Norman Bates

udì il rumore e ne rimase sconvolto.
Sembrava che qualcuno stesse picchiando contro il vetro della finestra.
Sollevò la testa, di scatto, pronto ad alzarsi, e il libro gli scivolò di mano, in grembo. Poi si rese conto di che cosa era quel rumore: soltanto pioggia. Pioggia del tardo pomeriggio che batteva, di traverso, contro i vetri del salotto.
Norman non si era accorto che aveva incominciato a piovere, che era calato il crepuscolo. Ma ora faceva piuttosto scuro nel salotto, ed egli allungò un braccio per accendere la lampada prima di riprendere la lettura.
La lampada era una di quelle da tavolo, di tipo antiquato, con paralume di vetro opaco e con frangia di cristalli. Per quanto ne ricordava, era sempre stata della madre, la quale si era costantemente rifiutata di scartarla. Norman non aveva sostanzialmente obiezioni da fare su questo punto; aveva trascorso in quella casa tutti i quarant’anni della sua vita, e c’era qualcosa di piacevole, di rassicurante nel fatto di essere circondato da oggetti familiari.
Tutto aveva il suo posto preciso, lì dentro; i cambiamenti avvenivano solo fuori.

Robert Bloch, Psycho (1959)

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