Cronaca di una morte annunciata

coverSantiago Nasar morirà.

I gemelli Vicario hanno già affilato i loro coltelli nel negozio di Faustino Santos. A Manaure, “villaggio bruciato dal sale dei Caraibi”, lo sanno tutti: presto i fratelli della bella quanto svanita Ángela vendicheranno l’onore di quella verginità rubatale in modo misterioso dall’aitante Santiago, ricco rampollo della locale colonia araba.

Tutti lo sanno, ma nessuno fa alcunché per impedirlo…

E così la morte annunciata lo sorprende nel fulgore di una splendida mattinata tropicale. Ma non per agguato o per trappola: un destino bizzarro e crudele fa sì che la fine di Santiago si compia per un concorso di fatalità ed equivoci, mentre gli stessi assassini fanno di tutto perché qualcuno impedisca loro l’esecuzione.

*

“… proverò almeno a cominciare dall’inizio”, scrive Agatha Christie nell’introduzione alla sua deliziosa autobiografia.

Proverò a farlo anch’io, con passo tranquillo e la consapevolezza che alcuni autori – e Gabriel José de la Concordia García Márquez, detto Gabo, è certamente fra questi – predispongono naturalmente alla meravigliae sfidano con caparbia, disarmante eleganza ogni tentativo di razionalizzazione. Continua a leggere “Cronaca di una morte annunciata”

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Ma poiché ascoltò soltanto

il rumore della pioggerella, credette che era stato un incubo e tornò a sentire il dolore.

Aveva un po’ di febbre. Nello specchio si accorse che la gota gli si stava gonfiando. Aprì una scatoletta di vaselina al mentolo e se la unse sulla parte dolorante, tesa e con la barba lunga. D’un tratto percepì, attraverso la pioggia, un rumore di voci lontane. Uscì sul balcone. Gli abitanti della strada, alcuni in veste da notte, correvano verso la piazza. Un ragazzo girò la testa verso di lui, alzò le braccia e gli gridò senza fermarsi:

“César Montero ha ucciso Pastor.”

Gabriel García Márquez, La mala ora (1962)

… perché l’odore dell’acqua di mare

m’eccitava proprio come le sardine e le scardole della baia dei Catalani di là dalla roccia erano belle tutte argento nei panieri dei pescatori il vecchio Luigi vicino ai cento dicevano che veniva da Genova e quell’altro vecchio alto con gli orecchini non mi piace uno che per arrivarci ci vogliono le scale io dico che sono tutti morti e ridotti in polvere da un pezzo…

James Joyce, Ulisse (1922)

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Buon Bloomsday a tutti!

Il giorno che l’avrebbero ucciso,

Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il battello con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d’uccelli. «Sognava sempre alberi, – mi disse Plácida Linero, sua madre, 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. – La settimana prima aveva sognato di trovarsi da solo su un aereo di carta stagnola che volava in mezzo ai mandorli senza mai trovare ostacoli», mi disse. Plácida Linero godeva di una ben meritata fama di sicura interprete dei sogni altrui, a patto che glieli raccontassero a digiuno, ma non aveva riscontrato il minimo segno di malaugurio in quei due sogni di suo figlio, né negli altri sogni con alberi che lui le aveva riferito nei giorni che precedettero la sua morte.

Gabriel García Márquez, Cronaca di una morte annunciata (1981)

Volevo che tu imparassi una cosa:

volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano.

Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda.

Harper Lee, Il buio oltre la siepe (1960)

E’ allora che tutto ha vacillato.

Dal mare è rimontato un soffio denso e bruciante. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua larghezza per lasciar piovere fuoco. Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell’impugnatura e è là, in quel rumore secco e insieme assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato via il sudore ed il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura.

Albert Camus, Lo straniero (1942)

Tanto gentile e tanto onesta pare?

Madamina – si potrebbe intonare, mozartianamente – il catalogo è questo:

  • Anne Tyler: The Taming of the Shrew
  • Jeanette Winterson: The Winter’s Tale
  • Margaret Atwood: The Tempest
  • Howard Jacobson: The Merchant of Venice
  • Jo Nesbø: Macbeth

La Hogarth Press, impresa editoriale del gruppo Penguin Random House, ha affidato a una compagine di noti scrittori il compito di rivisitare con l’armamentario stilistico del romanzo moderno alcune fra le opere più celebri di William Shakespeare. Non me ne vogliano gli altri romanzieri prescelti ma la notizia nella notizia, per gli appassionati di crime fiction, è che Jo Nesbø, sovrano indiscusso della narrativa poliziesca scandinava, si appresta a rielaborare – leggasi: riscrivere – in chiave crime noir la tragedia più breve e più sanguinaria del Bardo di Stratford-upon-Avon.

Senza voler entrare nel merito di un’operazione dai contorni ancora sfumati (i romanzi saranno pubblicati a partire dal 2016, in concomitanza con il 400° anniversario della morte di Shakespeare) e destinata, stando a quanto si è potuto apprendere, ad arricchirsi di nuovi titoli e nuovi autori, è lecito domandarsi se sia proprio necessario offrire ai lettori una nuova versione di capolavori senza tempo che meglio scritti – e più crime!, nel caso di Macbeth – non si potrebbe; se un’opera perfetta, divenuta a pieno titolo un classico della letteratura mondiale, abbia bisogno di sciacquarsi i panni tra i fiordi nesbiani per conservare o addirittura ritrovare una qualche forma di appeal commerciale. Continua a leggere “Tanto gentile e tanto onesta pare?”

Ahi, povero Yorick.

L’ho conosciuto, Orazio, un uomo d’un brio inesauribile, d’una fantasia senza pari. M’ha portato in spalla mille volte, e adesso… è repellente a pensarci. Lo stomaco mi si rivolta. Qui erano appese le labbra che ho baciato non so quante volte.

Dove sono adesso i tuoi lazzi, le tue capriole, i tuoi canti, i tuoi lampi d’allegria che a tavola alzavano scrosci di risate? Non c’è nessuno ora che si metta a sfottere il tuo ghigno? Ti sono cascate le ganasce?

Va adesso in camera di Madama e dille, si dia pure un palmo di fardo, a questo deve ridursi.

William Shakespeare, Amleto (Atto V)

Le Horla

8 maggio. – Che stupenda giornata! Ho trascorso l’intera mattina disteso sull’erba, davanti alla mia casa, sotto l’enorme platano che la protegge e la ricopre completamente con la sua ombra. Amo questo paese e amo viverci perché qui ho le mie radici, queste profonde e delicate radici, che legano un uomo alla terra in cui sono nati e morti i suoi antenati, che lo legano a quel che si pensa e a quel che si mangia, ai costumi come ai nutrimenti, ai modi di dire locali, alla cadenza dialettale dei contadini, agli odori del suolo, dei villaggi e dell’aria stessa. 

Amo la casa in cui sono cresciuto. Dalle mie finestre vedo la Senna che scivola, lungo il mio giardino, dietro la strada, e pare quasi entrare dentro la mia casa, la grande e larga Senna che va da Rouen a Le Havre, coperta di battelli che passano.
A sinistra, laggiù, Rouen, l’ampia città dai tetti azzurri, sotto una quantità di appuntiti campanili gotici. Sono innumerevoli, fragili o massicci, dominati dalla guglia di bronzo della cattedrale, e pieni di campane che suonano nell’aria azzurra delle belle mattine, scagliando fino a me il loro dolce e lontano brontolio di ferro, il loro canto di bronzo che la brezza mi porge, tanto più forte o fievole secondo che si risvegli o si assopisca.
Come era bella la mattina!
Verso le undici, un lungo convoglio di battelli, trainati da un rimorchiatore, grosso come una mosca e che rantolava di fatica vomitando un fumo denso, sfilò davanti alla mia inferriata.
Dopo due golette inglesi, il cui stendardo rosso ondeggiava contro il cielo, veniva un superbo tre alberi brasiliano, tutto bianco, mirabilmente lustro e sfavillante. Lo salutai, non so perché, tanto mi fece piacere vederlo.

12 maggio. – Ho un po’ di febbre da qualche giorno; mi sento sofferente, o piuttosto mi sento triste.
Da dove provengono quegli influssi misteriosi che cambiano in scoramento il nostro buonumore e la nostra serenità in angoscia? Si direbbe che l’aria, l’aria invisibile, sia piena di inconoscibili Forze, di cui subiamo la misteriosa vicinanza. Mi sveglio pieno di allegria, con la voglia di cantare nella gola. – Perché? – Scendo lungo la riva del fiume e subito, dopo una breve passeggiata, rientro desolato, come se qualche disgrazia mi aspettasse a casa.
Perché? – È forse un brivido di freddo che, sfiorando la mia pelle, ha scosso i miei nervi e rabbuiato la mia anima? È forse la forma delle nuvole, o il colore del giorno, il colore delle cose, così mutevole, che, attraversando i miei occhi ha sconvolto il mio pensiero? Chissà, tutto quello che ci avvolge, quello che vediamo senza guardarlo, quello che sfioriamo senza riconoscerlo, quello che tocchiamo senza percepirlo, tutto quello in cui c’imbattiamo senza distinguerlo ha su di noi, sui nostri organi e, attraverso di loro, sulle nostre idee, sul nostro stesso cuore, effetti rapidi, sorprendenti e inesplicabili.
Com’è profondo il mistero dell’Invisibile! Non possiamo sondarlo con i nostri sensi miserevoli, con i nostri occhi che non sanno scorgere né il troppo piccolo, né il troppo grande, né il troppo vicino, né il troppo lontano, né gli abitatori di una stella né quelli di una goccia d’acqua… con le nostre orecchie che ci ingannano, perché ci trasmettono le vibrazioni dell’aria come note sonore. Sono delle fate che fanno il miracolo di cambiare in rumore il movimento e mediante questa metamorfosi danno origine alla musica, che trasforma in canto l’agitazione muta della natura… col nostro odorato, più debole di quello del cane… con il nostro gusto, che può a mala pena distinguere l’età di un vino! 
Ah! Se avessimo altri organi che realizzassero in nostro favore altri miracoli, quante cose nuove potremmo scoprire intorno a noi!

16 maggio. – Sono proprio malato! Eppure stavo così bene il mese scorso! Ho la febbre, una febbre atroce, o piuttosto un’agitazione febbrile che rende la mia anima sofferente come il mio corpo! Ho continuamente la sensazione spaventosa di un pericolo incombente, il timore di una disgrazia che viene o della morte che si avvicina, il presentimento che è senza dubbio l’attacco di un male ancora sconosciuto, che germina nel sangue e nella carne.


18 maggio. – Ho appena consultato un medico, perché non potevo più dormire. Mi ha trovato il polso rapido, le pupille dilatate, i nervi eccitati, ma senza alcun sintomo allarmante. Devo assoggettarmi a fare delle docce e bere bromuro di potassio.

25 maggio. – Nessun cambiamento! Il mio stato, veramente, è bizzarro. Man mano che si avvicina la sera, un’inquietudine incomprensibile mi pervade, come se la notte nascondesse per me una minaccia terribile. Mangio presto, poi cerco di leggere; ma non riesco a comprendere le parole; distinguo appena le lettere. Mi metto allora a passeggiare nel mio salone in lungo e in largo, sotto l’oppressione di una paura confusa e irresistibile, la paura del sonno e la paura del letto.
Verso le dieci salgo nella mia camera. Appena entrato, do due mandate di chiave e metto il chiavistello; di che cosa ho paura?… Non temevo niente fino ad ora… Apro gli armadi, guardo sotto il letto; ascolto… ascolto… che cosa? È strano che un semplice malessere, forse un disturbo circolatorio, l’irritazione di una terminazione nervosa, un po’ di congestione, una minuscola alterazione nel funzionamento così imperfetto e delicato della nostra macchina vivente possa trasformare il più allegro degli uomini in un malinconico e il più ardimentoso in un codardo? Poi, mi corico, e attendo il sonno come se attendessi il boia. Lo aspetto con il terrore della sua venuta, e il mio cuore batte, le mie gambe fremono; e tutto il mio corpo sussulta nel caldo delle lenzuola, fino a che non cado di colpo nel sonno, come ci si getta per annegarvisi in un pozzo di acqua stagnante. Io non lo sento arrivare, come un tempo, questo sonno perfido, nascosto accanto a me, che mi spia, che sta per afferrarmi la testa, per chiudermi gli occhi, per annientarmi.
Così dormo, per molto tempo, due o tre ore, poi un sogno, anzi un incubo, mi stringe. Mi rendo conto di essere a letto e di dormire… lo sento e ne sono consapevole… ma sento anche che qualcuno mi si avvicina, mi guarda, mi tocca, sale sul mio letto, s’inginocchia sul mio petto, mi prende il collo tra le mani e stringe… stringe… con tutta la sua forza per strangolarmi.
Io mi dibatto, legato da quell’atroce impotenza che ci paralizza nei sogni; vorrei gridare, – non posso; vorrei muovermi, – non posso farlo; – e cerco, con degli sforzi spaventosi, ansimando, di girarmi, di respingere quest’essere che mi opprime e che mi soffoca, ma non posso farlo!
E improvvisamente mi sveglio, sconvolto, coperto di sudore. Accendo una candela: sono solo. Dopo questa crisi, che si ripete ogni notte, dormo infine, tranquillamente, fino all’aurora.

2 giugno – Il mio stato si è ancora aggravato. Che ho dunque? Il bromuro non fa effetto; le docce nemmeno. Nel pomeriggio, per affaticare il mio corpo, già così stanco, sono andato a fare un giro nella foresta di Roumare. Ho creduto dapprima che l’aria fresca, leggera e dolce, piena di odore d’erba e di foglie, mi riversasse nelle vene sangue nuovo, nel cuore un’energia nuova. Presi un grande sentiero di caccia, poi girai verso La Bouille, per un viale stretto, tra due schiere di alberi smisuratamente alti che interponevano un tetto verde, spesso, quasi nero, tra il cielo e me.
Un brivido mi colse immediatamente, non un brivido di freddo, ma uno strano brivido d’angoscia.
Affrettai il passo, inquieto per essere solo in quel bosco, impaurito senza ragione, stupidamente, dalla profonda solitudine. Di colpo, mi parve di essere seguito, che qualcuno mi tallonasse, così vicino da toccarmi.

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… e vidi cosa ch’io avrei paura,

sanza più prova, di contarla solo;

se non che coscïenza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom francheggia
sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ‘l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;

e ‘l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com’ esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ‘l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,

che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.

E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.

Io feci il padre e ‘l figlio in sé ribelli;
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch’ io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.

Così s’osserva in me lo contrapasso.

Dante Alighieri, La Divina Commedia
Inferno, Canto XXVIII

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia. 
Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
dicendo: “Or vedi com’io mi dilacco! 
vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto. 
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così. 
Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma, 
quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.

 
Dante Alighieri, La Divina Commedia
Inferno, Canto XXVIII

Una mattina Gregorio Samsa,

destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra. Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole, gli si agitava dinanzi agli occhi.

Franz Kafka: La metamorfosi (1915)

Qualcuno doveva aver calunniato Josef K.

, perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Non era mai successo prima. K. aspettò ancora un poco, guardò dal suo cuscino la vecchia che abitava di fronte e lo stava osservando con una curiosità del tutto insolita per lei, ma poi, stupito e affamato insieme, suonò il campanello. Subito bussarono e un uomo che K. non aveva mai visto prima in quella casa entrò. Era slanciato ma di solida corporatura, indossava un abito nero attillato che, come quelli da viaggio, era provvisto di varie pieghe, tasche, fibbie, bottoni e cintura, e dava quindi l’impressione, senza che si capisse bene a che cosa dovesse servire, di essere particolarmente pratico. «Lei chi è?», chiese K. subito sollevandosi a metà nel letto. Ma l’uomo eluse la domanda, come se la sua comparsa fosse da accettare e si limitò a chiedere a sua volta: «Ha suonato?». «Anna mi deve portare la colazione», disse K. e cercò, dapprima in silenzio, con l’osservazione e la riflessione, di stabilire chi mai fosse l’uomo. Ma questi non si espose troppo a lungo ai suoi sguardi, si volse verso la porta e l’aprì un poco per dire a qualcuno che stava evidentemente subito dietro: «Vuole che Anna gli porti la colazione». Ci fu una risatina nella stanza accanto, dal suono non poteva essere sicuro che non venisse da più persone. Sebbene l’estraneo non potesse con questo aver appreso nulla che già non avesse saputo prima, disse a K. con il tono di una comunicazione: «È impossibile». «Questa sarebbe nuova», disse K., saltò dal letto e s’infilò in fretta i pantaloni. «Voglio un po’ vedere che gente c’è nell’altra stanza e che giustificazione mi darà la signora Grubach per questa seccatura».

Franz Kafka: Il processo (1925)

Era una fresca limpida

giornata d’aprile e gli orologi segnavano l’una. Winston Smith, col mento sprofondato nel bavero del cappotto per non esporlo al rigore del vento, scivolò lento fra i battenti di vetro dell’ingresso agli Appartamenti della Vittoria, ma non tanto lesto da impedire che una folata di polvere e sabbia entrasse con lui.

L’ingresso rimandava odore di cavoli bolliti e di vecchi tappeti sfilacciati. Nel fondo, un cartellone a colori, troppo grande per essere affisso all’interno, era stato inchiodato al muro. Rappresentava una faccia enorme, più larga d’un metro: la faccia d’un uomo di circa quarantacinque anni, con grossi baffi neri e lineamenti rudi ma non sgradevoli.

Winston s’avviò per le scale. Era inutile tentare l’ascensore. Anche nei giorni buoni funzionava di rado, e nelle ore diurne la corrente elettrica era interrotta. Faceva parte del progetto economico preparazione della Settimana dell’Odio.

L’appartamento era al settimo piano, e Winston, che aveva i suoi trentanove anni e un’ulcera varicosa sulla caviglia destra, saliva lentamente, fermandosi ogni tanto per riposare.

George Orwell, 1984 (1949)

Il Natale di Roma

Il 21 aprile del 753 a.C., 2766 anni fa, nasceva la Città Eterna.

Sotto il peggiore degli auspici: un sanguinoso fratricidio…

Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dèi che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette * e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura». In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore.

Tito Livio, Storia di Roma, I, 6-7 (traduzione di G. Reverdito)


* più probabilmente il pomerium, il solco sacro.

Un epitaffio

Astronomo, filosofo eccellente.
Musico, spadaccino, rimatore,
Del ciel viaggiatore
Gran maestro di tic-tac.
Amante – non per sé – molto eloquente
Qui riposa Cyrano
Ercole Saviniano
Signor di Bergerac,
Che in vita sua fu tutto, e non fu niente

Edmond Rostand: Cyrano de Bergerac (V, vii)

* * *

“… perché tutti noi abbiamo sempre la sera in cui ci immaginiamo la nostra epigrafe, ma bisogna anche saperla scrivere così!”

(Alessandro Baricco, Totem)

Agatha & Willy

Anche chi non ha grande dimestichezza con le statistiche a sfondo libresco saprà che Agatha Christie e William Shakespeare dominano incontrastati le classifiche degli autori più venduti e tradotti nella storia della letteratura mondiale.

Il dato ha la sua importanza e meriterebbe una lunga riflessione; ciò che desideriamo approfondire in questa sede, tuttavia, è il legame che intercorre fra questi due autentici campioni della parola scritta. Un legame profondo che va ben al di là dei primati condivisi.

Apparentemente lontani – come può una scrittrice di romanzi polizieschi, per quanto talentuosa e insolitamente prolifica, eguagliare in popolarità e successi il figlio più illustre di Stratford-upon-Avon? – i due hanno una gran quantità di cose in comune.

Continua a leggere “Agatha & Willy”

Amleto

Amleto, sì, avete capito bene.
La tragica storia del principe di Danimarca, di William Shakespeare.

Non arricciate il naso – alcuni di voi lo hanno fatto, ne siamo sicuri! – perché stiamo parlando del miglior autore noir, thriller & pulp sulla piazza…

… e siamo in grado di dimostrarlo.

Come?

Attraverso il racconto di alcune opere straordinarie di cui tutti hanno sentito parlare ma che non tutti, forse, hanno letto con attenzione. Con la mente libera dal pensiero di un’interrogazione, dal ricordo di attori amatoriali strangolati in improbabili gorgiere, dal disagio (soggezione?) di affrontare un mostro sacro della letteratura mondiale. Proveremo a guardarlo con altri occhi, insomma.

E siamo pronti a scommettere che ve ne innamorerete.

Atto primo

Tutta la terra non basterà a seppellire un delitto.

Alla fine, lo si scoprirà.

Lungo le mura di Elsinore lo spirito del defunto sovrano di Danimarca rivela al giovane principe Amleto la verità sulla morte improvvisa dell’adorato genitore…

Johann Heinrich Fussli: Amleto e il fantasma del padre.

FANTASMA: … Se davvero hai amato tuo padre…
AMLETO: Oh Dio!
FANTASMA: Vendica il suo assassinio orribile, mostruoso.
AMLETO: Assassinio!
FANTASMA: Assassinio orribile com’è sempre, ma questo ributtante, inaudito, mostruoso. … Han detto che mentre dormivo nel giardino mi morse un serpe – così l’orecchio di tutti è ingannato vilmente da una falsa storia della mia morte – ma sappi, nobile giovane, il serpente che morse la vita di tuo padre ne porta la corona.

Divenuto l’amante della regina Gertrude, infatti, Claudio aveva deciso di sbarazzarsi del fratello ed usurparne il trono; ne sposerà la vedova nel volgere di un mese (“Le carni cotte per il funerale hanno fornito, fredde, le tavole nuziali”, sarà il commento di Amleto).

AMLETO: O anima presaga! Mio zio!
FANTASMA: … Tuo zio violò la mia ora di pace. Aveva una fiala di succo del maledetto giusquiamo, e versò nella conca dei miei orecchi quell’essenza lebbrosa, il cui effetto è tanto avverso al sangue umano, che corre rapido come l’argento vivo per le porte e i sentieri del corpo, e con rabbia furiosa apprende e caglia, come le gocce d’acido nel latte, il sangue lieve e sano. Così fece dentro di me, e una scabbia improvvisa rivestì di croste turpi e immonde come a Lazzaro tutto il mio corpo liscio. Così, nel sonno, per mano d’un fratello persi di colpo vita, corona, regina.

All’udire queste parole, Amleto comincia a pianificare la sua vendetta; avverte persino l’amico Orazio e le sentinelle della Guardia del Re che d’ora in avanti potrà sembrargli opportuno “di fare il matto”.
“Il tempo è scardinato”, sospira il giovane principe rientrando al castello. “O sorte maledetta, che proprio io sia nato per rimetterlo in sesto”!

Kate Winslet interpreta Ofelia nella bellissima trasposizione di Kenneth Branagh (Hamlet, 1996).

Atto secondo

Però il mio babbo-zio e la mia mamma-zia si sbagliano.
GUILDENSTERN: In che cosa, caro signore?
AMLETO: Sono pazzo solo fra tramontana e maestrale. Quando soffia da scirocco distinguo un falco da un falcetto.

La “follia” del principe Amleto mette in subbuglio l’intera Corte. Re Claudio manda a chiamare Rosencrantz e  Guildenstern, due vecchi compagni di scuola di Amleto, affinché indaghino sul suo improvviso cambiamento e ne scoprano la causa.
Il consigliere di Stato Polonio, dal canto suo, ha già bell’e pronta una spiegazione per lo stravagante contegno del principe: è innamorato di Ofelia, la sua giovane e bella figliola.
E’ ben altra forma d’amore, tuttavia, a muovere il nostro eroe, e la comparsa di una compagnia viaggiante di attori gli dà l’occasione di compiere un ulteriore passo verso la sua vendetta. Lo spettro sulle mura, a ben vedere, avrebbe potuto essere un diavolo, “e il diavolo può prendere un aspetto gradevole, sì”… serve una prova, una base più consistente:

AMLETO: Ho sentito che certi criminali che ascoltavano un dramma sono stati colpiti fin dentro all’anima dall’arte astuta della rappresentazione e subito hanno confessato i loro delitti. Perché l’assassinio parla, anche senza aver lingua, attraverso una bocca miracolosa. Ora io farò recitare a questi attori davanti a mio zio, qualcosa di simile al massacro di mio padre. E starò a guardarlo. Lo sonderò fin dentro l’anima. Se ha un sussulto, so cosa fare. … Questo spettacolo è la trappola che acchiappa la coscienza del re”.

Atto terzo

Essere o non essere, è questo che mi chiedo.

La pazzia dei grandi, come si sa, non può non essere sorvegliata. Dopo la recita è bene che il giovane principe respiri un po’ d’aria nuova in Inghilterra…

RE: Come si chiama il dramma?
AMLETO: La trappola per topi. E che tropo, per la Madonna! Il dramma riproduce un omicidio compiuto a Vienna… E’ una gran canagliata ma che importa? Vostra maestà e tutti noi che abbiamo la coscienza pulita, non ci tocca.

Quanto l’attore versa il veleno nell’orecchio al dormiente, re Claudio si alza indignato e la recita viene interrotta.
La regina convoca immediatamente Amleto nelle sue stanze e Polonio si nasconde dietro un arazzo per ascoltare la loro conversazione…

REGINA: Amleto, hai molto offeso tuo padre.
AMLETO: Madre, avete molto offeso mio padre.
REGINA: Andiamo, andiamo, mi dai risposte senza senso.
AMLETO: Andate, andate, mi fate domande senza vergogna.
REGINA: Come? Che ti prende, Amleto? … Hai dimenticato chi sono?
AMLETO: No, per la santa croce! Siete la regina, moglie del fratello di vostro marito, e siete, così non fosse, mia madre.
REGINA: Ah, vado a chiamare qualcuno che ti saprà parlare.
AMLETO: Andiamo, andiamo! Sedetevi! Non vi muoverete. Non uscirete di qui prima che v’abbia messo davanti uno specchio in cui vi vedrete fino in fondo all’anima.
REGINA: Che vuoi fare? Uccidermi? Ah, aiuto.
POLONIO (dietro l’arazzo): Oh oh! Aiuto!
AMLETO: Che c’è? Un topo! Un ducato che è morto, morto!


Affonda la spada nell’arazzo.

POLONIO: Ah, mi ha ucciso!
REGINA: Ahimè, che cosa hai fatto?
AMLETO: Non lo so, non lo so. E’ il re?

 
Solleva l’arazzo e scopre Polonio morto.

REGINA: Che atto assurdo, sanguinoso!

AMLETO: Sì, sanguinoso. Perverso, buona madre, quasi come uccidere un re e sposarne il fratello.

Atto quarto

… da questo momento il mio pensiero sia “sangue!”, o non varrà niente.

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Ecco per voi la nigella, e l’aquilegia. Per voi della ruta. E un poco per me. Erbagrazia, possiamo chiamarla, di domenica. Ma voi la ruta dovete portarla in modo diverso da me. Qui, una margherita. Volevo darvi delle violette, ma son tutte appassite quando morì mio padre. Dicono che ha fatto una buona fine. 

Come osserva giustamente re Claudio, “i dispiaceri non vengono come esploratori isolati ma a battaglioni”: sconvolta dall’assassinio del padre Polonio, la povera Ofelia perde la ragione. Laerte, suo fratello maggiore, torna dalla Francia per chiedere conto della tragica fine del genitore e apprende che è stato trafitto a morte da Amleto; nel frattempo, il re ha dato disposizioni affinché quest’ultimo venga ucciso sul suolo inglese.
Il giovane principe, tuttavia, ha ben più di una freccia, al proprio arco: sventato il piano criminoso dello zio, egli fa ritorno a Elsinore dove lo attendono i proclami di vendetta di Laerte…

LAERTE: Ho comprato da un ambulante un veleno così mortale, che basta una lama appena intinta, e dove cava sangue non c’è impiastro che valga, anche se tratto da tutte le erbe che hanno una virtù sotto la luna, a salvare dalla morte chi ne è scalfito. Ungerò la mia punta con quella peste, e se appena lo tocco sarà morto.
RE: … Aspetta, vediamo. Faremo una scommessa solenne sul più bravo… Quando, in azione, avrete caldo e sete, – e perciò tu attacca con più violenza – e lui chiede da bere, gli farò preparare per l’occasione un calice di cui basterà un sorso, se per caso sfuggisse alla stoccata, e il nostro affare è fatto.
Aspetta, che c’è ora?

Entra la Regina.

Regina: Una sventura pesta le calcagna dell’altra, così fitte che vengono. Tua sorella è annegata Laerte.

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C’è un salice che cresce di sghembo sul ruscello e specchia le sue
foglie canute nel fluido vetro.
Con esse ella intrecciava ghirlande fantastiche di ortiche, di
violacciocche, di margherite, e lunghe orchidee rosse a cui i pastori
sboccati danno un nome più basso, ma le nostre fredde vergini
chiamano dita di morto… lì mentre s’arrampicava per appendere ai rami penduli i serti d’erba, un ramoscello maligno si spezzò, e giù i trofei verdi e lei stessa caddero nel ruscello querulo. Le vesti le si gonfiarono intorno, e come una sirena la sorressero un poco, che cantava brani di laudi antiche, come una che non sa quale rischio la tenga, o come una creatura nata e formata per quell’elemento.

Atto quinto

Buona notte, dolce principe.

BECCHINO: E avrà sepoltura cristiana, una che di proposito attenta alla propria morte?

ALTRO: Ti dico di sì, per cui scava la fossa e spicciati…

BECCHINO: Ma come può essere, a meno che non s’è affogata per legittima difesa? … Permetti. Qui c’è l’acqua – bene. Se l’uomo va all’acqua e s’affoga, fatto è, volere o volare, che ci va, mi segui? Ma se l’acqua va a lui e l’affoga, non è lui che affoga lui stesso. Erga, chi non ha colpa della sua morte non accorcia la sua vita.

ALTRO: Ma è questa, la legge?

BECCHINO: Corpo! Legge dell’inchiesta del giudice.

ALTRO: Vuoi sapere la verità? Se non era una signora, la sbattevano fuori dal camposanto.

Al cimitero, Amleto filosofeggia contemplando il teschio di Yorick, buffone del re, mentre i becchini preparano la sepoltura di una nobildonna che si è tolta la vita. Il principe non sa che si tratta di Ofelia, il suo amore perduto…

Ahi, povero Yorick. 
L’ho conosciuto, Orazio, un uomo d’un brio inesauribile, d’una fantasia senza pari. M’ha portato in spalla mille volte, e adesso… è repellente a pensarci. Lo stomaco mi si rivolta. Qui erano appese le labbra che ho baciato non so quante volte. Dove sono adesso i tuoi lazzi, le tue capriole, i tuoi canti, i tuoi lampi d’allegria che a tavola alzavano scrosci di risate? Non c’è nessuno ora che si metta a sfottere il tuo ghigno? Ti sono cascate le ganasce? Va adesso in camera di Madama e dille, si dia pure un palmo di fardo, a questo deve ridursi.

Il corteo funebre della povera ragazza è occasione di scontro fra Amleto e Laerte, che di lì a poco lancerà un guanto di sfida mortale all’assassino di suo padre.

Il duello finale è un crescendo di sangue e morte, nella migliore delle tradizioni pulp: la regina Gertrude porta alle labbra per errore la coppa di vino – avvelenato, ça va sans dire – destinata ad Amleto; i duellanti finiscono con lo scambiarsi le spade e si feriscono vicendevolmente con la punta che Laerte aveva intinto nel veleno; a re Claudio toccherà la medesima sorte, raggiunto alfine dalla vendetta del nipote-figliastro. 

Che muore sereno tra le braccia di Orazio, l’amico di una vita. Se avessi tempo, ha giusto il tempo di mormorare, potrei dirvi… ma la morte è uno sbirro inesorabile se ci agguanta.

Poco male, pazienza.

Ci penserà Orazio, a raccontare al mondo la verità di un principe sfortunato.
Tutto il resto, cari lettori, è silenzio.

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