Sherlock Holmes,

che generalmente scendeva molto tardi al mattino tranne che nelle non rare occasioni in cui rimaneva alzato tutta la notte, era già seduto al tavolo della colazione. Mi fermai sul tappeto accanto al caminetto a raccogliere il bastone dimenticato la sera prima dal nostro visitatore. Era un bel bastone col pomo rotondo, del tipo comunemente chiamato «Malacca». Proprio sotto l’impugnatura c’era una larga fascia d’argento con l’iscrizione «A James Mortimer, M.R.C.S. dai suoi amici del C.C.H.» e la data «1884». Era proprio il tipo di bastone adatto a un medico di famiglia vecchio stampo – dignitoso, solido, e rassicurante. Di questo bastone lui andava fiero.

Sir Arthur Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville (1902)

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Sherlock Holmes prese il suo flacone

dall’angolo della mensola del caminetto e la sua siringa ipodermica da un elegante astuccio di marocchino.

Con le dita lunghe e nervose infilò l’ago sottile e arrotolò la manica sinistra della camicia.

Per un po’, osservò pensoso l’avambraccio muscoloso e il polso, costellati di innumerevoli segni di punture.

Alla fine, infilò con gesto deciso la siringa, premette il pistone e si abbandonò nella poltrona di velluto con un lungo sospiro di soddisfazione.

Sir Arthur Conan Doyle, Il segno dei quattro (1890)

Nella stanza c’era un unico studente,

chino su un tavolo lontano, assorto nel suo lavoro. Al suono dei nostri passi si guardò intorno e saltò in piedi con un grido di gioia. “L’ho trovato! L’ho trovato!”, urlò al mio amico, precipitandosi verso di noi con una provetta in mano. “Ho trovato un reagente che precipita esclusivamente con l’emoglobina”. Se avesse scoperto una miniera d’oro non avrebbe potuto apparire più felice e radioso.

“Il dottor Watson, il signor Sherlock Holmes”, ci presentò Stamford.

Uno studio in Sherlock

E’ con cuore pesante che prendo la penna per scrivere queste parole, le ultime con le quali avrò mai più occasione di ricordare al mondo le straordinarie capacità che il mio amico Sherlock Holmes possedeva.
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Comincia così, con questa sconcertante rivelazione del dottor Watson, L’ultima avventura (titolo originale: The Final Problem), racconto pubblicato sullo Strand Magazine nel dicembre del 1893 e successivamente inserito nelle ormai celeberrime Memorie di Sherlock Holmes (1894).

Si tratta, sotto molti aspetti, di una raccolta memorabile, e il gioco di parole è d’obbligo: essa consegna infatti al lettore un ritratto insolito, e di conseguenza particolarmente prezioso, del detective più famoso di tutti i tempi. Ne Il mistero della Gloria Scott Il rituale dei Musgrave, un giovane e timido Sherlock Holmes muove i primi passi nel mondo dell’investigazione al servizio di due compagni di scuola. In altri racconti (si veda, ad esempio, La faccia gialla), il nostro eroe appare in una forma tutt’altro che smagliante: tituba, latita e commette perfino qualche errore – veniale, ben inteso, affinché la verità trionfi come in ogni giallo deduttivo che si rispetti. Nelle Memorie, insomma, Holmes si scrolla di dosso un po’ di quell’aura di saccente intangibilità che lo avvolge da Uno studio in rosso (1887) in avanti. Ne L’interprete greco veniamo inoltre a conoscenza di un legame di cui non si trova traccia negli scritti che precedono la raccolta in esame: Sherlock ha un fratello maggiore, l’indolente e intelligentissimo Mycroft. Ha il sapore di una beffa, questa fratellanza tardiva, soprattutto ove si consideri che, nelle intenzioni originarie di Sir Conan Doyle, le Memorie costituiscono il canto del cigno dell’amata-odiata creatura.

A collocare definitivamente la silloge di cui si tratta nell’olimpo della letteratura poliziesca è tuttavia la presenza de L’ultima avventura, classico imperdibile e vero e proprio unicum nell’universo holmesiano. La vicenda è lineare: il pomeriggio del 24 aprile 1891 uno Sherlock Holmes “ancor più pallido e magro del solito” e in uno stato di profonda alterazione nervosa si materializza nell’ambulatorio del dottor Watson dopo un misterioso soggiorno in Francia. E’ scampato a ben tre attentati, quel giorno: il mandante è il geniale professor Moriarty, “il Napoleone del crimine” che “se ne sta immobile come un ragno al centro della sua tela” ed è responsabile di quasi tutte le imprese malvagie che affliggono la città; “se vi è un crimine da compiere, un documento da rubare, poniamo, una casa da svaligiare, una persona da eliminare – si passa parola al professore, e l’impresa viene organizzata e portata a termine”. Talvolta gli esecutori materiali vengono catturati e arrestati; ma lui, il diabolico deus ex machina, non viene mai neppure sfiorato dai sospetti. I tempi stanno per cambiare, tuttavia: Sherlock Holmes ha finalmente raccolto tutte le prove che occorrono per consegnarlo alla giustizia: entro tre giorni la rete si stringerà intorno al professor Moriarty e alla sua organizzazione… Continua a leggere “Uno studio in Sherlock”

Ucciderò Sherlock Holmes

E non se ne vogliono andare!lamentava un bel film di Giorgio Capitani del 1988. 

Ha ragione Carlo Lucarelli quando afferma che “la vera vita del personaggio non è come la pensi tu nella tua testa: è come il personaggio vive dentro le parole, dentro la storia”? Dobbiamo credere che nel processo creativo giunga sempre il momento in cui anche il personaggio più malleabile “prende un’altra piega, decide lui quel che farà”? “Arrivi in fondo e ti sei fatto raccontare la storia dal tuo personaggio”, ammette Lucarelli in un’intervista pubblicata sul portale Rai Educational Scrittori per un anno.

Ma è davvero così? Che rapporto intercorre fra un autore e i suoi personaggi? Chi scrive è un dio onnipotente o si perde nell’illusione – del tutto legittima ma anche del tutto errata – di poter comandare le sorti dei propri “figli di carta”?  Continua a leggere “Ucciderò Sherlock Holmes”