Scrivo perché

è sempre meglio che scaricare casse al mercato centrale.
Scrivo perché non so fare altro.
Scrivo perché dopo posso dedicare i libri ai miei nipoti.
Scrivo perché così mi ricordo di tutte le persone che ho amato.
Scrivo perché mi piace raccontarmi storie.
Scrivo perché mi piace raccontare storie.
Scrivo perché alla fine posso prendermi la mia birra.
Scrivo per restituire qualcosa di tutto quello che ho letto.

Andrea Camilleri, Come la penso. Alcune cose che ho dentro la testa (2013)

Tanti auguri, Maestro!

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Le ragioni dello scrivere – (VI) Grazia Verasani

Ed eccoci all’ultimo appuntamento con Le ragioni dello scrivere (ma sarà davvero, poi, l’ultimo?). E’ il caso di dire – consentitemi una nota personale – dulcis in fundo: nutro grande ammirazione per Grazia Verasani e sono molto felice che abbia percorso un tratto di strada con noi.

*

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Non so se vale per tutti i narratori, ma io credo che in chi scrive nasca presto, nell’infanzia, la necessità di creare un mondo altro, per contrastare la realtà e attenuarne gli effetti più dolorosi. In questo modo l’immaginazione diventa la migliore difesa. Eppure non si scrive per opporsi al reale, semmai per tentare di comprenderlo in modo più profondo. E non si scrive, credo, nemmeno perché si è particolarmente solitari o fantasiosi o più sensibili di altri. In me la necessità di scrivere è nata perché leggevo molto, e leggere mi riempiva la vita. Il passaggio dalla lettura alla scrittura è stato naturale e inevitabile. Si scrive se se ne ha voglia e bisogno, e spesso per dare voce a perdite e assenze. E ogni narratore ha un lettore ideale a cui si rivolge, e anche se scrive per se stesso è con quel lettore che cerca avidamente di comunicare.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Perché in questo momento storico preciso la narrativa nera sembra l’unica in grado di interpretare il presente, un presente sempre più ambiguo e confuso. L’unica che rende lo scrittore testimone di qualche verità. L’unica che sollecita dubbi e domande e che si discosta da un intimismo fine a se stesso. Scrivere un romanzo noir è raccontare innanzitutto un’atmosfera, è districarsi in un manipolo di contraddizioni, infrazioni, fragilità. Dostoevskij si lasciò ispirare da un fatto di cronaca per scrivere “Delitto e castigo”, e anche oggi vale la regola di un’indagine sul mistero “uomo”. Il “successo” di questa narrativa è che è basica, nel senso che racconta una storia di fantasia senza perdere di vista le luci e le ombre della realtà. Ne delucida aspetti grazie a delle intuizioni e a un forte spirito di osservazione e di empatia. E ha il privilegio, quando è buona letteratura, di essere avvincente.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”?

Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Sì, è esattamente così, e come spiegavo prima. Io non amo i thriller, non mi divertono nemmeno. Se tutto si riduce a un crimine e alla ricerca del colpevole, mi annoio mortalmente. Io credo che i lettori di noir siano molto attenti al mondo, e che oltre al piacere di una lettura apparentemente evasiva cerchino, come dire, dei fari antinebbia per capire meglio le cose, anche da un punto di visto introspettivo o psicologico. Il noir racconta un’umanità fallibile e vulnerabile e questo non è consolatorio, ma ci fa sentire certamente parte di qualcosa che esula dalle nostre ambasce personali.

*

Desidero ringraziare, di cuore, gli autori che si sono resi disponibili per l’intervista: grazie della cortesia, del tempo dedicato alla nostra rivista, delle parole preziose.

Un grazie e un abbraccio speciale vanno a Joe Lansdale e a Matthew Pearl, che hanno dovuto superare lo scoglio più terribile: il mio personalissimo – e incredibilmente arrugginito – inglese.

Simona Tassara

Le ragioni dello scrivere – (V) Matthew Pearl

Quinto appuntamento con “Le ragioni dello scrivere”: è la volta di Matthew Pearl, autore dei thriller storici “Il circolo Dante”, “L’ombra di Edgar” e “Il ladro di libri incompiuti”…

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Non vorrei rispondere per altri scrittori, certamente non per gli scrittori in generale: sono tante le strade e le motivazioni che portano alla scrittura, ragion per cui molti scrittori non vanno affatto d’accordo tra loro mentre altri se la intendono piuttosto bene. Mi hanno detto che da bambino sognavo sempre ad occhi aperti. Sono stato chiamato “extraterrestre” o “cadetto spaziale.” Mi ricordo che quando mi annoiavo, in auto, guardavo fuori dal finestrino e immaginavo varie creature e animali (come afferma il brano che citi: “pupazzi e fantasmi”), le loro avventure su altre auto e per le strade. Immagino che sarò sembrato in un’altra dimensione, con la testa letteralmente tra le nuvole. La scrittura, ovviamente, non è l’unico sbocco per una creatività inquieta. Io ad esempio passavo le giornate a disegnare e a dipingere, e probabilmente sarei stato felice se ciò si fosse trasformato in una professione. “Essere uno scrittore”, tuttavia, è un’identità complessa da governare, perché il lavoro è in sé astratto mentre il prodotto finale è più concreto.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Raccontare storie significa mettere in scena un dramma, interno o esterno, e il dramma esterno è spesso oscuro e pericoloso. Un delitto ti mette automaticamente davanti al problema “vita o morte”, e il detective o chiunque investighi su quel delitto alimentano la nostra naturale curiosità per i puzzle, il nostro desiderio di risolverli. A volte si inizia a scrivere ponendosi dal punto di vista del lettore; si scrive, cioè, ciò che farebbe piacere leggere, e se va bene si rimane su quella traccia fino a generare una sorta di transizione perenne dal “te lettore” al “te scrittore”. Io di certo non ho mai pianificato di scrivere un particolare tipo di storia, e comunque cerco di variare, di libro in libro, il tono e il contenuto.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Da quando sono diventato padre sono meno attratto dalla fiction violenta di un certo tipo – forse il romanzo (o il saggio) storico poliziesco ha la “distanza” sufficiente e giusta per me, oggi. Cerco di non pensare troppo a ciò che desiderano i lettori perché si tratta di un vicolo cieco da cui è impossibile uscire. Almeno per me, cerco di scegliere le storie che mi entusiasmano di più senza analizzarle troppo.

Le ragioni dello scrivere – (IV) Margherita Oggero

L’inchiesta continua! Margherita Oggero, scrittrice e insegnante torinese alla quale dobbiamo l’irresistibile personaggio della Prof. Camilla Baudino, risponde alle nostre domande sulle ragioni dello scrivere:

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985)

Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Perché si scrive? Per lo stesso motivo per cui si fa musica, si dipinge, si scolpisce, si fa un origami, si mette una nave in bottiglia. Invece di contemplare la luce della luna sull’erba (oppure prima o dopo averla contemplata): contemplare, scrivere, far musica eccetera appartengono a uguale diritto al “vivere”. E il gioco della vita non è affatto “divinamente semplice”, ma per fortuna contraddittorio e complesso e appunto nella complessità sta il meglio. Per chi si scrive? Per sé, e per gli altri. Perché ogni scritto aspira a essere letto.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. 

Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Non credo all’identificazione semplice e immediata dello scrittore di gialli con il colpevole. Si scrivono gialli per tanti motivi: il primo, a parer mio, perché si è colpiti dalle crepe della società e dei singoli individui, dai loro buchi neri e si ha voglia di raccontarli. Del resto, raccontare storie (nere, gialle, rosa, ecc.) è uno dei bisogni dell’umanità, insieme a quello di ascoltarle.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”?

Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Forse il successo della letteratura criminale è solo una moda più o meno passeggera, come il successo dei vampiri e dei mostri. E dopo l’indigestione si tornerà a una dieta più sobria.

Le ragioni dello scrivere – (III) Loriano Macchiavelli

Anche Loriano Macchiavelli,  “papà” del mitico Sarti Antonio brigadiere, ha accettato di rispondere ad alcune domande sulle ragioni dello scrivere. Mi pare che le sue risposte offrano interessanti spunti di riflessione:

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). 

Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

“Perché, mi chiedo, devo sopportare una vita tanto grama, la cui massima aspirazione consentita è una grama sopravvivenza, la quale, per altro, dipende dall’umore del tiranno che, quando va bene, mi tiranneggia (che altro può fare un tiranno?) e mi umilia dinanzi ai miei cari ai quali non posso che sorridere fingendo che io e il tiranno stiamo scherzando?” Loriano Macchiavelli, ad vocem, oggi.

Io scrivo … Non sono tanto presuntuoso da affermare “Si scrive”. Io scrivo per non dare al tiranno la soddisfazione di credere che mi sono adeguato e per poter così guardare in faccia, con la coscienza a posto, le persone che amo. Non è che scrivendo mi senta meglio del prossimo, ma faccio dei tentativi. Ho cominciato con la lotta (politica) e quando ho capito la sua inutilità, sono passato al teatro (politico). Nuova delusione e mi sono dedicato alla letteratura (poliziesca e quindi, in qualche modo, polis) e mi sono accorto che con questo strumento posso fingere di essere dalla parte dei cattivi illudendomi di rimanere con i buoni. È andata bene fino a quando ho scoperto che i buoni sono tali perché non riescono (per vari motivi che non è il caso di illustrare in questo contesto) a far parte dei cattivi. Adesso sto pensando che altro escogitare ancora per sfuggire al ghigno del tiranno. Temo altre delusioni.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. 

Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Non credo di essermi mai identificato con il colpevole. Non nel senso che intendeva, immagino, Sciascia. Mi sono sentito e mi sento colpevole per molti altri motivi. Racconto il crimine perché vivo in una società criminogena. Racconta il crimine anche chi scrive delle varie sfumature dei colori. Solo che lui (o lei) non lo sa. E neppure chi legge. Racconto il crimine perché la città è un crogiolo di tensioni e di forze innaturali che si scontrano. E infine, ma non in fine, racconto il crimine perché veramente io vivo in tempi oscuri e perché la parola sincera è follia.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Prima contestazione: il libro non è in crisi. Lo sento ripetere da settant’anni e non ci credo più. Credo, invece, che sia un’invenzione degli editori per pagarmi di meno. Il libro non è in crisi, se le fascette dei romanzi, accatastati senza alcun ordine logico e analogico in librerie che sempre più assomigliano a depositi di materiale inerte pronto per essere assemblato e trasportato all’incenerito, dicono il vero. Infatti: Questo libro ha venduto oltre un milione di copie; Un romanzo che ha sconvolto milioni di lettori; Trecentomila copie in due settimane; Otto ristampe nelle ultime due ore. Dov’è la crisi? Nei miei romanzi che vendono il necessario per farmi sopravvivere con dignità.

Seconda contestazione: il romanzo giallo o noir o la letteratura criminale in genere, non ha perduto la sua funzione consolatoria. Lo affermano gli scrittori (non io, e mi viene il dubbio di non essere scrittore; sono scrittore poiché vivo di scrittura; allora?) che così si possono sentire al di sopra delle meschinità. Che questi romanzi svolgano una funzione consolatoria lo dimostra il fatto di non essere più in contrasto con la società che li ospita. Quando non erano consolatori, venivano denigrati dall’ufficialità della critica e della Storia letteraria. Da quando sono accettati di buon grado, incensati e considerati capolavori, hanno perduto la loro forza negativa, che era poi possibilità di mostrare al lettore minimamente attento, un’altra verità. Che non era la verità ufficiale, ma la verità che si voleva nascondere.

Le ragioni dello scrivere – (II) Joe R. Lansdale

Prosegue la nostra piccola inchiesta sulle ragioni dello scrivere. Lo scrittore statunitense Joe R. Lansdale è stato così gentile da rispondere (e che risposte, signori!) alle nostre domande:

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). 

Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Scrivo per me. Ho sempre voluto scrivere, raccontare storie. Quanto al perché, forse è un modo di vivere un sogno a occhi aperti, o di “estenderlo”. Penso che noi viviamo la vita che viviamo e anche la vita che sogniamo, e i sogni ci permettono di avere tante vite, tante opportunità. Gli scrittori sono il genere di persone che non vogliono rinunciare a quei sogni, e quindi li mettono per iscritto. O forse è un modo di farseli uscire dalla testa, per dare una casa a sogni nuovi.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. 

Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Penso che lo scrittore si identifichi con tutti i soggetti della storia. Non solo con l’assassino. Sei tu che li crei, tutti, per cui, ad un certo livello, è necessario che ti identifichi con ciascun protagonista della storia. Anche il cane che abbaia nella notte, sei tu.

Il mercato del libro è in crisi. 

La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? 

Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Non so se la cultura abbia visto giorni migliori. Sembra così a tutte noi vecchie “scoregge” qualche volta, ma la cultura cambia, e cambia la percezione che ne abbiamo. Ogni cambiamento porta cose buone e cose cattive. La cultura pop sa essere volatile come la passione per l’hula hoop. E’ ancora là fuori, ma non è sulla letterina di Natale di ogni bambino. La tecnologia ha confuso la cultura per un po’, ma mi auguro non sia un processo irreversibile.

Le ragioni dello scrivere – (I) Maurizio De Giovanni

Mi sono imbattuta, qualche tempo fa, in una splendida video-intervista pubblicata sul portale Rai www.scrittoriperunanno.rai.it.

Un sorridente Antonio Tabucchi rispondeva con garbo e simpatia alla domanda delle domande, “inevitabile … per uno scrittore”: perché si scrive? Ecco il ventaglio delle sue – acute, bellissime – risposte: si scrive perché si ha paura della morte, o perché si ha paura della vita. Si scrive perché si ha nostalgia dell’infanzia. Si scrive perché “il tempo è passato troppo alla svelta, o sta passando troppo alla svelta, e noi vorremmo anche un po’ fermarlo o che andasse più piano”. Si scrive per rimpianto, o per rimorso. Si scrive “perché si è qui ma vorremmo essere là, o perché si è andati là ma tutto sommato era meglio se si restava qui”, si scrive per poter essere in entrambi i luoghi. Del resto, come aveva intuito Baudelaire, la vita non è che un ospedale dove ogni malato vorrebbe cambiare di letto…

Ascoltando Tabucchi ho avvertito subito il desiderio di raccogliere altri punti di vista, di rivolgere ad alcuni scrittori contemporanei (italiani e non) la domanda delle domande… di interrogarli, insomma, sulle ragioni del leggere e dello scrivere.

A costo di sentirmi rispondere, à la Bukowski, “scrivo solo per portarmi a letto le ragazze dopo le presentazioni”: la più raffinata – e spudorata – bugia che mi sia mai capitato di leggere!

*

Apre le danze Maurizio De Giovanni, “grande scrittore napoletano” (faccio mie senza esitazione le parole dell’altrettanto grande Toni Servillo) e “papà” del commissario Ricciardi e dell’ispettore Lojacono:

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“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985) Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Ti rispondo con un pezzetto che mi chiesero qualche tempo fa sullo stesso argomento, per un giornale. All’identica domanda, scrissi:

1b658-maurizio_de_giovanni1“Scrivo perché mi scappa. Perché se no suppura qualcosa all’interno, e prima o poi scoppia e inonda l’anima di amarezza. Scrivo come si apre un rubinetto, per fare uscire un flusso che sommerga, perché c’è e se serve è lì, a disposizione. Scrivo come ci si spoglia prima di fare l’amore: perché è urgente, perché è necessario nei pomeriggi assolati, con la luce che filtra dalle tapparelle e ferisce gli occhi. Scrivo perché lo so fare, e mi piace vedere negli occhi di chi legge la sorpresa, la commozione, il divertimento, perfino il dolore: io creo i sentimenti, e mi sento creatore, ed è esaltante. Scrivo perché leggo, e il virus altrui si propaga attraverso me, e infetta il mondo, e va bene così. Scrivo come parlo, per raggiungere e lasciare una traccia, che sia indelebile il più possibile, e se la cancellano bravi loro, e comunque chi se ne frega. Scrivo perché ho il coraggio di farlo, perché non mi vergogno del colore delle mie interiora, in cui custodisco un sacco di cose belle e brutte, oggi fuori tutto, offerta speciale. Scrivo perché ho paura, e allora meglio urlare, per sentire almeno una voce. Scrivo perché sono vivo: preoccupatevi, quando non mi leggerete più.”

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Alcuni scrittori di romanzi neri asseriscono che noi siamo proprio quelli che hanno più paura del buio che c’è nell’animo umano, e che la scrittura sia un modo per esorcizzare questa fobia. Io credo che ognuno, semplicemente, abbia le sue storie; e che venga naturale raccontare in un modo piuttosto che in un altro quello che realmente interessa a tutti, e cioè l’evoluzione delle passioni e dei sentimenti. Che al centro di una narrazione ci sia un grande amore, un abbandono o un omicidio non toglie o aggiunge dignità a una storia; sono l’originalità, il linguaggio e la caratterizzazione dei personaggi, oltre naturalmente all’ambientazione, a conferire interesse a una storia, e a favorire il necessario processo di immedesimazione del lettore.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Semplicemente, quando il lettore comincia a leggere ha bisogno di abbreviare il più possibile il viaggio. Si deve “entrare” in una storia, andare in un altro mondo, divertirsi in senso proprio, etimologico, di-vertere, andare altrove. Ovviamente, più la realtà descritta dal narratore è vicina alla propria, minore sarà lo sforzo del lettore di cambiare la prospettiva alla quale è abituato. Il romanzo nero non abbellisce e non migliora la realtà, anzi. E’ solo un viaggio più breve.

degiovannivicolo