Venti regole per scrivere romanzi polizieschi

Il romanzo poliziesco è un gioco intellettuale; anzi uno sport addirittura. Per scrivere romanzi del genere ci sono leggi molto precise: non scritte, forse, ma non per questo meno rigorose, e ogni scrittore poliziesco, rispettabile e che si rispetti, le deve seguire.

Nel 1928, lo scrittore e critico d’arte statunitense S.S. Van Dine (pseudonimo di Willard Huntington Wright), “papà” del detective Philo Vance, pubblicò su The American Magazine un articolo destinato ad entrare nella storia della letteratura poliziesca: Twenty Rules For Writing Detective Stories, una sorta di galateo del perfetto scrittore di gialli in venti semplici – e quasi tutte sacrosante! – regole (in rosso troverete le mie annotazioni): Continua a leggere “Venti regole per scrivere romanzi polizieschi”

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Confucio dice che

se un uomo vuole far crescere un filare di grano, prima deve spalare una tonnellata di merda. Poi, un bel giorno, il buco si spalanca e la luce risplende come un raggio di sole in un’epica di Cecil B. De Mille e si sa di aver generato il devo, vivo e famelico.

Devo, come in: “Io credo che resterò su ancora qualche minuto, tesoro, devo vedere come finisce questo capitolo”. (…)

Devo, come in: “Sì, so che dovrei essere già di là a preparare la cena e mi pianterà una grana se saranno surgelati anche questa sera, ma devo vedere come finisce”.

Stephen King, Misery (1991)

La fatica di scrivere

mi aiuta a non divagare e una certa parsimonia nell’enunciazione mi sembra una caratteristica indispensabile in un romanzo poliziesco. Il lettore non ha nessuna voglia di sentire le stesse cose rimasticate due o tre volte… Certo, in seguito si potranno operare dei tagli, ma farlo è spiacevole e rischia di rovinare il flusso della narrazione. Perché non approfittare della nostra naturale pigrizia per limitare le parole a quelle strettamente necessarie?

Agatha Christie, La mia vita (Mondadori, 1978)

*

La lettura de “La verità sul caso Harry Quebert” – macinate 360 pagine su un poderoso totale di 770 – mi ha riportato alla mente alcuni brani dell’autobiografia della Regina del Giallo in merito al problema della lunghezza ideale di un romanzo o di un racconto poliziesco.

“Personalmente” scrive Dame Agatha “ritengo che la lunghezza ideale di un romanzo poliziesco si aggiri sulle cinquantamila parole. So che gli editori la considerano troppo breve e forse gli stessi lettori potrebbero sentirsi truffati di ottenere così poco in cambio del loro denaro; in generale è quindi consigliabile attenersi a una misura oscillante tra le sessanta e le settantamila parole. In ogni caso, meglio un romanzo più breve che uno più lungo. Ventimila parole, invece sono l’ideale per un racconto lungo. Sfortunatamente è un tipo di produzione che non ha un grande mercato e rischia di essere pagata poco, il che spesso invoglia l’autore a sviluppare la sua creazione fino a trasformarla in un romanzo.”.

La mia modestissima opinione è che scrivere un’opera di crime fiction di 770 pagine rappresenti un grosso azzardo, se non ci si chiama Stephen King. E che sia buona norma considerare, in ogni fase della scrittura, il punto di vista del lettore che è dentro di noi: “Pensa a quel che eviti quando leggi un romanzo” è il saggio consiglio di Elmore Leonard “Scommetto che non hai mai saltato un dialogo” (E. Leonard: Easy on the Adverbs, Exclamation Points and Especially Hooptedoodle. The New York Times, 16 luglio 2001).

Che poi “La verità sul caso Harry Quebert” pecchi di verbosità pur tenendosi alla larga dalle lunghe descrizioni di ambienti e personaggi e sfornando dialoghi a spron battuto… bé, come si suol dire: è un’altra storia. E avrò un’intera recensione per raccontarla 😉

Le allitterazioni allettano gli allocchi

“Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.
  1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
  2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
  3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
  4. Esprimiti siccome ti nutri.
  5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
  6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
  7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
  8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
  9. Non generalizzare mai.
  10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
  11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
  12. I paragoni sono come le frasi fatte.
  13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
  14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
  15. Sii sempre più o meno specifico.
  16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
  17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
  18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
  19. Metti, le virgole, al posto giusto.
  20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
  21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
  22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
  23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
  24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
  25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
  26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
  27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
  28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
  29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
  30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
  31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
  32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
  33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
  34. Non andare troppo sovente a capo.
    Almeno, non quando non serve.
  35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
  36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
  37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
  38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
  39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
  40. Una frase compiuta deve avere

Umberto Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani (2000)