Le ragioni dello scrivere – (V) Matthew Pearl

Quinto appuntamento con “Le ragioni dello scrivere”: è la volta di Matthew Pearl, autore dei thriller storici “Il circolo Dante”, “L’ombra di Edgar” e “Il ladro di libri incompiuti”…

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?” (Gesualdo Bufalino: Cere perse, Sellerio, 1985). Ci si interroga parecchio sul come ma forse è più importante il perché… perché – e per chi, mi viene da aggiungere – si scrive?

Non vorrei rispondere per altri scrittori, certamente non per gli scrittori in generale: sono tante le strade e le motivazioni che portano alla scrittura, ragion per cui molti scrittori non vanno affatto d’accordo tra loro mentre altri se la intendono piuttosto bene. Mi hanno detto che da bambino sognavo sempre ad occhi aperti. Sono stato chiamato “extraterrestre” o “cadetto spaziale.” Mi ricordo che quando mi annoiavo, in auto, guardavo fuori dal finestrino e immaginavo varie creature e animali (come afferma il brano che citi: “pupazzi e fantasmi”), le loro avventure su altre auto e per le strade. Immagino che sarò sembrato in un’altra dimensione, con la testa letteralmente tra le nuvole. La scrittura, ovviamente, non è l’unico sbocco per una creatività inquieta. Io ad esempio passavo le giornate a disegnare e a dipingere, e probabilmente sarei stato felice se ciò si fosse trasformato in una professione. “Essere uno scrittore”, tuttavia, è un’identità complessa da governare, perché il lavoro è in sé astratto mentre il prodotto finale è più concreto.

Nella sua celebre postfazione a L’assassinio di Roger Ackroyd, Leonardo Sciascia afferma che lo “sdoppiamento”, ovvero l’inevitabile – e più o meno consapevole – processo di identificazione dell’autore di polizieschi con il colpevole, è una perfetta “parabola dello scrivere ‘gialli’, e cioè dell’ambigua ragione per cui si scrivono”. Per quale (ambigua?) ragione si sceglie di raccontare il crimine? Perché, fra tutte le strade possibili della narrazione, si sceglie di percorrere la più nera?

Raccontare storie significa mettere in scena un dramma, interno o esterno, e il dramma esterno è spesso oscuro e pericoloso. Un delitto ti mette automaticamente davanti al problema “vita o morte”, e il detective o chiunque investighi su quel delitto alimentano la nostra naturale curiosità per i puzzle, il nostro desiderio di risolverli. A volte si inizia a scrivere ponendosi dal punto di vista del lettore; si scrive, cioè, ciò che farebbe piacere leggere, e se va bene si rimane su quella traccia fino a generare una sorta di transizione perenne dal “te lettore” al “te scrittore”. Io di certo non ho mai pianificato di scrivere un particolare tipo di storia, e comunque cerco di variare, di libro in libro, il tono e il contenuto.

Il mercato del libro è in crisi. La letteratura criminale (declinata in ogni possibile sfumatura e intesa nel senso più ampio possibile), tuttavia, sembra navigare controcorrente: da alcuni anni, essa occupa un posto di primo piano nel panorama editoriale contemporaneo e nel cuore di tanti lettori. Come si spiega, secondo te, questa sorta di fascinazione collettiva per un filone che ha finito col perdere quasi del tutto la sua funzione “consolatoria”? Azzardo: abbiamo bisogno di guardare nell’abisso, di sentirci dire le cose come stanno?

Da quando sono diventato padre sono meno attratto dalla fiction violenta di un certo tipo – forse il romanzo (o il saggio) storico poliziesco ha la “distanza” sufficiente e giusta per me, oggi. Cerco di non pensare troppo a ciò che desiderano i lettori perché si tratta di un vicolo cieco da cui è impossibile uscire. Almeno per me, cerco di scegliere le storie che mi entusiasmano di più senza analizzarle troppo.

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