La notte delle pantere

la-notte-delle-pantere-L-GQTwLddi Piergiorgio Pulixi

Edizioni E/O

Biagio Mazzeo è tornato.

Per chi ha avuto la fortuna di leggere Una brutta storia (Edizioni e/o, 2012), primo adrenalinico capitolo della serie dedicata all’ispettore superiore della Narcotici e alla sua banda di poliziotti corrotti (“la mia famiglia”, puntualizzerebbe Mazzeo con qualche buona ragione: quel branco d’anime allo sbando rappresenta il suo unico, ancorché fragilissimo, legame con la sfera degli affetti), basterà questa semplice frase a suscitare un moto di contentezza.

Avevamo lasciato le pantere della Narcotici con trecento chili di cocaina purissima fra le mani e un mare di sangue e violenza dietro le spalle; “Non c’era bisogno di parole per capire che una nuova guerra era appena iniziata”, recita l’explicit di “Una brutta storia” e il secondo capitolo – la seconda puntata, verrebbe da dire nella speranza di veder presto gli eroi pulixiani sul grande o sul piccolo schermo – riparte precisamente da qui: Continua a leggere “La notte delle pantere”

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Intervista a Piergiorgio Pulixi (II)

Ciao Piergiorgio, che piacere ritrovarti!

Intervista a Piergiorgio PulixiA due anni dalla pubblicazione di “Una brutta storia” (Edizioni e/o, 2012) torna Biagio Mazzeo, ispettore superiore della Narcotici a capo di una banda di poliziotti corrotti. “La notte delle pantere” (Edizioni e/o, 2014) agguanta la storia laddove si era – grandiosamente – interrotta e le dà un brusco, vertiginoso giro di vite. Ci racconti com’è nato questo secondo (e non ultimo, come autorizza a pensare l’epilogo) capitolo della saga? Avevi già concepito un’intera serie dedicata a Mazzeo e ai suoi o hai deciso di continuare dopo aver scritto “Una brutta storia”?

Ciao Simona, è un piacere ritrovarti e grazie mille… Da quando ho iniziato a pensare al progetto delle pantere, quindi diversi anni fa, ho cercato di fare qualcosa di nuovo e diverso. Volevo creare una saga noir che valicasse un po’ i generi, contaminandola con l’epica, l’action, il dramma e la tragedia, e volevo inoltre creare un tipo di serialità diversa da quella tradizionale dei gialli o dei polizieschi: qualcosa di più seriale, che avesse delle trame autoconclusive per quanto riguarda ogni singolo libro, ma che avesse una storyline complessiva, un arco più lungo che abbracciasse tutti i romanzi; per spiegarmi meglio, è come se Una brutta storia, La notte delle pantere, e i prossimi libri siano un solo romanzo: un lungo dramma poliziesco legato a questa “famiglia” di poliziotti e alla città dove si muovono. Quindi, per tornare alla tua domanda, sapevo benissimo che ci sarebbe stato un seguito e cosa vi sarebbe successo, così come – per dire – so benissimo cosa succederà nel quarto o nel decimo episodio della saga perché ho impiegato anni a elaborare la storyline generale.

la-notte-delle-pantere-L-GQTwLdNe “La notte delle pantere” Biagio Mazzeo intraprende una missione ad altissimo rischio e gioca la sua partita personale col piede incollato all’acceleratore: i suoi demoni interiori lo spingono al limite e perfino oltre facendo esplodere, ancor più che nel primo romanzo, tutte le sue contraddizioni. Che rapporto hai con questo – mi scuserai se perdo per un momento l’aplomb dell’intervistatrice – straordinario personaggio? Cosa pensi di lui? Dove pensi che possa arrivare? 

Non è facile dirti cosa penso di lui, nel senso che è un personaggio talmente forte e carismatico, ha questa bruciante ambizione che lo muove e al tempo stesso è un uomo all’antica, legato a un’idea di famiglia molto romantica, insomma è talmente complesso e contraddittorio che non posso darti un giudizio generale su di lui, soprattutto perché è un personaggio in costante evoluzione: la storia, le vicende che vive lo cambiano, cambiano i rapporti che ha con i suoi uomini e le donne della sua vita, quindi è difficile catturarne l’essenza. Penso che sia sicuramente molto enigmatico, affascinante e dotato di un fortissimo istinto di sopravvivenza che lo porta a compiere azioni deplorevoli, però, nella sua testa, giustificate da un bene superiore che è l’amore per la sua famiglia… Al momento posso dirti che è sicuramente stanco, vorrebbe un po’ di pace, ma le circostanze glielo impediscono, soprattutto dopo La notte delle pantere. Anche perché quella notte non è per niente finita: come dice un personaggio nel terzo romanzo della serie “Ogni notte per noi è una cazzo di notte delle pantere”. Questo, a parte il linguaggio colorito, sintetizza qual è il percorso che Biagio e i suoi dovranno affrontare.

“La notte delle pantere” affronta temi di grande, drammatica attualità: su tutti, il rapporto malato e quasi simbiotico fra criminalità organizzata e politica. Leggendo il romanzo non si può fare a meno di domandarsi se figure come Biagio Mazzeo e Irene Piscitelli (tostissima dirigente di pubblica sicurezza del Servizio Centrale Operativo della polizia di Stato, altro personaggio che non si lascia dimenticare) non costituiscano un “male necessario”, nelle società cosiddette moderne…

Non lo so… io penso che per cultura e retaggi del passato noi italiani siamo sempre portati a pensare e scegliere “il male minore”. Come individuo, come cittadino, mi verrebbe da dirti che questo è sbagliato, che se una persona entra in politica o decide di indossare una divisa non debba diventare un “male necessario”, non debba scendere a patti, mai, poiché altrimenti perverte il proprio senso morale, la propria “missione”. Ovviamente questo non accade nel mondo reale, dove in realtà il compromesso è l’unica moneta vigente in grado di permetterti di stare in piedi nei mondi sopra citati… Se invece ti devo rispondere come romanziere, allora ti devo confessare che raccontare la zona grigia che è dentro questi personaggi, quel luogo dove istinto, morale, e corruzione entrano in conflitto è davvero molto interessante ed eccitante dal punto di vista narrativo; e penso che sia uno degli aspetti che interessano di più anche ai lettori: vedere i personaggi superare un limite e venire sommersi dalle conseguenze, cercando di tirarsene fuori quando ormai è troppo tardi.

Grandi temi ma prima di tutto e avanti ogni cosa una grande storia. Tu stesso hai affermato in diverse occasioni, se ben ricordo, di sentirti un romanziere “commerciale” e “popolare”, “più romanziere che scrittore”: possiamo dire che, secondo il tuo punto di vista, la scrittura è principalmente una forma di intrattenimento?

Certo, lo possiamo dire, ma lo possiamo dire per “me”. Voglio dire, ogni autore approccia la scrittura con modi, intenti e filosofie diverse. Io sicuramente non nascondo di essere un autore commerciale: scrivo romanzi di intrattenimento. Cerco di essere un intrattenitore puro. Il mio scopo è far evadere il lettore, farlo emozionare, regalargli un grado di intrattenimento altissimo che deve competere (e superare) quello della tv, dei videogiochi, del cinema, delle partite di calcio e delle serie tv. Non devo dare tregua al lettore: lo devo afferrare per la gola dalla prima riga della prima pagina e trascinarlo fino all’ultima facendogli dimenticare tutti i casini della sua vita, facendogli sperimentare tutta una serie di emozioni che lo elettrizzi, lo ecciti, gli mettano paura e lo facciano arrabbiare allo stesso tempo; e per farlo devo utilizzare tutta l’arte, la tecnica, e il talento che ho, giocando anche sporco, se necessario. Dal punto di vista delle mie ambizioni letterarie di sicuro quando scrivo un romanzo entro in “modalità Mazzeo” nel senso che il fine giustifica qualsiasi mezzo: e il fine nel mio caso è regalare al lettore un’esperienza indimenticabile che lo faccia ritornare nel mio mondo con ancora più fame di emozioni e adrenalina. Se non creo “dipendenza e crisi d’astinenza” fallisco nei miei intenti di romanziere. E non mi piace fallire…

Dal maggio scorso sei in libreria anche con un noir a firma del Collettivo Sabot, il gruppo di scrittori (fondato da Massimo Carlotto nel 2007) di cui fai parte. “Padre Nostro” (Rizzoli, 2014), scritto con Stefano Cosmo e Ciro Auriemma, è un romanzo durissimo che traccia la mappa del traffico di cocaina nel Mediterraneo. “Guarda la cocaina, vedrai polvere”, scrive Roberto Saviano in “Zero Zero Zero”; “guarda attraverso la cocaina, vedrai il mondo”…

È un romanzo a cui tengo particolarmente perché ci è costato tanto lavoro. Ha una struttura simile a Una brutta storia come impostazione e stile di scrittura: tanti personaggi, capitoli molto brevi, colpi di scena, stacchi cinematografici, epica, noir e tragedia miscelati insieme, stile cinematografico, e grandi emozioni. È ambientato in Spagna, a Madrid, e racconta “l’inverno” di un grande narcotrafficante che vede il suo regno usurpato e deve scegliere se combattere o arrendersi. Anche lui è un personaggio tragico a cui tengo molto. Si chiama Don Pedro de la Ardila o Rafael Velasquez, a seconda di chi glielo chieda.

Il Collettivo Sabot è ormai una realtà importante nel panorama letterario italiano. I romanzi con protagonista Biagio Mazzeo – editi, come ricordato, da E/O – fanno parte della collana Sabot/Age: sabotare cosa? Come? Perché?

La collana è stata creata da Colomba Rossi e Massimo Carlotto che è anche il fondatore del Collettivo di scrittura Sabot, e il mio maestro. Nasce con lo scopo di raccontare storie negate, sabotare l’industria della menzogna con storie forti, di alto livello, capaci di rimestare con le mani nel fango della nostra società, tutto questo non richiudendosi nelle staccionate di un solo genere, ma aprendo a una narrativa di contenuti, dove il “contenitore” può cambiare. Vengono affrontati temi diversi, ma con uno stesso comune denominatore: devono essere storie che affondano le radici nella realtà e che siano in qualche modo “ribelli”. Per spiegarmi meglio, è come se il noir mediterraneo di Izzo avesse aperto i confini a tutti i generi, contaminandoli col suo potere sovversivo e il coraggio delle sue tematiche.

Lo scorso anno mi sono imbattuta in una splendida videointervista ad Antonio Tabucchi. Lo scrittore pisano cercava di rispondere alla “domanda delle domande, inevitabile per uno scrittore”: perché si scrive? Sono rimasta così colpita e affascinata dalle sue argomentazioni (“si scrive perché si è qui ma vorremmo essere là”, ha buttato lì ad un certo punto, “o perché si è andati là ma tutto sommato era meglio se si restava qui”) che non perdo occasione di girare il quesito agli scrittori che mi capitano a tiro: perché si scrive, Piergiorgio?

Antonio Tabucchi

Puoi fare questa domanda a cento scrittori e probabilmente avrai centotrentaquattro risposte diverse, anche perché ogni singolo autore cambia il suo rapporto con la scrittura nell’arco della sua vita. C’è chi scrive per fame, chi per motivi terapeutici, chi per sfogarsi, chi per evitare una strage in ufficio, chi per conquistare l’amore della sua vita, e chi semplicemente perché lo rilassa farlo e non ha nessuna ambizione di pubblicazione. Io, ripeto, non sono uno scrittore. Gli scrittori sono altri: Cormac McCarthy è uno scrittore, Hemingway, Roth, Pirandello, Javier Marìas, Baricco, Busi, Eduardo Savarese… Io al momento sono soltanto un umile romanziere, un artigiano della parola e della fiction che vuole regalare dei viaggi emotivi, delle ore di puro thrilling ai miei lettori. Non voglio essere ricordato per la mia prosa, la mia eleganza stilistica, o la mia sensibilità poetica: voglio solo emozionare chi legge le mie storie e far sì che continuino a seguirmi, e questo è possibile soltanto se miglioro di libro in libro, portando l’intrattenimento a livelli sempre più alti, ed è quello che con molta umiltà e spirito di abnegazione cerco di fare. Ovviamente curo il linguaggio e la scrittura ma senza innamorarmene: anche il linguaggio è funzionale alla storia e alla velocità che voglio imprimerle. Poi forse un giorno anch’io scriverò un libro letterario, più profondo, ma al momento questo è quello che mi piace fare e che sento di saper fare meglio.

Ogni narratore ha un lettore ideale a cui si rivolge”, mi ha confidato Grazia Verasani in un’intervista di qualche tempo fa, “e anche se scrive per se stesso è con quel lettore che cerca avidamente di comunicare”: sei d’accordo? In quale misura ti poni il problema di come verranno accolti, digeriti, rielaborati, i tuoi lavori?

Il mio lettore ideale è quello che non ha ancora letto i miei libri, quello che ha gusti diversi dai miei, quello che ha problemi con la letteratura di genere, quello che ancora devo conquistare. È lui. Nel senso che per catturarlo devo fare uno sforzo maggiore che quello di accontentare colui che è già un mio lettore; devo scrivere una storia talmente emozionante e forte che prescinda i generi, arrivando anche a lettori diversi, non deve essere una storia relegata a pochi ma qualcosa di universale, e questo lo ottieni creando personaggi forti e indimenticabili che annullino e abbattano le staccionate tra generi diversi; lo ottieni creando una storia emozionante che arrivi a toccare corde profonde. So che è molto ambizioso e forse può apparire arrogante da parte mia, ma ripeto, scrivo per arrivare a più persone possibili, è il mio lavoro. E senza un obiettivo ambizioso scrivere diventa un’attività noiosa e quasi di routine: cercare di migliorarsi e puntare più in alto, invece, tengono viva la passione e la voglia di scrivere, e questo va a beneficio mio e dei lettori.

L’artista americana Cheryl Sorg realizza enormi impronte digitali colorate utilizzando dorsi e segnalibri: come a dire che siamo fatti anche, forse soprattutto, dei libri che abbiamo letto e amato. Ci diresti quali sono i libri che costituiscono la tua impronta digitale, che hanno contribuito più degli altri a formare la tua identità? 

Risposta potenzialmente interminabile. Vediamo… tutto Dickens, tutto Stephen King, tutto Carlotto, tutto il noir mediterraneo, tutti i classici russi, Shakespeare… ecco, forse se dovessi mostrarti le mie “cicatrici”, Shakespeare è quello che mi ha “ferito” di più.

Domanda di rito: che libro tieni sul comodino, in questo momento?

In questo momento “Riti di Morte” della Bartlett perché sto scrivendo una storia su un personaggio femminile, una poliziotta, e ho bisogno di immergermi in una sensibilità femminile come scrittura e come personaggio principale. La Bartlett in questo è una maestra assoluta, un punto di riferimento imprescindibile.

Curiosity killed the cat, lo so bene… ma provo ugualmente a domandartelo: cosa significa, per un giovane scrittore, vivere a Londra?

Vuol dire entrare in corto circuito emozionale e artistico perché è una città talmente piena di stimoli e sensazioni che le storie da raccontare sono talmente tante che mi comprimono il cervello… reggerò qualche mese ancora e poi avrò bisogno di un periodo di decompressione.

Dulcis in fundo, la domanda davvero inevitabile per uno scrittore, la più banale e prevedibile del mondo: bolle qualcosa, in pentola? Ti rivedremo presto in libreria?

Al momento come ho detto sono in libreria con “Padre nostro” edito da Rizzoli, scritto col Collettivo Sabot. A Novembre 2014 esce un romanzo per le Edizioni E/O extra Mazzeo che s’intitola L’appuntamento. Faccio un’incursione fuori dal genere con qualcosa di più… lasciamo un po’ di suspense… Nel 2015 uscirà il terzo romanzo della serie di Mazzeo e il primo di una nuova serie, un romanzo più thriller che noir, sempre per E/O. In questo momento, invece, sto ultimando un noir puro sulla scia di “Arrivederci amore ciao” di Massimo Carlotto che è il mio maestro, ma di questo romanzo non conosco ancora il destino, spero comunque che trovi presto la sua strada perché è una storia tosta.

Grazie per il tuo tempo, per la disponibilità, per la potenza delle tue storie… buona scrittura e buon tutto! 

Grazie mille a te e a presto!

Simona Tassara e Piergiorgio Pulixi

(intervista originariamente pubblicata dalla Rivista letteraria Fralerighe)

Iolanda era turbata.

Io non ti ho mai chiesto nulla, ma avevo capito che per Cordera quella partenza da Roma era una fuga. E’ un pederasta, e per quelli come lui le cose se so’ messe male. Er Capoccione nun vole né ebrei né zingari né froci. E fanno ‘na brutta fine. Me dispiace. Veramente.

Stefania Nardini, Alcazar ultimo spettacolo (2013)

Biagio Mazzeo è tornato!

di Piergiorgio Pulixi

Dove eravamo rimasti? Ecco la nostra recensione di Una brutta storia (Edizioni e/o, 2012)

 

Soldi, sesso e potere.

L’ispettore Biagio Mazzeo è a capo di un’unità composta da poliziotti duri specializzati nella lotta al crimine e disposti a seguirlo come un padre. Questo li porta spesso a oltrepassare il labile confine tra legalità e illegalità. Per salvare i suoi uomini da uno scandalo di crimini e corruzione, Mazzeo finisce in carcere.

Ma il suo sacrificio non può fermare le conseguenze di anni di comportamenti criminali. La sua squadra infatti ha messo le mani sulla partita di droga sbagliata. E ora i proprietari la rivogliono indietro.

Ma non sono criminali comuni: si tratta di ‘ndrangheta, mafiosi disposti a tutto pur di riaverla.

Da dietro le sbarre Mazzeo non può fare nulla per aiutare i suoi. A meno che non scenda a patti con la legge scegliendo di imbarcarsi in una missione sporca e suicida. Una giovane funzionaria di Polizia propone al poliziotto corrotto un patto: lo tirerà fuori e farà cadere tutte le accuse se lui farà qualcosa per lei: fermare una guerra già dichiarata.

In un crescendo di violenza, vendette e corruzione, Biagio Mazzeo dovrà scegliere da che parte stare perché questa volta non c’è in gioco soltanto il distintivo, ma la vita. Dopo il successo di Una brutta storia, Mazzeo e le sue pantere tornano con un’avventura ricca di azione e suspense.

Un dramma poliziesco dal ritmo adrenalinico e cinematografico.

Oggi in libreria

Intervista a Piergiorgio Pulixi

Ciao Piergiorgio, benvenuto! Questa è la prima intervista che realizzo per Uno Studio In Giallo, incrociamo le dita?

Onorato di inaugurare questo spazio allora. Incrocio le dita pure io.

Cominciamo dalla fine, cioè dal nuovo romanzo Una brutta storia (Edizioni e/o, 2012): brutta storia, bellissimo libro. Mi racconti com’è nato? Ti sei ispirato a un fatto di cronaca?

La nostra recensione

Sì. Cercavo una storia con cui sperimentare un tipo di narrazione diversa da quella a cui ero abituato, corposa, con tanti personaggi e tante sottotrame, cercando – con molta umiltà – di prendere come modelli Dickens, Victor Hugo e Dumas, e dare ampio respiro a una storia noir. Dopo qualche tempo mi sono imbattuto in un articolo dove si svelava un arresto clamoroso: sedici poliziotti tutti insieme appartenenti alla stessa Sezione arrestati con l’accusa di associazione a delinquere. Mi è sembrato, come dire “strano”. Ho iniziato a fare delle ricerche sulla corruzione nelle forze di polizia e ho notato che sebbene la maggioranza dei tutori delle forze dell’ordine sono totalmente onesti esiste questa macchia nera e mi sembrava interessante raccontare questo tipo di storia: poliziotti corrotti, alcuni colleghi onesti che tentano di fermarli, e degli intrighi e segreti che dessero ritmo e suspence  alla narrazione, tutto messo in moto dall’incontro/scontro con la persona sbagliata: un potente mafioso ceceno.

Veniamo all’ambientazione. Le vicende del romanzo si svolgono in un’area metropolitana non precisamente identificata: è lecito immaginare una qualsiasi grande città dell’Italia settentrionale, magari dell’opulento Nordest? Quel che rimane addosso leggendo, vedi, è la fotografia di un Nord industrioso e ammalato, protetto da una facciata di rispettabilità sempre meno convincente e con l’anima in necrosi

Esattamente. Non ho voluto definire un luogo in particolare perché ritenevo che con questo tipo di storia il lettore potesse immaginare da solo una metropoli a lui congeniale, primo. E poi perché la storia aveva delle caratteristiche “universali”, pur rimanendo nei nostri confini. Di sicuro io l’ho immaginata nel nord Italia, ma non ti saprei dire con esattezza dove. E’ la summa di varie città che mi hanno suggestionato.

Sono rimasta molto colpita dal personaggio di Biagio Mazzeo, il capobranco: un cattivo a tutto tondo (così ben delineato che balza letteralmente fuori dalle pagine del romanzo, n.d.R.) e tuttavia capace di sentimenti profondi; il suo antagonista, il mafioso ed ex guerrigliero ceceno Sergej Ivankov, è al tempo stesso uno spietato assassino e un padre tenerissimo. Due personaggi tragici e complessi che ricordano Ettore e Achille

Felice che tu abbia colto quest’aspetto. Ho concepito “Una brutta storia” come una tragedia moderna. Omero, Eschilo, Euripide, insieme a Shakespeare, Dickens e Dumas, sono stati i miei punti di riferimento. Ho cercato di unire epica, tragedia, feuilleton alla crime fiction alla Ellroy o alla Don Winslow. Un esperimento in qualche modo che è stato contaminato anche dal modo di raccontare e dipanare le trame tipico delle serie tv americane che hanno una qualità di scrittura altissima, penso a Breaking Bad, Six Feet Under o Sons of Anarchy, per fare degli esempi. Con questa grande “cosmogonia” di riferimenti e la storia che avevo in mente, era necessario creare personaggi di grande spessore che fossero in grado di reggere quasi cinquecento pagine di romanzo senza avere nessun calo di tensione, anzi, questi personaggi spingono la narrazione a tavoletta perché si trovano invischiati in un turbine di situazioni tragiche e drammatiche che li obbligano a reagire e tirare fuori l’istinto animale che è in loro. Per renderli verosimili ho cercato di dar loro un passato, una personalità forte e contraddittoria e delle motivazioni solide.

Una brutta storia ha un taglio spiccatamente cinematografico e cita con gusto ed eleganza alcune delle migliori pellicole e serie televisive a sfondo criminale in circolazione (un esempio per tutti, l’ormai mitico Scarface di Brian De Palma). La malavita moderna, del resto, è sensibile al fascino di questo tipo di narrazioni e talvolta finisce col promuoverle a vero e proprio modello estetico (come ha mostrato Roberto Saviano in Gomorra). Ciò che colpisce, in Una brutta storia, è che a tali ingredienti si affiancano gli elementi più tipici del romanzo ottocentesco: intrighi, passioni, segreti inconfessabili un’opera di grande respiro, insomma. Epica, corale. Tu come la definiresti?

Un dramma poliziesco corale che richiama il pathos delle tragedie unito all’epica narrativa delle grandi saghe letterarie e le serie tv americane.

Nel 2010 hai pubblicato Un amore sporco, romanzo sulla schiavitù sessuale inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni e/o): si tratta di una storia d’amore, nonostante tutto?

Sì, la tipica storia d’amore sbagliata. O perlomeno è questo quello che pensano le persone di questo ragazzo che per via del suo lavoro incontra una prostituta albanese di strada. Ne rimane attratto e se ne innamora, ma viene a scoprire che non è una semplice prostituta, ma una schiava sessuale: appartiene cioè come se fosse un mero oggetto alla mafia albanese che l’ha portata in Italia. Come atto d’amore (o di totale incoscienza) il ragazzo porta via Miriana – é questo il nome della giovane – ai suoi aguzzini, incappando però in una vendetta che stravolgerà la sua vita… Sì, alla fine è una storia d’amore, solo che la vita si mette in mezzo e scombina tutto.

E infine l’inizio: Perdas de fogu (Edizioni e/o, 2008), un esordio letterario coi fiocchi all’insegna di Massimo Carlotto e del collettivo di scrittori Mama Sabot. Mi parli della stesura di questo romanzo e della tua esperienza con i Sabot? Come si scrive un romanzo a più mani?

L’esperienza è stata bellissima, sia a livello letterario che umano. Parlare di un territorio violato da una guerra quotidiana che ha causato morte e malattia è stato molto doloroso e toccante, soprattutto perché la terra in questione era la nostra. Abbiamo avuto l’onore di essere stati scelti da Massimo Carlotto che ci ha iniziato a un lungo periodo di formazione che prosegue tuttora. La nostra è una sorta di fabbrica letteraria specializzata nello sviluppo delle trame e dello studio dei personaggi. E’ una sorta di laboratorio di filtraggio in partenza per le storie che andiamo a scrivere sia collettivamente che singolarmente; possiamo contare l’uno sull’altro per avere pareri tecnici su questioni di fondamentale importanza in un romanzo come trama, personaggi, inchiesta, ritmo, etc. Scrivere a più mani, invece, è un delirio… credimi. L’unica ricetta è armarsi di una titanica dose di pazienza, e rubare qualche segreto agli sceneggiatori cinematografici per la suddivisione delle scene e l’editing finale.

In un interessante articolo pubblicato sul web (L’eredità di Izzo, testo integrale tratto dal sito ufficiale di Massimo Carlotto, n.d.R.) definisci il noir mediterraneo come un’arma di resistenza e denuncia rivoluzionaria contro la massificazione e la sofisticazione della realtà: mi spieghi in che senso?

Credo che questo paese abbia un rapporto malato con la verità, o meglio, il Potere è riuscito a contaminare i mezzi d’informazione, annullandone la libertà e controllando alla fonte le notizie. Col passare degli anni ha sistematizzato questo “modus operandi”, asservendo sempre di più a sé i media, complice l’influenza dei grandi marchi pubblicitari che sostengono i vari media. Questo ha comportato la sofisticazione della realtà, o meglio della percezione di realtà che ci viene propinata come vita reale. Non lo è. In realtà abbiamo davanti un’immensa fabbrica di menzogne e mistificazioni che cerca di spacciarci per vere notizie che non lo sono. Ma questo è il meno… Il noir mediterraneo per anni ha avuto il potere di contrastare nel suo piccolo questo impero, lanciando dei messaggi di allarme su alcune situazioni.

Scrivo per potermi comprare libri da leggere, hai confessato al blog di Noir Italiano. Non mi definisco uno scrittore, ma sono abbastanza certo di essere un lettore compulsivo Se ci fossero i lettori anonimi io non mi perderei nemmeno una riunione, mettiamola così. Quanto è importante leggere per diventare uno scrittore?

Penso che sia basilare. La lettura è strettamente correlata alla scrittura. Pensare di mettersi a scrivere senza avere un solido bagaglio di letture alle spalle è come salire sul ring con Sugar Ray Robinson senza avere mai indossato i guantoni.

Che libro tieni sul comodino, in questo momento?

Utu di Caryl Fèrey, un bel pulp noir. 

Il mondo dell’editoria è sempre più variegato e pieno d’insidie… ricorda un po’ l’arcipelago delle rocce vaganti dell’Odissea! Cosa ti sentiresti di consigliare a un giovane che intenda dedicarsi professionalmente alla scrittura?

Di cambiare idea… Ma se è così pazzo o motivato da volerlo fare, leggere tantissimo, vivere esperienze nuove e intense. Non farsi prendere dalla fretta di pubblicare a qualsiasi costo, ma avere pazienza, studiare gli autori che predilige, non improvvisare ma farsi sempre un gran mucchio di domande sulla storia, sui personaggi e sulle loro motivazioni. Investire dei soldi su un buon editing che metta in luce qualità e difetti della sua storia (e quindi anche del suo autore). Osservare la realtà e affinare giorno dopo giorno questo talento. E soprattutto non avere paura di lavorare tanto e per nessun ritorno economico. Essere consapevole che più diventerà bravo e acuto come scrittore, più diverrà una brutta persona. Questo, nonostante pochi abbiano il coraggio di dirlo, penso sia una legge universale.

Direttamente dal questionario di Proust

  • gli autori che prediligo: Ellroy, Carlotto, Dickens, Dumas, Shakespeare
  • i miei eroi nella finzione: Dudley Smith, Edmond Dantes, Joe Pike, Burke
  • i miei eroi nella vita reale: gli eroi invisibili che si svegliano ogni mattina e fanno sì che questo paese vada avanti, inconsapevoli del loro “potere”.
  • quel che detesto più di tutto: la maleducazione e la prevaricazione.
  • vorrei vivere in un Paese che… dimostri di avere più coraggio e più carattere.

Fuori questionario: come immagini il tuo futuro di scrittore? Una brutta storia avrà un seguito? (dimmi di sì!!!)

Sì, sto già lavorando al seguito di “Una brutta storia”, che, editori permettendo, dovrebbe uscire nel 2013. Ma contemporaneamente sto ultimando con altri due sabot un romanzo molto duro e spietato dal ritmo pazzesco, in stile Padrino / Scarface / C’era una volta in America, sul mondo del narcotraffico, ambientato all’estero, di qualità superiore – a mio avviso – a “Una brutta storia”. Chi ha amato Mazzeo e i suoi, adorerà questa storia, ne sono sicuro. Anche questo uscirà l’anno prossimo.

Grazie infinite, Piergiorgio.

E un grosso in bocca al lupo per la tua vita e per la tua carriera.

Grazie mille a te.

P.S. Se mai decidessi di istituire i lettori anonimi sono della partita!

Ne terrò conto!!

Simona Tassara

Una brutta storia

9c07c-una-brutta-storiadi Piergiorgio Pulixi

E’ sulle strade di una metropoli senza nome che si dipana “Una brutta storia”, il nuovo – folgorante – romanzo del trentenne Piergiorgio Pulixi.

Brutta storia davvero: di quelle che seducono e colpiscono, e non ti lasciano più.

Storia d’amore e di morte, se vogliamo ridurla all’osso, giocata sulle contrapposizioni, sul chiaro e lo scuro che avvolgono sempre i casi della vita e si avvicendano nel fondo di ogni coscienza. ErosThanatos, come nella migliore delle tradizioni (non solo) letterarie. Fra gli estremi c’è tutto quello che possiamo chiedere a un ambizioso dramma corale: intrighi, passioni, segreti inconfessabili e girandole di tradimenti.

E violenza, tanta. Continua a leggere “Una brutta storia”

Massimo Carlotto a "Città del Noir"

20 marzo 2012. Genova, Palazzo Ducale.

La rassegna Città del Noir – La letteratura racconta l’Italia apre i battenti e ospita una triade da pelle d’oca: Bruno Morchio, “papà” dell’investigatore genovese Bacci Pagano e curatore della manifestazione, incontra Massimo Carlotto e il giallista internazionale Veit Heinichen. Tema della serata: “Il Nordest: Padova e Trieste”…

… bando agli indugi, l’occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire!

Supero in qualche modo la timidezza e chiedo a Massimo Carlotto, vera e propria colonna portante del noir italiano, la cortesia di rispondere ad alcune domande: ricevo un sì infinitamente generoso e disponibile (del quale non mi stancherò mai di ringraziarlo) e la chiacchierata può cominciare…

Benvenuto a Genova, signor Carlotto.

Grazie!

Genova e le “città del noir”… Lei ha raccontato come nessun altro il cuore nero del Nordest e ha avuto modo di affermare in diverse occasioni che il territorio è un personaggio, che conoscere i luoghi di cui si ha in animo di scrivere è fondamentale. Quali altre caratteristiche deve avere, secondo lei, un buon noirista? E un buon romanziere in generale?

Secondo me un buon noirista deve conoscere molto bene il territorio in cui ambienta le storie. Anche perché è una cosa che ci siamo già… voglio dire, “divisi” tempo fa: l’idea che ognuno scriva del luogo dove vive e dove lavora presuppone il fatto di essere dei profondi conoscitori del luogo, al punto che bisogna saperne interpretare anche i profumi, i sapori… Questa è una dimensione che ci deve essere nel romanzo, perché è proprio vero che il luogo dev’essere un personaggio, non è più possibile che sia solo lo sfondo… dev’essere un personaggio che si muove all’interno della narrazione. E questa tra l’altro è stata la cifra che ha fatto conoscere e apprezzare il poliziesco e il noir italiano a livello internazionale.

In un intervento pubblicato sul Manifesto nel maggio dell’anno scorso ha descritto il genere italiano come “un pentolone di idee” in continuo e multiforme subbuglio. E’ sempre grande la confusione sotto il cielo? (ride, N.d.I.) Detto altrimenti: che cos’è il noir?, e fino a che punto lo si conosce? La sensazione è che la gente comune, anche i lettori cosiddetti “forti”, abbiano un’idea abbastanza vaga, a riguardo.

C’è un’idea vaga e confusa che secondo me è suggerita da un’arretratezza della critica che non riesce a interpretare quello che sta accadendo, nel senso che ci sono delle modificazioni profonde a livello letterario che non vengono percepite… cioè di fatto vengono più percepite dai lettori, anche se in maniera confusa, che dalla critica. E questo ha portato a una serie di errori secondo me “di definizione”, e questo come effetto collaterale ha purtroppo l’effetto che c’è confusione, spesso, tra i lettori meno attenti; e quindi c’è anche un discorso di capacità di apprezzare meno un genere che in Italia sta producendo molto, al di là del soliti nomi.

Un genere che ha altresì una funzione sociale?

Assolutamente ha una funzione sociale, che è quella di raccontare il reale in maniera molto, molto precisa. E questa, voglio dire… una cosa che si evince sempre di più è che proprio c’è un uso anche sociale dei romanzi, nel senso che molte volte vengono usati proprio per raccontare delle situazioni, anche da parte di istanze popolari.

A proposito di questo, ci sarebbe tanto da dire su Perdas de fogu (romanzo frutto di una lunga inchiesta condotta da Massimo Carlotto e da un gruppo di scrittori uniti nella sigla Mama Sabot, fortemente voluto dai cittadini che vivevano nei pressi del poligono del Salto di Quirra, N.d.I.), se solo avessimo più tempo…

Il punto è che il lettore ha sempre un doppio binario davanti a sé, la possibilità di andare oltre la lettura d’intrattenimento. Dopo aver raccontato la crisi, la sfida del noir sarà sempre più quella di raccontare il conflitto.

Oltre a quella di anticipare la realtà…

Il noir anticipa sempre. E’ proprio la caratteristica più importante del noir la capacità di anticipare quello che verrà raccontato dopo due o tre anni, è sempre così. Perché di fatto, usando gli strumenti del giornalismo investigativo, si arriva ad analizzare e indovinare alcune cose che accadranno dopo…

… questo dipende anche dal fatto che il giornalismo d’inchiesta ha abdicato alla propria funzione?

Il giornalismo d’inchiesta non esiste più, purtroppo, rispetto alla criminalità. E questo sta provocando questi guasti… che noi noiristi stiamo cercando di colmare, insomma (ride, N.d.I.). Con fatica.

Lei ha affermato che “il cosiddetto noir non è affatto l’unica letteratura in grado di raccontare il reale” e che la letteratura “più che di generi è fatta di contenuti”. La nuova collana editoriale da lei curata, Collezione Sabot/AGE (diretta da Colomba Rossi per Edizioni e/o, N.d.I.), va in questa direzione? Nella direzione cioè di superare gli steccati di genere per “sabotare” la menzogna e occuparsi delle storie che nessuno ha il coraggio di raccontare?

Esattamente. Io sono profondamente convinto che oggi non esiste un genere in grado di raccontare la realtà nella sua complessità e che bisogna affidarsi a più generi e a più forme espressive, e credo che questo abbia portato a uno sviluppo diverso, molto forte e robusto di alcune concezioni proprio rispetto all’uso della realtà nel romanzo. Questo ha portato alla collana Sabotage o Sabot Age (pronuncia francese o inglese, N.d.I.) – è uguale, sono due modi diversi di vedere la stessa cosa[1]– e questo però ci conforta molto perché stanno arrivando dei romanzi, che verranno anche pubblicati, dal fantapolitico al romanzo più “bianco” e però così profondamente ancorati alla realtà e ai contenuti che sembrano quasi dei romanzi di genere.

Il romanzo poliziesco classico – à la Agatha Christie, per intenderci – è morto e sepolto?

No, perché Agatha Christie continua a vendere poco meno della Bibbia… quindi non è così! E anche guardando le classifiche si vede che è un tipo di romanzo che piace molto. D’altra parte è un romanzo che risponde alle domande come-dove-quando…

… senza curarsi troppo del “perché”…

(annuisce, N.d.I.) ed è comunque profondamente consolatorio, e la gente giustamente in questo periodo ha tutto il diritto di consolarsi rispetto agli effetti collaterali della crisi dal punto di vista umano, che sono veramente forti e difficili da vivere.

Lei ha scoperto e promosso diversi autori esordienti. Nel primo numero di “Fralerighe” abbiamo intervistato Matteo Strukul, che con la sua “ballata di Mila” inaugura la Collezione Sabot/age. Cosa consiglia a uno scrittore alle prime armi che vorrebbe pubblicare?

Pubblicare è difficilissimo, sempre più difficile. Bisogna credere fermamente nel proprio lavoro, questa è la prima regola: crederci così tanto che alla fine si riesce a spuntarla. Io credo che però bisogna anche avere la capacità di ascoltare molto: ascoltare i buoni consigli che in questo mestiere sono fondamentali.

E leggere molto?

Ah beh, sì. Solo i forti lettori possono essere dei buoni scrittori.

Manifestazioni come Città del noir sembrerebbero testimoniare il contrario ma in Italia si legge poco. Perché, secondo lei? Come si potrebbe motivare la gente a leggere di più? Mi riferisco in particolare alle giovani generazioni cresciute a pane, tv e tecnologia.

Il problema di fondo è che in questo Paese si stanno chiudendo molte librerie, soprattutto nei paesi, dove al limite resiste una cartolibreria. Se non hai familiarità con l’oggetto libro non hai familiarità con la lettura, e questa è una cosa che nessun e-book può colmare. E credo che la questione della lettura proprio rappresenti questo, cioè c’è una difficoltà enorme da questo punto di vista perché le librerie, soprattutto quelle indipendenti, stanno soffrendo moltissimo all’interno di un mercato sempre più spietato. Però noi ci stiamo giocando la cultura di un Paese, al di là dei generi e delle passioni. Ci stiamo proprio giocando la cultura di un Paese. Questo è un Paese dove si dimenticano sempre i classici… ormai alcuni classici fondamentali non vengono nemmeno più ristampati: questa è veramente una vergogna.

E-book in fabula. “Fralerighe” è una rivista in formato esclusivamente digitale: qual è la sua opinione in merito agli e-book? In che modo stanno cambiando il volto dell’editoria?

Mah, l’e-book… io leggo molti e-book. Nel senso che ormai leggo e-book, leggo cartaceo… anche se la mia generazione è più legata al cartaceo; è una cosa assolutamente normale. Penso però che l’e-book non sia automatico come passaggio ma sia il passaggio invece a un formato più agile da parte di un lettore già affermato, ma che il passaggio iniziale sia sempre attraverso il cartaceo. Io credo che almeno in questo momento storico sia così.

Nel prossimo numero di “Fralerighe” recensiremo Arrivederci amore, ciao e Alla fine di un giorno noioso: ci descrive brevemente la parabola di Giorgio Pellegrini?

(ride di gusto, N.d.I.) Se lo recensite lo sapete meglio di me! Comunque è una storia di formazione criminale nel primo romanzo e una storia invece di affermazione criminale nel secondo. Sono due momenti a distanza di dieci anni nella vita di un criminale quasi perfetto.

Provo ad estorcerle qualche anteprima sul nuovo romanzo targato Einaudi, Respiro corto, in uscita il prossimo 10 aprile. Ho letto sul suo sito ufficiale che la vicenda si svolgerà fra i vicoli della vecchia Marsiglia: dici Marsiglia e il pensiero corre subito a Jean-Claude Izzo…

Sì, ma la Marsiglia di Izzo non esiste più… quindi io racconto un’altra Marsiglia completamente diversa. Però non c’è solo Marsiglia ma c’è anche l’India, c’è la Russia, c’è il Paraguay… è una dimensione di criminalità molto diversa. Diciamo che i destini di alcune persone s’incrociano a Marsiglia, Marsiglia che oggi è sempre di più il crocevia di una criminalità sempre più globalizzata, una città dove è in atto uno scontro quasi militare molto, molto accentuato.

Il mondo è di chi corre veloce quanto il denaro?

Assolutamente sì. Nella criminalità chi corre più veloce vince. Una cosa che una volta non c’era, la dimensione della velocità nel crimine, oggi invece è fondamentale.

Dobbiamo salutarci in fretta e furia, l’incontro sul Nordest sta per iniziare…

La mano scivola inavvertitamente sul pulsante di “stop” e la videocamera perde per sempre la cascata di ringraziamenti che faccio in tempo a snocciolare.

La vera e propria colonna portante del noir italiano deve aver captato qualcosa, tuttavia, perché si volta e mi regala un ultimo sorriso: “grazie a te”, mi dice allontanandosi.

Grazie a te, signor Carlotto. A nome mio e di tutta la Redazione di “Fralerighe”.

Simona Tassara

(intervista originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe)


[1] Il nome della collana contiene infatti un doppio significato: sabotaggio (se letto alla francese) o “Era del Sabot” (Sabot Age, in inglese); il “sabot” è lo zoccolo di legno che gli operai esausti lanciavano negli ingranaggi delle macchine ai tempi della rivoluzione industriale.