Le ragioni dello scrivere – (IV) Margherita Oggero

L’inchiesta continua! Margherita Oggero, scrittrice e insegnante torinese alla quale dobbiamo l’irresistibile personaggio della Prof. Camilla Baudino, risponde alle nostre domande sulle ragioni dello scrivere:

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985)

Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Perché si scrive? Per lo stesso motivo per cui si fa musica, si dipinge, si scolpisce, si fa un origami, si mette una nave in bottiglia. Invece di contemplare la luce della luna sull’erba (oppure prima o dopo averla contemplata): contemplare, scrivere, far musica eccetera appartengono a uguale diritto al “vivere”. E il gioco della vita non è affatto “divinamente semplice”, ma per fortuna contraddittorio e complesso e appunto nella complessità sta il meglio. Per chi si scrive? Per sé, e per gli altri. Perché ogni scritto aspira a essere letto.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. 

Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Non credo all’identificazione semplice e immediata dello scrittore di gialli con il colpevole. Si scrivono gialli per tanti motivi: il primo, a parer mio, perché si è colpiti dalle crepe della società e dei singoli individui, dai loro buchi neri e si ha voglia di raccontarli. Del resto, raccontare storie (nere, gialle, rosa, ecc.) è uno dei bisogni dell’umanità, insieme a quello di ascoltarle.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo lei, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”?

Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Forse il successo della letteratura criminale è solo una moda più o meno passeggera, come il successo dei vampiri e dei mostri. E dopo l’indigestione si tornerà a una dieta più sobria.