrebbe dato i suoi frutti in futuro. Lo spunto partì da un romanzo poliziesco che avevamo letto entrambe, mi sembra … che si trattasse del  Mistero della camera gialla, una novità di un autore ancora sconosciuto, Gaston Le Roux  (Gaston Leroux, autore del celeberrimo Il fantasma dell’opera, n.d.R.), in cui il ruolo dell’investigatore era affidato a un giovane giornalista di bell’aspetto, Rouletabille. … Madge e io ne parlammo a lungo, scambiandoci le nostre opinioni, concordi nel ritenerlo uno dei capolavori del genere. Ci consideravamo a buon diritto delle esperte. Madge mi aveva iniziato, bambina, al grande Sherlock Holmes e io mi ero buttata a capofitto lungo la via indicatami … In preda all’esaltazione, dissi a Madge che anch’io avrei voluto cimentarmi in un romanzo poliziesco…

-Be’, scommetto che non ci riuscirai- disse Madge.

La cosa rimase lì, senza che i termini della scommessa venissero stabiliti con precisione. Ma in quel momento presi la decisione di scrivere un racconto poliziesco. Non mi misi subito all’opera, ma il seme era stato gettato. L’idea si era depositata nel fondo della testa, là dove gli intrecci dei miei libri trovano una loro collocazione ben prima che io pensi a scriverli. Sapevo che un giorno avrei scritto un romanzo poliziesco.

Detto, fatto. Cominciai a riflettere sul tipo di storia che potevo scrivere. Scelsi una morte per avvelenamento, abbastanza naturale visto che ero circondata da veleni. All’inizio non ero molto convinta, ma poi l’idea mi piacque e allora mi ci fissai. A quell’epoca mi sentivo molto legata alla tradizione holmesiana e la figura dell’investigatore mi sembrava fondamentale. Non dovevo rifare un altro Sherlock, però, bisognava che mi inventassi un personaggio originale, al quale anch’io avrei fornito una specie di spalla. … E perché non un investigatore belga? … Un omino preciso, con la mania dell’ordine, della simmetria, e una netta propensione per le forme quadrate piuttosto che per quelle tonde. E poi molto intelligente, con il cervello pieno di piccole cellule di materia grigia… ah, che bella frase, non dovevo dimenticarmela. Bisognava anche che avesse un nome importante, un nome che non sarebbe sfigurato nella famiglia Holmes.

Viene così alla luce Hercule Poirot, il piccolo detective belga dai mustacchi impomatati che sarà protagonista di ben trentotto romanzi e decine di racconti. Eccone la prima descrizione:

“… era un ometto straordinario. Non arrivava al metro e sessantacinque ma aveva un portamento molto fiero. Aveva la testa a forma d’uovo, e la teneva sempre inclinata di lato. I baffetti erano rigidi e militareschi. La sua accuratezza nel vestire era quasi incredibile. Credo che un granello di polvere gli avrebbe dato più fastidio di una ferita d’arma da fuoco. Eppure quell’eccentrico elegantone di piccola taglia che, mi dispiacque notare, adesso zoppicava, era stato a suo tempo uno dei più famosi funzionari della polizia belga. Come investigatore, il suo fiuto era stato straordinario, e aveva all’attivo numerosi successi, essendo riuscito a risolvere i casi più complicati.”

(Poirot e il mistero di Styles Court, Compagnia del Giallo – Gruppo Newton, 1993)

Nella sua prima avventura, Poirot e il fido Capitano Hastings sono alle prese con l’assassinio di Emily Inglethorp, ricca proprietaria terriera sposata a un tenebroso cacciatore di dote.

Ero eccitata e compiaciuta dalla mia nuova fatica, ma anche molto stanca e spesso irritata. In seguito avrei imparato che è una condizione consueta per uno scrittore. … Feci poi ribattere il manoscritto e infine, vinto ogni indugio, lo spedii a un editore, Hodder e Stoughton, che lo rifiutò seccamente. Non rimasi sorpresa, non avevo sperato nel successo.

Quale successo abbia avuto Agatha Christie come scrittrice di gialli è cosa nota e arcinota.

La sua prima opera non è forse un capolavoro – i dieci piccoli indiani Roger Ackroyd, tanto per intenderci, sono ancora lontani.

Essa risulta, tuttavia, assai godibile, e a tratti estremamente ingegnosa. Basti pensare che, nel 1931, il vero assassino di una prostituta tentò di sfuggire alla giustizia emulando le gesta dell’assassino di Lady Inglethorp!

Questo fu l’inizio della mia lunga carriera –  leggiamo ancora in An Autobiography – che, allora, non avrei mai sospettato tale. Infatti, … consideravo il libro come un esperimento unico e isolato. Ero stata sfidata a scrivere un romanzo poliziesco ed ero riuscita a farlo … Per me la faccenda era finita lì.

Fu la prospettiva di dover vendere Ashfield, l’adorata casa di famiglia, a reindirizzarla sulla strada della scrittura. Di Poirot a Styles Court erano state vendute poco più di 2.000 copie e alla Christie era entrata in tasca, citiamo testualmente, la miserabile somma di venticinque sterline, proveniente non dai diritti d’autore, ma dall’acquisto inaspettato dei diritti di pubblicazione a puntate da parte del Weekly Times.

Ebbene, mormorò a se stessa, tentar non nuoce. E la soluzione si presentò un bel giorno in una sala da tè…

… ma questa è un’altra storia.