Le verità di Bébé Donge

Bébé! Che idea chiamarla Bébé! Dopo dieci anni di matrimonio non si era ancora abituato…

Il nomignolo suonerà familiare agli estimatori di Georges Simenon e del poliziesco d’autore: perla noir di rara – e alquanto sottovalutata – bellezza, La vérité sur Bébé Donge (1942) costituisce una delle vette più alte della produzione simenoniana.

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Il racconto si sviluppa intorno all’avvelenamento del facoltoso uomo d’affari François Donge: in una tranquilla domenica d’estate sua moglie, l’eterea e raffinata Bébé, gli versa una dose letale di arsenico nel caffé. Scampato alla morte per un soffio, François avrà modo di riflettere sul gesto – freddo e premeditato – della moglie e di scandagliare gli abissi più profondi della sua enigmatica personalità. Continua a leggere “Le verità di Bébé Donge”

Parigi, 2011

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Quella primavera ho collaborato alla sceneggiatura di una serie televisiva.

Questo il soggetto: una notte, in un paese di montagna, tornano dei morti. Non si sa perché, né perché proprio quei morti e non altri. Loro stessi non sanno di essere morti. Lo capiscono dallo sguardo spaventato delle persone che amano, che li amavano, accanto alle quali vorrebbero riprendere il proprio posto.

Non sono zombie, non sono fantasmi, non sono vampiri. Non siamo in un film fantastico ma nella realtà.

Ci si chiede, seriamente: che cosa succederebbe se questo evento impossibile capitasse per davvero? Se entrando in cucina trovaste vostra figlia adolescente, morta da tre anni, che si sta preparando una scodella di cereali con la paura di essere sgridata perché è tornata a casa tardi e non ricorda assolutamente nulla di ciò che è accaduto la sera prima, voi come reagireste? In concreto: quali gesti fareste? Quali parole direste?

Emmanuel Carrère, Il Regno (Adelphi, 2015): da oggi in libreria!

Accade, talvolta

, che un microscopico moscerino increspi la superficie di una pozzanghera più della caduta di un enorme sasso. E’ ciò che avvenne quella domenica alla Châtaigneraie. Altre domeniche, nella memoria dei Donge, erano rimaste in un certo senso storiche, come la domenica della bufera, quando il faggio si era schiantato al suolo “appena tre minuti dopo che era passata la mamma”, oppure la domenica della grande litigata, che aveva raffreddato per parecchi anni i rapporti fra le due coppie.

Quella domenica, che si potrebbe chiamare la domenica del grande dramma, trascorse invece con la limpidezza e la calma di un ruscello in pianura.

Georges Simenon, La verità su Bébé Donge (1942)

I diabolici

di Pierre Boileau e Thomas Narcejac

Editore italiano: Adelphi

«Una sorta di interminabile attacco di cuore»: così è stato definito I diabolici, che – unanimemente considerato un classico della letteratura noir – non ha perso un grammo del suo torbido fascino: come dimostrano i commenti dei giovani blogger francesi, i quali scoprono stupefatti quanto l’attuale letteratura psicologica francese «à suspense» debba a un libro che ai loro occhi appare «di un’incredibile modernità», dotato di «un intrigo perfetto» e di «una tensione che fino all’ultimo non ti dà un attimo di tregua». Come nei migliori romanzi di Simenon, quello che conta qui è la progressiva perdita, da parte del protagonista, della percezione della realtà, il suo sprofondare sempre più allucinato in una vertigine di angoscia e di terrore in cui i deliri si accavallano ai ricordi d’infan­zia e a un lacerante senso di impotenza.

Nei Diabolici compaiono per la prima volta alcuni dei marchi di fabbrica della sterminata, formidabile produzione di Boileau e Narcejac: lo schema triangolare, l’am­bienta­zio­ne provinciale e piccoloborghese, il motivo del colpevole tormentato dal rimorso e dalla paura, la contiguità fra innocenza e colpa; e soprattutto l’inversione dei ruo­li: in un’autentica spirale di orrore, l’as­sassino si trasforma in una vittima braccata da «colei che non c’è più» – la donna che sa di aver ucciso. Non a caso Francis Lacassin (sceneggiatore di molti Maigret televisivi e grande studioso di Simenon) ha scritto che proprio grazie a Pierre Boileau e Thomas Narcejac «il romanzo poliziesco senza poliziotti è diventato una variante tragica del romanzo tout court».

In libreria

Viviane Élisabeth Fauville

di Julia Deck

Editore italiano: Adelphi

In una stanza disperatamente vuota una donna culla su una sedia a dondolo una bambina di pochi mesi. Ha l’impressione di avere commesso qualcosa di terribile, ma non ne è certa, tutti i suoi ricordi sono sfocati. Contempla la piccola quasi si aspettasse da lei una risposta, una rivelazione. Poi, un bagliore: ha quarantadue anni e ha abbandonato il bel marito che l’ha lasciata per un’altra e lei si è rintanata lì, in un appartamento spoglio, in un quartiere popolato di bazar orientali dov’è una straniera. Il giorno prima ha ucciso a coltellate il suo analista, incapace di alleviare le crisi di terrore di cui soffre, in segreto, da tre anni. Di quel che è stata – ambiziosa direttrice della comunicazione con ufficio a due passi dagli Champs-Élysées, moglie e figlia devota – non le resta che un nome, Viviane Élisabeth Fauville, regale e fragile relitto di un’esistenza inappuntabile, della scrupolosa obbedienza alle leggi dell’abitudine e della necessità. Certa solo del delitto che ha commesso, e del colpo di grazia che non potrà tardare, per tutti allarmante e impenetrabile, ancorata alla realtà solo dal fardello della figlia, Viviane esce dai binari che guidavano il suo destino, si addentra in una Parigi oscura e parallela, affonda, e ci trascina, in un gorgo di insostenibile angoscia, di acuto disagio – sino all’esplosivo epilogo. Sorretto da una scrittura secca e minuziosa, capace di farci vivere dall’interno il frantumarsi di una personalità, Viviane Élisabeth Fauville è un noir che non dà tregua e insieme il ritratto, sconcertante, di una donna che si libera della sua fallace identità come si appende un abito a una gruccia, che accoglie la follia e la deriva come unica via di salvezza.

*

Il romanzo d’esordio della scrittrice francese Julia Deck è un piccolo capolavoro da non perdere.

La signora Kampf

entrò nello studio chiudendosi la porta alle spalle così bruscamente che tutte le gocce di cristallo del lampadario, mosse dalla corrente d’aria, tintinnarono d’un suono puro e leggero di sonagli.

Ma Antoinette aveva continuato a leggere, china sullo scrittoio tanto da sfiorare la pagina con i capelli.

Irène Némirovsky, Il ballo (1930)

L’Avversario, di Emmanuel Carrère

«Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo.

Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell’uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un’autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi».

Emmanuel Carrère

*

Un’ombra pesa sul capo di chiunque si prenda la briga di raccontare un crimine: è l’eredità assordante di Truman Capote, la purezza cristallina della sua prosa. E’ l’eco di “A sangue freddo”, pietra fondante e imprescindibile paradigma di un genere letterario: il cosiddetto “romanzo-reportage”.

Come molti di voi forse sapranno, nel 1960 l’autore di “Colazione da Tiffany” decise di dare una svolta alla sua – già luminosa – carriera di scrittore trasformando un sanguinoso fatto di cronaca (lo sterminio di un’intera famiglia in una fattoria del Kansas) in un romanzo oggettivo e impersonale che facesse propria la tesi flaubertiana secondo cui “l’artista dev’essere nella sua opera come Dio nella creazione, invisibile e onnipotente, sì che lo si senta dovunque, ma non lo si veda mai”.

Clutter House (Holcomb, Kansas): la scena del crimine narrato da Truman Capote in “A sangue freddo”.

Continua a leggere “L’Avversario, di Emmanuel Carrère”

Fossi in voi correrei subito ad acquistare…

La settimana bianca, di Emmanuel Carrère

Editore italiano: Adelphi

«Ero solo, in una casetta in Bretagna, davanti al computer» ha raccontato una volta Emmanuel Carrère «e a mano a mano che procedevo nella storia ero sempre più terrorizzato». All’inizio, infatti, il piccolo Nicolas ha tutta l’a­ria di un bambino normale. Anche se allo chalet in cui trascorrerà la settimana bianca ci arriva in macchina, portato dal padre, e non in pullman insieme ai compagni. E anche se, rispetto a loro, appare più chiuso, più fragile, più bisognoso di protezione. Ben presto, poi, scopriamo che le sue notti sono abitate da incubi, che di nascosto dai genitori legge un libro, dal quale è morbosamente attratto, intitolato Storie spaventose, e che, con una sorta di torbido compiacimento, insegue altre storie, partorite dalla sua fosca immaginazione: storie di assassini, di rapimenti, di orfanità. E sentiamo, con vaga ma crescente angoscia, che su di lui incombe un’oscura minaccia – quella che i suoi incubi possano, da un momento al­l’altro, assumere una forma reale, travolgendo ogni possibile difesa, condannandolo a vivere per sempre nell’in­ferno di quei mostri infantili.

Questo perturbante, stringatissimo noir è da molti considerato il romanzo più perfetto di Emmanuel Carrère – l’ultimo da lui scritto prima di scegliere una strada diversa dalla narrativa di invenzione. 

In libreria

Sono un uomo artificiale

, generato in un laboratorio modello, guidato dai principi degli educatori e degli psichiatri, che il nostro paese ha prodotto insieme agli orologi di precisione, agli psicofarmaci, al segreto bancario e alla neutralità perenne. Sarei diventato un prodotto modello di questa stazione sperimentale, se non vi fosse mancata una cosa sola: il biliardo. Così fui immesso nel mondo senza poterlo capire…

Friedrich Dürrenmatt: Giustizia (Adelphi, 2011)

La panne, di Friedrich Dürrenmatt

Adelphi

Quattro pensionati – un giudice, un avvocato, un pubblico ministero e un boia – ammazzano il tem­po inscenando i grandi processi della storia: a So­crate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. Ma è certo più divertente quando alla sbarra finisce un impu­tato in carne e ossa: come Alfredo Traps, viag­gia­tore di commercio, che il fato conduce un giorno al­la villetta degli ex uomini di legge. La sua auto­mobile ha avuto una panne lì vicino, ma lui non se ne rammarica, anzi: pregusta già il lato piccante della situazione. Si ritrova invece fra i quattro vecchi signori simili a «immensi corvi», che gli il­lu­strano il loro passatempo. Traps è spiacente: non ha commesso, ahimè, nessun delitto. Niente pa­u­ra, lo rassicurano, «un reato si finiva sempre per tro­varlo». Bisogna confessare, dunque: «che lo si vo­glia o no, c’è sempre qualcosa da confessare».

Tra squi­site portate e vini d’annata, il gioco si fa sem­pre più allarmante, finché Traps scopre in sé l’ar­tefice di un delitto che merita «ammirazione, stu­pore, ri­spetto», degno, anzi, «d’essere an­no­ve­ra­to fra i più straordinari … del secolo» – un de­lit­to ca­pace di rendere «più difficile, più eroica, più preziosa» la sua meschina vita di imbrogli e adul­teri. Ora, per la prima volta, quella giustizia che ave­va sempre ritenuto «astratta cavillosità ves­sa­to­ria» illumina il suo limitato orizzonte «come un im­mane, inconcepibile sole».

*

Molto, molto, molto consigliato 😉

Il terzo poliziotto

«Avete mai visto una bara di bicicletta?».

Lettore, questo è l’unico romanzo al mondo dove una domanda del genere può suonare perfino troppo ovvia. Come anche apparirà ovvio che un Sergente di polizia consideri gli umani compenetrati di bicicletta – un po’ come, secondo la teoria di un altro poliziotto, tutto l’universo è riducibile a una sostanza fondamentale, detta omnium.

Ma come si può giungere a un tale stato di cose?

Innanzitutto assistendo a un assassinio efferato. E poi accompagnando uno degli assassini in una stazione di polizia sperduta tra fradice torbiere. Qui la prosa ci avverte che siamo entrati in un luogo dove valgono, se valgono, nuove leggi della materia e dello spirito. Bianca, piatta, come dipinta su un cartellone, quella stazione di polizia sembra possedere una dimensione in meno del reale, «lasciando senza significato le rimanenti». Non solo: «tutta la mattina e tutto il mondo sembravano non avere altro scopo che quello di farle da cornice». Guardandola, l’assassino presagisce in quella casa «la più grande sorpresa che avessi incontrato, e ne ebbi paura». Giusta reazione.

Ma non guasteremo al lettore quella sorpresa. Mentre gli proponiamo, come viatico, alcune righe dello scienziato e metafisico de Selby, l’uomo che portò alla massima prossimità la demenza e il genio, e che qui fa da contrappunto a ogni avventura: «Giacché l’esistenza umana è un’allucinazione che contiene in sé la secondaria allucinazione del giorno e della notte (quest’ultima un’insalubre condizione dell’atmosfera dovuta ad accumulazioni di aria nera), all’uomo di senno non si addice preoccuparsi dell’illusorio approssimarsi di quella suprema allucinazione che è conosciuta col nome di morte».

Consigliatissimo!

La mattina del sabato

9 gennaio 1993, mentre Jean-Claude Romand uccideva sua moglie e i suoi figli, io ero a una riunione all’asilo di Gabriel, il mio figlio maggiore, insieme a tutta la famiglia. Gabriel aveva cinque anni, la stessa età di Antoine Romand. Più tardi siamo andati a pranzo dai miei genitori, e Romand dai suoi. Dopo mangiato ha ucciso anche loro. Ho trascorso da solo, nel mio studio, il pomeriggio del sabato e l’intera domenica, in genere dedicati alla vita familiare, perché stavo finendo un libro al quale lavoravo da un anno; la biografia dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick. L’ultimo capitolo raccontava i giorni che lo scrittore aveva passato in coma prima di morire. Ho finito il martedì sera, e il mercoledì mattina ho letto il primo articolo di “Libération” sul caso Romand.

Emmanuel Carrère: L’Avversario (Adelphi, 2013)

… ecco la posizione dei pezzi sulla scacchiera:

la dama – alludo a Madame Hsin – lascia intravedere i suoi occhi a mandorla e il suo delizioso profilo, nella confusione multicolore del Drago che si stordisce, verso le undici di sera. Dalle undici a mezzanotte ricevette nella sua abitazione un cliente che rimane in incognito. Le coeur a des raisons… Quanto all’instabile Fang She, la polizia dichiara che prima delle undici prese posto nel celebre “salone lungo” o “salone dei milionari” dell’Hotel El Nuevo Imparcial, indesiderabile covo della nostra periferia, del quale né lei né io, caro confrère, abbiamo la più vaga idea. Il 15 ottobre si imbarcò sul vapore Yellow Fish, diretto verso il mistero e il fascino dell’Oriente. Fu arrestato a Montevideo e adesso vegeta oscuramente in calle Moreno, a disposizione delle autorità. E Tai An? si chiederanno gli scettici. Sordo alla frivola curiosità della polizia, chiuso ermeticamente nel tipico feretro dai colori vivaci, rema senza sosta nella placida stiva della Yellow Fish, diretto, nel suo viaggio eterno, verso la Cina millenaria e cerimoniosa.

Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares: Sei problemi per don Isidro Parodi (1942)

Sei problemi per don Isidro Parodi

(…) H. Bustos Domecq è, costantemente, un attento servitore del suo pubblico. Nei suoi racconti non ci sono piani da dimenticare o orari da confondere. Ci risparmia ogni intoppo intermedio. Nuovo germoglio della tradizione di Edgar Poe, il patetico, del principesco M.P. Shiel e della baronessa Orczy, si attiene ai momenti cruciali dei suoi problemi: l’esposizione enigmatica e la soluzione illuminante. Semplici burattinai mossi dalla curiosità, quando non pressati dalla polizia, i personaggi accorrono in pittoresca schiera alla cella 273, ormai proverbiale. Durante la prima consultazione espongono il mistero che li affligge; nel corso della seconda, ascoltano la soluzione che lascia di stucco tutti, bambini e anziani. L’autore, mediante un artificio non meno sintetico che artistico, semplifica la prismatica realtà e accumula tutti gli allori del caso solo sulla fronte di Parodi. Il lettore meno accorto sorride: indovina l’omissione opportuna di qualche tedioso interrogatorio e l’omissione involontaria di più di un indizio geniale, fornito da un signore sui cui segni particolari risulterebbe indelicato insistere…

(…) Nella movimentata cronaca dell’indagine poliziesca, a Don Isidro va l’onore di essere il primo detective detenuto. Il critico dal celebre intuito può rilevare, tuttavia, più di un accostamento suggestivo. Senza uscire dal suo studio notturno del Faubourg St. Germain, il Cavaliere Augusto Dupin cattura l’inquietante scimmia che è all’origine delle tragedie della Rue Morgue; il principe Zaleski, dal suo ritiro (rifugio) nel remoto palazzo dove si confondono sontuosamente la gemma con il carillon, le anfore con il sarcofago, l’idolo con il toro alato, risolve gli enigmi di Londra; Max Carrados, not least, reca ovunque con sé la prigione portatile della cecità… Questi investigatori statici, questi curiosi voyageurs autour de la chambre, precorrono, se pure parzialmente, il nostro Parodi: figura forse inevitabile nello sviluppo della letteratura poliziesca…

Gervasio Montenegro, dell’Academia Argentina de Letras: Parola Preliminare.

*

Fatevi un regalo e leggete al più presto questa geniale, divertente, dissacrante raccolta di racconti recentemente pubblicata da Adelphi (casa editrice per la quale non nasconderemo di certo il nostro penchant, se vogliamo utilizzare un’espressione cara a don Gervasio!):

 

Obeso, la testa rasata e gli occhi saggi, don Isidro Parodi prepara, lento ed efficiente, il mate: e intanto invita la pittoresca schiera dei suoi clienti a esporgli con chiarezza i misteri che li affliggono e che lui invariabilmente risolverà lasciandoli di stucco. Enigmi labirintici e inestricabili, di fronte ai quali qualsiasi altro investigatore avrebbe l’accortezza di battere in ritirata: come il caso del talismano di giada trafugato dal tempio della Fata del Terribile Risveglio nello Yunnan e approdato a Buenos Aires, dove gli danno la caccia il mago Tai An, la conturbante Madame Hsin e altri non meno improbabili personaggi. Ma a questo punto è forse il caso di precisare un dettaglio piuttosto rilevante: i colloqui hanno luogo nella cella 273 del Penitenziario Nazionale, dove il geniale e imperturbabile detective sta (ingiustamente) scontando ventun anni per omicidio. Come se non bastasse, a raccontarci le sue fantasmagoriche e sedentarie avventure è il dottor Honorio Bustos Domecq, torrenziale poligrafo clamorosamente inesistente. A muoverne la penna è infatti la beffarda, spumeggiante complicità dei sodali Borges e Bioy Casares, fautrice di parecchi e deplorevoli misfatti letterari, di cui – già lo sappiamo – non potremo più fare a meno.

Aveva lasciato andare il giornale,

che prima gli si era aperto sulle ginocchia e poi era scivolato lentamente fino al parquet lucido di cera. Non fosse stato per la sottile fessura che di tanto in tanto gli si disegnava fra le palpebre, si sarebbe detto che dormiva.

Chissà se la moglie ci era cascata… Se ne stava a sferruzzare, nella sua poltrona bassa, dall’altro lato del camino. Sembrava sempre che non lo guardasse neanche, ma lui sapeva da tempo che in realtà nulla le sfuggiva, nemmeno il più impercettibile fremito di un muscolo.

Fuori, le ganasce d’acciaio di una benna piombavano dall’alto della gru e atterravano pesantemente, vicino alla betoniera, con un frastuono di ferraglia. Ogni volta il colpo faceva tremare la casa, e ogni volta la donna sussultava portandosi una mano al petto come se quel rumore, per quanto ormai familiare, la ferisse nel più profondo dei suoi visceri.

Georges Simenon, Il gatto (1967)

Fossi in voi comincerei subito a leggere…

Ormai sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente.

Così comincia il breve, folgorante racconto dell’adolescenza di Bianca: ancora un personaggio, fra i tanti creati da Bolaño, che difficilmente dimenticheremo. Rimasti orfani dei genitori, Bianca e suo fratello scivolano a poco a poco in un’esistenza di ottusa marginalità, che li porterà a non uscire quasi più dall’appartamento in cui si sono rinchiusi, e dove passano nottate intere a guardare la televisione. A loro si aggregheranno due improbabili soggetti, «il bolognese» e «il libico», con i quali la ragazza dividerà a turno, svogliatamente, il letto – senza quasi sapere con chi lo sta facendo. Un giorno però entrerà nella loro vita un ex campione mondiale di culturismo, diventato cieco in seguito a un incidente, che tutti chiamano Maciste perché è stato un divo dei film cosiddetti mitologici. Uno che forse ha dei soldi, soldi che si potrebbero scovare e rubare. Con questo strano essere, che la attrae e la respinge al tempo stesso, Bianca vivrà una relazione che, nata sotto il segno della prostituzione e dell’inganno, si trasformerà invece in qualcosa di assai simile a ciò che chiamiamo «una storia d’amore».

Un romanzetto lumpen, di Roberto Bolaño

*

Pensavo al grande vuoto bianco che si era scavato poco a poco dentro di lui fino a lasciare soltanto un simulacro di uomo vestito di nero, un baratro da cui proveniva la corrente d’aria gelida che faceva rabbrividire il disegnatore…

«Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo. Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell’uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un’autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi».

L’avversario, di Emmanuel Carrère

L’avversario

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Editore italiano: Adelphi
Traduzione di Eliana Vicari Fabris

«Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie, i figli e i genitori, poi ha tentato di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta ha rivelato che non era affatto un medico come sosteneva e, cosa ancor più difficile da credere, che non era nient’altro. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, ha preferito sopprimere le persone di cui non sarebbe riuscito a sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo. «Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare con precisione, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e di assenza. Di immaginare che cosa passasse per la testa di quell’uomo durante le lunghe ore vuote, senza progetti e senza testimoni, che tutti presumevano trascorresse al lavoro, e che trascorreva invece nel parcheggio di un’autostrada o nei boschi del Giura. Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi».

In libreria

Una donna entrò

jezabelnella gabbia degli imputati.

Nonostante il pallore, nonostante l’aria stanca e stravolta, era ancora bella; solo le palpebre, di forma squisita, erano sciupate dalle lacrime e la bocca aveva una piega amara, ma la donna sembrava giovane.

I capelli erano nascosti dal cappello nero.

Con un gesto automatico si portò le mani al collo, cercando, probabilmente, le perle del lungo sautoir che lo ornavano un tempo, ma il collo era nudo; le mani esitarono; con un movimento lento e desolato lei si torse le dita e dal pubblico trepidante che seguiva con lo sguardo ogni suo minimo gesto si levò un sordo mormorio.

– Si tolga il cappello disse il presidente. – I giurati vogliono vederla in faccia 

Irène Némirovsky, Jézabel (1936)

Può capitare che un uomo,

in casa propria, vada su e giù, faccia i gesti abituali, i gesti di tutti i giorni, con l’espressione distesa di chi è solo, e poi, alzando gli occhi all’improvviso, si accorga che le tende non sono state tirate e che qualcuno, da fuori, lo sta osservando.
Per Spencer Ashby fu un po’ così. Non del tutto, però, dato che in realtà, quella sera, nessuno gli prestò attenzione. Poté disporre di quella solitudine che tanto gli piaceva, compatta, impenetrabile ai rumori esterni, persino con la neve che aveva preso a cadere a larghe falde e sembrava materializzare il silenzio.
Poteva forse prevedere, lui come chiunque altro, che quella sera l’avrebbero poi analizzata meticolosamente, che gliel’avrebbero fatta quasi letteralmente rivivere, osservandolo come un insetto al microscopio?

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Georges Simenon, La morte di Belle (1952)

Quando Julius de Coster jr. si ubriaca al Petit Saint Georges

, e l’impossibile infrange d’un tratto le dighe della vita quotidiana

Per quel che riguarda personalmente Kees Popinga, si deve convenire che alle otto di sera c’era ancora tempo, perché a ogni buon conto il suo destino non era segnato.

Ma tempo per che cosa? E poteva lui agire diversamente da come avrebbe poi agito, persuaso com’era che i suoi gesti non fossero più importanti di quelli di mille altri giorni del suo passato?

Georges Simenon, L’uomo che guardava passare i treni (1938)

L’assassino, di Georges Simenon

E’ un martedì qualunque, nel paesino olandese di Sneek, il primo del mese.

Come tutti i primi martedì del mese, il dottor Hans Kuperus prende un treno per Amsterdam dove lo attendono la pingue signora Kramm e la riunione dell’Associazione di Biologia: il martedì qualunque di un uomo qualunque.

Per tutta la vita il dottor Hans Kuperus si è comportato “come l’uomo più banale del mondo, un olandese identico a tutti gli altri, un dottore come tutti gli altri dottori di provincia, un marito come tutti i mariti”: ha una moglie debitamente impellicciata, una casa conforme al suo rango sociale, un salotto alla moda quanto quello dei vicini Van Malderen. Ha una rispettabile vita qualunque, il dottor Kuperus, e la vive nel rispetto di tutti i rituali, degli schemi precostituiti: lo fa perché così dev’essere, perché la strada giusta è la strada che seguono tutti.

Certo gli è capitato di annoiarsi; lo ha colto alla gola, milioni di volte, la smania di buttare via tutto: quella casa così perbene, il salotto fin troppo nuovo… Non ha fatto nulla, tuttavia, per uscire dai binari della sua vita tranquilla.

Fino a quel giorno.

E’ il primo martedì del mese ma il dottor Kuperus non fa visita alla signora Kramm, che pure lo attende nell’elegante quartiere del Giardino Botanico, né presenzia alla riunione dell’Associazione di Biologia; imbocca invece la via principale che porta al quartiere dei teatri e acquista una pistola automatica.

Ha impiegato un anno, a decidersi. Un anno da quando ha ricevuto il biglietto anonimo che lo informa della relazione che Alice, sua moglie, intrattiene con il conte Schutter, l’uomo più facoltoso di Sneek. Schutter, che prende ciò che vuole e fa quel che gli pare e piace; che ha ottenuto, senza nemmeno dover chiedere, ciò che in cuor suo il dottor Hans Kuperus maggiormente desidera: la Presidenza dell’Accademia del Biliardo.

Ma non è per gelosia, o per vendicare l’onore ferito, che Kuperus acquista la pistola e decide di agire: lo fa per sopire l’insensatezza che lo circonda, la mancanza di senso che descrive i suoi gesti quotidiani. Lo fa, in ultima analisi, per porre fine all’inganno, perché non crede più nella bottiglia di Borgogna in bella mostra accanto al camino e perché quella che riteneva essere la “armoniosa costruzione” della sua vita si è rivelata fasulla.

Il programma è semplice: sorprendere i due amanti nella casa in riva al lago in cui sono soliti incontrarsi ogni primo martedì del mese e fare fuoco su entrambi prima di togliersi la vita.

Ma la ruota – come il più delle volte accade – girerà in maniera alquanto diversa…

*

Romanzo giovanile di Georges Simenon (scritto nel 1935 a Combloux, nell’Alta Savoia), L’assassino è stato pubblicato da Adelphi nel 2011.

Si tratta di una vera e propria perla della letteratura noir, che colpisce anzitutto per la modernità e la limpidezza della scrittura. In essa Simenon sviluppa con la consueta maestria il tema che più gli sta a cuore: la discesa agli inferi di un uomo comune che percorre la strada del crimine per sfuggire al grigiore dell’esistenza quotidiana. Sebbene narrato in terza persona, il romanzo ha in realtà la forma di una lunga confessione e racconta la parabola discendente dell’antieroe come la tragedia di un individuo che non si rivela all’altezza del proprio gesto, che si vede restituire il guanto di sfida che ha provocatoriamente lanciato alla società e assiste impotente alla propria sconfitta.

Nello stile asciutto ed estremamente evocativo che caratterizzerà tutta la sua produzione letteraria, Simenon tratteggia paesaggi cupi e dolenti e analizza con lucida precisione la psicologia del protagonista, il drammatico avvitamento delle riflessioni criminali di un “assassino per noia”: lo scrittore belga regala al lettore la cronaca di un delitto solo apparentemente perfetto che costringe il suo esecutore, e noi tutti, a fare i conti con l’incommensurabile tragicità del vivere.

Recensione originariamente pubblicata dalla rivista letteraria Fralerighe.

Fuori dal blu

Viaggio nell’universo nero di Georges Simenon

Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) ha lasciato molto, dietro di sé: guadagni da capogiro, innumerevoli amanti, un’insaziabile voglia di grandiosità. E una vastissima, sconfinata produzione letteraria: circa duecento romanzi firmati con il proprio nome e altrettanti sotto vari pseudonimi, un migliaio di articoli e centinaia di racconti, oltre a volumi di dettature e memorie. Viveur formidabile, scriveva al ritmo di ottanta pagine al giorno e tre libri al mese, e collezionava pipe con identica frenesia.

A lungo snobbato dalla critica, Simenon ha ricevuto numerosi attestati di stima dagli intellettuali più autorevoli del XX secolo: per Jean Luc Godard, “in Simenon si realizza la felice unione tra Dostoevskij e Balzac”; il Premio Nobel André Gide, che l’autore belga considerava un maestro, lo giudicò “un grande romanziere, forse il più grande e autentico che la letteratura francese abbia oggi”. Se non il più grande, di sicuro Simenon è stato lo scrittore più prolifico della sua generazione: lavorava per sei editori differenti e la tiratura globale delle sue opere ha superato il traguardo del miliardo di copie. Si narra di una telefonata di Alfred Hitchcock il quale, informato dalla segretaria dello scrittore che “Monsieur è impegnato nella stesura di un romanzo” e conoscendo l’incredibile velocità di scrittura di Simenon, pare abbia risposto con un folgorante: “Ok, signorina, attendo in linea”! Ipertrofico in tutto, anche nelle contraddizioni, Simenon suscita da sempre opinioni e giudizi assai discordanti: vi è chi lo ritiene un “semplice”, ancorché abilissimo, scrittore di gialli, e chi lo considera invece – con qualche buona ragione – uno dei massimi autori di prosa del Novecento.

Il nome e il successo di Georges Simenon sono legati principalmente alle inchieste del Commissario Maigret, veri e propri gioielli della letteratura poliziesca che, discostandosi dall’impianto tradizionale del whodunit (il giallo deduttivo o giallo classico all’inglese), spostano il fuoco dell’attenzione dal “chi è stato” (who done it, per l’appunto) al “perché lo ha fatto”.

L’indagine psicologica assume, nei romanzi e racconti di cui si tratta, una rilevanza del tutto particolare: Maigret è interessato alle vicende umane che conducono al crimine più che al crimine in sé e alla sua risoluzione; ciò che conta, ai suoi occhi, è il percorso che porta il colpevole ad essere colpevole e la vittima ad essere vittima. Maigret è un conoscitore d’anime che utilizza il “non metodo” (come lo definisce lui stesso) dell’intuito e dell’immedesimazione, un indagatore del lato oscuro dei cuori. Il colpevole viene sospettato e talvolta persino individuato assai presto, nell’intreccio, e l’inchiesta non è che il disvelamento del suo dramma interiore e delle circostanze che lo hanno provocato; lungi dall’essere riparatrice o consolatoria, dunque, la risoluzione del mistero si rivela essere piuttosto un anelito di comprensione: Maigret dubita, s’interroga, si sforza di conoscere. E non giudica. E’ un investigatore profondamente umano, insomma, con le sue storture e le sue debolezze… e una pietà infinita per chi si perde sulla strada del male: una figura pressoché unica nel panorama letterario poliziesco, saturo di super-detective onniscienti e paladini del Bene con la B maiuscola.

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La nostra recensione de L’assassino

Ma è nei romanzi che Simenon stesso definiva “seri” – romanzi in corso di traduzione e pubblicazione da Adelphi sin dal 1985 – che si nascondono le sorprese più ghiotte: L’assassino, La verità su Bébé Donge, Il fidanzamento del signor Hire, L’uomo che guardava passare i treni, per citarne alcuni, sono opere sorprendenti che fanno di Simenon il punto di riferimento imprescindibile per ogni scrittore noir.

“Simenon per la scrittura noir è come Shakespeare per il teatro: non si può fare a meno di lui” : parola di Giancarlo De Cataldo, autore di spicco del noir italiano che sottolinea uno degli aspetti più importanti dell’eredità dello scrittore belga: l’aver saputo superare la dicotomia tra scrittura di genere e scrittura “alta”, imponendosi come autore senza etichette e restituendo dignità letteraria al poliziesco e al noir. In un certo senso si può dire che attraverso l’opera di Georges Simenon il noir diventa noir d’autore, e sbalordisce ancor oggi per la sua contemporaneità.

I romanzi simenoniani raccontano una discesa verso l’abisso, una caduta inarrestabile verso il male e le sue conseguenze. Non vi sono misteri o problemi logici da risolvere, né assassini da smascherare: il protagonista è in genere un uomo qualunque che “passa la linea” e percorre il cammino della dannazione nel convincimento – illusorio – di conquistare con la devianza criminale una forma di emancipazione dalle pochezze dell’esistenza quotidiana. A ben vedere le opere non prettamente poliziesche di Simenon descrivono tutte questa parabola discendente, questa incrinatura irreversibile; esse indagano il delitto, se non con indulgenza, con una lucida e glaciale impotenza: quasi che il nostro antieroe non potesse far altro che invischiarsi nella ragnatela del male e precipitare in un baratro in cui, lungi dal riscattarsi, ritrova i fantasmi da cui ha tentato disperatamente di fuggire.

Fuori dal blu e dentro al nero, verrebbe da dire prendendo in prestito le parole di Neil Young: un infinito spleen declinato in piccole e penetranti storie nere. Non (non solo) perché un certo numero di personaggi, fatalmente, muore; ma perché si racconta la tragedia umana del vivere.

Se Barry Gifford non era lontano dal vero quando sosteneva che il noir “é soltanto una storia che inizia male e finisce peggio”, allora Simenon può considerarsi a pieno titolo uno dei più grandi romanzieri noir del secolo scorso nonché un maestro assoluto del genere.

Se è vero poi, come scrisse il giornalista e critico cinematografico Giorgio Gosetti, che il noir, al pari del blues, non è un genere bensì “un colore, uno stato d’animo, una sensazione”, possiamo affermare senza timore di smentita che Simenon ha colorato di nero ogni singolo scritto regalandoci un retrogusto d’amaro in bocca e una miriade di piccoli e grandi capolavori di questo genere letterario.

Simona Tassara

Articolo originariamente pubblicato dalla rivista letteraria Fralerighe.